A PROPOSITO DEL DIBATTITO SULLE CELLULE STAMINALI

La Bioetica sta diventando sempre più oggetto di dibattiti che catturano le prime pagine dei giornali, a livello mondiale; qualcuno ha detto che il terzo millennio sarà caratterizzato proprio da questa nuova disciplina. Ho partecipato alla serata sulle cellule staminali organizzata dal Congresso Nazionale di Neuroscienze alla Gran Guardia di Verona, venerdì 28 settembre 2007, alle ore 20,30; il tema era: “Cellule staminali: aspetti bioetici”.

Sono stato incaricato di presentare i relatori, tra cui il cardinale emerito di Ravenna, s.e. mons. Ersilio Tonini, e il prof. Piergiorgio Strata, neurofisiologo dell’Università di Torino, e di dare inizio ai lavori con una breve introduzione. Volevo, in questa sede, riferire sul tema – cui il nostro quotidiano cittadino ha dato ampio risalto – e aggiungere qualche riflessione, frutto anche dell’esperienza maturata insegnando un po’ di bioetica ai liceali di questa Scuola. Il punto cruciale della questione, cui si richiamano anche le forti voci di protesta contro i limiti imposti dalla legge n°40 sulla fecondazione assistita, è dato dalla possibilità morale di utilizzare le cellule staminali umane, di tipo embrionale; le staminali del cordone ombelicale e quelle dell’adulto non pongono alcun problema in questo senso. Per poter utilizzare le staminali totipotenti del primo tipo bisogna intervenire (uccidendolo) sull’embrione umano. Lo scopo dichiarato di questo filone di ricerca è quello di aprire nuove possibilità nella terapia di diverse malattie, tra cui quelle degenerative del sistema nervoso centrale. Per realizzare questo desiderio – manipolare l’embrione umano – è stata creata in letteratura la figura di “pre-embrione” (1984, Gran Bretagna, rapporto Warnock), che non esisteva prima, nei manuali di biologia dello sviluppo, e che, del resto, non è mai stata applicata né al mondo animale né a quello vegetale. Stano ma vero: solo lo sviluppo dell’uomo prevede lo stadio di “pre-embrione”, che va dal concepimento al fatidico quattordicesimo giorno, quando cioè inizia a formarsi la “piega neurale” ovvero la prima “bozza” di sistema nervoso. Si dice, con pressoché universale consenso in ambito accademico, che l’essere umano inizia la sua identità individuale solo a partire da questo momento in cui compare il suo organo peculiare, che è appunto il cervello. Volevo a questo punto proporre quattro considerazioni, non desunte dalla fede cristiana, ma affidate esclusivamente alla ragione e alle sue ragioni, come si conviene a un dibattito laico.

Che cosa dire allora di fronte alla data del 14° giorno?

Primo. Per ogni animale e per ogni vegetale vale la regola della discendenza, per cui l’identità del figlio è data dalla natura dei genitori: un figlio di cavallo è tale perché i suoi genitori sono equini, anche se dovesse essere incapace di galoppare. Così l’embrione umano è tale perché i suoi genitori sono umani, senza ma, senza se e soprattutto senza alcun calendario. Anche se dovesse svilupparsi privo di un arto o anche fosse anencefalico, è sempre un umano, appunto per generazione. E’ chiaro che l’inizio della nuova esistenza è data dalla fecondazione; non un giorno prima, non un giorno dopo. E’ solo in quell’istante che inizia un processo di sviluppo assolutamente nuovo, autonomo e indipendente dai genitori; nessun grande biologo si era mai accorto, studiando lo sviluppo embrionale, di un “salto” tra il 14° e il 15° giorno, prima che entrassero in gioco interessi di tipo politico.

Secondo. Il processo biologico che si avvia con la fecondazione è inarrestabile ed è orientato allo sviluppo di tutto il nuovo essere, senza soluzione di continuità. Il processo di sviluppo non si presta ad essere segmentato in giorni se non per comodità di studio; la comparsa della piega neurale ha la stessa importanza della comparsa del cuore o della comparsa precedente di una blastula. La piega neurale non compare da sola, ma compare su una gastrula, ovvero su una struttura pluricellulare cui è vitalmente connessa: no gastrula, no piega neurale! Non si vede perciò il motivo scientifico per “isolare” la comparsa di un organo dal suo contesto. In fondo, inoltre, anche questo inizio di cervello non è né autocoscienza, né funzionalità cerebrale, e neppure certezza di sviluppo ulteriore. Terzo. Ammesso e non concesso che diventi uomo il 14° giorno: prima cos’era? Un limbo? Una “entità” (come arbitrariamente si dice) di quale specie, se non quella umana? Il fatto che non si possa definire il “prima” rende vuota la definizione del “dopo”: se non è cambiato nulla, come parlare di un prima e di un dopo? Quarto e ne parliamo sottovoce. Se proprio vogliamo accettare questa definizione, siamo coerenti e diciamo che tutti gli aborti dopo il 14° giorno sono omicidi perché uccidono un essere umano, come appunto si vuole sostenere con l’argomentazione della piega neurale. Insomma, la ragione ci conferma nell’evidenza che ogni donna prova quando si accorge di essere incinta ed afferma: “aspetto un bambino”. Come donne e come uomini preferiamo credere che la nostra storia sia iniziata molto prima del quattordicesimo giorno, a partire da un gesto d’amore di una mamma e di un papà che ci hanno generato, prima di avviare qualsiasi processo biologico. Umberto Fasol Biologo, preside Istituto Alle Stimate

