Poligamia e società italiana

Secondo un recente sondaggio apparso in televisione in questi giorni, il 35 per cento degli Italiani si direbbero favorevoli alla poligamia.
La notizia è sconcertante, ma non deve stupirci più di tanto se pensiamo che la motivazione che sta alla base dell’accettazione di questa pratica è la tolleranza di principi religiosi diversi dai nostri.
L’idea di tolleranza nei confronti della poligamia a dire il vero è stata suggerita abilmente dalla stessa domanda formulata dai sondaggisti che hanno chiesto: “Sareste favorevoli, in nome della tolleranza nei confronti di una religione diversa dalla nostra ad ammettere la poligamia”?
Di che religione si tratti è facilmente intuibile, meno ovvio è ritenere che per essere buoni musulmani occorra essere poligami, quasi si trattasse di un precetto.
Quello che più ci deve far riflettere però mi pare invece la percentuale dei sì. Moltissimi italiani con la loro risposta acconsentono infatti ad introdurre nel nostro paese una pratica che la nostra civiltà ha giudicato come inadeguata , per non dire primitiva e barbara, in quanto fortemente discriminante nei confronti della donna.
Insomma una verità che sembrava patrimonio indiscusso della nostra vita è ora posta in discussione. Una di quelle verità che tanto faticosamente l’uomo ha cercato e con altrettanta fatica affermato nel corso della propria evoluzione storica, ancora una volta è scossa, offesa, sfregiata e negata. Essa sembra aver perso la propria trasparenza.
Il fatto paradossale però consiste nell’evidente convergenza fra due visioni della vita che parrebbero elidersi a vicenda. Quella islamica e quella radical-libertaria. Perché?
Per il radicale e per chiunque neghi una solida fondazione dei valori, la verità non esiste. La vita dell’uomo, i principi, le forme di convivenza, la famiglia, le istituzioni, la sessualità, tutto per il relativista apparirà come opinabile. Pertanto, anche l’unione fra uomo e donna non sarà che una forma determinata storicamente, formalizzatasi lungo la storia nell’istituzione matrimoniale, ma comunque sempre aperta ad evoluzioni e aggiornamenti che ne alterino anche radicalmente la natura. Questo perché l’uomo non si identifica con una natura, egli è semplicemente colui che tenta e sperimenta su se stesso ogni tipo di cosa.
Il fatto che storicamente la famiglia composta da un uomo e una donna abbia rappresentato e rappresenti la condizione in cui l’amore reciproco e la cura dei figli possa meglio esplicitarsi non lo riguarda. Il radicale perciò non farà fatica ad ammettere la possibilità che un uomo possa avere più donne e vivere loro assieme, purché vi si il consenso delle interessate. Probabilmente a ciò aggiungerà una postilla, che analoga possibilità sia concessa alle donne. In tal modo si realizzerebbe la perfetta parità fra i sessi, immaginando un nuovo tipo di unione, la poligamica, cui qualcuno, quando i tempi saranno maturi, proporrà di estendere tutte le tutele del caso.
Le cose che sto dicendo sono persino teorizzate da filosofi che oggi godono di un notevole consenso da parte dell’opinione pubblica.
A vedere come stanno andando le cose mi sentirei di proporre a molti dei miei studenti il mestiere dell’avvocato, specialista in diritto matrimoniale.
Ma torniamo al nostro “amico radicale”, al credo individualista, che lo connota così bene. Egli, potrà pur dirsi innamorato della famiglia tradizionale, ma non per questo riterrà di condizionare la libertà altrui di vivere come meglio crede.
Questo perché ogni sano relativismo è insofferente nei confronti della dimensione pubblica, della forza vincolante dei principi, persino di quei principi intangibili che ogni democrazia ed ogni società dovrebbero porre a fondamento della propria esistenza. Ed uno di questi è proprio la famiglia composta da un uomo e da una donna unita dal vincolo del matrimonio.
La poligamia insomma sembra farsi strada innanzitutto come idea: essa è il frutto di una concezione inadeguata di libertà e di tolleranza.
Tolleranza fra l’altro non estesa nei confronti di tutti. E’ di questi giorni la notizia che in una casa di riposo romagnola, contro la volontà di tutti i degenti sono stati eliminati i crocifissi. Tutto ciò in nome della tolleranza verso chi non crede. La cosa è sconcertante: la sola ipotesi che un giorno un non credente o un aderente ad un culto diverso dal cattolico possa entrare in quella casa di riposo, ha generato una violenza, un sopruso nei confronti degli anziani.
Non fatico a credere che molti di coloro che tollererebbero la poligamia sarebbero pure in prima fila nel “decontaminare” i luoghi pubblici dai simboli cristiani. Forse sono malizioso, chissà.
Resta il fatto che una possibilità che il Corano ammette e che la civiltà occidentale soprattutto dopo l’avvento del cristianesimo ha sempre rifiutato, sembra per molti italiani non provocare alcun fastidio.
Ma l’individualista non ha alcuna idea di cosa sia la poligamia; forse egli la concepisce come una possibile e stimolante variante nel rapporto fra i sessi, un privilegio per pochi ricchi in grado di mantenere più mogli.
Ma probabilmente mi sbaglio. La donna occidentale infatti lavora e quindi il “plurimenage” non è poi impossibile; inoltre lei stessa potrebbe avere più uomini.
Fatto sta che nel silenzio generale, da quanto riportano i giornali, risulterebbe che in Italia esisterebbero almeno 15000 unioni poligamiche celebrate religiosamente: si tratta di coppie di musulmani, secondo cui, come è risaputo, solo l’uomo può avere più mogli e non viceversa. Si preoccuperanno di questo i tollerantissimi italiani?
Ma chi se ne importa dei figli, dei rapporti fra i sessi, dei diritti delle donne: quello che conta è la libertà di autodeterminarsi. La costituzione almeno su questo punto, può essere cambiata.
C’è di che rabbrividire. Chi nega ogni principio e valore assoluto, per un attimo stringe la mani a colui che invece concepisce il mondo come pervaso e orientato dall’assolutezza di Dio e dei suo principi. Staremo a vedere.
Per concludere, qual è dunque il punto comune fra Islam e cultura radicale? Credo esso sia il non riconoscimento del diritto naturale, cioè la possibilità data a ciascuno di cogliere il bene e il vero semplicemente accettando il dettato della ragione naturale. E’ in nome di questo principio che comunisti e cattolici, in occasione dei lavori della costituente, hanno riconosciuto il valore della famiglia, della fedeltà, del matrimonio monogamico.

