CrisTiada: l’esercito di Cristo Re

Quale anticipazione del Cineforum – organizzato per giovedì prossimo, 14 marzo, alle ore 20.00 presso l’Oratorio del Duomo di Trento – proponiamo questo interessante articolo sul film “Cristiada”.

di P. Angelomaria Lozzer

Grazie al recente film “Cristiada”, scritto da Michael James Love e diretto da Dean Wright, dichiarato uno fra i colossal più belli realizzati negli ultimi anni, con un cast di eccezione (Andy Garcia, Peter O’ Toole, Eva Longoria, Catalina Sandino Moreno, Oscar Isaac), si è rimessa in luce una delle pagine del novecento più raccapriccianti  e in un certo senso più gloriose per la testimonianza eroica di fede di tanti martiri. Uno squarcio di storia che continua ad essere taciuta e occultata, ma che in questo anno della fede speriamo risplenda a testimonianza ed esempio per cristiani oggi così superficiali e tiepidi. Continue reading “CrisTiada: l’esercito di Cristo Re”

In Italia il film “October Baby”, la donna quasi abortita per rispetto ai diritti della donna

Anche in Italia verrà distribuito dal 18 settembre 2012 il film October Baby che narra la storia di Gianna Jessen, sopravvisuta all’aborto salino, la donna più odiata dal movimento abortista e femminista. Hanno cercato di sopprimerla per rispettare il presunto diritto della donna di decidere quale essere umano debba vivere o morire, ma l’aborto non è andato come previsto. Continue reading “In Italia il film “October Baby”, la donna quasi abortita per rispetto ai diritti della donna”

Mai abbandonare il proprio compagno, soprattutto se è tua moglie

“Fireproof” è la storia di Caleb Holt, un eroico capitano dei pompieri, e di sua moglie.

Il lavoro di Caleb consiste nel salvare le vite altrui, cosa che fa con generosità e dedizione, anche grazie alle sue doti naturali: ha sangue freddo, prontezza di riflessi, prestanza fisica…

La riuscita in ambito lavorativo, tuttavia, non è corrisposta da un simile successo nel campo sentimentale. Caleb, infatti, è sposato con una moglie che non guarda neanche più, con la quale parla solo per litigare e con cui non condivide più nulla: dormono in letti separati, mangiano in momenti diversi… insomma, vivono da separati in casa.

Su una cosa, però, la giovane coppia sembra ancora concordare: l’unica soluzione plausibile appare loro il divorzio. “Non abbiamo più nulla da dirci”, rivelerà Caleb ad un suo collega ed amico pompiere. Continue reading “Mai abbandonare il proprio compagno, soprattutto se è tua moglie”

The tree of life

“La natura e la grazia”, potrebbe essere questa una buona massima per rendere il senso del film The tree of life, di Terrence Malick, premiato con la palma d’oro a Cannes nel 2011.
E’ questo contrasto che anima similmente un altro grande film dello stesso regista, La sottile linea rossa, amara e cruda riflessione sulla ferocia della guerra, sull’animo umano visitato dall’amore e sull’indifferenza della natura.
Questi temi in The tree of life risultano ulteriormente sondati e sviluppati attraverso la storia di una famiglia, funestata dal lutto per la perdita di un figlio. Continue reading “The tree of life”

La maternità sul grande schermo

Quando la notte, l’ultimo film di Cristina Comencini, è un lungometraggio molto intenso, sotto diversi aspetti.
La pellicola, tratta dall’omonimo libro scritto dalla regista stessa, narra la storia di Marina (Claudia Pandolfi), una giovane madre che decide di andare a trascorrere un mese di vacanza con il proprio bimbo di due anni in un paesino alle pendici del Monte Rosa. Qui Marina prende in affitto un appartamento che appartiene al cupo e schivo Manfred (Filippo Timi).
I giorni trascorrono lenti e le difficoltà emergono prepotenti:il piccolo Marco non dorme, è sempre in movimento e Marina non ce la fa più a stargli dietro. Finché una notte accade un “incidente”, che solo grazie al veloce intervento di Manfred non si conclude in tragedia; la guida alpina, infatti, sentito un colpo provenire dal piano superiore, intuisce essere successo qualcosa di strano e sfonda la porta dell’appartamento dove alloggiano Marina e il bambino. Entrato in casa, trova il piccolo Marco steso per terra, ferito alla testa e grondante di sangue, mentre Marina lo fissa immobile da dietro una porta. Per fortuna, dopo una corsa all’ospedale, il bambino se la cava con sei punti alla nuca.
Da questo episodio ha inizio un’indagine reciproca tra Manfred e Marina: il primo perché vuole capire cos’è realmente successo nella casa la notte dell’incidente; la seconda perché ha intuito la difficoltà di intessere un rapporto sereno con le donne che ha Manfred e vuole capirne il motivo…

