Berlusconi da Putin per parlare di geopolitica…

Silvio, rimpatriata a casa Putin

Invitati anche Chirac e Aznar Weekend a San Pietroburgo per parlare di ricordi e geopolitica

ROMA- Immaginate Berlusconi e altri due ex leader internazionali di primo piano, attorno a un caminetto, per l’intero week-end, a discutere con Putin di geopolitica, petrolio, democrazia, vecchi ricordi, progetti per il futuro. Una due giorni in amicizia, praticamente senza staff, dal tono molto informale. Immaginateli a pochi minuti di macchina dal centro di San Pietroburgo, in una delle residenze private del presidente della federazione sovietica, che nella città di Dostoevskij e di Puskin ha organizzato una sorta di rimpatriata fra vecchi amici. Potrebbe accadere da stasera a domenica. Tre ex potenti con il capo della Russia, uno che il potere non ha nessuna voglia di perderlo. Putin ha mandato gli inviti nei giorni scorsi, gli ex potenti (gli altri due dovrebbero essere Aznar e Chirac) sono attesi, il Cavaliere dovrebbe lasciare Roma stamane per atterrare nel pomeriggio, o in serata, nella città che si affaccia sul Golfo di Finlandia. Una visita tenuta riservatissima sino a ieri sera, comunicata dall’ex premier a pochissime persone, escludendo dalla conoscenza persino l’ufficio stampa, alcuni diretti collaboratori, certamente i parlamentari azzurri che sono andati a trovarlo ieri sera. E’ probabile che tanto riserbo sia stato chiesto anche dall’ospite, ovvero dall’ «amico Vladimir», come Berlusconi ama chiamare Putin, di cui negli ultimi anni è stato ospite almeno una dozzina di volte, a Mosca come nella città balneare Soci, sul Mar Nero, a Yalta come a San Pietroburgo. Del resto l’ex presidente del Consiglio è uno dei pochi leader internazionali che ha avuto l’onore di dormire dentro il Palazzo del Cremlino, ricevendo un trattamento che di solito le autorità russe riservano solo a pochissimi capi di Stato o di governo. E ha ricambiato l’ospitalità più di una volta, accogliendo a Villa Certosa in Sardegna sia il leader russo che la moglie. L’ultima visita di Berlusconi in Russia risale ad appena pochi mesi fa, metà aprile, proprio nella città che volle Pietro Il Grande. Anche in quel caso fu una visita strettamente privata: l’ex presidente del Consiglio non disse nulla a nessuno, partì con uno staff ridotto all’osso, patì forse un minimo di imbarazzo perché nelle stesse ore in cui assisteva con l’amico russo a un combattimento di kickboxing con performance dell’attore Jean Claude Van Damme, nelle strade della metropoli sul Baltico il dissenso politico di alcune centinaia di manifestanti veniva circoscritto con immagini che fecero il giro del mondo. Condite con le critiche che di solito vengono rivolte all’ex delfino di Boris Eltsin. Accuse che lo stesso Cavaliere respinse pubblicamente al mittente, ritagliandosi il ruolo, anche questo non nuovo, di «avvocato» internazionale del presidente russo. Con una tesi anche questa arcinota e che suona più o meno così: «Putin lo conosco bene, è un sincero democratico e il mondo deve avere fiducia in lui, perché sta facendo degli enormi sforzi per traghettare fra le democrazie occidentali un Paese che per decenni è stato una dittatura comunista, priva di alcuna libertà, economica come politica». Prove di amicizia che sono servite a rinsaldare un rapporto privato che Putin ha tessuto negli anni anche con altri premier o ex premier. Basti pensare alla vicenda di Schroder, ex capo di governo tedesco, divenuto a fine mandato (non senza polemiche) consulente del gigante del gas russo Gazprom, una multinazionale che negli ultimi anni si è trasformata in efficace braccio economico della politica estera del Cremlino. Condizionando i rapporti con gli Stati europei, quasi tutti dipendenti da forniture energetiche che Mosca può regolare se non a suo piacimento, in modo comunque molto stretto. Basti pensare che il 25% del gas consumato dalla Ue è ogni anno importato da Gazprom. E’ notizia di ieri che anche la Francia è interessata ad entrare nel colosso energetico russo. Lo ha detto il presidente Sarkozy a Putin, due giorni fa, schiudendo scenari che finora mai presi in considerazione. La possibilità che intorno al caminetto di una dacia si possano sedere anche Chirac e Aznar ovviamente richiama alla mente questi dettagli. E anche solo una rimpatriata fra vecchi amici, a questi livelli, con uomini che non detengono più potere istituzionale, ma hanno accumulato un’influenza che non si disperde certo con la pensione, può far prevedere che il relax verrà abbinato a lunghe chiacchierate di geopolitica e affari. O magari di tecnica costituzionale della federazione russa, visto il progetto dell’ospite, l’«amico Vladimir», di restare in sella trasmigrando dalla carica di presidente a quella di premier. E senza dimenticare che domenica è il giorno delle primarie del Pd e figuriamoci se Berlusconi si asterrà dallo spiegare che quella italiana è solo «una fusione di apparati di potere ». Se poi si parlerà di donne, il Cavaliere potrà ripetere quello che ha detto ieri notte ai suoi eurodeputati: «Mia moglie Veronica è la compagna migliore che un uomo avrebbe potuto desiderare». Corriere della Sera – NAZIONALE – sezione: Politica – data: 2007-10-12 num: – pag: 13 autore: Marco Galluzzo categoria: REDAZIONALEI LEADER

Cosa succede in Ucraina.

C’è un’immagine che parla dell’Ucraina più di qualunque numero. Risale allo scorso martedì sera. Yulia Timoshenko, la pasionaria che guidò la rivoluzione assieme all’attuale presidente Viktor Yuschenko, sta tenendo una conferenza stampa. È raggiante per i risultati che la danno in testa agli exit poll e, come sempre, bella (grazie a un lifting molto riuscito). Dopo pochi minuti viene interrotta da un assistente che le porge il cellulare. E lei anziché respingere la chiamata, come di solito avviene in queste circostanze, prende il telefonino e con voce squillante, affinché nessuno possa fraintendere, comunica ai reporter che in linea c’è il presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il quale vuole congratularsi per questo successo.

È euforico e probabilmente, dentro di sé, lo considera anche suo.Non è l’unico, d’altronde. Sebbene Washington abbia tenuto il profilo basso in queste ore, come testimonia tra l’altro lo scarso interesse dei media Usa per le elezioni, non c’è dubbio che anche alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato siano parecchio su di giri. Assaporano una svolta storica. Perché gli screzi – anzi, il gelo, ormai permanente – con Putin nasce proprio dalla lotta per il controllo di questi due Paesi.Che cosa accadde nel 2003 e nel 2004 è noto: la Georgia e l’Ucraina, tradizionalmente nell’orbita russa, passarono sotto l’influenza americana, grazie a due rivoluzioni popolari, rosa e arancione, che oggi sappiamo essere state ispirate o addirittura pianificate dagli Stati Uniti.

