Sex and money (di Irene Bertoglio e Giovanni Lissandrini)

? di giovedì 7 giugno il servizio che il quotidiano “Libero” ci presenta sul fenomeno di una nuova piaga che sta paurosamente aumentando, ossia la prostituzione minorile.
Il titolo dell’articolo è estremamente eloquente: “Cacciatori di lolite all’uscita da scuola: basta un regalo”.
Le ragazzine, la cui età oscilla tra i 13 e i 14 anni (appartenenti alla cosiddetta buona società) scelgono volontariamente di prostiuirsi con quarantenni, allo scopo di guadagnare somme per l’acquisto di abbigliamento firmato. Il “dio mammona” sta trionfando; le considerazioni a riguardo sono parecchie ma vogliamo appuntarne qualcuna senza sciorinare ipocriti moralismi e senza la presunzione di risolvere tale problema. Parlare di prostituzione è come parlare della storia del mondo, ma ultimamente – grazie a queste nuove tendenze – emerge il sospetto che il vendere il proprio corpo sia diventato cosa normale, per poter poi usufruire di quei beni di consumo che la nostra opulenta società ci propina in modo martellante. Fenomeni di questa gravità non si sono mai verificati nel corso della storia; l’idea, non sempre vera, che la donna abbia scelto il “mestiere” per necessità e, a volte, per sopravvivenza, viene stravolto da questo nuovo fenomento dove, al contrario, il corpo viene ceduto per acquistare il superfluo. Siamo arrivati al punto che i mass media, con perniciosa forza, regolano la nostra vita, condizionandoci su ogni decisione: oggi è la pubblicità che ci guida nella scelta di qualsiasi cosa, dal come ti devi vestire, come ti devi alimentare, come devi parlare, chi devi votare, dove trascorrere le ferie, …
Non siamo più persone in grado di decidere autonomamente, e il condizionamento psicologico è diventato troppo forte. Occorre, a nostro avviso, uscire al più presto da questo nuovo totalitarismo che, alienandoci, ci rende tutti uguali: tutti schiavi di inesistenti necessità, tutti omologati nel rincorrere chimere; non più persone, ma numeri, consumatori funzionali a questo perverso sistema, dove vali soltanto se appari. Da qui derivano le cosiddette malattie post-moderne, quali l’ansia, la depressione, l’apatia: si cercano sempre nuovi stimoli per riempire il vuoto di esistenze perennemente insoddisfatte. Pur di appagare i nostri istinti tutto è ormai lecito, e si arrivano a scardinare anche quelle sacre e inviolabili regole che hanno guidato l’esistenza dei nostri avi. Nessuno vuole più essere schiavo degli altri e in questo modo tutti sono schiavi di se stessi. Il caso delle lolite è simile a tanti altri fenomeni analoghi in cui, come filo conduttore, vi è sempre l’appagamento egoistico dei propri appetiti. Crediamo e auspichiamo che una soluzione possibile sia quella di ritrovare la nostra autenticità personale, magari rileggendo i testi immortali di autori quali Seneca, Cicerone, San Tommaso, Sant’ Agostino, Ortega y Gasset, per riscoprire ciò che veramente conta.

Putin e Usa, secondo Avvenire.

Luigi Geninazzi, Avvenire, 5/6/2007
Sono passati solo cinque anni ma sembra un secolo. Fine maggio 2002, Pratica di Mare: c’era un Putin col distintivo della Nato all’occhiello, sorridente e scherzoso con Bush ed i leader occidentali, tutti accolti sfarzosamente da Berlusconi che faceva gli onori di casa. S’inaugurava il Consiglio Russia-Nato, si festeggiava l’ingresso di Mosca nella “grande alleanza per la libertà” che per cinquant’anni s’era identificata con lo spirito atlantico. Mai più nemici, era lo slogan. Sepolta la guerra fredda, scrivevano commentatori entusiasti. Qualcosa non deve aver funzionato se oggi il Cremlino torna a minacciare attacchi nucleari al vecchio continente, puntando i propri missili contro “nuovi bersagli in Europa”. Parole di Putin che riecheggiano quelle pronunciate da Breznev nel 1982, quando scoppiò la crisi degli euromissili. Con una differenza non da poco: allora tutto incominciò con l’installazione degli SS-20 sovietici, adesso invece è lo scudo spaziale americano a far rinascere un linguaggio da guerra fredda. L’escalation, per ora, è soltanto verbale. Nelle ultime settimane Putin ha inasprito i toni contro il progetto di difesa nucleare varato da Bush che prevede la costruzione di un radar nella Repubblica ceca e l’installazione di una batteria di missili intercettori in Polonia, “bombe nel nostro cortile di casa”, dicono i russi. Il leader del Cremlino si è dapprima vantato di possedere nuovi ordigni capaci di bucare qualsiasi scudo, razzi supersonici come l’Rs-24 in grado di colpire dieci bersagli contemporaneamente. Quindi ha fatto balenare la possibile sospensione del Cfe (il Trattato di riduzione e controllo delle forze convenzioni in Europa). Infine, alla vigilia del G-8 che s’apre domani in Germania, ha minacciato di puntare i missili contro le nuovi basi Usa nell’Est Europa. Una provocazione che s’ispira ad una logica sottile: mettere un cuneo tra Stati Uniti ed Europa. Lo scudo spaziale è un progetto targato unicamente Usa, malvisto dall’Unione europea e contestato dalle popolazioni interessate. ? una polizza contro eventuali attacchi nucleari dalla Corea del Nord o dall’Iran, “Stati canaglia” che al momento non hanno alcuna intenzione nè possibilità di colpire l’Europa. Una polizza sul futuro che mette in discussione il presente, alterando la parità strategica tra Washington e Mosca con il rischio di far ripartire la corsa al riarmo. I toni usati da Putin saranno eccessivi ma le sue obiezioni non sono senza fondamento. Respingerle sdegnosamente come ulteriore prova dell’involuzione autoritaria e nazionalista del Cremlino giova solo a confondere le acque. L’Occidente dovrebbe essere più unita e compatta nel denunciare le restrizioni alle libertà d’opinione e le intimidazioni contro la stampa ed i gruppi d’opposizione che avvengono sempre più frequentemente nella Russia di zar Putin. Ma dovrebbe anche riconoscere le ragioni di chi critica l’unilateralismo di Bush e gli effetti disastrosi della sua politica internazionale. Sullo scudo spaziale non dovrebbe poi essere così difficile trovare un accordo. Se ne potrebbe incominciare a discutere seriamente all’interno del Consiglio allargato Russia-Nato. Sì, proprio quello inaugurato in pompa magna cinque anni fa e ben presto finito nel dimenticatoio. Forse non rivedremo più Putin con il distintivo dell’Alleanza atlantica all’occhiello. Ci basta che non rimetta la falce e martello di Breznev.