Questo film della Comencini, che è stato fischiato e bistrattato dalla critica alla Mostra del Cinema di Venezia, ha i suoi pregi e i suoi difetti.
Partendo da questi ultimi, è innegabile che la pellicola presenti dei toni forse troppo esasperati, oltre a soffermarsi ad indagare il rapporto madre-figlio per troppe scene consecutive, scadendo nella ripetizione. Inoltre, la parte finale del film appare totalmente superflua: dopo quindici anni Marina ritorna all’ombra del Monte Rosa per rivedere Manfred e i due – da tutti questi anni reciprocamente innamorati – si abbandonano ad una scena di sesso francamente banale e gratuita.
Da un punto di vista prettamente cinematografico, quindi, forse la critica di Venezia aveva le sue buone ragioni per non apprezzare il film, che comunque per i “non intenditori” rimane molto godibile.

Ma quel che più importa è sottolineare l’indiscutibile pregio di Quando la notte : il tema che va ad indagare.
La pellicola, infatti, tratta la questione della maternità, ma lo fa in maniera inusitata: per una volta, a prevalere sul grande schermo non sono le super-mamme lavoratrici, sempre sorridenti e in perfetta forma, bensì sono i dubbi e le difficoltà (fisiche e psicologiche) che una madre prova nei confronti del proprio bambino.
La maternità è un istinto insito in ogni donna, nonostante le femministe cerchino di convincersi e di convincerci del contrario. Esse sono per natura portate ad accogliere, a donarsi, a prestare attenzione agli altri: se si negano queste loro prerogative, si annulla l’essenza stessa della femminilità, che differenzia il gentil sesso dagli uomini.
Sostenere questo, però, non equivale a dire che essere madri sia una passeggiata. Parlo da figlia, ma penso di non sbagliare. Quando nasce un bambino la vita cambia: i ritmi si modificano, i pensieri sono sempre e primariamente rivolti a lui, il rapporto di coppia si trasforma… E anche quando i figli crescono e diventano autonomi, rimangono comunque sempre un punto fisso nella mente di ogni madre.
Su questa considerazione ben si inserisce un altro aspetto, anch’esso molto importante, che nel film della Comencini viene solo abbozzato: per essere madre è necessario (e non opzionale) avere accanto un uomo che sia nel contempo marito e padre. E questo sia per il bene della donna – che in questo modo non si trova a dover affrontare in totale solitudine l’impegno,estremamente bello, ma faticoso,di dover crescere un figlio -, che per quello del bambino – che ha bisogno di crescere con due figure di riferimento -, che per l’uomo stesso, che non può che essere arricchito dall’esperienza di essere padre.

E’ inutile negare che uomo e donna siano diversi; essi però sono complementari, e l’uomo ricopre un ruolo fondamentale nel supportare la maternità della propria moglie e nel contribuire all’educazione della prole. Dove non arriva un genitore, arriva l’altro; se vi sono degli aspetti in cui un componente della coppia ha maggiori difficoltà, sa che non è solo ad affrontarli, eccetera.

Insomma, sarà pur vero che molti aspetti della maternità sono esclusivamente femminili (la gravidanza, l’allattamento…), ma i figli si fanno in due proprio perché accanto ad un buona madre è necessario che vi sia un padre e un marito. Per il bene di tutti.

Al Festival di Venezia un ennesimo “cattivo maestro”: Olmi

di Mario Palmaro

“La Chiesa dovrebbe essere una casa che accoglie, non deve domandare se una persona è credente o no. I cattolici dovrebbero ricordarsi di essere cristiani. Non bisogna inginocchiarsi davanti al crocifisso, che è solo un simulacro di cartone, ma verso chi soffre come gli extracomunitari”.

A parlare è Ermanno Olmi, soi disant regista cattolico, che in questi giorni è al Festival del Cinema di Venezia per presentare il suo film “Il Villaggio di cartone”.