Views: 0

L’ombra di Faust sui pacs

Intorno ai PACS si è aperto un dibattito importante, delicato che va a toccare l’essenza stessa delle radici culturali dell’Europa e dell’Italia in particolare. E’ in atto un attacco diretto, frontale, violento anche nelle parole, oltre che nei modi, alla famiglia tradizionale.

Si sta insinuando con grande determinazione il concetto che la famiglia tradizionale eterosessuale, in cui un uomo e una donna accettino responsabilmente di vivere insieme e di responsabilmente educare i propri figli possa essere non più il modello, ma genericamente uno dei modelli di relazione familiare possibile. Il focus della diatriba non è certamente soltanto una questione di fede: anche non volendo prestare orecchio agli accorati appelli di Benedetto XVI° e della CEI, e prendendo in considerazione la questione anche da un punto di vista unicamente razionale, o genericamente laico, non possiamo non sottolineare il fatto che lo Stato dovrebbe incentivare quelle forme di vita che contribuiscono in primo luogo al bene comune e senza ombra di dubbio il maggior contributo al bene comune dovrebbe consistere nella procreazione e nell’educazione responsabile dei figli. Solo una società che investe responsabilmente nei figli può guardare al futuro con determinazione e speranza. In gran parte dell’Europa del nord, ormai secolarizzata e scristianizzata, presa e citata costantemente dai maestri del pensiero laicista nostrano, attanagliati da un complesso di perenne inferiorità culturale, come modello di riferimento sociale e giuridico, i risultati di politiche scellerate sulla famiglia hanno prodotto risultati drammatici. Perché allora questo impeto, anche in Italia, per cambiare la famiglia, un’istituzione che dura da migliaia di anni, da quando in qua è diventato così urgente garantire le nozze ai gay e la pensione alle coppie di fatto? Ripeteva Engels che «tutto ciò che esiste merita di morire»; una frase che fu pronunciata da Mefistofile, il diavolo, nel Faust di Goethe: una demoniaca volontà di distruzione. Vi è purtroppo una certa classe politica italiana che, come Faust sembra voler barattare l’anima della nostra cultura, delle nostra tradizioni, del nostro modo di intendere la famiglia, la società, la comunità in cui viviamo. In realtà, una certa classe politica non fa che confermare le sue antiche radici. Diceva ancora Engels che lo scopo della rivoluzione comunista non è migliorare le condizioni della classe operaia, ma «cambiare lo stato di cose presente». La distinzione è sottile. Vuol dire che un tempo si istigavano gli operai alla rivolta solo finché essi erano «la forza sociale più potente» (altra definizione di Engels. ndr); ora che non lo sono più, si scelgono altri nuclei sociali “potenti” e senza ombra di dubbio le lobbies omosessuali lo sono. Almeno, sono influenti in TV, nei giornali, nel mondo dello spettacolo, ma anche tra le forze politiche, anche in Italia, e soprattutto a livello europeo. La questione è drammatica in questo momento storico, inoltre, perchè anche una parte dei cattolici sembra seguire questa ventata di novità, mostrandosi culturalmente subalterna. Davvero, come si va ripetendo in questi mesi con una amara constatazione, sembra passato un secolo da quando il mondo cattolico seguiva soltanto le indicazioni di arcipreti e arcivescovi…oggi, nel nome di un moralismo falso e di una tolleranza fatta di indifferenza, preferisce accodarsi all’arcigay.

