Studiosi faziosi

Leone XIII, come scrive Angela Pellicciari nel suo “Leone XIII in pillole”, ricordava ai cattolici l’importanza di una storiografia seria e veritiera, per la difesa del cristianesimo dai suoi calunniatori. Purtroppo però non si può dire che il suo invito abbia trovato molti ascoltatori. Per anni e anni, almeno dal Settecento, la rilettura faziosa della storia è stata una delle armi di chi cercava di imporre la propria ideologia. La storia della Chiesa ne è uscita con le ossa rotte. Oggi il tasso minimo di pregiudizio nei suoi confronti è altissimo. Il “Calunniate calunniate, che qualcosa resterà”, ha fatto il suo effetto. Farò solo un esempio, che riguarda le mie letture di questi giorni.
Ho ripreso in mano la storia delle civiltà precolombiane, per comprendere meglio il perché l’America Latina di oggi sia ancora un paese per tanti versi così problematico. Sono convinto infatti, che lo sfruttamento delle multinazionali e le politiche spesso inique di Inghilterra e Usa, non siano sufficienti a rispondere alla domanda. So però che la risposta di molti, è quasi scontata: la colpa prima sarebbe dei conquistadores spagnoli, della colonizzazione dei “cristiani”. Prendiamo in considerazione un’ autorità come lo storico William Prescott, autore di un classico, “La Conquista del Messico”, edito in Italia dalla laica Einaudi. Prescott è uno dei tanti che hanno contribuito a creare la “leggenda nera” anticattolica. Nel suo libro descrive una società, quella azteca, in cui vigevano la poligamia e la schiavitù; in cui gli schiavi venivano immolati sulla tomba dei loro padroni, e le guerre continue servivano a procacciare il materiale umano per i sacrifici rituali di massa. Prescott parla di circa 50.000 sacrifici umani all’anno.

Ai sacrificandi, anche donne e bambini, “venivano inflitte torture preliminari del genere più squisito”, che terminavano con squartamento tramite un affilato rasoio e l’estrazione del cuore. A cui seguiva il pasto cannibalico. Dopo simili agghiaccianti descrizioni, Prescott aggiunge: “Va tuttavia notato che tali torture non erano suggerite da una spontanea inclinazione alla crudeltà…ma erano tutte rigorosamente prescritte dal rituale azteco e indubbiamente venivano inflitte con lo stesso rimorso che un devoto del santo Uffizio doveva a volte risentire nell’eseguirne i più crudeli decreti”. Ancora: “Riflettendo sui costumi ripugnanti descritti nelle pagine che precedono, si trova difficile conciliare la loro esistenza con una qualsiasi forma di governo o con un progresso nella civiltà. Eppure i Messicani hanno molte caratteristiche per potersi definire una comunità civilizzata. Si può forse comprendere meglio questa anomalia, riflettendo sulla condizione di qualcuna delle più progredite regioni d’Europa, nel secolo XVI, dopo la fondazione della moderna Inquisizione: una istituzione che ogni anno distruggeva migliaia di uomini con una morte più penosa dei sacrifici aztechi; che armava il fratello contro il fratello, e che…ha contribuito ad arrestare il cammino del progresso, più di ogni altro sistema escogitato da umana astuzia. Il sacrificio umano, per quanto crudele, non ha nulla in sé di degradante per le sue vittime. Si potrebbe piuttosto dire che le nobilitasse, dedicandole agli dei. Quantunque tanto terribile tra gli Aztechi, era a volte da essi accettata volontariamente, come la morte più gloriosa, la morte che apriva un sicuro accesso al paradiso. D’altro canto l’Inquisizione macchiava invece d’infamia le proprie vittime in questo mondo, e le consegnava alla dannazione eterna nell’altro”. Insomma: per nobilitare gli Aztechi, non cristiani, Prescott arriva ad affermazioni allucinanti contro la presunta inciviltà dell’Europa cattolica e contro l’Inquisizione, cui si attribuiscono malvagità inaudite nella storia umana. Anche J. Eric S. Thompson, nel suo “La civiltà Maya”, arriva a sostenere simili infamie. Dopo aver descritto i sacrifici Maya, analoghi a quelli aztechi, conclude: “Questo però va detto in difesa dei Maya: tutti, a cominciare dalla vittima, credevano che questa venisse immolata per il vantaggio di tutti. E’ improbabile che vi fosse una simile unanimità quando nei nostri paesi venivano bruciate streghe, vittime di isterismo collettivo, non di una creduta necessità comune”.
Che dire di queste affermazioni? Basterebbe conoscere almeno un po’ la civiltà dell’Europa del XVI secolo, per indignarsi. Ma per gli appassionati di denunce anticattoliche, si può ricordare quello che la storiografia più recente sa molto bene: che in Europa, in svariati secoli, le condanne a morte per stregoneria furono circa 60.000, cioè poco più del numero dei sacrifici aztechi in un solo anno; che i tribunali che emisero il più alto numero di condanne furono quelli laici; che la caccia alle streghe fu più invasiva nel nord protestante, dove l’Inquisizione cattolica non esisteva; che, infine, in Italia e Spagna, fu proprio l’Inquisizione a permettere che il numero delle condanne per stregoneria fosse ridotto al minimo. Non mi sembra decoroso offendere così la memoria di centinaia di migliaia di persone squartate per tenere in vita il dio sole, solo per sputare sulla Chiesa cattolica e sul nostro passato.

Il Foglio, 4 agosto 2011

MA LA CREAZIONE NON E’ MATERIA INERTE… Cristianesimo e sacralità della natura

La tradizione spirituale giudaico-cristiana, per salvaguardare la Trascendenza e l’Unicità divine, ha negato alla Creazione ogni valore “divino”. Questo tuttavia non ha impedito al Cristianesimo di concepire per secoli una visione “sacra” e simbolica del creato, visto come Vestigia Dei, che nulla ha da spartire con la prospettiva esclusivamente quantitativa e meccanicistica del materialismo moderno.

 

Qualche decennio fa, un (allora) noto teologo come  W. Kern[1], nel tentativo di “costruire un ponte” fra la visione materialista e secolarizzata della realtà e la visione cristiana, affermò che la moderna visione “profana” del mondo deriverebbe dalla concezione ebraico-cristiana, che attraverso il concetto di creazione ex nihilo avrebbe demitologizzato e quindi mondanizzato il cosmo. Questo giudizio, che pur così tanti consensi ha finito per raccogliere nello spaesato mondo della teologia contemporanea, si scontra tuttavia con una millenaria riflessione che dal mondo biblico ci accompagna fino agli albori della modernità e che proprio dalla visione creazionista trae spunto. Senza negare la prospettiva decisamente antropocentrica del Cristianesimo, infatti, non si può nemmeno ignorare come per secoli la tradizione ebraico-cristiana abbia affiancato allo studio del “Libro della Rivelazione” (la Scrittura), l’attenzione e la contemplazione del “Libro della Creazione” (l’Universo); a tal punto che ancora in tempi relativamente vicini, persino lo stesso Galilei ha potuto riprendere l’idea tradizionale e “cattolica” (universale) dei “due libri” scritti dal medesimo Autore divino, per giustificare quella “razionalità del mondo” a partire dal quale lo scienziato pisano ha gettato le basi teoriche del suo “metodo”.

 

–          Vestigia Dei.

 

Già nell’Antico Testamento, pur nel quadro di una prospettiva più “storica”, il cosmo e la natura non rappresentano affatto un aspetto marginale della realtà. Ne fanno fede, tra gli altri, i celebri “Salmi cosmici” e i cantici in cui il cosmo nella sua interezza partecipa della lode e del provvidenziale amore di Dio. Specie nella letteratura sapienziale, il cosmo è visto come una realtà che partecipa profondamente dell’azione di Dio: Dio può essere conosciuto per analogia a partire dalla creazione (Sapienza 13, 5), e la conoscenza della creazione nei suoi ritmi nascosti è considerata dono della sua Sapienza[2].

 

Anche nel Nuovo Testamento, pur in un contesto antropocentrico di salvezza umana, il cosmo e la natura rientrano appieno nelle cure e nelle attenzioni della Provvidenza divina. Gesù compie molti dei suoi miracoli sugli elementi naturali e nel famoso discorso sui gigli di campo[3], pur affermando il valore unico della persona umana, Egli riafferma la misteriosa partecipazione di tutto il creato alle attenzioni divine.