Le farneticazioni di Olmi potrebbero anche lasciarci indifferenti, considerato che il mondo moderno ci ha fatto sviluppare una considerevole quantità di pelo sullo stomaco, e siamo abituati a sentirne davvero di tutti i colori, quando c’è da sparlare della Chiesa cattolica. Ovviamente, guai se l’oggetto delle offese fosse una religione diversa: si scatenerebbe un putiferio. Ma tirare un po’ di fango su Roma e sul Papa è uno sport sempre apprezzato.

Così è successo anche a Olmi, che è stato accolto da uno stuolo di critici pronti a sviolinarlo per il suo “film-capolavoro””, che in verità Francesco Borgonovo su Libero ha paragonato alla mitica “Corazzata Potemkin” di fantozziana memoria.

Dicevamo che si potrebbe lasciar perdere, e buona notte, se non fosse che il nostro uomo è un accreditatissimo uomo-di-cultura-cattolico.

Dici Olmi, e nelle parrocchie e nei cinema parrocchiali, negli oratori e nei centri culturali cattolici è tutto un compiaciuto annuire di capoccioni pensierosi e plaudenti: “Eh, Olmi, che regista! E che cattolico! E che film di denuncia!” E così via celebrando. Questo è, purtroppo, il problema: che nel mondo cattolico si considerino batteriologicamente pure delle sorgenti inquinatissime, per nulla potabili, dalle quali sarebbe molto meglio stare alla larga. Olmi è padrone di continuare a fare i suoi film, che tanto non vede praticamente nessuno. Ed è anche padrone di dire le sciocchezze che ha inanellato nei giorni scorsi. L’importante è che non pretenda di parlare “da cattolico”.

Perché uno che invita a non inginocchiarsi davanti al crocifisso, definendolo “simulacro di cartone” (sic) cattolico non lo è affatto. In quelle parole non c’è solo dabbenaggine, ma anche livorosa malevolenza e inquietante compiacimento per la provocazione blasfema. Ma c’è dell’altro.

Il film di Olmi è a suo modo un perfetto manifesto di quel “cattolicesimo suicidato” che si dissolve nel solidarismo e nell’ossessione del primato degli ultimi. Vi si racconta infatti di una chiesa che viene sconsacrata, e del vecchio parroco che – superato il primo sconcerto – la trasforma in un luogo di accoglienza per immigrati.

Invece che adorare Dio che si fa uomo in Gesù Cristo crocifisso, la “chiesa” di Olmi si mette ad adorare l’uomo che si fa dio, togliendo di mezzo Cristo e il mistero dell’incarnazione.

E’ l’umanesimo ateo che soppianta il cattolicesimo, è l’attivismo per i più poveri che rimpiazza la preghiera, è il relativismo della volontà che rimpiazza il realismo della verità. E infatti il regista-predicatore, determinato a cantarle soavi ai cattolici papisti, rincara la dose, dicendo che “non possiamo avere solo certezze; ognuna di esse è una ferita che portiamo alla fede. Il peso dei dubbi deve essere superiore alla stessa fede”.

Forse nemmeno Odifreddi, Severino, Galimberti e Cacciari, schierati insieme a coorte, avrebbero saputo dir meglio qualche cosa di così totalmente non cattolico e, insieme, di così desolatamente banale.

Sarebbe poi una buona cosa che d’ora in avanti di immigrazione parlassero solo le persone comuni: quelle che vivono gomito a gomito con gli extracomunitari, fanno la spesa nel quartiere, vanno al lavoro in autobus; insomma, solo quelle persone che non fanno i registi, o i critici cinematografici, vivendo magari ai Parioli o in qualche quartiere superlusso dove l’unico immigrato è la colf. O, vista l’età di certi cineasti, la badante moldava.

da www.labussolaquotidiana.it

8/9/2011

Habemus Papam: sì o no?

Il nuovo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, sta suscitando un forte dibattito, come sempre quando un artista ateo o agnostico si avventura a parlare di tematiche inerenti la Chiesa e la Fede.
Dispiace vedere che anche questa volta il mondo cattolico si sia diviso nel giudizio sul film di Moretti. Vi è chi, come Daniele Venturi (presidente nazionale dell’Associazione Papaboys) e Salvatore Izzo, si è scagliato sul film proponendo di sabotarlo al botteghino; e nel contempo vi sono altrettante personalità del mondo cattolico – quali, solo per citarne un paio, Vittorio Messori e padre Fantuzzi – che non hanno bollato il film di Moretti come “anti-cattolico” e “offensivo”, bensì si sono limitati a constatare che Habemus Papam è un film simpatico e rispettoso, dove la Fede non è la protagonista principale, in linea con la condizione di ateo vissuta dal regista Moretti. Personalmente, ritengo che questa seconda posizione corrisponda meglio alla realtà.