Views: 0

TE LO DO IO L’OROSCOPO

“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).

Views: 0

VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

Views: 0

Il piccolo e il padre.

La tragedia si è consumata in un attimo, un istante di qualche ora, nel freddo di una notte di Novembre. Tuo padre è arrivato come animato da un demone, nella tua stanza, mentre sognavi, ti ha afferrato. Cosa provasti in quei momenti: paura, sgomento o rassegnazione per l’ennesima intemperanza? Non èra la prima volta che papà “usciva pazzo”, però stavolta era forsennata la sua azione: ti afferrava, ti chiudeva la bocca, col nastro, per farti tacere e ti caricava in macchina insieme alle le sorelline e con poche parole, decise, concitate, perentorie. Dov’era la voce di Papà? E la paura cresceva. Ora correva, la macchina, ma dove, di notte ? Correva sino a spegnersi in uno schianto di ferro e alberi, vicino al lago. Vedevi le sorelline fuggire urlanti, stralunate, come impazzite, lontane dal Padre. Ma tu, no; forse perché eri più piccolo o chissà per quale dovere te ne stavi immobile, sul sedile, in attesa di tuo padre. Sì, di tuo Padre. E le braccia di lui, capaci di vincere il drago, ti strinsero troppo forte. Poi fu solo il freddo e un tuffo e l’acqua e ancora un freddo che sale, sale e si prende tutto, sino a vincerti. E a nulla valgono i soccorsi, le mani calde che premono, scuotono e vorrebbero ridarti il calore; resta il freddo.
Tuo padre aveva lottato per mesi, accerchiato da fantasmi e paure, irretito dalle passioni ti amava di un amore malato, che consuma, che possiede, che neanche più vede, tanto è fame e voglia di te.
Tuo padre voleva tua madre, con la forza, la picchiava, e voleva un lavoro, perso e una vita, persa.
Era assillato dal terribile timore di non vederti più e di non vedere le tue sorelle e tua madre, picchiata. Dissolti i legami, dissolto il mondo, non restavano che i giudici e le sentenze, gli affidamenti e i documenti e l’orrore del senso perduto.
Così tuo padre ha deciso di cancellare tutti i suoi amori, la realtà stessa, la sua casa. Voleva farla saltare, ma non ci è riuscito, pure lì ha fallito.
Non gli eri rimasto che tu, il piccolo e l’idea del volo in un lago gelido, di notte.
Ora vedo lo sguardo del bimbo, si insinua nel mio spirito come una spada. E’ dolcissimo, sbarazzino, con un tratto malinconico che mi sgomenta. La vita e poi la morte; sempre in attesa, lei, sempre inutile, sempre uno spreco, sempre banale, un non-senso.
Non esistono cause, l’intreccio dei destini è troppo complesso, le trame della vita un labirinto, un gomitolo inestricabile. E seppure giungessimo ad una spiegazione e che stabilisse con precisione ogni responsabilità, ogni passaggio che porta all’epilogo tragico, nulla muterebbe nel nostro cuore, perché la morte ci sembra assurda, la morte dell’innocente e quella del colpevole. Semplicemente non la vorremmo.
Ma siamo quello che siamo, pieni di limiti, ogni nostro passo e parola ce lo rivela. C’è un male che ci intride a tal punto da insinuarsi persino nell’amore di un padre, un male capace di mutarne il segno, di trasformare il bene in male.
Non ci resta che il silenzio. Ma piccolo e sconosciuto bimbo, tu mi manchi e mi manca il tuo futuro e il tuo essere uomo. Tutto, tutto ancora una volta in questa storia sfugge è troppo grande per l’umana finitezza privata dei legami vitali che un tempo ci facevano meno soli.