Eutanasia & Ultima cena

Corruptissima respublica plurimae leges. Così lo storico Tacito ricorda ai suoi contemporanei negli Annales e così pare rammentare a noi: quando l’autorità pubblica è sommamente corrotta, innumerevoli sono le leggi. Il diluvio legislativo da cui da decenni siamo travolti è frutto della cancellazione progressiva ed efficace di una sola legge che conta: la legge della retta coscienza. O per tradurre tale espressione in altri termini: la legge naturale. Questa non è altro che una serie di principi universali ed oggettivi che sono scolpiti nel cuore di ogni uomo da sempre e che possono essere sintetizzati nella frase di San Tommaso: “Il bene deve essere fatto e ricercato, e il male evitato”. Una legge naturale che, se validamente seguita in coscienza, permette di sapere cosa e come fare in ogni circostanza. Una sorta di navigatore etico che per le difficili strade del viver quotidiano ti conduce alla meta prestabilita. Tolta tale legge – operazione propria di chi è appunto corrotto nell’animo – occorre ad essa sostituire una leggina per ogni nostro atto, un decreto per ogni circostanza in cui dobbiamo prendere una decisione. Uno sforzo anche inutile, se vogliamo, dato che questo scopo era stato raggiunto con un certo grado di successo dalla cosiddetta “consuetudine” almeno fino al giorno in cui Voltaire pronunciò la famigerata ed incandescente frase “Volete avere delle buone leggi? Bruciate quelle che avete, e fatene di nuove”. Il problema però è anche un altro. Eliminata questa norma a carattere morale l’uomo svilisce la sua dignità di persona e diventa bestia. E agli animali – si sa – occorre mettere il guinzaglio, le redini, bisogna imbrigliarli e percuoterli a nerbate perché ubbidiscano e da esseri bizzosi si convertano in placidi e mansueti cittadini. Insomma una lex che sia regola per la condotta dei consociati, utile per il controllo sociale, come avrebbe detto Kelsen, per instradare comportamenti inquieti in questa bellicosa esistenza postmoderna, in questa “aiuola che ci fa tanto feroci”, come invece scrisse il sommo Dante. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti: un oceano di leggi, norme e regolamenti la cui profondità è quasi insondabile. Un reticolo inestricabile pensato e voluto da un lato perché ogni desiderio diventi diritto, condannando il soggetto a trasformarsi in oggetto delle sue stesse pulsioni, e dall’altro affinché la nostra esistenza sia perfettamente e con minuzia controllabile da chi sta sui Colli Romani. E perciò dato che la voce della coscienza è diventata afona e incapace di dirti quali comportamenti nel concreto devi assumere, a questa è subentrata la norma giuridica. Ma non per tentare di mimare la voce suddetta, bensì per consegnarti nuovi stili di vita. Però a volte dalla proposizione di nuovi “diritti” si passa, con garbo ed eleganza, all’imposizione di questi. E’ ciò che è accaduto con il disegno di legge del senatore Marino riguardante le cosiddette “dichiarazioni di volontà anticipate” (conosciute anche come “testamento biologico”) e che da poco ha compiuto un anno di vita. Tale disegno di legge tra tutti quelli presentati in Parlamento è quello che ha più possibilità di passare, nel caso assai infelice che si decidesse di legiferare in materia. Le dichiarazioni di volontà anticipate non sono altro che una disposizione di volontà scritte in merito a trattamenti sanitari qualora il soggetto versi in stato di incapacità decisionale, o, detto in altri termini, quando non sia più cosciente. Sorvoliamo sull’inefficacia di tale strumento: l’inattualità del consenso per cui oggi da sano decido cosa fare della mia vita quando un giorno sarò malato; la probabile interpretazione erronea da parte del fiduciario, figura incaricata di dare attuazione al testamento biologico; la quasi impossibile previsione della patologia e dei relativi trattamenti sanitari a cui il futuro paziente andrà incontro; et similia. Sorvoliamo pure sul fatto che questo documento è lo stratagemma per introdurre l’eutanasia nel nostro paese. Sorvoliamo sulle affermazioni, un po’ logore, che fanno da contorno a questo disegno di legge secondo cui, dato che c’è l’eutanasia clandestina, occorre renderla lecita (a quando la legittimazione degli omicidi, furti, rapine, stupri, sequestri, anch’essi, da quanto ci risulta, clandestini?). Sorvoliamo su tutto ciò ed invece fermiamoci su un punto di questo DdL. All’art. 10 si legge “i cittadini sono tenuti a rendere la dichiarazione anticipata di trattamento”. Il principio su cui la cultura progressista e radicaloide continua a battere per far passare il testamento biologico è quello dell’autodeterminazione. La vita è mia e ci faccio quello che voglio. Se soffro e voglio farla finita, mi deve essere riconosciuto il diritto di morire. Sono quindi io che determino in tutto e per tutto la mia esistenza. Ma – e qui sta l’obiezione – se mi è permesso che sia io a decidere in toto su ogni aspetto attinente al mio corpo, alla mia salute, perché devo essere costretto a redigere il testamento biologico così come vuole il professor Marino? Non contrasta proprio con il principio dell’autodeterminazione il fatto che ci sia un obbligo in tal senso? La mia libertà di decidere cosa fare della mia vita non significa anche che possa decidere di non sottoscrivere un tale documento? La domanda è ovviamente retorica. Ma c’è un secondo punto da mettere in luce seppur brevemente: quale limiti assegnare al principio di autodeterminazione? Vi sono beni che il diritto, e il buon senso, chiama disponibili ed altri che invece definisce come indisponibili. La demarcazione tra questi due generi di beni non è netta. Nonostante ciò possiamo individuare alcuni beni dei quali per il loro valore (economico, affettivo, morale) si può disporre liberamente. Un’auto è un bene disponibile. Potrò comprarla, venderla, regalarla, smontarla: posso farci quasi quello che voglio (il “quasi” è d’obbligo: non mi è permesso per esempio investire un pedone con la mia macchina). E poi ci sono i beni indisponibili. Perché vi sono alcuni beni che il diritto – e prima di esso la morale – non mi permette di usare come voglio? Perché tali beni sono così preziosi, hanno un valore intrinseco così alto che sfuggono al dominio assoluto della mia libertà. La vita per esempio è un bene indisponibile. Posso sì “usare” di essa: posso scegliere di sposarmi oppure no, posso decidere di studiare oppure no, posso decidere di condurre una vita sedentaria oppure no, etc. Posso quindi compiere una serie quasi infinita di scelte attinenti alla mia vita, ma non posso scegliere di togliermela. Il potere di autodeterminazione che legittimamente ho sulla mia vita incontra il limite del divieto di suicidio. Il diritto di autodeterminazione non è assoluto, ma relativo, cioè si deve mettere in relazione con il diritto intangibile alla vita. Questo accade proprio perché la vita è un bene così prezioso che esorbita dalla sfera della capacità decisionale. In tal senso il legame che c’è tra me e la mia vita non attiene al concetto di proprietà: io non possiedo la mia vita. Bensì il nesso che lega me alla mia esistenza è quello proprio della tutela: io devo tutelare la mia vita. Non diritto di proprietà ma dovere di tutela. Nel concetto di tutela rientra sì la liceità di interpretare la propria esistenza così come uno vuole (sempre comunque nel rispetto delle norme morali), ma non rientra la possibilità di distruggere il bene “vita”. Per esemplificare: l’Ultima Cena di Leonardo è un dipinto che appartiene alla Comunità dei Domenicani. Il fatto che sia di loro proprietà non può permettere che questi decidano, per esempio, di applicare
una finestra nel centro di esso, di tinteggiare il muro dove è stato dipinto, o peggio di buttare giù tutta la parete. Se decidessero di farlo, non solo la sovrintendenza ai beni culturali, ma tutto il mondo artistico, culturale e politico interverrebbe subito gridando giustamente allo scandalo: “L’Ultima Cena è un bene di tutti!” Il Cenacolo vinciano è loro, ma non possono fare quello che vogliono. E’ un bene vincolato, ed è tale perché il pregio artistico è di incommensurabile valore. Un valore così alto che ti consente sì di intervenire sull’opera d’arte, ma solo al fine di migliorarla o di preservarne la bellezza. Nessuno sull’Ultima Cena si permetterebbe di dire: “Ormai non si vede quasi più nulla. E’ tutta danneggiata. L’opera è talmente compromessa che è inutile sforzarsi a prezzo di ingenti spese per tenerla “in vita”. Un dipinto così “malato” non ha senso recuperalo, né tantomeno vale la pena permettere l’accesso ai turisti adottando tante e tali cautele come il numero limitato di visitatori, il divieto di uso dei flash, l’analisi continua dei livelli di temperatura e umidità, etc. Meglio distruggerla”. Se lo dicesse verrebbe preso per pazzo. Invece simile ragionamento viene spesso fatto per i malati gravi: quelli in stato vegetativo permanente, i disabili come Piergiorgio Welby, i malati di tumore ma con buone prospettive di vita, e altri ancora. Ognuno di costoro vale ben più che un’Ultima Cena: le persone valgono più delle cose. Ognuno di essi vive una condizione di salute grave, disperata: è profondamente “danneggiato” nel fisico e nello spirito come il Cenacolo di Leonardo. Eppure per essi si propone l’eutanasia. Essi, chissà perché, non sono un bene di tutti. Ragionevole quindi l’intervento del GIP Renato Laviola che voleva contestare al dottor Riccio l’imputazione di “omicidio del consenziente” dato che ha staccato il respiratore a Welby decretandone la morte. Ragionevole perché lo stesso GIP aveva affermato che il diritto alla vita è di rango superiore rispetto al diritto del rifiuto alle cure, cioè rispetto al diritto di autodeterminazione. Ragionevole perché, infine, lo sguardo che si posa sul volto del malato grave e moribondo dovrebbe riconoscere in esso un’Ultima Cena vivente, dipinta da un artista dalle capacità divine.