Da allora il Cremlino ha fatto di tutto per costringere Kiev e Tbilisi a tornare indietro: ha usato con la prima il ricatto del gas e con la seconda l’assedio economico. E in tre anni ha ottenuto non pochi successi, soprattutto a Kiev, dove la coalizione arancione nel 2005 durò pochi mesi, favorendo nel marzo 2006 la vittoria alle legislative di Viktor Yanukovich, il fido alleato di Putin. Da allora il Paese ha vissuto nell’instabilità. È stato l’altro Viktor, il presidente Yuschenko, scampato nel 2004 a un avvelenamento con la diossina, ad aver voluto le elezioni anticipate di domenica, per chiarire una volta per tutte da che parte dovesse stare l’Ucraina. E gli elettori hanno deciso. Ancora non si sa se, a spoglio ultimato, risulterà primo il Blocco della Timoshenko o quello delle Regioni di Yanukovich. Poco importa, tecnicamente. I numeri indicano che il partito di Yulia (con circa il 32% dei voti) e quello di Yuschenko (con il 15%) otterranno la maggioranza dei seggi in Parlamento. I due leader da tempo si disprezzano vicendevolmente, ma nelle prossime ore accantoneranno le ripicche personali per portare a compimento, questa volta sul serio, la rivoluzione arancione. E con loro vince Washington.

È dagli anni Novanta che gli strateghi americani considerano indispensabile in un’ottica geostrategica il controllo di questo Paese, per il suo ruolo di crocevia tra l’Europa e l’Asia. Quando entrerà nella Nato, verosimilmente nell’arco di un paio di anni, il processo di assimilazione potrà considerarsi concluso. In quel momento i russi subiranno una delle sconfitte più cocenti della loro storia. Dall’89 ad oggi hanno dovuto lasciar andare i Baltici e l’Europa dell’Est (soprattutto Stati chiave come Polonia, Bulgaria e Romania). Rinunciando all’Ucraina, Mosca perderà la sua posizione dominante sul Mar Nero, oltre che una città, Kiev, che ha dato i natali alla Russia slava e che ha pertanto un’importanza simbolica considerevole. Le implicazioni sono colossali per il Cremlino, che da qualche anno cerca di riaccreditarsi come grande potenza e che invece sarà costretto ad ammettere di non controllare più il cortile di casa; nel quale rientra la Georgia caucasica di Saakashvili, cruciale per il transito degli oleodotti, e che dopo il voto di domenica sarà incoraggiata a resistere. Nei giorni scorsi Putin aveva dichiarato che avrebbe rispettato i risultati delle elezioni ucraine. Vedremo se sarà di parola. Ma le bizze del fido Yanukovich, che si ostina a non riconoscere la sconfitta e anzi pretende il mandato di primo ministro, non inducono all’ottimismo. La Russia è ferita, è furiosa e per questo imprevedibile. Tenterà tenacemente di mantenere la presa sulla sorella Ucraina. Come, nessuno lo sa. Marcello Foa (Il Giornale, 2 /10/2007) http://blog.ilgiornale.it/foa