Views: 0

Dellai al convegno della Compagnia delle Opere. Più sussidiarietà, per rafforzare la società civile

Interessanti gli interventi proposti al convegno dal titolo “Sussidiarietà significa valorizzare l’esperienza di ognuno e renderla utile per il bene comune”, che a Trento ha concluso l’assemblea elettiva della Compagnia delle Opere Regionale (dalla quale per la cronaca è uscito confermato il presidente, Giuseppe Todesca). Mi riferisco in particolare alla testimonianza di Paolo Cainelli, della cooperativa Grazie alla Vita, del settore noprofit della CdO, che si occupa di accoglienza e cura dei disabili, e alla riflessione del presidente della Provincia Lorenzo Dellai (nella foto accanto a Todesca).

Cainelli ha ripercorso l’ormai quasi trentennale vicenda della cooperativa sociale di Mezzolombardo – la prima del genere sorta in Trentino – e quella della successiva legislazione provinciale e statale in materia, documentando come la sussidiarietà non sia innanzitutto “ingegneria politica” ma un fatto, perché prima nascono le opere, dall’esigenza di rispondere alle domande destate dalla realtà e dai rapporti umani e di lavoro, e poi interviene l’ente pubblico a sostenerne l’impegno a vantaggio di tutti. Ed è significativo che la crescita di Grazie alla Vita, il cui fatturato è oggi di 1 milione e 300mila euro, più di quello di una microimpresa, non sia frutto di una strategia, ma della disponibilità a farsi carico dei bisogni incontrati. Da segnalare anche, per dire dell’utilità sociale dell’opera, che la cooperativa ha un costo medio annuo per utente di 23mila euro, mentre per l’assessorato provinciale alle politiche sociali l’assistenza dei disabili richiede almeno 32.600 euro.

“Il terreno in cui vi muovete è prepolitico”, ha esordito Dellai evidenziando il contributo della CdO al rafforzamento della società civile, necessario perché essa possa dialogare con la politica. “Del resto la stessa sussidiarietà – ha aggiunto – è un tema prepolitico trasversale ai partiti, che favorisce però il dialogo indispensabile per sfuggire ad una concezione sbagliata del bipolarismo inteso come scontro tra bande. Il dialogo prepolitico è la condizione di un bipolarismo non solo mite ma politicamente utile e intelligente. Questo è l’approccio giusto con cui la politica può ritrovare la bussola dopo una lunga fase di transizione”.

Secondo il presidente della Provincia è urgente che il Paese superi due atteggiamenti inadeguati. Il primo si oppone alla sussidiarietà verticale e appartiene a chi crede che solo lo Stato possa tutelare e certificare i diritti fondamentali, e questo spiega la lentezza e l’estrema difficoltà con cui in Italia si affermano il regionalismo e la relativa riforma costituzionale. Il secondo è invece in contrasto con la sussidiarietà orizzontale perché attribuisce allo Stato il monopolio dell’interesse generale, di cui solo l’ente pubblico può ritenersi garante. Il che giustifica la pretesa non solo di controllare ma anche di gestire tutto.

“Si tratta – ha osservato Dellai – di visioni arcaiche, legate ad una visione corporativa e soprattutto alla paura del futuro. La risoluzione di queste due grandi questioni – ha continuato – sarà imposta a livello europeo dalla necessità di cambiare radicalmente l’attuale modello di Welfare State. Diversamente, l’ente pubblico non avrà più le risorse per mantenerlo e noi saremo attratti da altri modelli inadeguati perchè non coniugano libertà e giustizia, merito e uguaglianza, solidarietà e sviluppo competitivo. E’ proprio per evitare queste ulteriori derive che occorre sperimentare la pista della sussidiarietà”.

Secondo il presidente questa sfida vale anche per il Trentino il cui portato storico non ci consegna solo una Provincia autonoma molto forte, ma anche un “polo della società civile (associazionismo, cooperazione, volontariato e no profit) fortunatamente vivo e presente. Tuttavia per Dellai anche in Trentino c’è bisogno di favorire l’evoluzione di questo sistema investendo di più sulla cultura della sussidiarietà.

“In questa prospettiva la discussione sulla riforma del Welfare potrà rivelarsi senso un’occasione importante di dialogo e confronto di qualità e senza pregiudiziali alla ricerca di soluzioni nuove”. Certo – ha precisato il presidente – anche l’autonomia fiscale è un obiettivo che la Provincia deve perseguire per dare più libertà ai soggetti della società civile e ridurre la loro dipendenza dai finanziamenti pubblici. “Tuttavia – ha aggiunto – sussidiarietà vuol dire soprattutto rifare il Welfare, superando le stanchezze che il nostro sistema ha accumulato e muovendosi sul piano della qualità. Nel nostro sistema sociale, infatti, purtroppo non sempre l’offerta segue la domanda come nel caso di Grazie alla Vita, ma la domanda è indotta dall’offerta. Non si tratta semplicemente di trasferire responsabilità e poteri dal pubblico al privato ma di rimettere completamente in discussione un modello ormai inadeguato”.