Biologia sintetica

Televisioni e giornali ne hanno parlato, ma forse pochi sono gli italiani che hanno capito cosa è effettivamente accaduto nei laboratori di Craig Venter del Maryland. La scoperta scientifica è in effetti notevole: ricostruire un cromosoma batterico sintetico lungo 381 geni e contenente 580.000 coppie di basi, rappresenta certo un evento interessante. Le tecniche di ingegneria genetica adottate sarebbero in grado in futuro di dare luogo alla produzione di nuovi importanti farmaci, fino alla sintesi di interi cromosomi umani. Ciò significa che la terapia genica potrebbe raggiungere risultati sorprendenti. Non solo, ma si pensa addirittura allo sviluppo di cellule fotosintetiche per la produzione di fonti di energia alternativa. Lo spettro delle applicazioni pare davvero molteplice.
Tuttavia, realisticamente parlando, dobbiamo riconoscere che spesso vi è una sproporzione tra l’incalzare delle scoperte scientifiche nello sviluppo delle biotecnologie e la capacita di guidare, di orientare a fin di bene tali scoperte. In questo senso, la speranza alimentata dal progresso è al contempo minata dal timore che tanta potenza innovativa possa divenire potenza distruttiva. Che uso ne farà l’uomo? ? questa la domanda che ci inquieta e che si pongono anche i grandi scienziati: “La biotecnologia – ha dichiarato uno dei più noti ricercatori italiani, il professor Angelo Vescovi – non è diversa dalla fisica nucleare, dalla quale si può produrre energia ed anche fabbricare bombe, semmai è più potente, nel senso che la fisica nucleare applicata può distruggere, ma le biotecnologie possono modificare in poche decine di anni e in futuro, forse, anche nell’arco di mesi, quello che l’evoluzione ha creato in migliaia di anni”. In tal senso, il postulato di partenza non ammette fraintendimenti: nessuno ci racconti più che il progresso va lasciato libero di galoppare senza redini, senza regole. Il potente cavallo se non è domato, guidato, finirà inevitabilmente per disarcionarci. Progresso ed etica, scoperte e valori, sviluppo e dignità umana non possono mai essere dissociati. Il papa, citando Giovanni Paolo II, lo ha ricordato di recente alla comunità scientifica: “Gli scienziati, proprio perché ‘sanno di più’ sono chiamati a ‘servire di più’. Poiché la libertà di cui godono nella ricerca dà loro accesso al sapere specializzato, hanno la responsabilità di utilizzare quest’ultimo saggiamente per il bene di tutta la famiglia umana”.

La clonazione e le sue implicazioni filosofiche e teologiche.