Habemus Papam si apre con le immagini del funerale di Giovanni Paolo II, per poi soffermarsi a descrivere il Conclave. Le scene girate durante le votazioni per l’elezioni del nuovo pontefice, che descrivono una situazione che tutti noi abbiamo solo potuto immaginare, sono volte essenzialmente a mettere in luce gli stati d’animo dei vari cardinali che vi prendono parte. Tutti, infatti, nel loro intimo si rivolgono a Dio, pregando: “Non io, per favore, fa che non sia scelto io”…
Finalmente, dopo molte votazioni, viene eletto l’anziano cardinale Melville (Michel Piccoli), il quale risponde affermativamente alla domanda con la quale gli viene chiesto se accetta di essere il nuovo pontefice. Al momento dell’annuncio ad una piazza San Pietro gremita di gente, però, il papa neo-eletto non riesce a reggere di fronte alla responsabilità che ha assunto su di sé e si ritira a pregare all’interno della Cappella Sistina, lasciando tutto il mondo in uno stato di febbrile attesa. La situazione è quanto mai fantomatica: c’è stata la fumata bianca, ma per giorni dal balcone del Vaticano non si affaccia nessuno. La perplessità domina, i giornalisti cercano di captare ogni minimo dettaglio, le stesse gerarchie ecclesiastiche non sanno più come muoversi…
Intanto, nell’animo di Melville si è creato il vuoto: non ricorda più nulla e non sa cosa fare; l’unica cosa di cui pare consapevole è che non si sente la persona adatta per sostenere l’impegnativo compito di essere pastore della Chiesa di Dio.
Per aiutarlo a superare questo momento di debolezza, in Vaticano decidono di rivolgersi ad uno psicanalista (Nanni Moretti), specificando però molto bene, per bocca di un cardinale italiano, quale sia il giudizio scettico della Chiesa in materia. Inutile dire che neanche questo stratagemma porta i frutti sperati. Il cardinale Melville rimane preda dei dubbi e delle incertezze per giorni, e con lui il mondo intero.
Infine, dopo essersi forse dilungato anche una ventina di minuti di troppo, il film volge al termine. Dopo giorni di attesa, Melville si affaccia al balcone e annuncia ai fedeli di tutto il mondo, comprensibilmente stupiti, che non si sente degno di essere la guida del popolo cristiano. Detto ciò si ritira, chiedendo a tutti di pregare per lui e per la sua anima.

Habemus Papam ha il grande pregio di mostrare il lato umano dei religiosi: i loro punti di forza, i loro vizi, le loro paure, i loro tentennamenti, il loro modo di divertirsi… e lo fa in modo simpatico e rispettoso, senza accusare o dissacrare nessuno e, anzi, suscitando pure qualche benevola risata. Inoltre, le idee della Chiesa su determinati temi (Darwin, la psicoanalisi, e altro) vengono definite in modo chiaro, per non lasciare spazio a fraintendimenti. 
E’ innegabile, però, come nel film non venga data una risposta soddisfacente in materia di fede: perché il papa neo-eletto non si fida (e affida) di Dio e del Suo aiuto? Qual è il ruolo dello Spirito Santo nell’elezione di un Pontefice? Ma, in definitiva, non sono queste le risposte che devono essere ricercate in un film di un regista ateo: sarebbe veramente pretendere troppo.

“I poeti estinti succhiavano il midollo della vita”

Qualche sera fa mi è capitato di rivedere il celebre film del 1989 L’attimo fuggente, di cui è protagonista un Robin Williams in grande forma.
Il film è ambientato negli Stati Uniti, nel 1959. Nel severo e tradizionalista collegio maschile Welton, il vecchio professore di Lettere va pensione e viene sostituito da John Keating (R. Williams), che un tempo era stato anch’egli studente in quello stesso istituto. Questo nuovo professore appare fin da subito diverso dai propri colleghi, perché non interessato unicamente al trasmettere delle nozioni. Il professor Keating, infatti, oltre che ad essere profondamente appassionato della letteratura, ha a cuore i propri studenti, che non vede esclusivamente come delle “scatole da riempire”, bensì come delle persone.