Don Sante e il Generale

La storia di Don Sante, il prete che ha fatto pubblica dichiarazione del proprio amore per una donna, manifesta una volta di più, ce ne fosse bisogno, come l’utilizzo dei mass media e il loro potere di seduzione, possa vincere persino la forza sacramentale della scelta sacerdotale.
Il “povero prete” è caduto, sedotto oltre che da una donna, dal fascino di sostare davanti al puntino rosso di una telecamera accesa.
Rapido e rapace il mondo della televisione ha affondato i denti sulla patetica carcassa del giovane prete, trasformando una triste vicenda personale in una sorta di giudizio laico nei confronti di temi complessi e delicatissimi, quali il celibato sacerdotale, il ruolo dell’autorità ecclesiastica, la presunta insensibilità della Chiesa nei confronti del diritto ad amare. Dimenticando ovviamente che esistono molteplici forme d’amore, come il Papa ha ben chiarito nella sua prima enciclica, Deus Caritas est.
Ma il mondo non ha tempo di approfondire, soprattutto quello televisivo, preoccupato soltanto di accrescere l’odiens. Mancava soltanto fosse indetto un estemporaneo sondaggio sul diritto dei preti all’amore carnale, perché il quadro fosse completo.
La vicenda però, non credo meritasse tutto lo strepito che per qualche giorno le è stato dedicato. La storia infatti è assai prosaica e semplice.
Un giovane prete si è innamorato di una donna divorziata madre di due figli, quindi ha rivendicato pubblicamente, dal pulpito, la legittimità del proprio amore.
Ciò non bastasse si è cosparso il capo di cenere roso dal rimorso; un rimorso, che però ha giudicato innaturale, frutto di una mentalità ecclesiastica retriva e ingiustificata.
Si è in tal modo esposto ad una gogna pubblica inconsapevole, trasformandosi da “colpevole” in vittima, da accusato in accusatore. Tutto questo, Don Sante, lo ha fatto da solo.
Questo uomo, sospinto dall’ebrezza mediatica, ha fatto della propria storia una bandiera da brandire in difesa di rivendicazioni da lui giudicate epocali; su tutte la libertà d’amare dei sacerdoti.
Nel suo delirio montante si è addirittura richiamato a Don Milingo e di riflesso alla chiesa del reverendo Moon, la quale nega persino la divinità di Cristo.
Si è in tal modo, ancora una volta, da solo, posto al di fuori della Chiesa Cattolica.
Ma ciò che stupisce e appare inadeguato in tutta questa vicenda non è l’amore, la passione che può irretire chiunque, bensì l’atteggiamento irresponsabile e irrispettoso manifestato dal sacerdote verso l’autorità cui un giorno egli giurò fedeltà e obbedienza.
Quando Don Sante scelse di essere sacerdote era consapevole di ciò che tale scelta comportava e nonostante questo ha dissacrato dissennatamente la propria opzione, il proprio mondo, la dignità del proprio ministero. E questo lo ha fatto in pubblico, pensando in tal modo di mostrarsi sincero. Ma la sua sincerità, in realtà, non ha fatto che screditare davanti al mondo, il ruolo del sacerdote in genere. Perché tutti sappiamo, per prima la Chiesa, che l’essere umano è debole e che la scelta della castità e del celibato costano. Per questo la Chiesa ha sempre cercato, con discrezione, di andare incontro a quei ministri che cedono alla passione e all’amore per una donna. Ma questa sensibilità e attenzione all’umana debolezza, questo senso vivo della realtà umana, ha sempre altresì evitato, con somma cura di alimentare lo scandalo.
In settembre si commemorava la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vilmente trucidato dalla mafia insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, nel 1982 a Palermo.
La vicenda di questo uomo è sicuramente straordinaria e ricca di insegnamenti, ma in tale circostanza, voglio porla in parallelo con quella del pretino di cui ho raccontato le poco nobili peripezie sentimentali.
Se guardiamo al Generale, se leggiamo la storia, riconosciamo una persona ricca di un’indole forte e decisa, dotata di una rettitudine adamantina e di un sacro attaccamento alla divisa dei Carabinieri.
La moralità di Dalla Chiesa, il suo attaccamento alle istituzioni democratiche, presentano per molti aspetti i tratti di una scelta vocazionale, con tutti i voti che la distinguono.
La vita del Generale fu infatti totalmente votata all’arma e allo Stato, quasi con esso avesse contratto un patto nuziale; per esso, profuse ogni energia nella lotta contro la criminalità.
Sono queste le ragioni per cui, Dalla Chiesa ha con profondo e fermo senso del dovere sacrificato, prima gli affetti familiari, quindi la vita stessa.
Il Generale, pur tra gravissime difficoltà, non ha cercato scorciatoie, non è fuggito davanti alle proprie responsabilità, anzi ha persino trascurato l’amatissima moglie, in nome, non di un’amante, ma di una promessa sacrale che aveva pronunciato il giorno in cui era diventato carabiniere e aveva vestito quella divisa come si indossa un saio, indice di appartenenza ad un “ordine.”
Quale distanza, separa la nobile figura di questo martire, dalla piccola e imbarazzante sagoma del sacerdote innamorato.
Questa vicenda mi sembra suggerire una lezione: la storia di Sante forse ci indica che stiamo smarrendo il senso dei ruoli, il rispetto e la dignità che ogni professione reclama. Sono venuti meno, uno dopo l’altro, il senso della gerarchia, del dovere, dell’autorità costituita, del sacrificio e dell’ubbidienza. Perciò don Sante sembra lo specchio di un certo prete progressista, ricalcitrante alle regole, malato di protagonismo, indifferente ad ogni autorità, nonché abile nel dar adito a scandali che spesso si risolvono in una bolla di sapone.
E’ questa la “colpa” del prete, la debolezza di un uomo che si fa aggressiva rivendicazione, nella totale inconsapevolezza del fango che in tal modo getta sulla sua Chiesa, cui un giorno giurò fedeltà, obbedienza, amore.
DON SANTE E IL GENERALE settebre 2007.
La storia di Don Sante, il prete che ha fatto pubblica dichiarazione del proprio amore per una donna, manifesta una volta di più, ce ne fosse bisogno, come l’utilizzo dei mass media e il loro potere di seduzione, possa vincere persino la forza sacramentale della scelta sacerdotale.
Il “povero prete” è caduto, sedotto oltre che da una donna, dal fascino di sostare davanti al puntino rosso di una telecamera accesa.
Rapido e rapace il mondo della televisione ha affondato i denti sulla patetica carcassa del giovane prete, trasformando una triste vicenda personale in una sorta di giudizio laico nei confronti di temi complessi e delicatissimi, quali il celibato sacerdotale, il ruolo dell’autorità ecclesiastica, la presunta insensibilità della Chiesa nei confronti del diritto ad amare. Dimenticando ovviamente che esistono molteplici forme d’amore, come il Papa ha ben chiarito nella sua prima enciclica, Deus Caritas est.
Ma il mondo non ha tempo di approfondire, soprattutto quello televisivo, preoccupato soltanto di accrescere l’odiens. Mancava soltanto fosse indetto un estemporaneo sondaggio sul diritto dei preti all’amore carnale, perché il quadro fosse completo.
La vicenda però, non credo meritasse tutto lo strepito che per qualche giorno le è stato dedicato. La storia infatti è assai prosaica e semplice.
Un giovane prete si è innamorato di una donna divorziata madre di due figli, quindi ha rivendicato pubblicamente, dal pulpito, la legittimità del proprio amore.
Ciò non bastasse si è cosparso il capo di cenere roso dal rimorso; un rimorso, che però ha giudicato innaturale, frutto di una mentalità ecclesiastica retriva e ingiustificata.
Si è in tal modo esposto ad una gogna pubblica inconsapevole, trasformandosi da “colpevole” in vittima, da accusato in accusatore. Tutto questo, Don Sante, lo ha fatto da solo.