“Il cattolicesimo è l’unica religione sulla terra che ha insegnato alle genti che nessun uomo ha diritto sull’uomo, perché ogni autorità viene da Dio”. Così scriveva Donoso Cortes in un passo della sua lettera al cardinal Fornari del 1852. Cortes, che è senza dubbio uno dei più grandi pensatori cattolici moderni, sapeva che non vi è nulla che non sia riconducibile alla teologia. Ogni pensiero, ogni azione, ogni ideologia è in qualche modo frutto di una teologia, di una idea fondativa su cui l’uomo costruisce il suo sguardo sulla realtà. Il panteismo, spiegava molto correttamente, produce il socialismo, mentre il deismo genera il liberalismo. Entrambe queste filosofie, escludendo un Dio personale, che ama direttamente ogni creatura, che giudicherà singolarmente ogni uomo, sfociano nel relativismo. E’ facilissimo constatare oggi, oltre un secolo e mezzo dopo, che Cortes aveva ragione. Ogni violazione della morale naturale si è affermata, in Italia, tramite l’alleanza tra il pensiero socialista e marxista e il pensiero liberale radicale, apparentemente così diversi, in realtà così simili. Ma torniamo alla frase dell’incipit: anch’essa purtroppo sta mostrando la sua veridicità. L’uomo moderno, che considera ogni legge in balia del principio democratico, socialista e liberale, ha legittimato l’arbitrio dell’uomo sull’uomo, con le dittature novecentesche, e poi nel campo dell’etica, con il divorzio, l’aborto e la fecondazione artificiale. Tutto si tiene. Una volta violato il principio, il resto ne deriva automaticamente. La nostra società ha legalizzato l’aborto: legalizzerà l’eutanasia. Ha legittimato la separazione tra sesso e riproduzione, legittimerà a breve anche il matrimonio omosessuale, che è la scissione tra il sesso e il suo fine, oltre che l’espressione evidente di un “diritto dell’uomo sull’uomo”, dal momento che impone ad una creatura indifesa di nascere e crescere al di fuori del contesto naturale e psicologico di cui ha assoluto bisogno. Una violenza, dunque, spacciata per diritto, che ne prepara, coerentemente, un’altra: la clonazione. Quest’ultima infatti, essendo una forma di riproduzione asessuata, non è che la consacrazione assoluta di un principio ormai affermatosi: la già citata scissione, divenuta totale, completa, tra sesso e riproduzione. Dal punto di vista teologico la clonazione è un urlo contro Dio, una bestemmia senza precedenti, dal momento che tenta di negare la creazione dell’uomo da parte Dio, cioè la dipendenza dell’uomo, e la Trinità, e cioè la relazione come aspetto costitutivo dell’essere…tutto in perfetta sintonia col pensiero panteista e deista. Si tratta però, di un tentativo destinato a fallire. Il fallimento è insito nella speranza, infondata teologicamente, di poter creare, di poter infrangere la morte attraverso un tecnica di duplicazione di se stessi, che però non è in grado di riprodurre altro che l’aspetto fisico, l’involucro esterno dell’uomo. Come due gemelli sono geneticamente identici, ma rimangono due persone diverse, così accadrebbe qualora arrivassimo veramente a realizzare processi di clonazione. C’è un quid, l’anima, su cui la tecnica non ha alcun potere. E’ così evidente! Ma non a tutti: i riduzionisti credono che tutto stia nel Dna, e si affannano a ritenere di aver esaurito il mistero della vita tramite la sua decifrazione. Interessante a questo proposito il fatto che il primo manifesto a favore della clonazione, pubblicato nel 1977 e firmato da biologi come Crick e Dawkins e umanisti come Isaiah Berlin, affonda le sue radici nell’evoluzionismo darwiniano, e in particolare nella affermazione riduzionista di Darwin secondo cui non esisterebbe differenza di qualità ma solo di quantità tra l’uomo e l’animale. Recita il manifesto: “Per quel che la scienza può stabilire le capacità umane sembrano diverse per grado, non per tipo, da quelle riscontrabili negli animali superiori. Il ricco repertorio umano di pensieri, sentimenti, aspirazioni sembra derivare da processi elettrochimici del cervello e non da un’anima immateriale…”. Il primo passo, dunque, è ancora teologico: negare l’anima in base ai “sembra”; il secondo, è già la violenza: il concepire un uomo al di fuori della sua originalità e irripetibilità e indipendentemente dalla sua necessità di essere per natura anello di una relazione padre-madre-figlio, che è essenziale e non accidentale. L’ultimo passo è ancora un atto violento: la sperimentazione sull’uomo, per arrivare a produrlo, attraverso l’uccisione di migliaia di creature umane, a cui sono stati tolti, arbitrariamente, modificando nominalisticamente una definizione, i loro diritti. Afferma infatti Lewis Wolpert, professore di biologia a Londra, in occasione del Congresso mondiale per la ricerca scientifica organizzato dal partito radicale italiano nel febbraio 2006: “La mia linea di condotta è che un embrione diventa un essere umano quando può sopravvivere al di fuori dell’utero senza un grande supporto esterno” (Atti, p. 68). E’ a tutti chiara l’assurdità: diverremmo esseri umani, quindi degni di rispetto, solo dopo la nascita, anzi, parecchio tempo dopo, visto che nessun neonato può dirsi autonomo da un “supporto esterno”. E’ così aperta, evidentemente, la strada alla clonazione….
Aveva ragione Nicola Abbagnano a dichiarare: “Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall’immanenza, sul trono rimasto deserto si è assiso non l’uomo concreto, ma una entità astratta che ha usurpato il suo nome. E’ allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all’irrompere nella storia di ogni ignominia”.

Imperfezione mortale

A circa due mesi di distanza, è stata diffusa una notizia che fa accapponare la pelle: una donna quarantenne in attesa di due gemelline, di cui una presumibilmente malata, decide di sottoporsi all’aborto selettivo, ma i medici sbagliano bersaglio e uccidono la piccola sana. Secondo la direzione dell’ospedale San Paolo di Milano, si è trattato di una “situazione eccezionale”, un incidente imprevedibile: all’interno della placenta le due piccole gemelle si sarebbero invertite dopo la diagnosi, scambiandosi di posto e ingannando i medici. E ora ci si trincea dietro l’incalcolabile imprevisto: in fondo l’errore è sempre possibile, sbagliare è umano, nessuno è perfetto. ? vero: nessuno è perfetto, nemmeno la gemellina che si voleva eliminare lo era. Si direbbe che la perfezione non appartiene all’umana natura. Eppure, alcuni “imperfetti” vengono condannati a morte, la loro imperfezione è intollerabile, scandalosa, proibita. Altri, invece, vengono compresi, forse giustificati e perdonati. A ben guardare, però, la sostituzione della posizione delle due gemelline nell’utero della mamma, dovrebbe essere letta come un messaggio. Vi è infatti una sostituzione che stravolge la realtà, un’inversione che confonde il giudizio. Quale imperfezione è più grande? Quale difetto dovrebbe davvero essere eliminato? Dove si scorge l’inaccettabile male? Dove dobbiamo intervenire per sanare la situazione? Può davvero uno Stato che si dice laico, attento ai più deboli, rispettoso dei diritti di tutti, continuare a finanziare l’uccisione diretta di esseri umani innocenti, rei solo di essere forse fisicamente imperfetti? Perché siamo così miopi da non accorgerci del capovolgimento, della contraddizione che stiamo silenziosamente accettando? Mani che grondano sangue continuano ad imbrattare ospedali che spesso portano il nome di santi, di martiri, di gente che ha dato la vita, che ha versato il proprio sangue per amore. Medici che dovrebbero prendersi cura degli ammalati, tradiscono la loro vocazione uccidendo esseri umani imperfetti o indesiderati. Madri che si realizzano pienamente nell’accogliere il figlio che cresce dentro di loro, vengono invitate a rinnegare la loro indole, la loro connaturale generosità, terrorizzate dall’imperfezione. Come non vedere nella sostituzione delle due gemelline, il simbolo di un’altra sostituzione, terribile e pericolosa? Abbiamo scelto e ci siamo abituati alla cultura della morte, sostituendola a quella della vita.