Uno dei pregi principali del film è, a mio avviso, quello di evidenziare come i giovani – di cinquant’anni fa, come di oggi – abbiano insito in loro un profondo anelito verso “qualcosa di grande”; troppo spesso accade, però, che questo “desiderio di infinito” venga negato o soffocato con dei meri palliativi.
Direttamente conseguente a questa spinta ideale presente in ognuno di noi, vi è il fatto che appena i giovani – ma non solo – incontrano una persona che testimonia loro che un “oltre” c’è e che è possibile, vi si aggrappano. La reazione è simile a quella di un assetato che scorge una fontana in lontananza: si protende verso di essa, cercando di saziare la propria sete.

Ne L’attimo fuggente, i ragazzi si lasciano affascinare dal professor Keating, perché è l’unico insegnante che si pone nei loro confronti in modo diverso e che ha qualcosa di interessante da trasmettere. Egli, infatti, li considera in quanto persone; si interessa della loro crescita personale, prima ancora che della didattica; li valorizza per i loro pregi, magari rimasti nascosti fino ad allora; li punzecchia sulle loro difficoltà… In sostanza, non consente loro di “adagiarsi”, perché lui non è un professore che si accontenta che ripetano meccanicamente la lezioncina imparata dal libro.

In una scena del film, per esempio, Keating decide di far marciare i ragazzi nel cortile. A prima vista verrebbe da dire: “Cosa c’entra il camminare con la letteratura?”. La risposta la fornisce lo stesso Robin Williams, dialogando con un professore del collegio che avanzava la stessa perplessità: prima ancora che imparare ad analizzare una poesia, è importante che i ragazzi abbiano chiaro che loro valgono in quanto personalità singole. Ecco perché il marciare: camminando secondo il proprio gusto, i ragazzi hanno modo di capire che l’uniformarsi, l’appiattire la propria individualità, il cercare di essere il più possibile simili agli altri, non è una politica che paga. E’ invece necessario che ognuno di loro sviluppi l’autonomia di pensare con la propria testa e abbia la maturità per sostenere le proprie posizioni. Keating si rivolge ai propri studenti dicendo: «Ci teniamo tutti ad essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani ed impopolari. Come ha detto Frost: "due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso"».
Naturalmente questo non nega che in certi casi sia necessario seguire delle regole, o affidarsi a persone di cui ci fidiamo e che hanno più esperienza di noi. Ma un conto è conformarsi per comodità o per paura di essere emarginati, un altro è il seguire e l’affidarsi con cognizione di causa.

L’Attimo fuggente ha, innegabilmente, anche dei risvolti etici e morali; questi, però, non vengono approfonditi e sono lasciati all’auto-coscienza di ognuno: come va inteso il motto oraziano “Carpe diem?”; che giudizio bisogna dare al suidicio?, etc…
In definitiva, insomma, quello che rimane di più di questo film è proprio il nitido ritratto del fatto che i ragazzi hanno un innato desiderio di un “di più”, e che appena trovano qualcuno che sembra loro in grado di trasmetterglielo, vi si aggrappano.

E’ questo il concetto che viene ribadito nella scena finale. Keating è stato licenziato, perché imputato di essere il responsabile della morte per suicidio di uno dei suoi giovani alunni, nonché promotore della “Setta dei Poeti estinti”. La cattedra di letteratura, rimasta scoperta, viene temporaneamente occupata dal rettore dell’istituto; proprio durante la prima lezione di questo, Keating entra in classe per recuperare le sue ultime cose. Poi, mentre si appresta ad uscire silenziosamente dall’aula, Todd, un giovane studente molto timido, sale in piedi sul proprio banco e richiama la sua attenzione, dicendo: “Capitano, mio capitano!”. Naturalmente il preside intima subito Todd di sedersi, ma egli non lo ascolta, e anzi viene seguito a ruota da moltissimi (non tutti) altri suoi compagni. I giovani salgono in piedi sui banchi per dimostrare la loro gratitudine verso la loro “guida”; il rettore può minacciarli quanto vuole: loro non demordono e lasciano prevalere il cuore e la gratitudine sulle regole del rigido collegio. Forse per la prima volta, hanno il coraggio di essere loro stessi.