Le tragedie annunciate ed ignorate

I familiari piangono, i vicini piangono, ha pianto anche il primario psichiatra De Stefani (Il Trentino, 2 giugno 2007 pag. 4). Ma lo sgomento suscitato dalla tragedia di Mezzolombardo dovrebbe ora lasciare il passo ad una doverosa indignazione: cosa si è fatto realmente per evitare questa sciagura?
In tutti i paesi civili sono tre gli impegni inderogabili per la salute del cittadino: la prevenzione, la cura e la riabilitazione. In Italia, dal 1978 è in vigore la legge Basaglia, così chiamata in onore del suo ispiratore, un medico seguace dell’Antipsichiatria (dottrina sociologica americana degli anni ’60, visionaria e nichilista). Questa legge dispone che gli accertamenti e i trattamenti psichiatrici siano volontari, salvo rare eccezioni che prevedono un regime autorizzativo macchinoso e complesso. In altri termini, chi soffre di disagio psichiatrico è arbitro della propria condizione patologica, restando libero di decidere se curarsi o se, come avviene nella gran parte dei casi, di non ritenersi malato. Ciò significa che, di fatto, spesso non esista alcuna prevenzione del disagio psichiatrico, senza la quale sono ugualmente negate sia la cura che la riabilitazione. Le famiglie vengono così caricate di un onere che non sono in grado di reggere, e spesso scontano fino alla tragedia la latitanza e l’inefficenza dei servizi preposti. Tutto il resto, le “reti”, la solidarietà, le strutture intermedie, vengono sempre evocate in modo un po’ allucinatorio, ma sempre ex post, a tragedia avvenuta. Il medico di base ha ammesso di non essere stato a conoscenza della storia clinica della mamma di Marialisa. E’ questa la “rete” di cui ci si parla tanto addosso?
Morale della favola: una persona che aveva bisogno di assistenza mirata e professionale, è stata lasciata sola a gestire il proprio disagio, e per questo un’innocente ha perso la vita.

Sul famoso filmato BBC sulla pedofilia.