Capezzone e le menzogne sull’aborto.

Come si sapeva da tempo, Marco Pannella non mangia solo i bambini, ma anche gli adulti.

Daniele Capezzone è l’ennesimo segretario del partito radicale fatto e disfatto da Pannella, l’uomo dei digiuni, dei diritti civili, della “non violenza”, dei bambini dell’Africa da salvare e di quelli italiani da uccidere…L’uomo che ritiene che siamo troppi sulla terra, e contemporaneamente promuove fecondazione artificiale e clonazione, eutanasia e aborto. L’uomo che ha creato Francesco Rutelli, ma anche molti onorevoli che oggi siedono nel centro-destra, da Della Vedova a Taradash, o che scrivono sui giornali di destra, come Massimo Teodori…

Perdendo Daniele Capezzone, Pannella perde un abile falsificatore, un giocatore da poker, un contafrottole mondiale, un abilissimo maneggiatore di parole senza contenuti…che aveva imparato alla perfezione, ad esempio, le menzogne radicali sull’aborto.

Capezzone, recentemente, ha sostenuto, e continuerà a farlo, vista la somiglianza esistente tra un suo discorso ed il successivo, che neppure la Chiesa ha riconosciuto per secoli la dignità dell’embrione: infatti “rifiutava il battesimo a qualcosa che non avesse sembianze pienamente umane”.

Menzogna palese, dal momento che l’acqua del battesimo, come ognun sa, va spruzzata sulla testa del neonato e non sulla pancia di una donna! Con la stessa levità Capezzone in più occasioni si serve di sondaggi fasulli per dare ragione alle proprie teorie, per convincere gli oppositori che sono in minoranza. Ha sempre cifre aggiornate e precisissime su tutto. Così racconta che l’introduzione della 194 ha fatto calare gli aborti legali del 44% e quelli clandestini del 79%. Vuole cioè farci credere che si conosca il numero preciso degli aborti clandestini, sia precedenti al 1978 che attuali, come se non fossero, appunto, clandestini!

E’ una vecchia tattica, che dura da 30 anni. Infatti data almeno dal 1971. In quell’anno il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…).

Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000! Oggi sappiamo che buona parte della campagna pro choice, in Italia come in USA, si basò su menzogne premeditate.

Lo raccontano personaggi insospettabili, come Norma Mc Corvey, detta Roe, cui si deve appunto la legalizzazione dell’aborto in America. Il suo caso pietoso di donna povera, tra riformatorio e lavori precari, amanti ed Lsd, venne usato dagli abortisti con estrema spregiudicatezza per convincere l’opinione pubblica. Si puntò sul sentimentalismo, sulla sua storia personale, arricchendola di colorite invenzioni, come il fatto che fosse stata vittima nientemeno che di uno stupro di gruppo. Lo stesso uso dei casi estremi e pietosi fu fatto, in Italia, con le donne di Seveso, e viene riattualizzato oggi con Luca Coscioni. Tali strategie sono state svelate anche dal celebre Bernard Nathanson, fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano, ha riveduto le sue posizioni, ed ha tra l’altro affermato che una delle menzogne per convincere l’opinione pubblica era l’impiego di “sondaggi fittizi” e la falsificazione dei dati sugli aborti clandestini e le donne morte a causa di essi. “Purtroppo l’informazione inesatta e tendenziosa rimane per gli abortisti il metodo migliore di propaganda” (B. Nathanson, “Aborting America”, 1980).

Sempre Nathanson ricorda altre strategie utilizzate all’epoca da lui stesso e dai compagni di strada: sviare il discorso dal campo scientifico a quello ideologico, accusando la Chiesa di posizioni preconcette e moralistiche; spiegare che i cattolici debbono distinguere tra questioni puramente e solamente religiose e leggi dello Stato; affermare che tutti i mezzi di informazione sono schierati con la Chiesa, “arrogante e prepotente”… Le stessa “litanie” che ognuno può ancor oggi sentire, trent’anni dopo, ascoltando Radio Radicale.

Torna il dibattito sulla procreazione medicalmente assistita. I rischi…

Torna oggi sul Corriere, con due paginoni, la polemica sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale. Chi come me ha sempre osteggiato tale legge, come un pastrocchio pieno di compromessi e incongruenze, non si stupisce affatto del flop della legge stessa. Solo che non bisogna farsi ingannare. Anzitutto perchè la legge 40 fa danni enormi, è impraticabile, e tutto quello che si vuole…ma rappresenta comunque un enorme passo aventi rispetto al far west precedente.

Che era qualcosa di spaventoso, rispetto a cui i nazisti inoridirebbero. Ma di questo parlerò un’altra volta. Ora vorrei solo sottolienare un fatto: tutti parlano di numeri, di figli in più o in meno, come se si trattasse del Pil. Nessuno che spieghi come funziona la fecondazione artificiale e come nascono i bambini che vengono partoriti attraverso determinate tecniche. Forse non è solo la quantità dei "prodotti del concepimento", come si chiamano oggi i bambini, che conta, ma anche la loro salute psico-fisica…

Ebbene sentiamo quali sono i rischi della Fiv secondo il massimo esperto italiano, il diessino Carlo Flamigni. Infatti, prima di tante polemiche, occorre chiedersi: la fecondazione artificiale, omologa ed eterologa, funziona? Le mamme ottengono il figlio sperato? Eventuali figli nascono sani o sono solo il frutto di sperimentazioni senza certezze?