Dellai ha infine voluto “lasciare” alla CdO un pensiero non da presidente della Provincia ma da cittadino e da cattolico. “Al di là di come i partiti e le coazioni si organizzeranno – ha detto – la domanda vera è: quanta capacità hanno oggi i cattolici di costruire insieme una società civile forte? Si tratta allora di accelerare un processo che permetta a tutte le espressioni sociali dei cattolici di collaborare alla costruzione di una società civile forte. Si tratta di un lavoro prepolitico che interessa tuttavia anche la politica, che trarrebbe solo vantaggi dal trovarsi di fronte ad una società civile forte.

La sussidiarietà – ha concluso Dellai – è molto esigente ed è in contrasto con tutti i sistemi attuali informati ai principi della delega, della attesa e della protesta dettata spesso dalla volontà di non condividere nulla con nessuno”.

Antonio Girardi

Views: 0

Satira

Satira 15. 11.2006.
La vicenda della satira nei confronti del Papa ha conosciuto in questi giorni un inasprirsi della polemica; i termini della questione sono grosso modo questi: da una parte si nota come i simboli religiosi non possano essere esposti al pubblico scherno, dall’altra si rivendica l’assoluto diritto di satira, in nome della libertà di espressione.
Ma cos’è la libertà di espressione svincolata dalla realtà dei sentimenti, delle tradizioni, delle culture, insomma della vita? Qualche anno fa lessi di un signore che si presentò ad un funerale e durante il tragitto della salma dalla chiesa al camposanto cominciò a raccontare barzellette, con ciò espletando appieno il diritto di parola. Lo sventurato venne linciato dalla folla inferocita. Qualcosa di analogo accadde quando il tifoso di una squadra di calcio si mescolò agli ultrà avversari e improvvisamente, per festeggiare il vantaggio della propria compagine, si tolse la giacca mostrando orgogliosamente al divisa immacolata del club di appartenenza. In questo caso portò a casa la pelle, pur con varie contusioni, ma il suo comportamento fu giudicato dai più, perlomeno imprudente.
Per certi aspetti, nei casi rappresentati, la folla ha “censurato” due persone che avevano superato un limite tacitamente riconosciuto da tutti. In entrambe le situazioni ciò che ha generato la reazione è la presunta offesa di un sentimento, qualcosa che in senso lato possiamo chiamare sacro, cioè intangibile, sottratto alla presa della nostra volontà di intromissione.
I Codici Civili proprio per questo hanno “da sempre” previsto, per ragioni simili, il reato di vilipendio alla bandiera, o di oltraggio al sentimento religioso; un tempo la bestemmia stessa era oggetto di possibile denuncia. Tutte le culture, perciò, censurano comportamenti e messaggi che possano recare offesa all’intangibilità di alcuni valori “spirituali”. Nel caso in questione, cioè la messa in ridicolo della massima autorità religiosa cattolica attraverso delle gag -peraltro miserelle in quanto a capacità di muoverci al riso- la satira si rivela sempre più come lo specchio di un mondo privo oramai di ogni limite. Si ride dei morti, si ironizza sulle disgrazie, si sbeffeggiano le religioni, con la stessa assenza di pudore che si rivela nei reality show, dove tutto è esposto con l’obiettivo di generare consenso, evasioni, effimero, audience. In nome della creatività senza vincoli dei singoli, lo spazio privato è violato. Con analoghe motivazioni la coscienza religiosa è violata, perché colpendo il Papa si vìola sia un sentimento religioso comune sia il privato sentire di ogni singolo. Questa storia della satira dunque rivela l’arroganza di un potere mediatico oramai in preda al delirio di onnipotenza. Potere che si esercita tra l’altro non contro i potenti, non contro i fautori d’ingiustizia, non contro tutte le forme di integralismo, ma contro chi, per ruolo e autorevolezza morale non può difendersi.
Un elemento positivo però mi pare possa evidenziarsi: le reazioni indignate di molti cittadini rivelano come la nostra società possegga ancore degli anticorpi, delle autocensure che prescindono dalle leggi e che si esprimono nel sentimento di sdegno. Oggi è impensabile parlare di censura come pratica formalmente stabilita, per quanto esistano in molti campi forme di censura indiretta che tacitano coloro che sono considerati dissidenti o scomodi.
Forse, l’unica forma di censura ammessa per il futuro delle società liberali sarà questa: il sentire comune che si indigna e ci richiama alla necessità di un limite.
Saremo capaci, in futuro, di coglierlo questo limite? Se ciò accadrà lo dovremo in parte anche alla forza di stimolo morale della Chiesa. E’ questo, che sta accadendo, ora , mentre discutiamo sulla liceità o meno di certa satira.