 

Nella teologia paolina, inoltre, è chiaramente presente una riflessione di carattere cosmico, specie nel noto passo di Rm. 8,19;21:“La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità, (non per suo volere ma per volere di colui che l’ha sottomessa), e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare  nella libertà della gloria dei figli di Dio”.  Paolo, naturalmente, ribadisce sempre la centralità dell’essere umano, ma il suo non è un antropocentrismo esclusivista; per Paolo esiste un’interazione fra Dio, uomo e mondo, in cui l’uomo è l’elemento centrale attraverso il quale tutta la realtà è destinata alla redenzione. Questa visione, del resto, si avvicina alla teologia dei primi capitoli di Genesi, in cui è messo in evidenza il rapporto esistente fra la condizione spirituale dell’uomo e l’armonia della natura: la terra, infatti, viene fisicamente coinvolta nelle conseguenze del peccato di Adamo[4].

 

La creazione, dunque, non può in alcun modo essere assimilata ad una “materia inerte”, e la visione biblica della natura è qualcosa di infinitamente più “sottile” e di radicalmente diverso dalla prospettiva meccanicistico-profana della modernità.

 

Le tematiche cosmiche, in seguito, verranno riprese nella riflessione di molti Padri: così, per Clemente Alessandrino, esiste una “simpatia” fra tutti gli esseri che fanno parte dell’”unità cosmica”[5]; per Ireneo, il cosmo è il grande tò Pan (il Tutto), in cui ogni aspetto interagisce con gli altri[6]; mentre per Evagrio Pontico “un unico logos compenetra tutte le cose”[7].

 

Questa visione della natura e del mondo verrà continuamente rielaborata per tutto il Medioevo: in tale prospettiva, possiamo ricordare ad esempio una figura straordinaria come Ildengarda di Bingen, che presenta nella sua opera una visione sacra e simbolica della natura in cui l’essere umano appare al centro di un’armonia cosmica che promana da Dio[8]. Una teologia della natura si ritrova ancora, quasi agli albori dell’età moderna, nella scuola francescana, che sulla scia della profonda intimità con la creazione dimostrata dal suo fondatore, elabora, per l’ultima volta in Occidente, una visione dottrinale (San Bonaventura) in cui il cosmo è concepito come “Vestigia Dei” e aiuto nella contemplazione[9]; e se è pur vero che tale riflessione cosmica passerà in secondo piano dopo Lutero e la Riforma cattolica (in cui le prospettiva moralistica e individuale diverranno giocoforza preponderanti), essa sopravviverà nell’Oriente cristiano, giungendo più viva che mai fino ai nostri giorni. Il pensiero cristiano-orientale, infatti, ha sempre avuto il senso di una particolare “vocazione cosmica”[10]. Questa caratteristica si è conservata, in tempi recenti, nella scuola “sofiologica” russa – di cui hanno fatto parte figure come Soloviev, Florenskij, Evdokimov e Bulgakov. La Sofiologia è una riflessione sulla Sapienza divina intesa come energia che pervade tutto il creato, a partire dalla quale anche la dimensione cosmica assume l’aspetto di una vera realtà liturgica. Come scrive Pavel Evdokimov: “solo la sofiologia, gloria della teologia ortodossa attuale, solleva l’immenso problema cosmico. Essa si oppone ad ogni cosmismo agnostico, idealista, a ogni materialismo evoluzionista e vede il cosmo liturgicamente”[11].

            La visione “secolarizzata” della natura, pertanto, lungi dall’essere una conseguenza necessaria della visione creazionista giudaico-cristiana, è solo un’invenzione di quel materialismo moderno che ha creduto di poter dominare demiurgicamente il creato: lungi dal garantire la Trascendenza del Creatore, infatti, la “mondanizzazione” del mondo e la sua dissacrazione, il misconoscimento delle Vestigia Dei e del valore simbolico del cosmo, non sono stati altro che il primo, ineliminabile passo verso l’eliminazione di Dio dalla prospettiva di vita dell’uomo contemporaneo.

 



[1] Cfr. W. Kern, Dio ha tratto il mondo dal nulla, in Mysterium Salutis, vol. IV, Brescia 1970, pp. 154-157

[2] “Egli mi ha dato la vera conoscenza delle cose, per comprendere il sistema dell’universo e la forza degli elementi” (Sap. 7,17).

[3] Mt. 6,25-34; Lc. 12, 22-34

[4]“Maledetto sia il suolo per causa tua” (Gn. 3,17)

[5] Clemente Alessandrino, Stromata, 5,133,7

[6] Ireneo, Adversus haereses, 1,4, PG 7, 477ss

[7] T. Spidlik, La spiritualità dell’Oriente cristiano, cit., p. 123

[8] La principale opera “naturalistica” di Ildengarda, il Liber Scivias, è pubblicata su “Corpus Christianorum – Continuatio Medievalis”, voll. 43-43A, Brepols, Turnhout, 1978. Sulla figura e sul pensiero di questa grande mistica e teologa ricordiamo: Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, In una aria diversa. La sapienza di Ildengarda di Bingen, Milano, 1992; Sabina Flanagan, Ildengarda di Bingen. Vita di una profetessa, Firenze 1991.

[9] Bonaventura da Bagnoregio, Itinerarium mentis in Deum, 1, 1-15

[10] T. Spidlìk, La spiritualità dell’Oriente cristiano, cit., p. 319 

[11] Cit. in ibidem, p. 124

Per l’Unità Giordano Bruno è il precursore degli scienziati moderni

Come è possibile che il mito di Giordano Bruno come scienziato incompreso e, per questo motivo osteggiato dall’oscurantista Chiesa Cattolica, venga riproposto continuamente? Eppure basterebbe una semplice verifica, per non cadere più in questo luogo comune. Come tutti sapranno, il 6 agosto 2011 tutti i quotidiani hanno riferito la notizia del finto telegiornale del tg 3 in cui si dava l’annuncio dell’arrivo degli alieni. Proprio il giorno in cui nel web impazzava il video col finto annuncio dello sbarco alieno dato dal tg3, sulla pagina scientifica dell’Unità appariva un articolo dal titolo “Alieni, forse qualcuno c’è”. Ma quali sarebbero secondo l’autorevole quotidiano i motivi per ritenere che “forse qualcuno c’è”? All’origine di tanto ottimismo è la scoperta di un pianeta intorno ad una stella a 20 anni luce dalla terra, il pianeta Gliese 581 d:
 «la scoperta di Gliese 581 d avrebbe commosso fino alle lacrime Giordano Bruno per il semplice motivo che è il primo pianeta extrasolare «della stessa specie della Terra» di cui conosciamo con certezza l’esistenza.»

E poi:

«Gliese 581 d è per così dire il primo pianeta davvero «bruniano» che abbiamo scoperto fuori dal sistema solare, il giardino di casa nostra. Ora il Nolano era stato mandato al rogo a Campo de’ Fiori a Roma nell’anno 1600 anche perché aveva asserito che l’universo è popolato da «infiniti mondi» e che molti tra questo mondi sono «della stessa specie della Terra». E dunque, proprio come la Terra, abitabili (e abitati) da essere intelligenti.»

Ricordiamo che Bruno visse all’alba della rivoluzione scientifica ma non era uno scienziato, che era un cabalista e credeva nella magia, alcuni dei titoli delle sue opere sono “De vinculis” che tratta del condizionamento a distanza che si può effettuare sugli altri:

«Tra tutte le opere di argomento magico, è proprio il De vinculis a farsi carico più di ogni altra dell’interpretazione in chiave politica della magia bruniana, in quanto nei suoi XXXIII articoli affronta il tema del vincolare in maniera diversa rispetto alle altre opere magiche, declinandolo all’interno di una prospettiva interamente umana e civile.»
Fonte: Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento – Signum

Il “De magia”, pubblicato solo nel 1891, sul cui argomento per evidenti motivi non ci soffermiamo, e “La cabbala del cavallo pegaseo” la quale:
«contiene spunti importanti e nuovi per la comprensione del pensiero bruniano: il rapporto fra fede e verità; la critica di alcuni aspetti della filosofia antica, soprattutto nei confronti di Aristotele e Sesto Empirico; l’idea della trasmigrazione delle anime»
Fonte: Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento – Signum