Carlo Flamigni, ginecologo dell’Università di Bologna, pioniere e strenuo difensore della fecondazione artificiale in tutte le sue forme, consulente scientifico di Tecnobios (uno dei più importanti centri al mondo di fecondazione artificiale), nel suo "La procreazione assistita", Il Mulino, 2002, ammette:

1) la iperstimolazione ovarica sulla donna può provocare una "sindrome pericolosa persino per la vita" (pag.29; il Corriere della sera del 21/4/2004 infatti annuncia: "Muore dopo la fecondazione assistita. Una casalinga di Sciacca si era sottoposta a iperstimolazione ovarica"; il mensile Le scienze, Settembre 2004, gruppo L’Espresso, sostiene che nel lungo periodo l’iperstimolazione può determinare "un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella");

2)"tutte le tecniche di procreazione assistita si caratterizzano per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati" (pag.35. Solo il 15% circa delle donne ottiene il figlio, dopo anni e migliaia e migliaia di euro);

3) riguardo ai bimbi nati con fecondazione artificiale "resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un’anomalia tardiva", specie "malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli" (pag.54; Repubblica del 19/9/2004: "…nostro figlio è nato down, con due gravissime malformazioni allo stomaco ed al cuore", dopo fecondazione artificiale ed analisi pre-impianto; Le scienze cit.: aumentano significativamente i casi di "paresi cerebrale, ritardo mentale, disturbi del comportamento", oltre a "difetti del tubo neurale, di atresia dell’esofago e di malformazioni cardiache" ecc.);

4) tra le complicazioni si segnalano: gravidanze tubariche, gravidanze multiple fino a cinque, sei, otto gemelli (con evidenti rischi per la salute della donna e probabili morti o handicap dei figli), altissima mortalità perinatale (20%), aborti ripetuti (dal 18 al 30%), parti prematuri, bambini sotto peso, parti operativi, "riduzione embrionale" (e cioè eliminazione in corso d’opera, a causa di gravidanza multipla, di embrioni dalla ottava alla dodicesima settimana, perfettamente formati) con "conseguenze drammatiche sull’equilibrio psicologico della madre". Ancora: gestosi, placente previe, lesioni vascolari, asciti, trombosi e tromboflebiti per le donne, malformazioni fetali…(pag. 65,66, 73,74) e "delusione della coppia, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole" (pag.62).

La fecondazione artificiale è infatti qualcosa di estremamente sperimentale. Flamigni, ad esempio sostiene, a pag.85, di aver fatto nascere 34 bambini con una determinata tecnica, ma "per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34 bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo…". I bimbi e le donne sono dunque cavie?

5) riguardo alla crioconservazione (congelamento) degli embrioni circa il 30% muoiono nella fase di scongelamento, mentre tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata" (pag. 81): cosa nascerà da embrioni già danneggiati impiantati in utero? Considerando infine che nella fecondazione artificiale vengono sacrificati circa 92 embrioni su 100, e che nel processo in vitro vengono a mancare tutti quei segnali ormonali e chimici (colloquio crociato) che la natura fa scattare nel momento in cui l’embrione si forma nel corpo della donna (fecondazione in vivo), è facilissimo capire perché molti medici considerino la fecondazione artificiale tout court una pratica omicida e pericolosa, in cui si sperimenta sulle donne, sui bambini e sugli embrioni, creando illusioni e speranze fasulle in chi soffre il dramma della sterilità, e ottenendo di contro grossi guadagni.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che i "fecondazionisti" ad oltranza vorrebbero che venissero permessi l’utero in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione con seme di persone morte, le "famiglie" composte da due padri o due madri, le banche del seme, più o meno pregiato, e la sperimentazione sugli embrioni. Riguardo a quest’ultima il discorso è assai lungo, ma basti pensare che ricercatori svedesi hanno messo a punto da tempo una tecnica chirurgica per aborti da effettuarsi tra la 18° e la 28° settimana con trapanazione del cranio del feto da vivo per aspirare con una cannula la substantia nigra del cervello, per una ipotetica quanto fasulla cura contro il morbo di Parkinson. Si tratta di "ricerca" scientifica o di mostruosità? Di stregoni o di scienziati?

E’ giusto allungare con i farmaci l’età feconda delle donne?