Solo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.
Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:
(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:
(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;
(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora (“crimini più gravi”), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. Al contrario, è del tutto evidente che questi documenti si occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce “in qualità di tribunale apostolico” (così la Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti, invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è evidente che quando i due documenti scrivono che “questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede” la parola “esclusiva” significa “che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici” e non – come vuole far credere il documentario – “che esclude la competenza dei tribunali degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti previsti e puniti delle leggi dello Stato”. Non è in questione questo o quell’episodio concreto di conflitti fra Chiesa e Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati, semplicemente, non c’entra.
Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania). Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti.
? vero che dopo essersi occupata per i primi settanta paragrafi del caso di penitenti donne che hanno una relazione sessuale con il confessore in quattro paragrafi, dal 70 al 74, la Crimen sollicitationis, afferma l’applicabilità della stessa normativa al crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di un sacerdote “con una persona dello stesso sesso”, e nel paragrafo 73 – per analogia con il crimen pessimus – anche ai casi (“quod Deus avertat”, “che Dio ce ne scampi”) in cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus). Il paragrafo 73 del documento è l’unico mostrato nel documentario, il quale lascia intendere che gli abusi sui bambini siano il tema principale del documento, mentre il problema non era all’ordine del giorno nel 1962 e l’istruzione gli dedica esattamente mezza riga. Clamorosa è poi la menzogna del documentario quando afferma che la Crimen sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui “la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata”. ? precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di “denunciarli entro un mese” sulla base di una normativa che risale del resto al lontano anno 1741. Il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia “notizia certa” degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all’obbligo di denuncia dei paragrafi 16 e 17 “incorre nella scomunica”. Dunque non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia.
L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo. Comunque sia, oggi il documento non è più segreto, dal momento che – stimolati dalla lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause contro sacerdoti accusati di pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il deposito negli atti di processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano di trovare nella Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, anche l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli. Perfino Tom Doyle, un ex-cappellano militare che appare nel documentario, ha affermato in una lettera del 13 ottobre 2006 a John L. Allen, che è forse il più noto vaticanista degli Stati Uniti, che “benché abbia lavorato come consulente per i produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero”. Tom Doyle rimane del tutto ostile alla “cultura radicalmente sbagliata” che vede nella Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anche lui si rende conto che le tesi del documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le distanze.
Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della lettera De delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale Ratzinger, che si tratti del “seguito” della Crimen sollicitationis, che “ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica”. In realtà nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola “scomunica”. Si ribadisce, certo, che le procedure per i delicta graviora sono “sottoposte al segreto pontificio”, cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato. Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di abusi sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a proposito della De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen sollicitationis segretezza del processo e segretezza del delitto. Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto, anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a svolgersi in modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa. ? questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della Crimen sollicitationis (quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento di segretezza ma si prevede che “non siano sottoposti ad alcuna sanzione” salvo provvedimenti specifici da parte dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni (e non i diciotto, come alcuni hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni ma nel delitto perpetrato da un clericus con un minore “decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit”, cioè “inizia a decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo anno di età”, e da questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di età della vittima).
Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le autorità civili hanno diritto alla “leale collaborazione dei cittadini” (n. 2238): “la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia” (n. 1916). L’obbligo di “leale collaborazione” con i poteri civili viene meno solo quando i loro “precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo” (n. 2242): se questo limite non esistesse, se ne concluderebbe che il cittadino cattolico doveva offrire la sua “leale collaborazione” anche al Terzo Reich e denunciare alla Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui fosse venuto a conoscenza. Dal momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto contrarie alle “esigenze dell’ordine morale”, nei loro confronti vige l’obbligo di “leale collaborazione” prescritto dal Catechismo, e le “frodi e altri sotterfugi” con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono “condannate con fermezza”. Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate (ma abusus non tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono, molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità.
A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due luoghi comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il celibato la causa almeno remota degli episodi di pedofilia. Il secondo fa credere a molti che i preti pedofili siano “decine di migliaia”. Prima di discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve essere chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma il dovere di intervenire energicamente. Tuttavia stabilire quanti sono i preti e religiosi cattolici pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono difficilmente descritte dalle statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a capire se si tratta di casi isolati o di epidemie, e se c’è qualche cosa nello stile di vita del clero cattolico che rende questi episodi più facili a verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori protestanti o fra i maestri di scuola laici debitamente sposati.
? proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai incontrollabili? Si legge spesso che la Chiesa cattolica almeno in Nord America – dal momento che i casi denunciati, ancorché non irrilevanti, sono in numero minore in Europa e altrove – ospita una percentuale di pedofili elevata e unica rispetto a tutti i gruppi religiosi dotati di ministri ordinati o di attività educative. Le statistiche che sono fatte circolare spesso senza troppo preoccuparsi delle fonti parlano di migliaia o anche di decine di migliaia di casi. Si è sentito dire per esempio ripetutamente in talk show televisivi americani che il cinque o il sei per cento dei preti statunitensi sono “pedofili”. Alcuni talk show studiati dall’illustre sociologo (non cattolico) Philip Jenkins in due sue opere sul tema (la fondamentale Pedophiles and Priests. Anatomy of a Contemporary Crisis, Oxford University Press, Oxford – New York 1996; e Moral Panic. Changing Concepts of the Child Molester in Modern America, Yale University Press, New Haven – Londra 1998; mentre in The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, Oxford – New York 2003 lo stesso autore studia il contesto dell’anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio socialmente accettato, come brodo di coltura in cui affermazioni palesemente false acquistano l’apparenza della credibilità) hanno citato a ruota libera pseudo-statistiche e cifre da cui emergerebbe che il numero dei “preti pedofili” americani è superiore al numero totale di sacerdoti cattolici degli Stati Uniti. Almeno queste statistiche sono certamente false, e devono insegnare a non prendere per oro colato tutti i dati presentati come “statistici” o “scientifici” in televisione.
Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per abusi sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori al centinaio. Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa cattolica, il sociologo Anson D. Shupe (di cui cfr. In the Name of All That’s Holy. A Theory of Clergy Malfeasance, Praeger, Westport 1995; Wolves within the Fold. Religious Leadership and Abuses of Power, Rutgers University Press, New Brunswick – Londra 1998; e – con William A. Stacey e Susan E. Darnell – Bad Pastors. Clergy Misconduct in Modern America, New York University Press, New York – Londra 2000), ha sostenuto che, nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo, i casi di preti nordamericani pedofili possano essere stati superiori al migliaio e raggiungere forse alcune migliaia. Shupe ammette che le statistiche sono difficili perchè, a partire da poche condanne, occorre estrapolare e speculare sulla base di sondaggi su quanti casi non arrivano alla condanna perchè non sono denunciati (il che peraltro, ammette l’autore, oggi avviene meno di ieri) ovvero sono oggetto di transazioni fra le parti. Si deve anche chiarire che non è corretto includere nelle statistiche sulla “pedofilia” i casi di relazioni sessuali che coinvolgono, per esempio, un sacerdote venticinquenne e una fedele minorenne di sedici o diciassette anni. Si tratta certamente di un illecito canonico (in alcuni paesi anche di un reato), che però non corrisponde a nessuna definizione medica o legale di “pedofilia”, che il più diffuso manuale diagnostico e statistico utilizzato dagli psichiatri, il DSM-IV, definisce come “attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi”. Su tutta la materia delle statistiche è in corso un’accesa discussione: ma in ogni caso siamo lontani dalle “decine di migliaia” di casi evocati dai talk show.
Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si e diffusa l’idea secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto di castità dei religiosi), non più tollerabile nella società contemporanea. Attivisti contro il celibato, a una riunione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, protestavano per la presunta esplosione della pedofilia in clergyman con slogan come “? la Chiesa il vero pedofilo”. In realtà, tuttavia, se si usano statistiche omogenee, cioè prodotte dagli stessi ricercatori o istituti o con gli stessi criteri, si scopre che negli Stati Uniti alcune denominazioni protestanti ai cui ministri di culto non è richiesto il celibato o che non hanno neppure una figura di “ministro” ordinato hanno percentuali di condannati e incriminati per pedofilia tra i loro ministri o educatori (considerato il numero globale di pastori o anziani delle loro congregazioni) non troppo dissimili da quelle della Chiesa cattolica, e lo stesso vale per i maestri laici delle scuole pubbliche e degli asili (naturalmente, anche in questi casi sono possibili incriminazioni e accuse ingiuste). Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e pastori cui è permesso sposarsi – per tacere dei maestri laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente minori rispetto alla Chiesa cattolica.
Jenkins nota poi un dato forse non politicamente corretto ma fondamentale: oltre il novanta per cento delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal momento dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi. ? vero, sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole o che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per esempio le denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno coinvolte nel problema della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono mancati singoli incidenti clamorosi. Questo dato fa riflettere sul fatto che decisivo non è il celibato: sono piuttosto aspetti strutturali e economici. Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che gli studi legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non mancano – e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause (talora preferendo pagare e alzare il premio della polizza, anche quando l’accusato e presumibilmente innocente) attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero la Chiesa cattolica a altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale.
II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla toglie, evidentemente alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti negli Stati Uniti e di cui qualche segnale fa temere l'”importazione” anche in Italia. Un anticattolicesimo latente in settori importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini, sia sempre e necessariamente vero – molti episodi decisi dai tribunali mostrano che non sempre è così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro terapisti, o questi ultimi li incalzano e li confondono con domande suggestive – e una mentalità per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale siano prese inizialmente sul serio.
Tutto questo ripetiamolo ancora una volta non nega certamente la presenza di casi dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e si interroga. Ci si può chiedere, per esempio, perchè proprio negli Stati Uniti il paese dove sono più forti la contestazione nei confronti del Magistero in tema di morale sessuale e una certa tolleranza dell’omosessualità anche da parte di teologi che insegnano nei seminari il problema dei preti pedofili, al di là delle esagerazioni statistiche, sia più diffuso che in Europa. A costo di ripetere l’ovvio, precisiamo subito che solo un folle sosterrebbe che tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono pedofili; è invece un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti pedofili condannati sono omosessuali. Da questo punto di vista l’apertura del documentario con un pedofilo che parla di “bambine”, al femminile, è a sua volta fuorviante (e i sottotitoli in italiano della prima versione diffusa via Internet aggiungono del loro, dal momento che mentre il documentario inglese parla di “a former Catholic priest”, cioè di un ex prete cattolico, il sottotitolo presenta il poco simpatico pedofilo come “un prete cattolico”, dimenticando l'”ex”, il che non è precisamente la stessa cosa).
La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non può essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione laicista e dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un campo come questo è giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può essere disgiunta dalla ferma difesa di chi è ingiustamente accusato, ricordando che ogni accusa, tanto più quando è grave e infamante, deve essere adeguatamente provata. In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.