Gli “infiniti mondi…abitati da esseri intelligenti” di cui egli parlava erano, molto probabilmente dello stesso tipo di quello che lo spiritista Allan Kardec descriveva nel suo “Vangelo secondo gli spiriti” quando teorizzò per primo l’esistenza di abitanti di altri pianeti, solo che tali extraterrestri non erano degli esseri viventi originati in altri luoghi dello spazio, bensì anime di defunti reincarnate e con le quali era possibile entrare in contatto i “medium” seduti intorno ai tavolini a tre gambe. Va inoltre puntualizzato che, come lascia appena intravedere l’autore dell’articolo, Bruno quando fu sottoposto al famoso processo non fu condannato perché fautore dell’eliocentrismo o di altre posizioni sull’astronomia, ma perché, pur avendo giurato fedeltà allo stato (come farebbe oggi un militare in qualsiasi paese) lo aveva tradito a favore di una potenza ostile e operava per il sovvertimento delle istituzioni che avrebbe dovuto servire. Una vicenda che evidentemente con l’astronomia aveva ben poco a che fare ma che ha invece molto a che fare con un certo tipo di mitologia diffusa a fine ottocento, in pieno periodo risorgimentale quando la figura di Giordano Bruno, che fino ad allora non era stata considerata da nessuno come un caso di persecuzione politica o religiosa, venne strumentalizzata per mettere in cattiva luce la storia dei secoli precedenti.
Testimonianza di questa situazione è la statua eretta a Roma in memoria di Giordano Bruno a Campo de Fiori nell’anno 1889, opera dello scultore Ettore Ferrari che nel 1904 diverrà Gran Maestro della Massoneria alla quale imprimerà un’impronta fortemente anticlericale.

Detto questo, non ci facciamo illusioni sulla possibilità che la vicenda di Giordano Bruno venga esposta nel suo vero svolgimento, ma poiché Bruno sta agli astronomi come Branko sta a Margherita Hack, speriamo che almeno non venga più rappresentato come un precursore dei moderni scienziati.

Fonte: Critica scientifica

Indro Montanelli raccontato da Piero Gheddo

Ho conosciuto Indro Montanelli nel 1972 quando, da presidente di una giuria che comprendeva Enzo Biagi, Guido Piovene, Paolo Monelli e altri, mi diede il premio dei giornalisti italiani “Campione d’Italia”, per il volume “Terzo Mondo perchè povero” (EMI 1971, pagg. 196).

Nelle motivazioni del Premio definì i missionari “gli italiani più amati nel mondo”. E dopo la consegna mi prese in disparte e mi disse: “Hai vinto il Premio perché sei un missionario e scrivi dei missionari, raccontando le loro esperienze… Se eri un prete e parlavi dei preti in Italia, il Premio te lo sognavi”.

Ero troppo timido e giovane per reagire. Nel 1886 mi chiamò a collaborare con “Il Giornale”. Sapeva che viaggiavo molto e mi chiese di mandargli articoli sulla vita e il lavoro dei missionari. Così è iniziata una lunga collaborazione, continuata con “La Voce”. Gli mandavo cartoline e articoli e quando tornavo in Italia andavo a trovarlo.

Era curioso di come vivevano e cosa facevano i missionari, dei quali aveva una visione mitica. “Voi missionari siete tutti eroi, diceva, perché abbandonate la nostra bella Italia, per andare a vivere tra i più poveri dei poveri in capanne di fango e paglia”. Quando nel 1991 la Somalia era nel caos e io c’ero stato da poco, Montanelli mi chiese articoli e scrisse due editoriali invitando i lettori ad “aiutare i missionari di padre Gheddo in Somalia”, dicendomi di precisare chi erano questi missionari e missionarie. So che le Missionarie della Consolata di Torino e i Francescani milanesi lo ringraziarono per le notevoli somme ricevute.

Ho conservato due testi di Indro. Il primo è una sua “stanza” sul “Corriere della Sera” di domenica 7 febbraio 1999, che era una mia lunga lettera pubblicata integralmente, dichiarando: “Ciò che padre Gheddo dice è tutto vero: tonnellate di rifornimenti e “cattedrali nel deserto” servono a poco. Bisogna insegnare agli africani a “fare da sé”, come infatti fanno i missionari…Ho detto e ripeto che per l’Africa non servono né le diplomazie con i loro “protocolli”, né gli eserciti con le loro armi. Servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa, aiutiamo loro”.

 Il secondo testo di Indro è la prefazione al mio volume “Missionario – Un pensiero al giorno” (Piemme 1997, pagg. 648), nella quale si legge: “Per soccorrere quei popoli disgraziati un mezzo ci sarebbe. Dare la gestione dei miliardi di “aiuti” ai missionari, di cui padre Gheddo scrive in questo libro: quelli che da anni e decenni vivono laggiù, peones tra i peones, sfidando lebbra e colera e tutto il resto, combattendo la fame non con la distribuzione di farina, ma insegnando alla gente – nella sua lingua – come si coltiva il grano, come si scavano i pozzi e i canali, condividendone, giorno dopo giorno, rischi e privazioni. E’ tra questi ultimi grandi Crociati della civiltà cristiana che la Chiesa dovrebbe reclutare i suoi nuovi santi, perché sono i missionari, figli del nostro mondo ricco e arido, che indicano ai giovani la via per stabilire con i popoli poveri ponti di comunicazione e di aiuto fraterno".

“Per aiutare i popoli poveri – aggiungeva – i miliardi non bastano. Ci vogliono i missionari alla Marcello Candia (industriale della Milano opulenta che vende tutto e va in Amazzonia a servire i poveri) e alla Clemente Vismara (eroe della prima guerra mondiale che trascorre 65 anni fra i tribali in Birmania), di cui parla questo libro. Ma i missionari sono difficili da stanziare nei bilanci dello Stato. Dovrebbero produrli le nostre famiglie, la nostra scuola, la nostra cultura cristiana. Temo che la vocazione profonda della civiltà cristiana – la carità verso gli altri – sia oggi in ribasso, almeno nelle cronache quotidiane e nella “filosofia di vita” della nostra società”.

“Ho visto con piacere che in queste pagine padre Gheddo parla di padre Olindo Marella, che egli definisce “un santo del nostro tempo”. E’ vero, l’ho conosciuto bene come insegnante di filosofia a Rieti e poi a Bologna. Lo si vedeva per le strade a mendicare, completamente dedito alla missione di aiutare i ragazzi sbandati, i barboni, gli anziani abbandonati, i poveri. Mi insegnò a vivere per gli altri. Insegnamento che peraltro io non ho seguito. In un certo senso oggi lo invidio. E’ morto ignaro di se stesso, ignaro di essere santo”.

Conservo di Indro un commosso ricordo per le volte che mi bloccava e mi chiedeva perché il Papa dice così o cosà, perché la Chiesa non capisce questo o quel problema, come si può credere a Dio che si lascia flagellare e crocifiggere… Era un uomo assetato di Dio, voleva capire qualcosa del Creatore e Signore di cui sentiva la presenza ma non riusciva a parlarci e ad avere risposte ai suoi interrogativi. Il 22 aprile 1989 sono andato a fargli gli auguri per i suoi ottant’anni e mi dice: “Fra me e te il fortunato sei tu che hai ricevuto la fede. Io invece non ce l’ho. Tu sai perché vivi, io ancora non lo so. Infatti tu sei sempre sereno e sorridente, mentre io soffro di insonnia e di depressione”. Ma questi sono i palpiti di un’anima che lasciamo alla paterna bontà e misericordia di Dio. Prego per lui, ma sono sicuro che la sua onestà intellettuale e la sua ricerca di Dio hanno già ricevuto la giusta ricompensa dal Padre nostro che è nei Cieli. Gheddo Piero

Qualcuno dice che la scrittura è finita

di Massimo Introvigne

Lo Stato nordamericano dell’Indiana ha annunciato che da settembre, alla ripresa dell’anno scolastico, le scuole elementari che lo desiderano potranno smettere d’insegnare a scrivere con carta e penna. I piccoli di Indianapolis e dintorni impareranno a scrivere direttamente su una tastiera o sul touch di un tablet. Sarà loro insegnato, con la penna, soltanto a fare la propria firma. Le autorità dell’Indiana si sono affrettate a precisare che la riforma non impone alcun obbligo: le scuole che lo desiderano potranno continuare con il metodo tradizionale. Ma è facile prevedere che la maggior parte delle scuole vorranno mostrarsi più "moderne" e "avanzate".