Questo uomo, sospinto dall’ebrezza mediatica, ha fatto della propria storia una bandiera da brandire in difesa di rivendicazioni da lui giudicate epocali; su tutte la libertà d’amare dei sacerdoti.
Nel suo delirio montante si è addirittura richiamato a Don Milingo e di riflesso alla chiesa del reverendo Moon, la quale nega persino la divinità di Cristo.
Si è in tal modo, ancora una volta, da solo, posto al di fuori della Chiesa Cattolica.
Ma ciò che stupisce e appare inadeguato in tutta questa vicenda non è l’amore, la passione che può irretire chiunque, bensì l’atteggiamento irresponsabile e irrispettoso manifestato dal sacerdote verso l’autorità cui un giorno egli giurò fedeltà e obbedienza.
Quando Don Sante scelse di essere sacerdote era consapevole di ciò che tale scelta comportava e nonostante questo ha dissacrato dissennatamente la propria opzione, il proprio mondo, la dignità del proprio ministero. E questo lo ha fatto in pubblico, pensando in tal modo di mostrarsi sincero. Ma la sua sincerità, in realtà, non ha fatto che screditare davanti al mondo, il ruolo del sacerdote in genere. Perché tutti sappiamo, per prima la Chiesa, che l’essere umano è debole e che la scelta della castità e del celibato costano. Per questo la Chiesa ha sempre cercato, con discrezione, di andare incontro a quei ministri che cedono alla passione e all’amore per una donna. Ma questa sensibilità e attenzione all’umana debolezza, questo senso vivo della realtà umana, ha sempre altresì evitato, con somma cura di alimentare lo scandalo.
In settembre si commemorava la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vilmente trucidato dalla mafia insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, nel 1982 a Palermo.
La vicenda di questo uomo è sicuramente straordinaria e ricca di insegnamenti, ma in tale circostanza, voglio porla in parallelo con quella del pretino di cui ho raccontato le poco nobili peripezie sentimentali.
Se guardiamo al Generale, se leggiamo la storia, riconosciamo una persona ricca di un’indole forte e decisa, dotata di una rettitudine adamantina e di un sacro attaccamento alla divisa dei Carabinieri.
La moralità di Dalla Chiesa, il suo attaccamento alle istituzioni democratiche, presentano per molti aspetti i tratti di una scelta vocazionale, con tutti i voti che la distinguono.
La vita del Generale fu infatti totalmente votata all’arma e allo Stato, quasi con esso avesse contratto un patto nuziale; per esso, profuse ogni energia nella lotta contro la criminalità.
Sono queste le ragioni per cui, Dalla Chiesa ha con profondo e fermo senso del dovere sacrificato, prima gli affetti familiari, quindi la vita stessa.
Il Generale, pur tra gravissime difficoltà, non ha cercato scorciatoie, non è fuggito davanti alle proprie responsabilità, anzi ha persino trascurato l’amatissima moglie, in nome, non di un’amante, ma di una promessa sacrale che aveva pronunciato il giorno in cui era diventato carabiniere e aveva vestito quella divisa come si indossa un saio, indice di appartenenza ad un “ordine.”
Quale distanza, separa la nobile figura di questo martire, dalla piccola e imbarazzante sagoma del sacerdote innamorato.
Questa vicenda mi sembra suggerire una lezione: la storia di Sante forse ci indica che stiamo smarrendo il senso dei ruoli, il rispetto e la dignità che ogni professione reclama. Sono venuti meno, uno dopo l’altro, il senso della gerarchia, del dovere, dell’autorità costituita, del sacrificio e dell’ubbidienza. Perciò don Sante sembra lo specchio di un certo prete progressista, ricalcitrante alle regole, malato di protagonismo, indifferente ad ogni autorità, nonché abile nel dar adito a scandali che spesso si risolvono in una bolla di sapone.
E’ questa la “colpa” del prete, la debolezza di un uomo che si fa aggressiva rivendicazione, nella totale inconsapevolezza del fango che in tal modo getta sulla sua Chiesa, cui un giorno giurò fedeltà, obbedienza, amore.
DON SANTE E IL GENERALE settebre 2007.
La storia di Don Sante, il prete che ha fatto pubblica dichiarazione del proprio amore per una donna, manifesta una volta di più, ce ne fosse bisogno, come l’utilizzo dei mass media e il loro potere di seduzione, possa vincere persino la forza sacramentale della scelta sacerdotale.
Il “povero prete” è caduto, sedotto oltre che da una donna, dal fascino di sostare davanti al puntino rosso di una telecamera accesa.
Rapido e rapace il mondo della televisione ha affondato i denti sulla patetica carcassa del giovane prete, trasformando una triste vicenda personale in una sorta di giudizio laico nei confronti di temi complessi e delicatissimi, quali il celibato sacerdotale, il ruolo dell’autorità ecclesiastica, la presunta insensibilità della Chiesa nei confronti del diritto ad amare. Dimenticando ovviamente che esistono molteplici forme d’amore, come il Papa ha ben chiarito nella sua prima enciclica, Deus Caritas est.
Ma il mondo non ha tempo di approfondire, soprattutto quello televisivo, preoccupato soltanto di accrescere l’odiens. Mancava soltanto fosse indetto un estemporaneo sondaggio sul diritto dei preti all’amore carnale, perché il quadro fosse completo.
La vicenda però, non credo meritasse tutto lo strepito che per qualche giorno le è stato dedicato. La storia infatti è assai prosaica e semplice.
Un giovane prete si è innamorato di una donna divorziata madre di due figli, quindi ha rivendicato pubblicamente, dal pulpito, la legittimità del proprio amore.
Ciò non bastasse si è cosparso il capo di cenere roso dal rimorso; un rimorso, che però ha giudicato innaturale, frutto di una mentalità ecclesiastica retriva e ingiustificata.
Si è in tal modo esposto ad una gogna pubblica inconsapevole, trasformandosi da “colpevole” in vittima, da accusato in accusatore. Tutto questo, Don Sante, lo ha fatto da solo.
Questo uomo, sospinto dall’ebrezza mediatica, ha fatto della propria storia una bandiera da brandire in difesa di rivendicazioni da lui giudicate epocali; su tutte la libertà d’amare dei sacerdoti.
Nel suo delirio montante si è addirittura richiamato a Don Milingo e di riflesso alla chiesa del reverendo Moon, la quale nega persino la divinità di Cristo.
Si è in tal modo, ancora una volta, da solo, posto al di fuori della Chiesa Cattolica.
Ma ciò che stupisce e appare inadeguato in tutta questa vicenda non è l’amore, la passione che può irretire chiunque, bensì l’atteggiamento irresponsabile e irrispettoso manifestato dal sacerdote verso l’autorità cui un giorno egli giurò fedeltà e obbedienza.
Quando Don Sante scelse di essere sacerdote era consapevole di ciò che tale scelta comportava e nonostante questo ha dissacrato dissennatamente la propria opzione, il proprio mondo, la dignità del proprio ministero. E questo lo ha fatto in pubblico, pensando in tal modo di mostrarsi sincero. Ma la sua sincerità, in realtà, non ha fatto che screditare davanti al mondo, il ruolo del sacerdote in genere. Perché tutti sappiamo, per prima la Chiesa, che l’essere umano è debole e che la scelta della castità e del celibato costano. Per questo la Chiesa ha sempre cercato, con discrezione, di andare incontro a quei ministri che cedono alla passione e all’amore per una donna. Ma questa sensibilità e attenzione all’umana debolezza, questo senso vivo della realtà umana, ha sempre altresì evitato, con somma cura di alimentare lo scandalo.
In settembre si commemorava la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vilmente trucidato dalla mafia insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, nel 1982 a Palermo.
La vicenda di questo uomo è sicuramente straordinaria e ricca di insegnamenti, ma in tale circostanza, voglio porla in parallelo con quella del pretino di cui ho raccontato le poco nobili peripezie sentimentali.