E’ giusto allungare con i farmaci l’età feconda delle donne?
ROMA, domenica, 24 giugno 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario “Le Scotte” di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.
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Un farmaco recentemente studiato in Gran Bretagna allungherebbe l’età feconda delle donne, posponendo la menopausa. Lo scopo è di venire incontro al “fisiologico” spostarsi in avanti dell’epoca in cui le donne decidono di far figli in Europa: 30 anni fa quest’epoca era tra 20 e 25 anni, oggi è tra 30 e 35 anni. Questa, come tutte le ricerche, è indubbiamente un vantaggio per la mente e la conoscenza umana. Resta da domandarsi se ne vale la pena. Già: uno dei principi per valutare se accettare o meno una cosa o un comportamento è quello di valutare se l’oggetto della questione è un reale guadagno per la persona (principio di “beneficenza”); un secondo è se detto oggetto invece di giovare fa male (principio di “non malvagità”). Già… è molto facile perdersi nella gioia di una nuova scoperta, ma se scopriamo un nuovo anabolizzante non è detto che sia un bene usarlo sull’atleta se nuocerà alla sua salute pur aiutandolo a vincere le gare; e anche vincere le gare in modo “truccato”, quanta gioia e soddisfazione porterà?
L’allarme maggiore che sorge dalla notizia dell’allungamento farmacologico dell’età feconda è che in un certo senso dà una giustificazione allo spostamento dell’età del concepimento del primo figlio. Che non sarebbe nulla di male se non si trattasse di una vera e propria rapina di ciò che di più bello ha ciascuno di noi. Impera la famiglia con figli-unici e raramente più di 2 figli; impera lo screening prenatale in base al quale possiamo decidere se “tenere” il figlio quando si scopra che ha una caratteristica (per esempio un certo sesso) o una malattia che non ci soddisfa. Impera la procrastinazione forzata dell’età feconda che simbolicamente trasforma il figlio in un ostacolo, come di recente riportava “Le Nouvel Observateur” e successivamente in uno status-symbol di fecondità e di tranquillità sociale. Ma è questo che vogliamo? Un’antica femminista sovietica diceva: “Hanno mandato le donne nello spazio… ma hanno chiesto alle donne se volevano andarci?”.
E’ un’usurpazione i cui effetti non sono piacevoli: in primo luogo perché con la procrastinazione dell’età feconda aumenta il rischio di malformazioni del figlio, il rischio di aborto spontaneo, gravidanza ectopica, gravidanze gemellari e premature, morte alla nascita. Dunque il principio di “non malvagità” è intaccato. In secondo luogo perché togliamo all’età più forte e feconda il suo naturale esito: la generazione, proprio come se obbligassimo un animale carnivoro a diventare vegetariano a forza. Il principio di “beneficenza”… neanche lui ne esce bene: una vita divisa artificiosamente in due, una in cui si cerca di non aver figli e l’altra in cui si cerca disperatamente di averne almeno uno; divisa tra carriera (o semplicemente ricerca di un impiego) e maternità… forse non è questo ciò che i giovani vogliono, ma devono loro malgrado subirlo; anzi, direi che generare, aver responsabilità, uscire di casa, oggi rimandato fino all’età estrema di 40-50 anni, è proprio quello che per sviluppo fisico e psicologico proprio i ventenni richiedono… ma chi vede più dirigenti di 20-30 anni (e Alessandro Magno a 30 anni aveva già conquistato il mondo)?
Nella classica teoria detta “principialista” dei filosofi Beauchamp e Childress oltre ai due suddetti principi, cui deve rispondere l’etica, ne esistono altri due: giustizia e autonomia. Possiamo supporre che avrà dei problemi il principio di “giustizia”, che salvaguarda l’uguale possibilità di tutti ad accedere ai comuni diritti, poiché è probabile che il suddetto farmaco non sarà facilmente accessibile alle fasce sociali meno abbienti. Resta l’ultimo principio, l'”autonomia”… e questo è forse l’unico che non se ne ha a male dalla notizia in questione. Il principio di autonomia stabilisce che se io decido di fare una cosa, io sono l’unico e ultimo arbitro… a meno che questo non violi le leggi sociali. Ed è un principio che piace a molti, ma su cui alziamo forti perplessità: è il principio che invoca chi è favorevole ad alcune novità morali, e che nega che esistano delle leggi morali che vietano per esempio di far male a se stessi. Già: espropriati della possibilità di influire sul mondo (economia, politica) in modo sostanziale, privati di una visione trascendente, l’unico spazio di libertà resta il nostro povero corpo, su cui pensiamo di poter esercitare un dominio assoluto, ma che porta a conseguenze antitetiche alla libertà che cerchiamo.
Forse invece di rinchiuderci in una vita che ha programmi limitati e obbligati – spacciati come grandi realizzazioni -, la cui incompiutezza genera insoddisfazione e crisi, risponde più all’attesa umana uno sguardo che si domanda qual è il vero destino “mio”, la mia realizzazione: risiede forse in un programma di lavoro-figli-pensione come scadenze di un tagliando automobilistico o in un’apertura alla realtà, che non teme l’arrivo di un figlio fuori programma, che sa prendersi responsabilità e costruire opere, che non vede la malattia come la fine della vita? Eugenio Montale scriveva: “Un imprevisto è la sola speranza. Ma dicono che è stoltezza dirselo”. Attenti dunque a giustificare la rapina di parte della vita: con cosa la sostituiremo?

Roe vs. Wade (1973): la vera storia di Jane Roe, alias Norma McCorvey

Norma Leah McCorvey nasce a Simmesport, in Louisiana, il 22 settembre 1947. I suoi genitori, di origini Cherokee e Cajun, vivono un rapporto tormentato, che culmina nella separazione e si riflette pesantemente sull’equilibrio psicologico ed emotivo della figlia. Norma, che non concluderà mai le scuole medie, trascorre parte della sua adolescenza in un riformatorio texano, abusa di alcol e droga, ha rapporti sessuali disordinati con partner di entrambi i sessi e in un’occasione viene stuprata. A 16 anni si sposa con un violento dal quale ha due figlie, affidate rispettivamente al padre e alla madre. Giunta nel 1969 alla terza gravidanza, questa personalità borderline viene adescata a Dallas da un team di avvocatesse, capitanate da Sarah Weddington, che portano il suo caso pietoso in tribunale al fine di creare il precedente che introdurrà l’aborto libero negli Stati Uniti: per ottenere lo scopo la Weddington non esita a sostenere che “Jane Roe” (questo lo pseudonimo attribuito a Norma durante l’azione legale) è rimasta incinta a seguito di uno stupro di gruppo. Mentre i giornalisti cercano, senza successo, di scoprire chi si celi realmente dietro il nome fittizio di Roe, la causa approda di fronte alla Corte Suprema. Il 22 gennaio 1973 viene emessa la celeberrima sentenza “Roe vs. Wade” (Henry Wade è il nome del procuratore distrettuale di Dallas), che spalanca la porta ai circa 50 milioni di aborti legali eseguiti negli Stati Uniti da quel giorno ad oggi. Nel frattempo, curioso a dirsi, “Jane Roe” non abortisce affatto: tre anni prima della sentenza ha infatti partorito la sua terza bambina, data anch’essa in adozione. La relazione con il marito è presto terminata, la Weddington non si è più fatta sentire (“Sarah mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò”): la vita di Norma McCorvey prosegue, squallida e ignorata come prima, tra alcolismo, lavori saltuari e una lunga e non dissimulata relazione lesbica. Nel 1989 avviene una prima, parziale svolta: Norma viene rintracciata da un’altra avvocatessa, Gloria Allred, californiana, che fa di lei un personaggio pubblico. Norma-Jane diventa la paladina dei movimenti femministi e abortisti americani, i quali non cessano di strumentalizzarla: “ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che durante una marcia per l’aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la folla. Scandivano il nome di ‘Jane Roe’ ma preferivano restassi nella retroguardia”. Agli attivisti abortisti serve solo un nome, quello di Jane Roe: all’impresentabile Norma McCorvey viene offerto un posto da tuttofare in una clinica per aborti, dove la sciagurata tossicodipendente rassicura le clienti che quello che portano in grembo non è un bambino “ma solo una mestruazione mancata”. Nel frattempo si gira una miniserie televisiva sulla sua storia e, nel 1994, esce l’autobiografia I am Roe (“Io sono Roe”, ndr). Proprio durante una presentazione del libro avviene il primo incontro con l’attivista pro-life Philip “Flip” Benham, pastore metodista, che in quell’occasione la accusa, gridando, di essere “responsabile delle morti di più di 33 milioni di bambini” (quelli uccisi dalla sentenza del 1973 fino ad allora, ndr). Il lavoro presso la clinica ha cominciato da qualche tempo a diventare psicologicamente sempre più gravoso. “Quando andavo nella cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo”. Come se ciò non bastasse, nel marzo 1995 il Rev. Philip Benham trasferisce la sede di Operation Rescue, la sua organizzazione antiabortista, in una locazione adiacente alla clinica di Norma, che viene colpita nel profondo dalla serenità e dalla dedizione degli attivisti pro-life ai princìpi del cristianesimo. Nel giro di pochissimo tempo Norma McCorvey comprende di avere sbagliato tutto e decide di cambiare vita, abbandonando i vizi e convertendosi alla religione cristiana con una cerimonia battesimale officiata dallo stesso Benham in una piscina, al cospetto delle telecamere, l’8 agosto 1995 (il cammino di Norma verso la verità conoscerà alcuni anni dopo un’ulteriore e definitiva svolta, con l’abbandono del metodismo e l’ingresso nella Chiesa cattolica). Le sue opinioni circa l’aborto si fanno sempre più critiche. Nel 1998 esce un nuovo libro, Won by Love (“Vinta dall’Amore”, ndr), il cui frontespizio recita: “questo libro è dedicato a tutti i bambini che sono stati fatti a pezzi con l’aborto. Vi chiedo scusa perché non siete più qui, ma ora siete in Paradiso con nostro Padre. E a tutte le donne che, a causa dell’aborto, hanno avuto le loro vite cambiate. La Grazia meravigliosa può guarire il vostro cuore e anche voi potete essere vinte dall’amore”. Oggi Norma McCorvey ha quasi sessant’anni ed è una delle più note militanti antiabortiste degli Stati Uniti.