Come si può immaginare, la riforma dell’Indiana ha scatenato feroci polemiche. I critici hanno osservato che l’uomo ha impiegato 175mila anni per imparare a scrivere, e che ora un governatore vuole abolire la scrittura in tre mesi, mentre altri sostengono che scrivere a penna aiuta a pensare, favorisce la lettura e migliora anche le capacità di pronuncia. Non manca, all’estremo opposto, chi vorrebbe generalizzare la misura dell’Indiana estendendola a tutti gli Stati Uniti argomentando che, per quanto non piaccia ai nostalgici, un adolescente americano di oggi usa la penna due o tre volte all’anno, e sta disimparando a usare le stesse tastiere dei computer tradizionali, perché vive con i sistemi touch dei cellulari di ultima generazione o dell’iPad e dei suoi fratelli.

In questo dibattito, naturalmente, ci sono molte esagerazioni. Non si tratta di abolire la scrittura ma di cambiare il modo di scrivere. La penna non è la scrittura, è uno strumento al servizio della scrittura, e non è l’unico possibile: basta pensare allo stiletto usato da greci e da romani. La tastiera, tradizionale o touch, è un sostituto della penna, non della scrittura.

La scrittura, dunque, rimane. Ma resta anche vero che l’abolizione della penna rischia di accelerare il processo analizzato dal grande sociologo e storico gesuita Walter J. Ong (1912-2003), il quale – studioso del passaggio dall’oralità primaria alla scrittura – temeva un regresso dalla scrittura all’oralità secondaria, cioè a un mondo dove le immagini sono più importanti delle parole e dove anche i diplomati e i laureati sbagliano spesso a scrivere e conoscono poco l’ortografia. Il passaggio dalla penna alla tastiera non abolisce la scrittura, ma rischia di aggravare le tendenze a una scarsa familiarità con le strutture e le regole dello scrivere descritte da Ong.

La notizia che viene dall’Indiana mi spinge a chiedermi quante volte uso la penna in un anno. Più del medio adolescente americano, perché firmo spesso documenti e purtroppo anche assegni. Ma molto meno di quanto facessi dieci o vent’anni fa. Soprattutto con l’avvento di iPhone e iPad mi capita molto di rado di prendere appunti con la penna, anche se occasionalmente lo faccio ancora. Uso la penna, però, quando devo riordinare le idee su un tema difficile, il che sembrerebbe confermare – almeno nel mio caso – le tesi dei pedagogisti americani che criticano l’Indiana e affermano che la penna aiuta a pensare. Ma qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di un condizionamento che viene dal passato e che, se non i nostri figli, i nostri nipoti si abitueranno a scrivere e anche a pensare senza la penna, che resterà un oggetto da collezionisti.

Personalmente ritengo che, se da una parte le tastiere sostituiranno quasi tutti gli usi della penna – anche per gli assegni e le firme sono in arrivo versioni elettroniche -, dall’altra la scrittura con le penne dovrà continuare a essere insegnata perché davvero aiuta a pensare. Hanno la stessa funzione anche il latino e il greco, e il rischio è che fra qualche anno scrivere a penna prenda posto accanto a loro fra le "lingue morte".
La scrittura ha però un’ultima speranza. Se devo trasferire a un altro quello che ho scritto su un computer userò normalmente la posta elettronica: tanto più se ho un iPad, dove non si possono inserire chiavette USB né collegare via cavo stampanti. E la posta elettronica può essere intercettata abbastanza facilmente. Se tengo alla mia privacy, molto meglio una lettera o un appunto. Qualche anno fa gli americani mandarono in Sicilia degli esperti a studiare i modi di comunicare della mafia – i famoso foglietti detti pizzini – perché pensavano che così comunicasse al-Qa’ida. Ed era proprio così: Osama bin Laden (1957-2011), come Bernardo Provenzano, usava i pizzini e non i computer. Con buona pace delle maestre dell’Indiana, forse saranno bin Laden e Provenzano a salvare l’insegnamento della scrittura con la penna nelle scuole. I pizzini, in tal caso, avranno avuto almeno un effetto positivo.

Da La Bussola Quotidiana.it, 15 luglio 2011

Caro Odifreddi: siedi e parliamo un po’…

Caro Prof. Odifreddi, quella che vado a dirti è una cosa un po’ impertinente, ma credo che tu mi scuserai perché so che sei un impertinente anche tu. So anche che ultimamente sono stati in molti a scriverti riguardo al tuo libro “Caro Papa ti scrivo”, io non mi sarei permesso di aggiungermi alla lunga, e certamente più titolata lista di interlocutori se non avessi qualcosa di diverso e “impertinente” da comunicarti, solo che anziché scriverti una pomposa lettera voglio fare una cosa più alla buona, voglio immaginare che tu sia un amico col quale parlo prendendo un caffè.

Tanto per cominciare voglio dirti che ti trovo un antipatico/simpatico, scusa l’ossimoro, ma sai la realtà umana non è tutta riconducibile alla pura razionalità, però non è di questo che voglio parlare.

Quello che da amico voglio dirti è che, francamente, se fra te e la Santa Chiesa le cose non sono andate proprio bene, la colpa mi sembra che sia in gran parte tua.

Non lo dico così, per pregiudizio, sei stato proprio tu a farmelo capire, me lo hai detto quando hai raccontato che nell’autunno del 1959 varcasti la soglia del Seminario di Cuneo con l’intenzione di “diventare un giorno papa, e benedire da una finestra di Piazza San Pietro la folla estasiata”.

Ma ti rendi conto di quello che ci hai detto?

È come se un uomo dichiarasse di aver corteggiato una donna per poter un giorno affacciarsi dalla finestra della sua bella villa di famiglia!
Caro Prof. Odifreddi, quella che tu hai raccontato è la storia di un matrimonio d’interessi!

E poi ci hai detto anche perché questo progetto è tramontato sul nascere. Le cose non sono andate avanti perché presto imparasti che "il cammino che porta al soglio pontificio è più accidentato e tortuoso di quanto un bambino avesse ingenuamente potuto immaginare". E, poi ancora, che "per poter un giorno comandare bisognava iniziare subito a obbedire" e a essere rispettosi: cosa che già allora non ti piaceva particolarmente.

Insomma imparasti che la realtà non è una fantasia infantile, che un cammino faticoso si compie solo se c’è una forte motivazione e la motivazione a te mancava, perché non poteva essere il desiderio successo a dare forza ad un cammino di quel tipo, ma l’amore. È come se qualcuno iniziasse a studiare biologia per prendere il Nobel anziché per amore delle scienze, sarai d’accordo con me che non è così che si fa.

Dalle tue stesse parole emerge dunque che la Chiesa per te era una donna da sposare per interesse, ma presto devi esserti reso conto del fatto che c’erano altri modi più facili e divertenti per avere successo, fu così che barattasti la finestra di piazza S. Pietro in cambio di uno schermo televisivo, capisti che non era necessario il percorso “accidentato e tortuoso” per poter benedire come un Papa le tue folle estasiate.

E così, come spesso purtroppo accade, quando non si riesce a conquistare una donna, si passa subito a dire in giro che è una poco di buono, è un vecchio vizio maschile. E, come tutti sanno, quando si raccontano cose sconce sulle donne più ammirate, si trovano molti orecchi pronti ad ascoltare e… molti libri da vendere.

Scusami ancora per quest’ultima considerazione, ma te l’avevo detto che sarei stato impertinente.

In questa mia lettera non mi soffermerò a confutare le tue argomentazioni, quelle che nelle intenzioni dovrebbero convincere qualcuno a diventare ateo, ti anticipo solo che le trovo al contrario “rassicuranti”, sì perché se davvero sono quelle le motivazioni per non credere possiamo proprio stare tranquilli. Con ciò non intendo però cavarmela senza argomentare, non mancherò di farlo.

Quello che invece voglio dirti, giunto alla fine di questa mia breve chiacchierata, è che leggendo il tuo libro a volte mi sembra di scorgere un interesse autentico verso le questioni della fede, come se tu, in quella donna che tanti anni fa pensasti di sposare per interesse, cominciassi adesso a vedere qualcosa di diverso, forse ti stai rendendo conto che mentre pensavi ad impadronirti della sua dote non ti accorgevi della sua bellezza.

So che questo ti sembrerà più impertinente di tutto il resto, ma voglio dirti che forse adesso ti stai accorgendo che con tutta la tua celebrità e il tuo successo, le cose non sono, ancora una volta, come le immaginavi da bambino. Forse le “folle estasiate” che hai conquistato non sono come pensavi, forse ti lasciano, alla fine, un senso di vuoto.
Ma ovviamente può essere che io mi sbagli.