I ragazzi perduti

L’uomo contemporaneo sta sempre più avvicinandosi al bruto, egli regredisce alla ricerca di una naturalità innaturale, qualcosa che sarebbe meglio chiamare animalità.
Non accade forse che in convegni, libri, saggi di riviste, simposi lautamente finanziati, si tenda sempre più ad equiparare la natura umana a quella animale? E questo, magari, esaltando le virtù artistiche delle scimmie, il loro presunto senso morale, la loro capacità di commuoversi e via discorrendo. E che dire di certi raduni, di certi rave-party in cui gli invitati si superano nel berciare, nel perdere il controllo, nel gridare scoordinati, magari sotto l’effetto di qualche eccitante “naturale”. Quasi si trattasse di un ritorno ai riti sciamanici, alle estasi di stregoni di popoli ormai dimenticati. E il sesso, cos’è questa sessualità post-moderna che tutto si concede, che rifiuta ogni limite, ogni distinzione di genere tant’è servilmente prostrata davanti al Moloch del piacere subitaneo e senza rischio.
Poi ci sono le notti e il popolo del sabato sera che dopo una settimana di trepidante attesa si raduna presso il solito bar per pianificare la notte.
E in questa notte tutto è concesso.
Quando la vita manca di un centro, di un senso, di una possibile speranza che immagini il futuro, le evasioni non bastano mai, c’è costantemente bisogno di un rinnovamento, di nuovi stimoli, di nuove emozioni. L’animale uomo vive di questo. Intanto, attorno, l’atmosfera si riempie di regole, i luoghi della vita si infittiscono di divieti, di controlli. Un paradosso: la libertà di fare cresce ma con essa crescono i tentativi di controllare, di evitare il peggio. Nessuno si premura di educare, di proporre una qualche parabola valoriale, un territorio denso di significati; ci si occupa soltanto di ridurre i morti, perché i morti potrebbero svegliare i vivi, ridestarli ad una qualche coscienza. Ma inevitabilmente prevale la retorica, si piangono le vittime, dello sballo, dell’alcol, della folle corsa notturna contro un palo. Si piangono i ragazzi- sempre buoni, sempre esemplari- che lasciano questa vita troppo presto, prestissimo, con le labbra ancora schiuse nel sorriso dell’incoscienza.
Sì; piangono i ragazzi, gli amici dichiarano compunti e per una attimo sbigottiti “non vi dimenticheremo mai”, ma ai “militi ignoti” delle ignoti notti italiane dico semplicemente che sarete dimenticati presto. Verrete sepolti dalla vita e dallo scorrere dei giorni, sarete cancellati dalla banalità del male. Militi ignoti perché i più non vi conoscono, anche se di voi parlano per un paio di giorni al bar, il lunedì mattina, due giorni, perché poi arrivano freschi i vostri “rincalzi” a tingere di macabro le settimane a venire. Chissà, forse non vi conoscono neppure quegli amici che con voi hanno percorso quel breve tratto di strada; vi siete confidati qualche pena d’amore, avete parlato di moto, di sport, di vita, ma poi?
Voi, non siete sconosciuti solo per chi vi ama; ma quanti vi amano veramente? E’ così difficile amare. Piangono i vostri genitori, si strappa la loro carne e il cuore, giorno dopo giorno, per sempre.
Ricordo la foto di un ragazzo in un cimitero, è una tragedia guardarlo, mi fissa dalla lapide con occhi carichi di domani, sembra un invincibile combattente che alzi il pugno in segno di sfida verso il futuro. Eppure, quel ragazzo non c’è più, egli ha lasciato questa vita al primo morso, egli ha addentato il domani con incoscienza quasi fosse un’immortale. E’ questo l’elemento tragico che quella foto comunica dal freddo marmo della sua lapide.
Quando avevo vent’anni, un pomeriggio, tornando a casa incontrai mio fratello che mi disse di un tragico incidente accaduto attorno alle sette di sera, era estate e l’aria calda e vibrante di vita.
In quell’incidente persero la vita due ragazzi, la moto ne sbalzò uno sopra un albero; quando ricadde pesantemente a terra era vivo, era cosciente ma aveva il ventre aperto, squarciato come da una bomba, rosso e decomposto come una mezza anguria dopo ore di sole.
Aveva quindici anni, era bello, forte, e mentre i medici si affannavano sul suo corpo si guardava attorno con sguardo sgomento, stralunato. ” Non fatemi morire” diceva. Ma lui, il ragazzo dal volto brunito e solare, è stato risucchiato via, dalla vita alla morte.
Quelle parole sono rimaste impresse nella mia memoria, quella storia, quella raccapricciante vicenda non l’ho più dimenticata. Come non ho dimenticato la madre di lui che nelle giornate di pioggia e di freddo se ne stava impalata davanti alla tomba del suo bambino per proteggerlo dall’acqua e dal freddo.
Lei certamente lo amava, forse per lui è persino impazzita, ma gli amici che lo piansero lo ricordano quel ragazzo? Sono passati, da allora, venticinque anni, in un soffio.
Ed Eva, la giovane e bella Eva, innamorata, corteggiata, sempre circondata da uno stuolo di adulatori. Lei, sperava una vita migliore di quella che aveva vissuto sino a quel giorno, sognava il principe azzurro. E lo aveva incontrato, ricco, munito di rombante motore. Così, quella sera, lo aveva seguito ad una delle tante feste; lui aveva corso con la sua potente macchina e lei aveva gridato “ho paura, amore”! E l’amore l’aveva gettata come un sacco inerte, senza vita a duecento allora su di un triangolo d’erba accosto alla massicciata della ferrovia. Così, in un attimo, sfiorì la tua bellezza e la principessa si trasformò in un rospo quella notte, quando cantarono le azzurre sirene, l’ultimo suono che udì la tua vita. Eva, nel tuo nome la madre dei viventi, ma quella notte io non vidi che un corpo in attesa di mani supplichevoli.
E ricordo Carlo, il mio compagno di banco, amante del bello, fiero e statuario come un eroe omerico; se ne è andato una notte spezzandosi il collo contro un semaforo lampeggiante, aveva venticinque anni. Sul corpo neanche un graffio, morto bellissimo, per un piccolo osso frantumato.
Riprendetevi il mondo, giovani, vi hanno rubato la vita mettendovi tra le mani sogni potenti, oggetti senz’anima, macchine e motori, droghe e rumori, e luci. Vi hanno tolto la fatica, il dolore della vita per darvi in cambio il niente. Se solo aveste potuto attendere la pioggia, ansiosi per la pianticella che avevate piantato nel vostro giardino, se solo una grandinata avesse rovinato i frutti del vostro lavoro, forse amereste persino il vento e il pulviscolo leggero che si scorge in controluce nella penombra di una stanza, sareste ammirati delle stagioni e dei fiori, insomma della vita, di tutto.
Ma io temo che qualcosa o qualcuno vi abbia allontanati dalla vita, tanto che non ne comprendete più il valore. Molti di voi ostentano un coraggio che non esiste, molti di voi non hanno più famiglia, perché gli adulti si sono peritati di ammorbare persino l’amore, presentandovi la caricatura di ciò che poteva essere. Così avete perso la speranza di potervi costruire un futuro, un amore, una famiglia, di avere dei figli. Vi siete concentrati sull’oggi, ma vivere solo d’oggi, credetemi, è sempre noioso; siete assillati da mille paure e perciò rifiutate di guardare oltre il vostro naso. Fatalisti, vi lanciate in mille pericoli, tanto, se deve accadere nulla può mutare il destino.
Ma non è così, riprendetevi la vita, invocate qualche maestro, rischiate per qualcosa di grande, dimenticate i fallimenti degli adulti.
Non ascoltate certi stanchi e disillusi preti, che per essere al passo con i tempi si dichiarano increduli, nemici di ogni verità, angosciati compagni di viaggio di un mondo senza senso.
Nessuno ha bisogno di loro, loro hanno di bisogno di tutto, forse anche di voi che cercate una fonte cui bere. Ora vi lascio nel ricordo dei caduti di ogni sabato sera.