Se guardiamo al Generale, se leggiamo la storia, riconosciamo una persona ricca di un’indole forte e decisa, dotata di una rettitudine adamantina e di un sacro attaccamento alla divisa dei Carabinieri.
La moralità di Dalla Chiesa, il suo attaccamento alle istituzioni democratiche, presentano per molti aspetti i tratti di una scelta vocazionale, con tutti i voti che la distinguono.
La vita del Generale fu infatti totalmente votata all’arma e allo Stato, quasi con esso avesse contratto un patto nuziale; per esso, profuse ogni energia nella lotta contro la criminalità.
Sono queste le ragioni per cui, Dalla Chiesa ha con profondo e fermo senso del dovere sacrificato, prima gli affetti familiari, quindi la vita stessa.
Il Generale, pur tra gravissime difficoltà, non ha cercato scorciatoie, non è fuggito davanti alle proprie responsabilità, anzi ha persino trascurato l’amatissima moglie, in nome, non di un’amante, ma di una promessa sacrale che aveva pronunciato il giorno in cui era diventato carabiniere e aveva vestito quella divisa come si indossa un saio, indice di appartenenza ad un “ordine.”
Quale distanza, separa la nobile figura di questo martire, dalla piccola e imbarazzante sagoma del sacerdote innamorato.
Questa vicenda mi sembra suggerire una lezione: la storia di Sante forse ci indica che stiamo smarrendo il senso dei ruoli, il rispetto e la dignità che ogni professione reclama. Sono venuti meno, uno dopo l’altro, il senso della gerarchia, del dovere, dell’autorità costituita, del sacrificio e dell’ubbidienza. Perciò don Sante sembra lo specchio di un certo prete progressista, ricalcitrante alle regole, malato di protagonismo, indifferente ad ogni autorità, nonché abile nel dar adito a scandali che spesso si risolvono in una bolla di sapone.
E’ questa la “colpa” del prete, la debolezza di un uomo che si fa aggressiva rivendicazione, nella totale inconsapevolezza del fango che in tal modo getta sulla sua Chiesa, cui un giorno giurò fedeltà, obbedienza, amore.
DON SANTE E IL GENERALE settebre 2007.
La storia di Don Sante, il prete che ha fatto pubblica dichiarazione del proprio amore per una donna, manifesta una volta di più, ce ne fosse bisogno, come l’utilizzo dei mass media e il loro potere di seduzione, possa vincere persino la forza sacramentale della scelta sacerdotale.
Il “povero prete” è caduto, sedotto oltre che da una donna, dal fascino di sostare davanti al puntino rosso di una telecamera accesa.
Rapido e rapace il mondo della televisione ha affondato i denti sulla patetica carcassa del giovane prete, trasformando una triste vicenda personale in una sorta di giudizio laico nei confronti di temi complessi e delicatissimi, quali il celibato sacerdotale, il ruolo dell’autorità ecclesiastica, la presunta insensibilità della Chiesa nei confronti del diritto ad amare. Dimenticando ovviamente che esistono molteplici forme d’amore, come il Papa ha ben chiarito nella sua prima enciclica, Deus Caritas est.
Ma il mondo non ha tempo di approfondire, soprattutto quello televisivo, preoccupato soltanto di accrescere l’odiens. Mancava soltanto fosse indetto un estemporaneo sondaggio sul diritto dei preti all’amore carnale, perché il quadro fosse completo.
La vicenda però, non credo meritasse tutto lo strepito che per qualche giorno le è stato dedicato. La storia infatti è assai prosaica e semplice.
Un giovane prete si è innamorato di una donna divorziata madre di due figli, quindi ha rivendicato pubblicamente, dal pulpito, la legittimità del proprio amore.
Ciò non bastasse si è cosparso il capo di cenere roso dal rimorso; un rimorso, che però ha giudicato innaturale, frutto di una mentalità ecclesiastica retriva e ingiustificata.
Si è in tal modo esposto ad una gogna pubblica inconsapevole, trasformandosi da “colpevole” in vittima, da accusato in accusatore. Tutto questo, Don Sante, lo ha fatto da solo.
Questo uomo, sospinto dall’ebrezza mediatica, ha fatto della propria storia una bandiera da brandire in difesa di rivendicazioni da lui giudicate epocali; su tutte la libertà d’amare dei sacerdoti.
Nel suo delirio montante si è addirittura richiamato a Don Milingo e di riflesso alla chiesa del reverendo Moon, la quale nega persino la divinità di Cristo.
Si è in tal modo, ancora una volta, da solo, posto al di fuori della Chiesa Cattolica.
Ma ciò che stupisce e appare inadeguato in tutta questa vicenda non è l’amore, la passione che può irretire chiunque, bensì l’atteggiamento irresponsabile e irrispettoso manifestato dal sacerdote verso l’autorità cui un giorno egli giurò fedeltà e obbedienza.
Quando Don Sante scelse di essere sacerdote era consapevole di ciò che tale scelta comportava e nonostante questo ha dissacrato dissennatamente la propria opzione, il proprio mondo, la dignità del proprio ministero. E questo lo ha fatto in pubblico, pensando in tal modo di mostrarsi sincero. Ma la sua sincerità, in realtà, non ha fatto che screditare davanti al mondo, il ruolo del sacerdote in genere. Perché tutti sappiamo, per prima la Chiesa, che l’essere umano è debole e che la scelta della castità e del celibato costano. Per questo la Chiesa ha sempre cercato, con discrezione, di andare incontro a quei ministri che cedono alla passione e all’amore per una donna. Ma questa sensibilità e attenzione all’umana debolezza, questo senso vivo della realtà umana, ha sempre altresì evitato, con somma cura di alimentare lo scandalo.
In settembre si commemorava la morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vilmente trucidato dalla mafia insieme alla moglie, Emanuela Setti Carraro, nel 1982 a Palermo.
La vicenda di questo uomo è sicuramente straordinaria e ricca di insegnamenti, ma in tale circostanza, voglio porla in parallelo con quella del pretino di cui ho raccontato le poco nobili peripezie sentimentali.
Se guardiamo al Generale, se leggiamo la storia, riconosciamo una persona ricca di un’indole forte e decisa, dotata di una rettitudine adamantina e di un sacro attaccamento alla divisa dei Carabinieri.
La moralità di Dalla Chiesa, il suo attaccamento alle istituzioni democratiche, presentano per molti aspetti i tratti di una scelta vocazionale, con tutti i voti che la distinguono.
La vita del Generale fu infatti totalmente votata all’arma e allo Stato, quasi con esso avesse contratto un patto nuziale; per esso, profuse ogni energia nella lotta contro la criminalità.
Sono queste le ragioni per cui, Dalla Chiesa ha con profondo e fermo senso del dovere sacrificato, prima gli affetti familiari, quindi la vita stessa.
Il Generale, pur tra gravissime difficoltà, non ha cercato scorciatoie, non è fuggito davanti alle proprie responsabilità, anzi ha persino trascurato l’amatissima moglie, in nome, non di un’amante, ma di una promessa sacrale che aveva pronunciato il giorno in cui era diventato carabiniere e aveva vestito quella divisa come si indossa un saio, indice di appartenenza ad un “ordine.”
Quale distanza, separa la nobile figura di questo martire, dalla piccola e imbarazzante sagoma del sacerdote innamorato.
Questa vicenda mi sembra suggerire una lezione: la storia di Sante forse ci indica che stiamo smarrendo il senso dei ruoli, il rispetto e la dignità che ogni professione reclama. Sono venuti meno, uno dopo l’altro, il senso della gerarchia, del dovere, dell’autorità costituita, del sacrificio e dell’ubbidienza. Perciò don Sante sembra lo specchio di un certo prete progressista, ricalcitrante alle regole, malato di protagonismo, indifferente ad ogni autorità, nonché abile nel dar adito a scandali che spesso si risolvono in una bolla di sapone.
E’ questa la “colpa” del prete, la debolezza di un uomo che si fa aggressiva rivendicazione, nella totale inconsapevolezza del fango che in tal modo getta sulla sua Chiesa, cui un giorno giurò fedeltà, obbedienza, amore.