Non aggiungo altro, da buon amico ho voluto solo dirti come vedo la situazione.
Ti chiedo solo di pensarci un po’ sopra.

Alla prossima E.P.

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Ricordo di Luigi Gedda, il medico che parlava di Dio

 di Giulio Alfano

Il 26 settembre 2000 tornava alla Casa del Padre il prof. Luigi Gedda,dopo una lunga esistenza dedicata alla scienza e alla fede;il suo nome ai più giovani probabilmente non ricorda nulla,anche per la veneranda età della sua dipartita che fatalmente non trova più nessuno della sua generazione in vita, ma egli ha segnato un epoca,non solo come uomo di fede e scienziato,ma anche e soprattutto come colui che più incisivamente ha caratterizzato il modo di organizzarsi,di formarsi e di essere presente dei cattolici in Italia.

 Se l’Azione Cattolica ha avuto nel xx°secolo l’importanza e la visibilità che la storia le ha riconosciuto e se essa ha espresso le figure che hanno determinato lo sviluppo culturale morale e civile non solo del mondo cattolico ma dell’Italia,lo si deve all’impegno,alla sagacia e alla cultura religiosa e civile di Luigi Gedda. Nato in località Alberini in prov.di Venezia il 23 ottobre 1902 da Giacomo,ispettore di dogana, e Marianna Calderoni,battezzato coi nomi di Luigi,Antonio,Giovanni e Maria il 3 novembre,si trasferì con la famiglia a Torino dove il padre era stato assegnato alla dogana di Porta Nuova nel 1908,mentre,nel frattempo il 25 agosto 1906 a Modane era nata la sua unica sorella Mary,oggi Serva di Dio. Nel 1916 moriva alla giovane età di 37 anni la madre Marianna e questo fu un episodio fondamentale per la evoluzione religiosa del piccolo Luigi,perché la mamma,alla quale era legatissimo,prima di morire gli disse,”non piangere,se così vuole Gesù,perché non lo voglio anch’io? Tu fai sempre il tuo dovere e non dispiacere mai Gesù”.

Fu il testamento spirituale di una donna assai pia,madre esemplare,che forgiò l’animo di Luigi verso una fede fortissima ma concreta,mai illusoria o mitica. Ma quella vicenda fu comunque emblematica ed ebbe una conseguenza potremmo dire profetica ma anche curiosa:mentre si preparava ad affrontare gli esami per accedere dal ginnasio al liceo,Luigi aveva preso,per celia o per pigrizia,l’abitudine di riflettere i raggi del sole da uno specchietto(in Piemonte si chiama “gibigiana”) alla finestra prospiciente dove vedeva sempre intento sui libri un austero signore che nientedimeno avrebbe poi scoperto essere il suo esaminatore! Naturalmente venne rimandato un po’ perché impreparato ma anche perché l’esaminatore,indispettito,lo aveva riconosciuto e fu l’unico neo in una carriera scolastica e universitaria prestigiosa.

Il padre per punizione lo mandò nell’estate a Casale Corte Cerro,sulle Alpi novaresi,paese nativo della madre e lì cominciò a prendere confidenza coi gruppi giovanili cattolici,assai numerosi ma molto divisi tra di loro e in quel momento capì che l’organizzazione e le opere sono il nervo di ogni presenza,soprattutto in quegli anni a cavallo della prima guerra mondiale. Divenne un appassionato lettore di libri d’avventura e organizzando i suoi compagni nella tribù degli UTE che nel 1917 cambiò fisionomia e diventò Circolo di Gioventù Cattolica del quale divenne presidente,il primo di una lunga serie di incarichi e negli anni successivi costituì la “Casa del giovane” dove i soci lavoravano di notte per scavare e portare mattoni. Nel 1918 il padre,risposatosi,trasferì l’intera famiglia a Milano e Luigi completò gli studi al prestigioso Liceo “Berchet”;ma la S. Provvidenza era in agguato! Un giorno incontrando il segretario del cardinale arcivescovo Andrea Ferrari,don Giovanni Rossi,si sentì chiedere come mai non facesse ogni giorno la Comunione e da quel momento prese l’abitudine di prendere l’eucarestia quotidiana prima di andare a scuola,abitudine che mantenne per tutta la vita.

Tramite don Rossi entrò in contatto con mons. Francesco Olgiati,maestro dei propagandisti che la domenica partivano dalla città verso le zone più periferiche della vasta diocesi ambrosiana,per fondare circoli della Gioventù Cattolica. Gli venne affidata la zona dell’alta Brianza che raggiungeva con le ferrovie nord e andando in stazione passava davanti alla chiesa dei PP. Barnabiti dove riposa la salma di S. Antonio Maria Zaccaria che,prima di fondare la congregazione,si era laureato in medicina esercitando la professione a Cremona e Luigi uscendo dalla chiesa era solito fermarsi a vedere i padiglioni dell’Ospedale Maggiore e decise di iscriversi alla facoltà di medicina,che frequentò prima a Pavia,poi a Milano e infine a Torino dove si laureò brillantemente l’11 luglio 1927 con una tesi in storia della medicina ottenendo il premio “Vita Levi”per la migliore tesi e nel dicembre dello stesso anno superò l’esame di stato presso l’università di Milano.

In quel periodo P. Agostino Gemelli,fondatore dell’Università Cattolica,fu colpito da un libro di quel giovane e preparatissimo medico intitolato “Gioventù Pura”,commissionandogli la stesura di un volume intitolato “Lo Sport”, analizzando l’educazione fisica secondo un approccio medico,psicologico e sociale. P. Gemelli lo volle nel sodalizio dei “Missionari della Regalità”che ogni anno svolgeva gli esercizi spirituali a Castenuovo Fogliari,una residenza dell’Università Cattolica e lo stesso Luigi vi fece entrare molti giovani suoi collaboratori che vennero soprannominati “geddini”. Ma P. Gemelli lo segnalò a S. Santità Pio XI che, colpito dal talento di quel giovane studioso, lo chiamò il 16 aprile 1934 alla Presidenza della Gioventù Italiana di Azione Cattolica,lo esortò a trasferirsi a Roma ed egli obbedì interrompendo una fulgida carriera accademica che avrebbe poi ripreso solo nel 1952 assumendo la titolarità della prima cattedra italiana di Genetica Medica detta cattedra “convenzionata”.

Gli anni ’30 segnarono l’evoluzione del laicato cattolico;il S. Padre comprese la natura delle sfide etiche e morali,nonché la necessità che i giovani cattolici si formassero seriamente,con solida dottrina di fronte al dilagare delle ideologie pagane e totalitarie. In quegli anni Luigi fonda scuole di formazione a carattere peripatetico,spostandosi ogni domenica nei luoghi ove un santo poteva insegnare qualcosa ai giovani sulla via dell’apostolato cristiano,collaborando con il prof.Paolo Roasenda,poi frate cappuccino,noto negli anni ’50 e ’60 come Padre Mariano,primo divulgatore religioso della TV.

Tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40,in coincidenza con lo scoppio della seconda guerra mondiale l’attività di Gedda è assai intensa,partecipa alla fondazione dei primi corsi dell’allora Istituto “Maria SS.Assunta”,oggi LUMSA,chiamato dalla Madre Prof.ssa Luigia Tincani (1889/1976),oggi Serva di Dio, insegnandovi Igiene proprio negli anni in cui il regime fascista imponeva la teoria della razza,contro la quale egli realizza la scheda “biotipologica”per dimostrare non l’esistenza di “razze”,ma le differenti realtà tipologiche dell’uomo come ricchezza naturale della creazione divina,tanto che nel 1938 viene schiaffeggiato dai fascisti a Prato e gli viene strappato il distintivo dell’A.C. “Azione,Preghiera,Sacrificio”che in quegli anni era un po’ il simbolo della libertà religiosa. I

n realtà si voleva creare allora quello che in termini medici si suole definire il “longilineo astenico”caratterizzato da buona salute ,da altezza e da armonia tra corpo e mente,ovviando al “brevilineo stenico”tipico della genia italiana;per poterlo fare occorreva nutrire bene i giovani,consentire loro di svolgere attività sportiva e farli crescere sani,tutto il contrario del razzismo,anzi un servizio alla giustizia in modo che tutti indipendentemente dallo stato sociale potessero nutrirsi bene e vivere meglio! Si orienta anche allo studio dei gemelli,scrivendo un poderoso volume e la stessa parola “gemellologia”è entrata nel vocabolario della lingua italiana proprio per merito di Gedda. Nel settembre 1942 fonda la “Società Operaia per l’evangelizzazione dei Laici”primo sodalizio interamente di laici e ispirato dalla statua del Cristo che suda sangue che si trova ancor oggi nel giardino dei PP. Passionisti a S. Giovanni e Paolo al Celio a Roma,organizzandola in ROD(Reparti Operai Diocesani)per estendere la vocazione e reclutare nuovi operai di Cristo nella vigna del Signore. Erano gli anni terribili della guerra e con la sua condotta l’operaio di Cristo doveva evidenziare il significato e il valore di quella sofferenza che redime e salva l’uomo unendolo al Cristo nel Getsemani.