La tragedia del commissario Calabresi

Luigi Calabresi.
Ricorre in questi giorni l’anniversario della morte del commissario Luigi Calabresi, proditoriamente “giustiziato” da un commando composto da tre aderenti di Lotta Continua la mattina del 17 maggio 1972. Gli hanno sparato sotto casa mentre stava per salire in macchina e in quel preciso istante, nel grembo di Gemma Capra, la ventitreenne moglie di Calabresi sussultava una nuova vita, quella del piccolo Luigi, quel terzo figlio che non avrebbe mai conosciuto suo padre.
Luigi Calabresi era un solerte servitore dello stato il cui nome per mesi era stato fatto oggetto di una campagna di stampa infamante da parte del quotidiano Lotta Continua; Calabresi era stato giudicato responsabile della morte di un anarchico, Giuseppe Pinelli, fermato e interrogato dalla polizia in relazione alla strage di “piazza Fontana” del 12 dicembre 1969 – 16 morti-. Pinelli, dopo un fermo tre giorni, era precipitato da una finestra del commissariato perdendo la vita. Forse, in quel momento Luigi Calabresi cominciava a morire; tutto questo fu infatti sufficiente per orchestrare un violento atto di accusa nei confronti di un uomo che verrà definito “il commissario finestra”. Quest’ultimo conosceva Pinelli, gli dava del tu e il 12 dicembre recatosi alla sede anarchica di via Scaldasole gli disse: ” Vieni in questura è una formalità”. Calabresi soffrì per la morte dell’anarchico, ma questo poco interessava ad una sinistra che aveva in cuore di trovare un colpevole dentro le istituzioni. Ma Calabresi non centrava nulla; quando Pinelli precipitò non era in quella stanza, il fermato cadde per una malaugurata disgrazia. Poi, cominciò la demolizione dell’uomo, del commissario, del padre, del marito.
La campagna diffamatoria contro il commissario vide protagonista Lotta Continua ma fu promossa dagli avvocati della signora Pinelli, dal quotidiano del P.S.I. Avanti!, il quotidiano del P.C.I. l’Unità
e il suo settimanale Vie Nuove.
Si disse che Pinelli fosse stato interrogato per 77 ore consecutive, che avesse ricevuto un colpo di karatè sul collo, che Calabresi era un collaboratore della Cia, un torturatore. Follie smentite una per una dall’inchiesta del giudice D’Ambrosio che scagionò totalmente il commissario; ma questi purtroppo era già morto. Ecco, per ricreare il clima di quei giorni un breve assaggio di cosa scrissero ripetutamente -e impuniti- i redattori di Lotta Continua: ” Siamo stati troppo teneri con il commissario di P.S. Luigi Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato ad odiarlo; la sua funzione di sicario è stata denunciata alle masse che hanno cominciato a conoscere i propri nemici di persona, con nome, cognome e indirizzo.”(…) “Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più”(…). “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma questo è sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino.”
Calabresi querelò il giornale che ricevette sostegno e solidarietà da una variegata schiera di intellettuali che oggi ricoprono ruoli chiave sui quotidiani, nelle case editrici, in televisione. Quarantaquattro redazioni di riviste politiche e culturali- tra cui alcune cattoliche- espressero solidarietà al quotidiano dell’estrema sinistra. Dario Fo scrisse una piece teatrale dal titolo Morte accidentale di un anarchico in cui Calabresi era il dottor cavalcioni, che faceva mettere gli interrogati a cavalcioni di una finestra.
Così l’incolpevole commissario fu condannato a morte e ai suoi funerali e sui giornali comparvero soltanto quattro “necrologi di privati”. Per il resto, a parte i ricordi dovuti dalle istituzioni, nulla: stampa e cultura ebbero paura; per viltà e “colpevole connivenza” mantennero un basso profilo. In fondo quel commissario manesco se l’era cercata. L’epoca, il clima sociale, la speranza nella mente di molti d’ essere prossimi ad una sorta di rivoluzione contro lo stato borghese e i suoi sgherri, impedirono di vedere. Quella di Calabresi, lasciato solo, fu una morte annunciata, una sorta di angosciante caduta libera in cui lui e la sua famiglia precipitarono dal giorno della morte di Pinelli sino al tragico epilogo. Scritte sui muri, telefonate, minacce, vignette, articoli, simposi, dipinsero l’uomo Calabresi come un cancro che andava espunto dal tessuto della vita.
I fatti e il tempo hanno chiarito ogni cosa. Il commissario è stato una vittima innocente e la sua famiglia ha pagato per decenni la perdita di un padre e di un marito. Alla vedova Gemma, va però detto un grande grazie per come ha saputo coltivare il rispetto e lo spirito di giustizia nel cuore dei propri figli. La testimonianza più vibrante di questo sentire la cogliamo nel bel libro del secondogenito, Mario Calabresi, “Spingendo la notte più in là,” edito da Mondatori e uscito nelle librerie da poco. Questo testo racconta la storia di una famiglia raccordandola al percorso di altre vittime del terrorismo e dei difficili anni di chi è sopravvissuto alla tragedia. Rivivono in queste pagine le vicende dell’agente Antonio Custra, ammazzato per strada da terroristi rossi, di Emilio Alessandrini, medico anch’esso trucidato. Un comune filo lega le vicende dei parenti delle vittime. Calabresi ha cercato in questo equilibrato e meditato lavoro di evidenziarlo.
Mi pare di poter dire che come il monotono scandire di un basso, lo sfondo di queste vicende sia il dolore, un dolore sordo, prolungato, estenuante, spesso dimenticato. E ciò risulta sconcertante se lo paragoniamo, per converso, all’ostentata presenza, “all’ubiqua” frequentazione di tv, case editrici, giornali, da parte dei protagonisti in negativo di quella nefasta stagione; uomini e donne, che sopravvissuti al carcere, oggi rivendicano una verginità inaccettabile, quasi il pudore non esistesse.
Pinelli e Calabresi si conoscevano; un giorno l’anarchico regalò al commissario l’antologia di Spoon River. Pinelli e Calabresi accomunati dal destino, tanto che Gemma Calabresi ricordava ai propri piccoli come anche i figlioletti di Pinelli fossero senza Papà.
Vittime innocenti di una stagione di irrazionalità ed odio calcolato.

La cicala e la formica.