UOMINI DI DIO

La storia è vera: nel 1996, in Algeria, i monaci benedettini del monastero di Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante vengono rapiti e giustiziati, probabilmente da un gruppo di estremisti del GIA (Gruppo Islamico Armato), anche se l’inchiesta giudiziaria è ancora in corso e sembra suggerire l’ipotesi di una complicità da parte dell’esercito governativo, fatto che amplierebbe lo scenario all’orizzonte della politica internazionale.

Il film di Xavier Beauvois, che ha vinto il gran premio della giuria al Festival di Cannes del 2010, non si presenta, però, né come un documentario di denuncia contro l’islam integralista, né come un’inchiesta sulla verità dei fatti o sui controversi rapporti tra Francia e Algeria, né tantomeno come un racconto agiografico celebrativo dell’eroismo dei monaci.

Si tratta piuttosto di una fotografia senza sbavature della vita di un convento qualsiasi, abitato da uomini normali. Come se la macchina da presa si trovasse a passare lì per caso e aprisse la porta di una casa che potrebbe essere benissimo quella a fianco.

Per questo la loro storia straordinaria e drammatica può essere letta come la storia di tutti. Ed è in questo senso che va inteso il titolo originale francese “uomini e dei”, citazione del salmo 81, nel quale si afferma la dignità dell’uomo (Io ho detto: “Voi siete dei, siete tutti figli dell’Altissimo”) che consiste nell’essere chiamato a collaborare attivamente alla redenzione del creato nella relazione profonda con Dio e con gli uomini, ma nel quale se ne ricorda anche la fragilità ( “ma certo morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti” ).

La sottolineatura di questa normalità dei protagonisti del racconto emerge con chiarezza attraverso brevi scorci della loro vita quotidiana. Ecco allora una variopinta e chiassosa festa musulmana alla quale i padri partecipano accolti affettuosamente dalla popolazione del paesino; ecco il vecchio padre medico che cura con amorevolezza donne e bambini di ogni provenienza e religione; oppure il dialogo profondissimo con una ragazza che gli chiede che cosa vuole dire innamorarsi; ecco ancora il lavoro nei campi, il lavare i piatti; trova posto in quest’elogio dell’umano anche la descrizione della paura, delle incomprensioni tra i padri, che non sanno decidere se andarsene o restare, di fronte alle minacce sempre più serie dei guerriglieri islamici, (“Io rifiuto il suicidio collettivo”; “Io la protezione di un governo corrotto”)

Tutta questa normalità, però, non è altra cosa rispetto alla relazione con Dio, ne è anzi la continuazione e l’effetto, come ben sottolineano i salmi cantati dai monaci nei momenti di preghiera, che sembrano commentare gli avvenimenti, fornendone una visione più ampia, accolta nel volere imperscrutabile di un Padre che ama.

Questa profonda appartenenza a Dio e agli uomini, che viene pure messa in discussione (“Perché la fede è così amara?” dirà uno dei padri nella lettura durante i pasti, citando il monaco eremita Carlo Carretto), viene descritta come l’origine della capacità di rapporto con il popolo musulmano, estraneo anch’esso alla violenza della guerriglia e capace di incontro e di confronto proprio perché cosciente della propria identità di fronte ad Allah. “E niente esiste, tranne l’Amore che si manifesta; e niente esiste, tranne il Bambino”, recita un salmo che i monaci cantano nella notte di Natale, dopo un primo burrascoso incontro con i guerriglieri.

Tantissimo silenzio, tantissimi sguardi e primi piani, una scelta di regia, sobria e semplicissima nello scegliere le inquadrature, descrivono gli avvenimenti in un crescendo di intensità, delineando le figure umanamente ricche e complesse di uomini che si arrendono semplicemente a Dio. Come Christof, che attraversa una profonda notte dello Spirito, dalla quale esce dopo lunghissima preghiera e dopo un dialogo tesissimo con il priore Christian, che gli ricorda l’Amore per il quale vive:

“E’ utile essere martiri? Si è martiri per essere bravi?”

“No, si è martiri per Amore”.

Tra i documenti del Convento venne trovata questa lettera del padre priore:

Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé

Quando si profila un ad-Dio

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.

Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.

Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.

Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la “grazia del martirio”, il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.

So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. ? troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.

L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: “Dica adesso quel che ne pensa!”. Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.

Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.

Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.

In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!

E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!

Insc’Allah

Algeri, 1? dicembre 1993
Tibhirine, 1? gennaio 1994
Christian”

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