Sempre nel 1942 realizza il primo film sulla vita di un pontefice,”Pastor Angelicus”,diretto da Romolo Marcellinidel quale è soggettista e chiama come sceneggiatori tutti quei nomi che nel dopoguerra avrebbero scritto le pagine più belle del cinema italiano neorealista. Il suo rapporto con Pio XII è molto intenso,il S. Padre benedice e condivide le tante iniziative del “professore”, dalla fondazione nel 1944 dell’Associazione Medici Cattolici,al Centro Cinematografico,cui Gedda donò molte energie fondando anche la società “ Orbis Film”,al Centro Teatrale,all’AIART,nata nel 1954 con l’avvento della televisione per garantire il telespettatore con la trasparente presenza di programmi moralmente apprezzabili e lo fa con l’impegno che già nei decenni precedenti aveva profuso per l’Ente dello Spettacolo. Tuttavia il nome di Luigi Gedda è rimasto legato alla fondazione dei Comitati Civici,che,creati l’8 febbraio 1948 dopo che il Papa lo aveva convocato nel suo studio il 30 gennaio,realizzarono quella portentosa macchina organizzativa che non solo aiutò la vittoria contro il blocco socialcomunista,ma sconfisse un nemico assai insidioso:l’astensionismo,come lo stesso Togliatti gli riconobbe, senza mai fare propaganda per un partito specifico,né per un candidato particolare,ma per l’Italia e la civiltà cristiana.

Divenuto Presidente degli uomini di Azione Cattolica nel 1946,fu eletto Presidente Generale dell’Azione Cattolica nel 1952 fino al 1959. Nei decenni successivi Luigi Gedda ritornò ai suoi studi e alla sua attività di scienziato,dirigendo fino alla morte l’Istituto di genetica medica e di gemellologia “Gregorio Mendel”fondato nel 1953 a Roma,caso unico di uomo che seppe rispondere al servizio quando il S. Padre lo chiamò e che volle tornare alla sua vita professionale e privata,insieme alla sua fedele sposa,Linda Romano,esprimendo virtù non comuni,pronto sempre a rispondere al dolce Cristo in terra,il Papa,e se oggi vi è l’abitudine dell’Angelus domenicale la si deve proprio a Luigi Gedda che esortò nel 1954 ,in occasione del centenario dell’Immacolata, Pio XII prima a rivolgere un allocuzione e poi a benedire i fedeli dal proprio studio,come avrebbero fatto tutti i pontefici fino ai giorni nostri.

Luigi tornato alla Casa del Padre quasi centenario,dopo avere attraversato un secolo con impegno,professionalità e dedizione e riposa in un arca presso il cimitero del Verano in Roma,illustrata da tutte le opere che “il professore”ha fondato e patrocinato e questa ultima dimora la si deve all’impegno di Padre Lucio Migliaccio,già assistente nazionale dei Comitati Civici,il più caro e fraterno amico di Gedda,che ha saputo e voluto trovare per lui collocazione nel cimitero della città dove ha vissuto più a lungo. Anche le opere e gli istituti creati da Luigi,nonché la sua stessa bellissima casa dei Parioli sono andate,per espressa volontà del defunto,in beneficenza e possiamo dire che ha realizzato fino all’ultimo il passo dell’epistola di S. Pietro,”Mi sono fatto tutto a tutti!”.

Mi piace chiudere questo ricordo di Luigi che per me fu amico,maestro e fratello,con le parole della preghiera del Getsemani,luogo sempre non molto affollato: “Gesù,mio Dio e fratello,amico e Signore dell’anima mia,sono con te nel Getsemani di questo Tabernacolo per condividere le tenebre e la solitudine,l’amarezza per il sonno degli apostoli,per ripetere con te “Sia fatta,Padre,la Tua volontà”. Nel nostro tempo di nuovi tradimenti e nuova angoscia,voglio essere un buon operaio che vigila e prega perché il mistero del Getsemani sia conosciuto dall’uomo di oggi per il suo conforto e per la sua salvezza,Amen”.

(fonte:www.lostato.net)

Educare: introdurre alla realtà, alla ragione, all’ideale

Si parla da tempo di “emergenza educativa”. Penso che lo abbia fatto per primo, con questa espressione, don Luigi Giussani, che è stato, appunto, un grande ed acuto educatore.

Cosa significa codesta emergenza? Nella mia esperienza mi sembra di poter dire questo: che il dato più evidente per chi abbia oggi a che fare con i giovani, ma non solo, è che molti non sono educati. Manca infatti, spesso, una famiglia alle spalle. Sempre più manca un padre che faccia il padre: che sappia appioppare una sberla, quando serve; che indichi paletti chiari, pochi ma ben precisi, coniugando regole e libertà. Intendo padre in senso lato.

Qualche mese fa un professore viene in una mia classe per spiegare la donazione del sangue e incomincia: “per donare il sangue non bisogna fare uso abituale di droghe…”. E subito dopo: “non che io stia giudicando un modello di vita, ognuno fa ciò che vuole”.

Questo è il messaggio della società, dei media, persino di non pochi che dovrebbero insegnare, con una funzione, diciamo così, paterna: “fai ciò che vuoi”.

Cioè: non crescere, rimani lì, dove il tuo ombelico, dove il tuo istinto, dove il tuo capriccio, dove la circostanza, ti porta. Inchiodato lì.

Cosa nasce da questo modo di intendere il rapporto tra generazioni, tra genitori e figli, tra società e giovani? Una società sbrindellata, un uomo che cresce solo, e che non viene mai contenuto, aiutato, guidato, per cui finisce per essere instabile, incapace di equilibrio, di autocontrollo, di tenacia. Senza forma. La fragilità estrema è la prima caratteristica di chi non è stato educato. Perché l’educazione permette di stare, con una propria forma, nella realtà: di non subirla soltanto, né di ribellarsi ad essa, come un toro che vede sempre rosso, ma di viverla.

Anzi, è la realtà stessa, se rispettata, che ci educa. Un figlio viene educato quando riconosce intorno a sé ruoli distinti e chiari; un figlio cresce quando impara che vi è un tempo per obbedire e che ogni luogo e ogni circostanza ha le sue regole, non assurde, arbitrarie, farisaiche, ma profondamente corrispondenti, appunto, ad una realtà.

Educare alla realtà significa anche educare alla ragione. E’ necessaria una corrispondenza tra un ordine oggettivo e la nostra esistenza soggettiva. Chi si droga, per capirci, non “fa ciò che vuole”, ma va contro la realtà e contro la ragione. Chi approva che una anziana cantante possa avere un figlio senza marito, grazie alla tecnica, violenta la realtà e la ragione, perché pretende di affermare la propria volontà su tutto e tutti. La ragione ci aiuta a non cadere nelle grinfie di Circe o di Armida.

Una vera educazione, dunque, deve essere, anzitutto, educazione alla realtà, alla ragione e all’ideale. La letteratura antica e medievale insegna proprio questo, che c’è un dover essere. Ulisse è chiamato a superare le circostanze contingenti, le difficoltà sul suo cammino, per tornare in patria, da moglie, sudditi e figlio. Ulisse è proposto come ideale, esattamente come Ettore nell’Iliade; come Enea nell’Eneide, come Rinaldo e Goffredo nella Gerusalemme Liberata…

Il giovane deve crescere sapendo che può e deve tendere verso l’alto, che ogni talento che gli è stato dato, va messo a frutto e moltiplicato. C’è un compito, nella vita. L’esistenza dell’ideale contempla anche la consapevolezza di una distinzione tra Bene e male.