Grazie Oriana. Dopo un anno dalla sua morte

? il momento di usare la penna, ed è con onore che ti dedichiamo queste parole, sperando di trasmettere quello che a te piaceva comunicare: passione per la Vita.
Sì, perché ciò che amiamo ricordare di te è la tenacia e il coraggio con i quali hai sempre scritto fuori dai denti, talvolta appellandoti alla “rabbia e l’orgoglio”, altre volte alla “forza della ragione”.
Perché, per quanto le tue idee possano essere state amate da una parte, ed odiate dall’altra, ciò che tutti dovrebbero riconoscere è il motivo della tua battaglia intellettuale.
Il motivo è lo stesso che ti ha portato a scrivere Un uomo: un libro su un eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità, senza arrendersi mai.
Non vogliamo qui soffermarci su tutte quelle tematiche attuali che hai sempre affrontato, costante e determinata, nei tuoi scritti – in quanto sarebbe inutile sottolineare il nostro totale accordo- ma ci pare opportuno ricordare un altro aspetto della tua persona, che unisce tutti i diversi pensieri politici, e addirittura (non si scandalizzino, signori) comunisti, pacifinti, no global, arcobalenisti, pluriculturalisti…
e questo denominatore comune lo lasciamo spiegare a te: “E se la parola Insciallah- destino- Insciallah avesse significato il trionfo della Vita? Se fosse stata la Vita il destino di tutte le cose?”.
Intorno ad ogni tua riflessione possiamo cogliere la profondità e l’acutezza che hai dimostrato di avere nei confronti delle domande esistenziali.
Traspare nei tuoi libri questo forte desiderio di restare attaccata alla Vita, parola curiosamente scritta con la maiuscola, ed accompagnata da un leggero velo di malinconia. Tuttavia, hai capito che solo l’uomo superficiale riesce ad essere indifferente ed apaticamente felice: l’inquietudine spesso è il sentore di un’umanità viva, in continua ricerca. Così hai espresso questo disagio interiore: “Vedi quant’è breve la Vita! Troppo breve, troppo. Sia che tu sia fatto di parole anzi di carta, sia che tu sia fatto di carne, dura quanto un fiore del deserto. Uno di quei fiori che sbocciano al mattino per seccare al tramonto. Ho letto che sono molto belli, i fiori del deserto. Forse sono belli proprio perché durano lo spazio d’un giorno. Questo li rende preziosi e… Mi hanno chiamato, mi chiamano”.
O ancora, più recentemente: “Amo troppo la vita, mi spiego? Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere il regalo dei regali. Anche se si tratta di un regalo difficile. A volte doloroso. Con la stessa passione odio la morte, non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della vita e che senza lo spreco che si chiama morte non ci sarebbe la Vita”.
Hai voluto racchiudere queste tue riflessioni in una “filosofia di Vita”: sono diventate, in questa maniera, il tuo modo di pensare, di agire, di amare. Infatti, in Intervista con la storia domandi ad Alekos cosa significhi essere un uomo: “Significa avere coraggio, avere dignità. Significa credere nell’umanità. Significa amare senza permettere a un amore di diventare un’àncora. Significa lottare. E vincere”.
La tua sensibilità interiore lascia spazio alla speranza raccontata, esternata, perfino gridata, ma mai relegata in un angolo: “Morire, una semplice battuta d’arresto: una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, a rivivere, per rimorire si ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere vivere all’infinito…”.
Te lo auguriamo Oriana.
THANK YOU ORIANA – After a year of her death.
It is time now to write it down, and it is with a great honour that we dedicate to you these words, with the hope that we can do it as you did: with the passion of life.What we would like to remember of you, is the courage and perseverance with which you always wrote, sometimes referring to the “Rage and pride”, or to the “Force of reason”.
Even if your ideas were in part loved and in part hated, what everyone should recognize is the motive of your intellectual battle. It is the same reason that lead you to write “A man”: a book about a hero that fought alone for freedom and truth, without surrender.
Let’s not focus on the topics that you always wrote about with which we completely agree, but we find appropriate to remember another aspect of your being, which links all different political views and – don’t be shocked, gentlemen! – communists, pacifists, no-global,
arcobalenisti and pluriculturalists…
We let you explain this common denominator: “what if the world Insciallah – destiny – Insciallah means the triumph of life? What if it was Life the destiny of all things?”.
In any of your thoughts we can see the deep effort and perspicacity you put towards existential questions.
Through your books we can feel a strong desire towards Life,
with a capital letter, accompanied with a subtle veil of melancholy. However, you understand that only superficial man can be regardless and sluggishly happy: uneasiness often is what makes humanity alive. This is how you have expressed you being uneasy with yourself: “see how short Life is!, Too short, much too short. Both if you are made of words, or rather paper, or made of flesh, hard as a desert’s flower. One of those flowers who blossoms in the dawn and dries out in the sunset. I’ve read they’re really beautiful, maybe because they last just one day. This makes them precious and…they’ve called me, they are calling me”.
Even more recently: “I love Life so much, do
you know what I mean? I’m sure that Life is beautiful even when it’s awful, that birth is the master miracle, Life is the major Gift. Even if it is a hard gift, sometimes painful. With the same passion I hate death, I cannot figure it out. I only comprehend that it is part of Life and without death there won’t be Life”.
These thoughts became your philosophy of Life, your way of thinking, acting and loving. In fact in “Interview with history” you ask to Alekos what does it mean being a man: “means being brave, have dignity and believe in humanity…fight and win”.
With your sensitivity you told, you shout but never put the hope in a corner: “dying…, a break, a short sleep to rebirth, to live again, to die again, but reborn once more, live again, live, live to infinity”.
We wish you all that, Oriana.

Tutti soli sul fronte dei prezzi. Dopo lo “sciopero della pastasciutta”.