Views: 0

Il Codice da Vinci e la verità su Gesù

La Parrocchia di S.Giovanni di Borgo Sacco, (Rovereto) organizza un incontro con il prof. Marco Fasol, autore del libro "Il codice svelato", dal titolo "Il Codice da Vinci e la verità su Gesù". L’appuntamento è fissato per venerdi 10 novembre ad ore 20:30  presso l’oratorio di Borgo Sacco, in via Zotti.  Volentieri diamo risalto all’iniziativa, che tra l’altro ci ha visti promotori alcuni mesi fa di uno stesso incontro a Trento proprio con Marco Fasol. Considerato il successo di pubblico, ottenuto in quell’occasione e la capacità dell’autore di mettere in luce i retroscena a dir poco "surreali" di Dan Brown, consigliamo vivamente la partecipazione.

Views: 0

Sabato 25 novembre la Giornata della Colletta Alimentare

E’ in programma anche in tutta la nostra regione, sabato 25 novembre, la decima Giornata della Colletta Alimentare.

Promossa dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus del Trentino Alto Adige con la collaborazione delle sezioni locali dell’associazione Nazionale Alpini e i Nuvola (protezione civile), quest’anno la Giornata della Colletta Alimentare coinvolgerà nel nostro territorio oltre 2000 volontari, che in 150 supermercati raccoglieranno i prodotti appositamente acquistati e consegnati loro dai clienti all’uscita

Sarà poi lo stesso Banco Alimentare a stoccare gli alimenti e ridistriburli a 33 associazioni ed enti convenzionati rispondendo così al bisogno di più di 6000 persone.

Tutti possono partecipare all’iniziativa sia come volontari sia come acquirenti dei prodotti da lasciare al Banco Alimentare. Per avere informazioni e aderire alla Giornata della Colletta basta rivolgersi a Duilio Porro, presidente del Banco Alimentare del Trentino Alto Adige-Onlus (cell: 328-8217330).

Views: 0

Sos Libano. Appello per la raccolta di aiuti umanitari

Le drammatiche vicende della guerra israelo-libanese sono a tutti note. Il 12 luglio 2006, gli Hezbollah, militanti islamici del Partito di Dio, attivo nel Libano del sud nell’ambito di una estenuante guerra di rivendicazioni territoriali che prosegue ormai da più di vent’anni, sferrano un attacco contro le truppe israeliane uccidendo otto militari israeliani e rapendone due.

Immediata e violentissima la replica di Israele, che, affermando di interpretare il blitz degli Hezbollah come una dichiarazione di guerra, scatena un conflitto indiscriminatamente proteso alla distruzione del Libano intero.

Numerose ed eloquenti, durante e dopo l’attacco, sono state le prese di posizione critiche sulle ragioni e sugli esiti del conflitto: dai pronunciamenti delle organizzazioni umanitarie, alle esplicite dichiarazioni di numerosi prelati cristiani dell’area mediorientale, alle esternazioni di uomini insospettabili come l’attore ebreo Moni Ovadia…

Non è forse inutile riassumere attraverso le parole di Monsignor Fuad Twal, vescovo di Gerusalemme, le difficoltà che si presentano a chi tenti una ricostruzione delle vicende mediorientali. Presente a fine agosto al famoso Meeting che C.L. organizza annualmente a Rimini, Mons.

Twal, denunciando la manifesta partigianeria dei mass media internazionali, oltre ad esprimere il proprio punto di vista sulla guerra di Israele in Libano, ha ricordato che: "L’informazione è pilotata e non obiettiva. Ci vorrebbe più senso critico, che invece manca. Israele è forte in tutti i sensi e i mass media sono influenzati e così nessuno osa parlare di occupazione israeliana. (…)

Io sono responsabile religioso in Israele, Palestina e Giordania e voglio bene agli abitanti di questi tre stati e posso solo dire che oggi esiste una occupazione militare che può solo raccogliere ulteriore resistenza. Che Dio ci aiuti a ritrovare la via del dialogo, della ragionevolezza, della carità e ridia speranza a questa terra la cui vocazione è di essere una terra di pace e non di sangue".