Quando questa non vi è più, non si dà educazione, perchè non si dà né crescita né vera scelta. Il bambino deve sapere che vi sono azioni e pensieri giusti e ingiusti, e con gradualità deve essere educato a capirne e ad amarne il perché. Oggi invece si tende spesso ad una educazione di tipo roussoiano: come se non esistesse una nostra intrinseca miseria. La quale, se ignorata, diventa più radicata che mai. Persino nelle parrocchie, ai ragazzi che fanno il catechismo, non si insegnano più, da decenni, i comandamenti: roba vecchia, si dice, sono meglio gli “insegnamenti in positivo”. In verità è l’uomo di oggi che non tollera più una autorità con cui confrontarsi e da cui essere aiutato a crescere.

Anche Dio è diventato buonista: non più giusto, né misericordioso, né “geloso”, ma solo indifferente. Un Dio che non ci turba mai, che non ci chiede, che non esige nulla. Un dio inutile. Così facendo si dimentica che è la pedagogia stessa di Dio ad indicare, come primo passo verso la crescita, la chiara condanna di ciò che è male: initium sapientiae timor Dei. I dieci comandamenti, per lo più in negativo, sono il preludio necessario al comandamento dell’amore. Non sa amare chi non è stato educato a dire di no al proprio egoismo, alla propria superbia, alla propria propensione anche al male. Averlo dimenticato ha prodotto generazioni di cattolici che si fanno la morale da soli e che alla fine modificano la stessa Fede alla luce della loro morale. La caratteristica dell’uomo non educato è proprio questa: il rifiuto a riconoscere un Bene e un male che lo trascendono. Si chiama relativismo.

Ma laddove il limite del comandamento, persino il concetto, è respinto, rimane la immensa superbia dell’uomo, che crede di essere libero, ma è in verità vittima della propria miseria e della propria continua e irragionevole pretesa sulla realtà. Il Foglio, 5 maggio 2011

ZEIGEIST: CONTROINFORMAZIONE O CIALTRONERIA? Il nuovo movimento che predica la falsità del Cristianesimo

“Più inizi a porti domande su tutto ciò che crediamo di comprendere… su da dove veniamo, su ciò che pensiamo delle nostre azioni… e più inizi a vedere che ci è stato mentito: ogni istituzione ci ha mentito…”.

      (ZEITGEIST, The Movie)

 Il nostro tempo potrebbe essere definito anche come l’epoca della sfiducia radicale. A fronte della caduta delle grandi ideologie e della perdita di credito subita dalle istituzioni politiche, scientifiche, statali e religiose, la reazione di molti nostri contemporanei, infatti, sembra indirizzarsi verso una generalizzata critica per tutto quello che, con espressione inflazionata ma efficace, viene spregiativamente definito “cultura ufficiale”.

Questo atteggiamento non può sempre essere biasimato.

Il discredito in cui è caduta l’informazione mass-mediatica accusata di manipolare e ingannare l’opinione pubblica, l’arroganza di un potere economico ogni giorno più invadente e disumano, l’ottuso conservatorismo e la sottomissione ai poteri forti da parte dei rappresentanti della “scienza”, i sacrosanti dubbi sulle vere cause e sugli autentici scopi di molti avvenimenti della storia più recente, il fariseismo e/o il secolarismo imperante presso istituzioni e personalità religiose, sembrerebbero infatti giustificare le ragioni di uno scetticismo così diffuso.

Il discredito verso la “cultura ufficiale”, d’altronde, genera per reazione una sorta di autodifesa che, giovandosi dei mezzi di comunicazioni più recenti, si concretizza nella creazione di spazi di “controinformazione”, di gruppi, blog e servizi informativi “non allineati”, dove il bisogno represso di verità si esplica in tutte le forme possibili. Questo mare magnum dove si trova tutto e il contrario di tutto, dove la notizia più interessante può sovente mescolarsi alla menzogna e al delirio, dove la limpidezza di intenti può trovar posto al pari dell’inganno e delle motivazioni più oscure e inquietanti, è anche il luogo sociologico dove vedono la luce veri e propri movimenti di pensiero destinati a catalizzare l’interesse di vaste masse. Fra questi movimenti, uno dei più noti (ma anche dei più ambigui), è certamente il movimento ZEITGEIST, che col suo programma di radicale messa in discussione della politica, della cultura e della religione ha conquistato milioni di simpatizzanti in tutto il mondo.

– Cosa predica ZEITGEIST?

Il termine tedesco Zeitgeist, letteralmente “spirito del tempo”, è stato scelto per indicare un movimento d’idee che si prefiggerebbe una radicale messa in discussione della cultura “dominante” in tutte le sue forme. Il movimento nasce di fatto a partire da tre documentari prodotti dall’americano Peter Joseph (Zeitgeist:the Movie del 2007, Zeitgeist:Addendum del 2008 e Zeitgeist:Moving Forward del 2011), distribuiti gratuitamente sul web allo scopo di favorirne una più capillare diffusione. Mescolando elementi di socialismo utopico (abolizione della moneta e delle banche), ecologismo, suggestioni New Age e cospirazionismo, lo scopo dei film sembra essere apparentemente quella di promuovere un radicale e scetticismo verso ogni forma di “autorità”, a partire dalla rivelazione pubblica di “verità nascoste”.

D’altronde, i contenuti di questi filmati sono vari e non di rado interessanti, benché caratterizzati dalla continua mescolanza di informazioni e illazioni. Il tono accattivante dei commenti, la perentorietà delle affermazioni -che solo di rado vengono suffragate da pezze d’appoggio, ma sono costantemente proposte in maniera assertiva come dati acquisiti- creano peraltro nello spettatore una disposizione ad accettare tutto il contenuto del messaggio come verosimile e condivisibile. I temi trattati spaziano dal ruolo delle banche nel potere politico all’usura e al signoraggio, dai dubbi sulla versione ufficiale della tragedia dell’11 settembre alla critica dell’economia. Il nucleo più corposo, tuttavia, è costituito da una serrata e implacabile critica religiosa –indirizzata quasi esclusivamente contro il Cristianesimo- dove 2000 anni di fede in Cristo vengono derubricati come strumento di dominio oppressivo sulle coscienze, di annichilimento della felicità e, soprattutto …come clamoroso e ignobile inganno storico!

Falsità del Cristianesimo? Un ingegnoso esempio di fanta-mitologia.

Non c’è dubbio che lo scopo principale di Zeitgeist sia, prima d’ogni altra cosa, una messa in discussione radicale del Cristianesimo. A tal scopo, l’autore (o gli autori) dei filmati rispolverano soprattutto la vecchia teoria mitica di ottocentesca memoria, per cui la stessa figura di Cristo non sarebbe altro che la mera riproposizione di antiche figure mitiche, come le divinità solari presenti nei culti dei popoli mediterranei.

Ed è così che, mescolando abilmente mezze verità con vere e proprie bufale, Zeitgeist riesce a produrre uno “spot” pseudo-storico che nessun esperto prenderebbe sul serio, ma che può risultare decisamente accattivante agli occhi di un “non addetto ai lavori”.

Alcuni dei dati ostentati con tanti sicumera nei film Zeitgeist, per la loro palese inconsistenza storico-religiosa, sembrerebbero persino gettare un ragionevole dubbio sulla buona fede degli autori: é questo, ad esempio, il caso del presunto parallelismo tra la figura del dio egizio Horus e Gesù. Nel corso dei filmati, infatti, si afferma che il dio Horus avrebbe avuto 12 discepoli, avrebbe operato miracoli e sarebbe stato “crocefisso” (!) per poi risorgere dopo tre giorni[1] …insomma, una vera e propria fanta-mitologia inventata di sanapianta ad uso e consumo delle proprie ipotesi, utilizzata però con molta spregiudicatezza per accusare il Cristianesimo di “plagio”!

Analoghi esempi di tale atteggiamento si susseguono a spron battuto nel corso delle produzioni targate Zeitgeist, dove in un florilegio di forzature o di autentiche mistificazioni, si afferma ad esempio che anche il dio frigio Attis –nume microasiatico della generazione e della rigenerazione- sarebbe stato crocefisso (?) oppure, saltando all’Antico Testamento, che il nome Mosè –in realtà di evidente origine egizia[2]– null’altro sarebbe che la translitterazione del cretese Minos o del sanscrito Manu (sorprendente esempi di fanta-etimologia, tanto suggestiva quanto inconsistente). …e tutto questo, alla faccia delle rassicuranti dichiarazioni dell’autore che, allo scopo di apparire più convincente, dichiara di “non voler essere offensivo ma di voler basarsi SUI FATTI. Di non voler ferire sentimenti, ma di voler essere ACCADEMICAMENTE CORRETTO” (!).