Bastonato, impotente, frustrato. Ti senti così ogni volta che vai a fare la spesa. Voci di due signore sulla sessantina colte proprio ieri nel supermercato di una cittadina del nord: “Le zucchine a 2.25? Ma ieri erano a 1.80”. “La nostra pensione però non aumenta”. Confermo: cresce tutto, un poco alla volta, in punta di piedi; tutto, non solo la pastasciutta nel cui nome, e nel cui potente simbolo, si sciopera, sapendo che la Maria Antonietta di turno mormorerà con nonchalance: “Mon Dieu, non mangiano la pasta? Si facciano un risottino”.
Bastonati e con il senso di colpa. Vivi la più classica sindrome veneziana – l’acqua sale, sale, sale e tu non puoi certo alzare la tua casa, puoi a malapena procurarti un nuovo paio di stivaloni da pescatore, quelli ascellari – e non capisci. Ad esempio: se il dollaro vale sempre di meno e l’euro vale sempre di più, me avremo dei vantaggi; tutti noi, non solo gli Stati, le banche, i finanzieri. E invece niente. Il barile di petrolio sale più di quanto scenda il dollaro. E le esportazioni languono. Calerà almeno la Cocacola? Macché. Anzi sì, ma soltanto se ne acquisti sei bidoni da due litri cadauno in un colpo solo, sai che muscoli a trascinartela su per le scale. Davvero ti senti in colpa. L’inflazione, ti assicurano sbattendoti sotto il naso tabelle e grafici, è prossima allo zero. Dunque sarò io che non so organizzarmi. Io con il contratto scaduto da due anni. Io a caccia di tre-per-due. Io novello Ulisse con la cera nelle orecchie e i paraocchi da cavallo per resistere alle sirene dell’acquisto d’impulso, tutti quegli snack sugosi, quei rasoi quinquilama con ammorbidente e schiumogeno, la caramellina, la patatina, il cioccolatino accanto alla cassa: merci definite “inutili” soltanto da chi ignora il loro potere ansiolitico, tanto formidabile quanto illusorio.
Ti senti in colpa anche se sai di non avere colpa alcuna, anzi di essere un eroico resistente. Ti senti soprattutto solo. Il rito collettivo della spesa, che ti costa ogni giorno un euro in più, è in realtà un’esperienza solitaria, senza solidarietà, durante la quale ognuno rimane chiuso in se stesso e lancia occhiate furtive nel carrello altrui pensando: come può un tipo del genere permettersi prodotti del genere? Con l’inizio della scuola ai sensi di colpa subentrano la frustrazione e, in rari casi fortunati, l’esultanza. Dispiace che la storica cartoleria del centro, odorosa di inchiostri, chiuda e svenda per cedere il posto all’ennesimo store del solito stilista. Però che razzia di quaderni e quadernoni, matite e matitoni, gomme e temperini. Un amico è tornato deluso dalla Grecia: in un paesino della Tessaglia confidava di acquistare quaderni a prezzo stracciato, ma si è accorto che costavano più che all’Upim. Ci sentiamo bastonati, impotenti e in colpa, però ci ingegniamo e resistiamo. I libri? Usati. La soluzione drastica? Trasferirsi nel Trentino, dove te li danno in comodato (nel resto d’Italia è proprio impossibile?).
? brutto dirlo, ma un poco viviamo di rimpianti. C’è chi rimpiange il Cip, il Comitato interministeriale prezzi, che dirigeva e controllava. Chi rimpiange la scala mobile ma non lo dirà mai per non ricoprirsi di ridicolo. E chi rimpiange il tempo cui, noi italiani che buttiamo fortune in acqua minerale, ci abbeveravamo dall’umile rubinetto… Alt! L’acqua potabile è ottima. C’è chi la sta riscoprendo e, con una concessione alla nostalgia, la corregge con la frizzina. Giusto per spendere un paio d’euro alla settimana e ringalluzzire il Pil.
(Da “Avvenire”, 14 settembre 2007).

Pensieri sparsi, sulle chimere e il motu proprio.

-Gli embrioni-chimera sono una mostruosità: perfettamente coerenti con le posizioni del nostro Museo di scienze naturali e la sua mostra sulla Scimmia nuda.

Se siamo solo bestie, perchè non produrre ibridi, tra l’uomo e la bestia? (qui si vede l’attualità di certe nostre battaglie…).

 -Domani entra in vigore il motu proprio con cui il papa riconosce la validità della messa che è stata ascoltata dai nostri genitori, dai nostri nonni, e che è stata celebrata dai grandi santi sacerdoti, da Giovanni Bosco, a Padre Pio… Anzi: padre Pio non volle accettare neppure le prime lievi modifiche alla liturgia fatte ai suoi tempi, prima della riforma del 1970.

Ebbene, per il mondo si tratta di una vittoria della destra. Così sostanzialmente il vaticanista Zizola su L’Adige di ieri.Poveretti questi cattolici che misurano tutto alla luce della politica. Per loro non esiste il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, ma la destra, il centro o la sinistra. Per fortuna per i cattolici non tutto si riduce a queste meschine categorie. E’ di destra la messa antica? Non lo so. So che Alessio II patriarca di tutte le Russie ha espresso il suo compiacimento. E gli ortodossi non sono pochi e certo non sono comunisti. Ai protestanti invece il motu proprio non piace: ma i protestanti esistono ancora? Abbandonare riti e canti tradizionali non li ha ridotti a una massa di migliaia e migliaia di sette, ognuna differente? I protestanti sono di destra o di sinistra? Quelli che aspettano la fine del mondo, quelli che considerano il papa l’Anticristo, quelli che credono, come in Svezia, che i ricchi siano benedetti dal Signore, quelli che credono che il denaro sia il premio di Dio, sono di destra o di sinistra?

Non perdiamo tempo con queste categorie: il mondo è un po’ più complesso…La realtà è che la riforma liturgica del 1970 è stata opera di pochi, Annibale Bugnini e la sua commissione. Non fu il Concilio a deciderla, Il popolo non fu contento, e non lo furono gli intellettuali: Guareschi, Montale, Quasimodo, Bassani, Paratore, Del Noce, eDe Chirico e molti altri espressero il loro amore per l’antica liturgia…Sarebbe "progressista" riconoscerlo, a meno che non valga l’antico detto illuminista: tutto per il popolo, nulla attraverso il popolo. Della serie: quello che vuole la gente lo sappiamo noi…

Tra scuse e giustificazioni, una vita se n’è andata

Sembra un racconto tragico ma è successo realmente. Una donna incinta di due gemelli ha deciso di
praticare l’aborto selettivo su uno dei due feti affetto da varie malformazioni. L’intervento milanese può fare affidamento solo sullo strumento ecografico per rilevare la posizione del gemello malato.
A confermare la tesi che la vita è appesa a un filo e che una virgola può cambiare il corso degli eventi, accade che – all’ultimo momento – i due feti si invertano e viene così rimosso il feto sano.
Quest’articolo non viene scritto per giudicare insensibilmente una scelta sicuramente sofferta come quella della madre di questi due bambini, ma per porre un quesito. Può una storia del genere essere liquidata con una semplice constatazione, “è un errore medico”?
L’opinione comune si schiera in difesa dell’aborto come scelta matura e responsabile, sottolineando il diritto della madre di scegliere per ciò che viene ritenuto di sua proprietà.
Ma rendere legittima una pratica come questa apre le porte ad ogni ulteriore degenerazione. ? vero, qualche ente pagherà per questo sbaglio, per questo tragico errore, per questo “caso sfortunato”.
Quale consolazione per quel bambino senza nome e senza futuro!
Between excuses and justifications a life is gone. Sounds like a movie trailer but it really happened. A pregnant woman of twins choose a selective abortion of one of the two foetus affected by congenital malformations. The only medical instrument with which the Milan surgery hospital could trust is the ultrasound to reveal the position of the suffered fetus.
But things sometimes change and it confirmed that life is unpredictable: the two fetus inverted their position and they killed the healthy one.
This article is not try to judge a suffered choice this mother made, but to put up a question.
How could you call such a situation a medical error? Public opinion lines up defending abortion as a mature and responsible choice, underling the right of the mother to choose what belongs to her. The risk of creating other degenerated situations like the previous one is much easier considering lawful this practice.
It’s true, certain institutions will pay for this mistake, for this “unlucky case”. What a consolation for that child without name and without future.

Della pubblicità ingannevole e di tutti gli altri inganni.