Per consentire una valutazione sintetica ma effettiva sul significato e sugli scopi di questo ultimo grande conflitto mediorientale, non è in ogni caso superfluo riportare le cifre aride, eppure pregnanti, del disastro libanese, tutte desunte dalle più qualificate fonti giornalistiche del Paese dei cedri:

* l’ingaggio pianificato e ripetuto di obiettivi non militari ha causato la morte ed il ferimento rispettivamente di 1283 e 4055 civili. Significativamente l’83% dei decessi riguarda donne e bambini; tra questi ultimi, un quarto sono al di sotto dei 12 anni. I profughi libanesi sono stati circa 1 milione. Circa 70.000 persone hanno lasciato definitivamente il Paese;

* in 33 giorni l’aviazione israeliana ha compiuto 40.000 ore di volo e 15.500 raid aerei, portando distruzione e morte sul territorio libanese con circa 150.000 bombe. Senza alcun rispetto per le convenzioni internazionali sono state sganciate in quantità bombe al fosforo, bombe a grappolo e persino ordigni contenenti sostanze chimiche il cui contenuto resta a tutt’oggi non identificato. Più volte si sono levati in volo sino a 200 bombardieri contemporaneamente a desolare il Libano. L’artiglieria campale e la marina israeliana hanno sparato circa 175.000 bombe contro il territorio libanese;

* le bombe ancora inesplose, appositamente impiegate dagli israeliani come strumenti di guerra a scoppio ritardato per causare il maggior numero di morti e feriti dopo il cessate il fuoco, sono circa 1 milione e 200 mila (calcolate tenendo conto degli ordigni derivanti dalla frammentazione delle bombe a grappolo), sparse in tutto il paese. In base a rapporti militari e di associazioni libanesi ed internazionali, si parla di un periodo lunghissimo, difficilmente quantificabile, per la bonifica del territorio libanese;

* le costruzioni adibite a civile abitazione parzialmente o completamente distrutte, e quelle più in generale danneggiate, sono in totale circa 60.000, di cui la metà sono state rase a suolo. Soltanto nella periferia meridionale di Beirut, zona a maggioranza sciita, sono stati rasi al suolo 106 palazzi, per un totale di circa 5.000 abitazioni; * novecento sono le industrie e gli esercizi commerciali distrutti;

* i ponti distrutti dall’aviazione israeliana in Libano sono 70;

* i danni alla rete idrica ammontano a 75 milioni di dollari;

* i danni al sistema di approvvigionamento elettrico del Paese sono stimati per 180 milioni di dollari. Il bombardamento dei serbatoi di carburante nelle centrali elettriche di Jiyeh – 23 chilometri circa a sud di Beirut – ha comportato il (necessariamente) previsto riversarsi in mare di 15.000 tonnellate di petrolio, fatto questo che oltre al danno in sé e per sé (svariati milioni di dollari di carburante “bruciati”), ha causato una catastrofe ambientale su tutta la costa libanese, così ponendo una pesante ipoteca sulle possibilità del Libano di risollevarsi grazie al turismo proveniente dall’estero, facendo leva sulle proprie attrattive naturalistiche.

Ripercussioni gravissime, ancora non quantificabili, sono quelle che vanno di conseguenza ad incidere sulla vitale economia di sfruttamento delle risorse ittiche del mare libanese, da sempre essenziali per il sostentamento delle popolazioni costiere, che costituiscono la stragrande maggioranza del popolo libanese.

Non è secondario, in definitiva, considerare quale sia stata la portata del volume di fuoco israeliano contro il cuore di un Paese che ha un’estensione territoriale di circa 10 mila km quadrati (poco meno della metà della Lombardia, per avere un’idea più concreta), la più gran parte dei quali sono rappresentati da una dorsale montuosa, poco ospitale e scarsamente popolata.

Lo scopo di mettere in ginocchio il Libano nell’ambito di una guerra che non ha mai inteso limitarsi a sconfiggere alcune migliaia di guerriglieri Hezbollah, è evidente a chi voglia riconoscere l’evidenza: da regione che poteva competere – unica nell’area di riferimento – con la stessa Israele, in ogni campo di rilevanza culturale ed economica – anche grazie ai propri esclusivi legami con l’Occidente, possibili in forza della massiccia presenza, anche nella vita pubblica, di esponenti della comunità cristiana libanese – attualmente il Paese dei cedri avrà davanti a sé lunghi anni di sforzi esclusivamente finalizzati alla sopravvivenza ed alla ricostruzione.

Israele stessa è stata infine costretta dalla medesima natura delle cose ad esplicitare almeno parzialmente i propri scopi. Ciò è avvenuto in specialissimo modo quando l’esercito ebraico si è disperatamente ma inutilmente accanito per penetrare nel territorio libanese del sud sino al fiume Litani – tutte le fonti giornalistiche sono state costrette a riportare questo dato, anche se per lo più mistificandone il valore – nel tentativo di occupare un’area strategica, accaparrandosi una bramata ed importantissima porzione delle risorse idriche libanesi.