(Versione classica)
La formica lavora tutta la calda estate;
si costruisce la casa e accantona
le provviste per l’inverno.
La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida; ride,
danza, canta e gioca tutta l’estate.
Poi giunge l’inverno e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate mentre la cicala trema
dal freddo, rimane senza cibo e muore.
(Versione moderna)
La formica lavora tutta la calda estate;
si costruisce la casa e accantona
le provviste per l’inverno.
La cicala pensa che, con quel bel tempo, la formica sia stupida; ride, danza, canta e gioca tutta l’estate.
Poi giunge l’inverno e la formica riposa al caldo ristorandosi con le provviste accumulate.
La cicala tremante dal freddo organizza una conferenza stampa e pone la
questione del perché la formica ha il diritto d’essere al caldo e ben nutrita mentre altri meno fortunati muoiono di freddo e fame.
La televisione organizza delle trasmissioni in diretta che mostrano la cicala tremante dal freddo nonché degli spezzoni della formica al caldo nella sua confortevole casa con l’abbondante tavola piena di ogni ben di Dio.
I telespettatori sono colpiti dal fatto che, in un paese così ricco, si lasci soffrire la povera cicala mentre altri vivono nell’abbondanza.
I sindacati manifestano davanti
alla casa della formica in solidarietà della cicala mentre i giornalisti organizzano delle interviste domandando perché la formica sia divenuta così ricca sulle spalle della cicala ed interpellano il governo perché aumenti le tasse sulla formica affinché essa paghi la sua giusta parte.
In linea con i sondaggi il governo redige una legge per l’eguaglianza economica ed una (retroattiva all’estate precedente) anti discriminatoria.
Le tasse sono aumentate e la formica riceve una multa per non aver occupato la cicala come apprendista, la casa della formica è sequestrata dal fisco perché non ha i soldi per pagare le tasse e le multe: la formica lascia il
paese e si trasferisce in Liechtenstein.
La televisione prepara un reportage sulla cicala che, ora ben in carne, sta terminando le provviste lasciate dalla formica nonostante la primavera sia ancora lontana.
L’ex casa della formica, divenuto alloggio sociale per la cicala, comincia a deteriorasi nel disinteresse della cicala
e del governo.
Sono avviate delle rimostranze nei confronti del governo per la mancanza di assistenza sociale, viene creata una commissione apposita con un costo di l0 milioni.
Intanto la cicala muore di overdose mentre la stampa evidenzia ancora di più quanto sia urgente occuparsi delle ineguaglianze sociali; la casa è ora occupata da ragni immigrati.
Il governo si felicita delle diversità multiculturali del paese così aperto e socialmente evoluto.
I ragni organizzano un traffico d’eroina, una gang di ladri, un traffico di mantidi prostitute e terrorizzano la comunità
il governo propone l’integrazione perché la repressione genera violenza e violenza chiama violenza.
Elena Manzoni di Chiosca

Partecipiamo e invitiamo tutti al Family Day perché Italia e Europa hanno bisogno di Più Famiglia

Il Forum delle associazioni familiari e un gran numero di organizzazioni sociali laiche e cattoliche presenti e attive in tutto il Paese, daranno vita sabato prossimo, 12 maggio, in piazza S. Giovanni in Laterano a Roma, ad una grande manifestazione popolare e nazionale aperta a chiunque, al di là di ogni differenza, crede nel valore fondamentale e costituzionale della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, quale bene irrinunciabile tanto per la dignità della vita individuale quanto per la tenuta della comunità civile.

Questa realtà naturale e umanamente primaria, senza la quale non c’è futuro per nessuno perché sarebbe impossibile la nascita stessa e la crescita equilibrata di ogni persona, rischia oggi di non essere più adeguatamente riconosciuta e salvaguardata dallo Stato nella sua specificità, mentre mancano adeguate politiche di intervento capaci di favorire la formazione e il sostegno delle famiglie. Le ragioni della manifestazione sono ampiamente spiegati nel Manifesto “Più famiglia”, condiviso e sottoscritto dalle molteplici aggregazioni aderenti.

Obiettivo dell’iniziativa è cogliere l’occasione del dibattito politico e culturale sviluppatosi intorno alla proposta di legge che mira a disciplinare le coppie di fatto (DiCo), per promuovere un grande momento di richiamo pubblico, di mobilitazione, riflessione e condivisione a favore della famiglia. Per questo proprio le famiglie saranno le principali protagoniste di questo evento, il cui significato vuole essere innanzitutto educativo, per recuperare la piena consapevolezza di questo soggetto che, pur costituendo la principale spina dorsale e risorsa della società, viene oggi non solo dimenticata ma anche penalizzata soprattutto dalla politica e dai mass media.

Viviamo in una società in cui l’ideologia prevale sull’esperienza, in cui l’opinione astratta sembra aver preso il posto della realtà. Questa tendenza si combatte soprattutto attraverso la testimonianza di esperienze in cui si possa constatare che la famiglia è un “di più” di umanità ed ha in sé una grande ricchezza e potenzialità umana costruttiva che per il bene del Paese occorre riconoscere anche a livello politico, economico, fiscale.

Il 12 maggio è quindi in gioco il futuro di tutti, compreso il nostro e dei nostri figli. Per questo come associazione riteniamo assolutamente necessario aderire e partecipare al Family Day del 12 maggio. E invitiamo chiunque ritenga che per difendere l’umano oggi occorra “più famiglia” ad unirsi a noi sabato prossimo a Roma per questa grande giornata di condivisione, finalizzata a sollecitare chiunque abbia responsabilità pubbliche, istituzionali, politiche, culturali e di governo a non soffocare, ma a tutelare e promuovere questa essenziale realtà umana e sociale. Perché alla famiglia sono indissolubilmente legati la storia e il domani di ciascuno di noi, dei nostri figli, dell’Italia e dell’Europa..

Per iscriversi al Family Day rivolgersi subito a Giulio Serafini (0461-916336 349-8635310)

Donne marocchine contro Dico e poligamia….