La giornata dell’orgoglio pedofilo.

I pericoli di Internet. La Rete si ribella: no al “Boy love day”. Si appellano alla libertà di pensiero e di espressione, invocano la Dichiarazionie universale dei diritti dell’uomo e chiamano “coraggiosi” coloro che escono allo scoperto. Cercano visibilità i pedofli e pedopornografi (“parlatene anche male, purché se ne parli”), fanno proseliti attraverso Internet e istituiscono la loro “giornata dell’orgoglio”, il 23 giugno prossimo. Il “Boy love day”, l’inquietante ricorrenza giunta ormai all’ottavo anno, chiama a raccolta attraverso Internet tutti i cultori “dell’amore per i bambini” affinché manifestino “la loro rabbia verso leggi restrittive” che considerano “ingiuste e discriminatorie” e la “solidarietà” verso coloro che per reati di pedofilia e pedopornografia sono finiti in carcere. Un simbolo (una candela azzurra) e un sito (www.ibld.net) per celebrare una “diversità” che trova giustificazione di sé nei molti link, segnalati all’interno del sito, che rimandano a foto di ragazzini ritratti mezzo nudi e in pose provocanti. E che, grazie alla mancanza di leggi in materia, trova nella propaganda via web un’arma pericolosissima.
Ma è proprio da qui, dalla Rete, che parte il tam tam delle contro-iniziative per mettere la parola fine su un fenomeno “vergognoso”. Blog, portali e siti di associazioni puntano il dito contro l’iniziativa del “Boy love day”, perché è dando innanzitutto voce alle piccole vittime del più terribile dei crimini che si contrasta un fenomeno in constante crescita. Così l’Associazione per la Mobilitazione sociale ha organizzato per lo stesso 23 giugno una grande manifestazione a Palermo, mentre la Meter dà appuntamento dal 25 aprile fino alla prima domenica di maggio per la “Giornata della Memoria dei bambini vittime della violenza, dello sfruttamento e dell’indifferenza”, a cui hanno aderito anche diverse istituzioni dello Stato. E non manca chi, come la società editoriale Epolis, lancia una raccolta di firme perché finalmente le isitituzioni internazionali (Unione europea e Unicef), ponendo mano alla legislazione, decapitino il proselitismo via web.
“Ogni anno noi di Telefono Azzurro riceviamo centinaia di segnalazioni di abusi sui minori, anche on line: l’attività contro questo fenomeno non è mai sufficiente”, dice Rita Lauretti, responsabile stampa della Onlus voluta 20 anni fa dal ministero degli Interni che agisce principalmente attraverso una linea di ascolto (il 114) e il monitoraggio su Internet. Sono centinaia, se non migliaia, infatti, i siti attraverso i quali operano i milioni di pedofili che campano sullo sfruttamento di adolescenti e bambini. Una lotta durissima condotta da molte associazioni e che vede in prima linea l’attività delle forze della Polizia postale: secondo i dati relativi agli ultimi 7 anni (aggiornati al 15 maggio 2007), i siti pedopornografici monitorati sono stati 256.302, di cui 155 chiusi in Italia e 10.366 segnalati all’estero. A questi si aggiungono le 185 persone finite in carcere per attività pedofila, 3.326 perquisizioni e le 3.635 denunce.
La quantità di materiale pedo-porno presente in Rete rimane comunque imprecisata, come incerto è il numero di persone che si nascondono dietro questa attività. E la sensazione è che il fenomeno vada ben oltre la capacità di percezione e analisi. “L’associazione Meter – dice il fondatore Don Fortunato Di Noto – ha stimato che negli ultimi 12 anni siano stati girati circa 700mila filmini e che dai due ai tre milioni di bambini, compresi in una fascia d’età che va dai 0 ai 12 anni, siano stati coinvolti”. Piccole vittime sempre più numerose e sempre più giovani. “C’è anche chi – spiega il prete – arriva a scambiarsi le ecografie dei feti negli ultimi mesi di gravidanza”. I dati relativi al fenomeno non possono lasciare indifferenti e richiedono una risposta decisa alla quale, diversi esponenti del governo (Fioroni, Bindi e Gentiloni), rispondono promettendo impegno per creare quanto prima una black list di siti pedopornografici che, anche se con sede all’estero, non saranno accessibili dall’Italia. “Ben vengano quinidi le manifestazioni e le fiaccolate ma – avverte la responsabile di Telefono Azzurro – bisogna stare molto attenti e usare prudenza perché questi vivono anche della visibilità che gli si dà”. Oscurare i siti può essere un buon punto di partenza.
Antonella Loi

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