Si tratta di mire ormai datate, che di certo Israele continuerà a perseguire. I media occidentali non hanno però riportato un altro – uno dei numerosi – sintomatico aspetto della guerra israeliana in Libano.

Come a Betlemme, dove l’esercito ebraico, approfittando dell’eterno conflitto israelo-palestinese, nel 2002, aveva mitragliato e danneggiato senza scopo apparente la Basilica della Natività, uno dei luoghi più cari della cristianità, così anche oggi, anche in Libano, dietro alla cortina pretestuosa della guerra contro l’Islam, Israele ha bombardato e distrutto almeno 15 fra chiese e monasteri nella sola regione di Tiro, coinvolgendo anche vari villaggi cristiani, come ha denunciato Mons Georges Bakouni, metropolita di Tiro dei greco-melkiti. “Israele – ha ricordato con estrema franchezza quel prelato – ha voluto bombardare le nostre chiese, i nostri villaggi perché vuole svuotare il Libano dei cristiani”.

Qualunque lettura peraltro si voglia dare del conflitto, sarebbe falsificante sostenere che la distruzione del Libano, di interi ed estesi quartieri residenziali, la pressoché totale tabula rasa fatta delle infrastrutture civili, dei ponti, delle arterie più importanti e vitali, delle fonti di approvvigionamento, delle reti di distribuzione idrica per l’irrigazione dei campi… sia servita al solo, propagandato scopo di estirpare gli Hezbollah.

Il dissanguamento delle risorse materiali di un Paese è un abusato sistema di deportazione (peraltro noto agli studiosi di dottrina militare) di desolazione, di condanna a morte: “pulito”, scientifico, estremamente efficace, che ovviamente colpisce tutti; i civili in primissimo luogo: i cristiani, gli sciiti, i sunniti… Chi non intende morire sotto i bombardamenti, chi comprende l’esigenza elementare di fuggire da un’area priva di fonti di sostentamento su cui ormai aleggiano lo spettro della morte, il terrore di un nuovo e più devastante conflitto, il timore della diffusione di contagi in condizioni igieniche e di approvvigionamenti idrici ed alimentari spaventose, se ne va con il proprio carico di stracci.

È meno inquietante il timore di perdere la vita per strada che non quello di restare. La dispersione della classe media, soprattutto dei cristiani, che da sempre rappresentano parte qualificante della dirigenza libanese, pone il Libano in una condizione angosciante.

Anche se la ricostruzione procede, il Libano è attualmente privo di numerosi servizi essenziali: la distruzione delle infrastrutture ostacola potentemente il recupero collettivo. Gli ospedali e più in generale tutti i servizi sanitari non riescono ad operare correttamente.

E ciò che vale per la sanità vale per ogni altra ipotesi di azione sociale ed individuale. In molte zone scarseggiano cibo, acqua, servizi, medicinali e in buona parte la possibilità stessa di avere quei rapporti che sono indispensabili per recuperare il necessario.

La distruzione del tessuto connettivo del Libano ha effetti che difficilmente in Occidente si possono rappresentare: le ridotte dimensioni del Paese dei cedri hanno determinato una situazione per cui senza aiuti dall’esterno è difficilissimo recuperare facendo affidamento sulle proprie forze, ormai disperse, dissanguate e slegate.

Ad oggi, nell’ottobre del 2006, la possibilità di coordinare dall’interno il sistema sono in effetti misere. Nel tentativo di fornire il mio modesto apporto a favore del Libano, mi rivolgo a chi vorrà sostenere concretamente le attività intraprese a favore del mio Paese d’origine, effettuando un versamento sul conto corrente postale di seguito indicato.

Dall’Italia, che è ormai da molti anni divenuto il mio Paese di adozione, aiutato da alcuni amici, tengo contatti diretti con alcune realtà ecclesiali libanesi, in particolare con la Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo (Kafarchima – Beirut), attivissima nella propria opera di sostegno spirituale e materiale a favore di chi crede che il Libano possa ancora una volta risollevarsi dalla polvere.

Confidando nella Provvidenza, di cui ognuno di voi potrà essere benefico messo, mi affido alla vostra generosità, una generosità che – ne ho la certezza – verrà ricompensata da Chi scruta le reni ed i cuori.

Don Elie Wehbe (Padre Ildebrando) – Padre Benedettino Abbazia San Miniato Via del Monte alle Croci, 34 50125 Firenze C.C. Poste italiane n. 000075343129, causale: SOS LIBANO www.soslibano.it e-mail: soslibano@gmail.com

Views: 0