ROMA, martedì, 8 maggio 2007 (ZENIT.org).- I DICO potrebbero legalizzare la poligamia, sostiene Saoud Sbai, Presidente della Confederazione delle Comunità marocchine italiane, sottolineando che “l’istituto familiare, fondamento di ogni società, va non solo difeso ma rafforzato.
Così ha detto a ZENIT la Sbai, da più di 25 anni in Italia, dove dirige la rivista “Al Maghrebiya” – mensile in lingua araba dedicato ai maghrebini e agli arabi che vivono nel nostro Paese , nello spiegare i motivi della partecipazione al “Family Day”.
“La Comunità delle Donne Marocchine in Italia ha deciso di prender parte alla manifestazione di sabato 12 maggio ha annunciato con un’idea ben chiara che non va fraintesa: nessuna dimostrazione contro gli omosessuali…noi vogliamo dire no a modelli di convivenza come quella poligamica che un domani non lontano potrebbero trovare riconoscimento in un nuovo Dico”.
“Se si riconoscono davanti alla legge, famiglie differenti da quella tradizionale costituita da un uomo, una donna e dai loro figli, come si potrà dire no a convivenze ‘alternative’ che vanno anche al di là della coppia?”, si è chiesta.
“Il nostro più grande timore è questo – ha sostenuto la Sbai – quello di vedere riconosciute ‘famiglie’ in cui uomo e donna non hanno gli stessi diritti, in cui l’uomo diventi padrone delle ‘sue’ mogli con tutto ciò che ne consegue”.
“Inoltre – ha continuato – siamo dell’idea che l’istituto familiare, fondamento di ogni società, vada non solo difeso ma rafforzato, tramite politiche governative adeguate; l’intervento delle istituzioni e l’opera del legislatore devono sempre avere la famiglia come centro della loro azione”.
“Le politiche economiche e sociali (e dunque tutto ciò che significa l’accesso al mondo del lavoro, alla possibilità di una casa, e alle strutture preposte all’educazione e alla crescita dei figli) devono essere pensate in maniera tale che l’idea di creare una famiglia e di portarla avanti non faccia più paura soprattutto ai giovani”, ha commentato.
“In questo senso – ha concluso la Sbai – è utile e anzi necessario portare in piazza le ragioni di chi chiede ‘più famiglia’. La Comunità delle Donne Marocchine in Italia sente questo bisogno, come già in precedenza ha sentito di aderire ad altre manifestazioni come quella contro l’eutanasia e la pena di morte”.

Vanessa

Vanessa era una delle tante ragazze che popolano le nostre metropoli: capelli a caschetto biondi, ad incorniciare un viso tondeggiante dove ardevano due grandi occhi, densi e profondi, carichi di intelligenza, occhi in cui riluceva la disperata voglia di vivere dei ventenni.
Vanessa aveva ventitre anni ed era una brava ragazza; nata in una famiglia semplice si era data da fare per non pesare troppo sulle spalle dei genitori. Anche quel giorno andava al lavoro, in una gelateria , per racimolare i soldi per pagarsi un corso di perfezionamento come infermiera. Vanessa, dicono, amasse la psicologia e fosse attenta agli emarginati. Chissà cosa penserebbe oggi, se potesse leggere di sè sul giornale; di come in un una mattina qualunque, andando al lavoro il destino la avesse tratta in un baratro da cui non si ritorna.
Il destino ha le fattezze di due rumene, due prostitute; “la piccola” con un cappellino a sghimbescio calcato sulla testa le tira un colpo d’ombrello, la punta come un fioretto si incunea nei suoi grandi occhi, che in un istante cessano per sempre di vedere.
Così è morta Vanessa, per mano di una balorda di poco più di vent’anni. Chissà cosa avrebbe pensato se avesse letto sul giornale, di questa assurda vicenda. Forse avrebbe persino trovato una scusa per quella disperata che le aveva strappato tutto.
Tutto il possibile, il sogno di un amore coronato magari dalla costruzione di una famiglia, un lavoro stabile, dei figli, niente.
Il capolinea del metrò ha consumato in un attimo tutte le possibilità , tutto il futuro che la attendeva.
Mentre Vanessa muore, la lotta nella società diseguale continua sotto l’egida del denaro che misura i rapporti, stabilisce le relazioni, le amicizie, le possibilità, la durata della vita media, il numero dei figli.
Continua, la vita mobile e instabile della società dei consumi che rende incerti i rapporti, massacra il balunginio di ogni certezza, polverizza i legami e le tradizioni che garantirono per secoli la solidarietà fra uomini.
E’ la stessa vita che costringe i singoli ed i popoli ad esodi continui, da Stato a Stato, da città a città, da amore ad amore. L’uomo contemporaneo, il giovane in particolare, è un viandante senza meta, distratto verso direzioni molteplici e contraddittorie dal luminoso gioco di specchi del mercato.
Così le città si popolano di “randagi”, di disperati alla ricerca di un paradiso che non esiste.
I flussi migratori incontrollati si giustificano con la scusa di un bisogno di manodopera, ma in realtà è il sistema che genera la fuga dai paesi d’origine e popola le città di gruppi umani che per sopravvivere si organizzano in clan e tribù le quali spesso rifiutano il confronto e l’integrazione. Ma cosa sia l’integrazione in un mondo disintegrato ai miei occhi resta un mistero.
Questi uomini che brulicano silenziosi ed operosi nelle nostre città e si arrangiano nei modi più disparati oscillando fra legalità e illegalità possiamo in parte capirli: sono stati gettati dentro un mondo per loro estraneo, ma di questo mondo vogliono suggere il meglio nel minor tempo possibile, costi quel che costi. Essi portano il loro dolore con lo sguardo sospettoso, sono deboli e forti ad un tempo mescolando nelle nostre vite un sentimento di pietà e paura.
Quello che invece stento a comprendere è il ruolo di politica ed economia che hanno stretto un patto diabolico che genera violenza ovunque. Mentre comprendo assai bene la sindrome spartitoria che governa il loro agire, la logica dei privilegi che caratterizza il pianeta della politica, almeno ad un certo livello; una ferrea razionalità che perpetua se stessa nel quasi disinteresse nei confronti dei deboli, dei semplici, di chi ancora crede in qualche ideale.
Tutto ciò genera una forza maligna che fiorisce in ogni angolo del pianeta,fatta di bellezza mercificata, di lusso ostentato, di potere lucrato, di conoscenze e privilegi, di silenzi, di omissioni, di ricatti.
Mentre l’amore e il disinteresse si fanno merce sempre più rara.
Di questo innanzitutto sei vittima, dolce Vanessa.

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