Naturalmente, i filmati Zeitgeist contengono anche dati storico-religiosi autentici utilizzati, come spesso accade in questi casi, per avvallare la credibilità di tutto il contesto. Così, ad esempio, è innegabile che esistano alcune analogie simboliche tra le vicende evangeliche e i miti di altre tradizioni spirituali; ma tali analogie, lungi dall’essere banalmente interpretabili come “scopiazzature”, rimandano piuttosto ad un comune sottofondo di simboli e di archetipi che sottende a tutta l’esperienza religiosa umana[3]. Un patrimonio comune che, tuttavia, è ben lungi dal poter dimostrare l’infondatezza storica della figura di Gesù. E d’altronde, così sembrerebbero pensarla anche gli autori di Zeigeist, che se avessero avuto abbastanza dati “reali” a sostegno delle loro tesi, non avrebbero evidentemente sentito il bisogno di inventarne di falsi…

– Ma il loro vero scopo é…

Ma a questo punto, al cospetto di una tale opera di mistificazione bella e buona, riecheggia quasi spontaneamente l’inquietante frase che più di un secolo fa si lasciò “scappare” dalla bocca Elena Petrovna Blavatsky: “nostro scopo non è di restaurare l’Induismo, ma di cancellare il Cristianesimo dalla faccia della terra”[4]. Proprio quella Blavatsky la quale, fondatrice di una Società Teosofica nata mescolando centoni di tradizioni orientali malcomprese con vaghe reminescenze di gnosticismo occidentale, può essere idealmente posta a capostipite di quella corrente neospiritualista confluita più di recente nello “stato di spirito” collettivo noto come New Age. Un movimento New Age dove, a fronte di una sbandierata proposta di “nuova spiritualità”, si cela più probabilmente l’interesse di chi, nella prospettiva della creazione (e imposizione?) di un Nuovo Ordine Mondiale, ha tutto lo scopo di omologare le varie identità religiose e culturali in un melting pot informe e inoffensivo. Una New Age dove, non a caso, è centrale quell’attesa della nuova Età dell’Acquario che dovrebbe sostituire la vecchia Età dei Pesci caratterizzata dal Cristianesimo: proprio il genere di suggestioni a cui attingono a piene mani gli autori di Zeitgeist.

Purtroppo però, a fronte di una diffusissima (e spesso coltivata) ignoranza di massa sulle tematiche religiose, accade ormai fin troppo spesso che certe “attraenti interpretazioni” finiscano per irretire un numero sempre crescente di persone; e, cosa ancor più dannosa, esse finiscono per ingannare soprattutto i più sensibili e intelligenti fra i nostri contemporanei, ovvero quei “cercatori di verità” a cui, sempre più spesso, il mare magnum della sottocultura contemporanea sembra offrire solo pallide parodie o interessate menzogne.       

 

 

 



[1] E’ probabile, inoltre, che in questo specifico caso, l’autore di Zeitgeist abbia per ignoranza sovrapposto (o letteralmente confuso) il mito di Horus con quello di Osiride: è Osiride, infatti, a venir ingannato e ucciso dal fratellastro Tifone-Set e a risorgere successivamente grazie alla magia di Iside. Anche nel mito di Osiride, tuttavia, non appare minimamente alcun “racconto di crocefissione”.

[2] Il nome Mosé rimanda, con ogni probabilità, all’antico termine egizio Mòsis (figlio). Come abbiano fatto gli autori di Zeitgeist a ricondurlo ad una radice cretese o indiana, questo è un vero mistero.

[3] Che il simbolo della Croce, ad esempio, possieda un significato sacro in una moltitudine di culture pre e post-cristiane, è un dato di fatto; ma questo non impedisce affatto che ”la croce” sia stata anche uno strumento di supplizio il cui utilizzo è tristemente documentato dagli storici antichi. In una prospettiva di fede, in effetti, non vi è nulla di strano che gli episodi della vita di Cristo possano essere, al tempo stesso, storicamente concreti quando significativamente simbolici. Chi ha occhi per vedere…

[4] Dichiarazione della Blavatsky, rilasciata sulla rivista The Medium and Daybreak, London 1893, p.23

Habemus Papam: sì o no?

Il nuovo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, sta suscitando un forte dibattito, come sempre quando un artista ateo o agnostico si avventura a parlare di tematiche inerenti la Chiesa e la Fede.
Dispiace vedere che anche questa volta il mondo cattolico si sia diviso nel giudizio sul film di Moretti. Vi è chi, come Daniele Venturi (presidente nazionale dell’Associazione Papaboys) e Salvatore Izzo, si è scagliato sul film proponendo di sabotarlo al botteghino; e nel contempo vi sono altrettante personalità del mondo cattolico – quali, solo per citarne un paio, Vittorio Messori e padre Fantuzzi – che non hanno bollato il film di Moretti come “anti-cattolico” e “offensivo”, bensì si sono limitati a constatare che Habemus Papam è un film simpatico e rispettoso, dove la Fede non è la protagonista principale, in linea con la condizione di ateo vissuta dal regista Moretti. Personalmente, ritengo che questa seconda posizione corrisponda meglio alla realtà.

Habemus Papam si apre con le immagini del funerale di Giovanni Paolo II, per poi soffermarsi a descrivere il Conclave. Le scene girate durante le votazioni per l’elezioni del nuovo pontefice, che descrivono una situazione che tutti noi abbiamo solo potuto immaginare, sono volte essenzialmente a mettere in luce gli stati d’animo dei vari cardinali che vi prendono parte. Tutti, infatti, nel loro intimo si rivolgono a Dio, pregando: “Non io, per favore, fa che non sia scelto io”…
Finalmente, dopo molte votazioni, viene eletto l’anziano cardinale Melville (Michel Piccoli), il quale risponde affermativamente alla domanda con la quale gli viene chiesto se accetta di essere il nuovo pontefice. Al momento dell’annuncio ad una piazza San Pietro gremita di gente, però, il papa neo-eletto non riesce a reggere di fronte alla responsabilità che ha assunto su di sé e si ritira a pregare all’interno della Cappella Sistina, lasciando tutto il mondo in uno stato di febbrile attesa. La situazione è quanto mai fantomatica: c’è stata la fumata bianca, ma per giorni dal balcone del Vaticano non si affaccia nessuno. La perplessità domina, i giornalisti cercano di captare ogni minimo dettaglio, le stesse gerarchie ecclesiastiche non sanno più come muoversi…
Intanto, nell’animo di Melville si è creato il vuoto: non ricorda più nulla e non sa cosa fare; l’unica cosa di cui pare consapevole è che non si sente la persona adatta per sostenere l’impegnativo compito di essere pastore della Chiesa di Dio.
Per aiutarlo a superare questo momento di debolezza, in Vaticano decidono di rivolgersi ad uno psicanalista (Nanni Moretti), specificando però molto bene, per bocca di un cardinale italiano, quale sia il giudizio scettico della Chiesa in materia. Inutile dire che neanche questo stratagemma porta i frutti sperati. Il cardinale Melville rimane preda dei dubbi e delle incertezze per giorni, e con lui il mondo intero.
Infine, dopo essersi forse dilungato anche una ventina di minuti di troppo, il film volge al termine. Dopo giorni di attesa, Melville si affaccia al balcone e annuncia ai fedeli di tutto il mondo, comprensibilmente stupiti, che non si sente degno di essere la guida del popolo cristiano. Detto ciò si ritira, chiedendo a tutti di pregare per lui e per la sua anima.

Habemus Papam ha il grande pregio di mostrare il lato umano dei religiosi: i loro punti di forza, i loro vizi, le loro paure, i loro tentennamenti, il loro modo di divertirsi… e lo fa in modo simpatico e rispettoso, senza accusare o dissacrare nessuno e, anzi, suscitando pure qualche benevola risata. Inoltre, le idee della Chiesa su determinati temi (Darwin, la psicoanalisi, e altro) vengono definite in modo chiaro, per non lasciare spazio a fraintendimenti. 
E’ innegabile, però, come nel film non venga data una risposta soddisfacente in materia di fede: perché il papa neo-eletto non si fida (e affida) di Dio e del Suo aiuto? Qual è il ruolo dello Spirito Santo nell’elezione di un Pontefice? Ma, in definitiva, non sono queste le risposte che devono essere ricercate in un film di un regista ateo: sarebbe veramente pretendere troppo.

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