Promette quel che non può mantenere. Dice il falso? No, si limita a non dire tutta la verità, celando quel che non gli fa comodo. Ad esempio, spaccia per definitivo ciò che è temporaneo… Chi sarà mai, questo seduttore con così poca fantasia da adottare le tecniche stagionate dei seduttori d’ogni epoca, vecchie e stravecchie eppure sempre buone, visto che ieri come oggi funzionano? Il seduttore è una seduttrice e si chiama pubblicità ingannevole. Nei primi sei mesi dell’anno, l’Antitrust le ha rifilato 2,18 milioni di euro in multe, per un totale dal 2005 al giugno scorso di 7,30 milioni. In questi ultimi due anni sono stati esaminati 385 casi, riscontrando 344 violazioni.
Quasi un terzo delle violazioni vanno attribuite al principe dei seduttori, il telefonino (e le telecomunicazioni in genere). Seguono il turismo e i prodotti finanziari. Al quarto posto i prodotti dimagranti che in proporzione possono però vantare le multe più severe perché, spiega l’Antitrust, chi ha problemi di peso si trova in una “particolare debolezza psicologica”.
I consumatori tirano un sospiro di sollievo: c’è chi pensa a noi anche quando noi non pensiamo a noi stessi, perché si sa che i consumatori che chiedono per l’appunto di essere sedotti sono innumerevoli (però non diteglielo, non lo ammetteranno mai). I pubblicitari seri un po’ si rallegrano e un po’ si inquietano, perché il rischio è che nel calderone dell’esecrazione finiscano anche le campagne serie e corrette e soprattutto quelle autoironiche, le uniche sicuramente esenti dal virus dell’inganno. Ironia… In effetti la vicenda è ironica assai perché, a ben guardare, l’intero ampio settore della pubblicità asservita agli interessi del mercato è fondata su un inganno di fondo. L’Antitrust fa bene a smascherare e colpire chi non rivela dettagli decisivi di offerte speciali e contratti, o ti fa credere di andare in vacanza in paradisi terrestri che poi si rivelano mediocri purgatori. Ma la pubblicità che si propone come unico scopo far spendere denaro alla gente, ridotta alla stregua di consumatori da spremere, gioca sull’antico inganno di farci credere che il possesso di un prodotto sia decisivo per la nostra felicità; e non possedendolo saremo infelici, fuori moda, socialmente esecrati. Questo inganno di fondo, culturale, può essere perpetrato anche da una pubblicità che formalmente “non inganna”.
Brava l’Antitrust e bravo il Garante, dunque. Che ci tutelano dalla pubblicità ingannevole e comminano multe salate. Ma da tanti altri inganni temiamo di dover continuare a difenderci da soli. Come tutelarci dai politici ingannevoli che promettono e non mantengono, o perché non hanno intenzione di mantenere promesse realizzabili, o perché le loro promesse erano tanto mastodontiche quanto impossibili? Avendo memoria lunga e ricordandoci di loro alla prima occasione in cui ci chiederanno il voto. E come difenderci dalla tv ingannevole, quella che spaccia per realtà la finzione, quella delle patacche, dei reality e dei fiumi di lacrime, dei pacchi e dei quiz taroccati? Non guardandola e invitando a non guardarla. Pretendere che qualcuno li multi è forse eccessivo. E poi una multa possono anche permettersi di pagarla. Ma conoscendo il loro narcisismo, ignorarli sarà la sanzione peggiore. Pubblicitari, politici e telemandarini ingannevoli: essere guardati è il loro scopo? Clic, spegniamoli.
(Da “Avvenire” del 14 agosto 2007).

Paolo Mieli, il Corriere, don Gelmini e il giornalismo fazioso.

Paolo Mieli, il direttore del Corriere, deve avere qualcosa in sospeso col mondo cattolico. Qualche sassolino nella scarpa, un’inveterata antipatia che gli impedisce di mantenere l’obiettività. E’ una storia lunga, da ripercorrere. Data almeno dall’auspicio, espresso in un celebre editoriale, che il partito di Pannella, con il suo "laicismo temperato", potesse crescere elettoralmente.

C’è stato poi il famoso referendum sulla legge 40, quando Mieli schierò tutto il giornale, senza scissioni di sorta nella pur nutrita redazione, sulla stessa posizione: la sua, contro la legge. All’epoca arrivò al punto di pubblicare sistematicamente le voci discordi rispetto alla propria con un titolo ambiguo, ma utile alla causa: "perchè no" a caratteri cubitali, e piccolissimo "o astensione". In realtà la gran parte degli intervistati, a volte tutti, erano appunto per l’astensione, secondo la posizione della Chiesa, ma proporre il no come vera alternativa al sì poteva essere un grazioso escamotage per far raggiungere il quorum. Poi ricordo la ricerca disperata del Corriere per rintracciare dissidenti, tra il mondo cattolico, secondo il vecchio stratagemma di mostrarlo diviso e litigioso. Nello stesso tempo, con analoga furbizia, l’opzione cattolica ortodossa doveva sempre essere incarnata da un sacerdote, quasi mai da un laico, per mettere in luce un presunto carattere clericale della posizione astensionista.

Sono seguite, in ordine cronologico, le gigantografie di Welby, per fare appello al sentimentalismo, secondo la sperimentata tattica dei casi pietosi, paginate intere sui preti pedofili in America, per finire con l’abnorme spazio dato all’accusa di violenza sessuale a don Pierino Gelmini, l’uomo, si noti la malizia, "alla testa di un impero antidroga". Un uomo potente, si dice negli articoli, con tante amicizie politiche: opportunissimo allora riportare il giudizio imparziale e ponderato di Luxuria ("che invita a non assolvere don Gelmini solo perché è un sacerdote") o di Katia Belillo ("E’ un sacerdote potente: io chiedo garanzie per chi lo ha querelato"). Poco importa che don Gelmini abbia dedicato la sua vita ai tossicodipendenti, che sia già stato accusato ingiustamente di pedofilia, che gli accusatori siano degli ex tossici, espulsi dalla comunità per furto, e quindi desiderosi di vendetta. Poco importa che don Gelmini abbia servito l’Italia per tutta la vita, e che in assenza di condanne e di prove sarebbe bene non mettere alla gogna nessuno, neppure il peggior nemico politico, o religioso.

Detto tutto questo devo esternare tutto il mio stupore anche di fronte ad alcuni articoli di Pierluigi Battista, altra firma di rilievo del Corriere, essendo il vice di Mieli, che talvolta scrive pezzi equilibrati, prendendo le distanze da certi eccessi di laicismo nostrano, quasi fossero faccenda d’altri, ma che in fondo in fondo la linea laicista del suo quotidiano deve in qualche modo condividerla. Infatti recentemente Battista ha recensito a tutta pagina, quasi in ginocchio, un testo "singolarmente intelligente" di un altro collaboratore del Corriere (ma va!), Christopher Hitchens, autore di un testo intitolato "Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa". Si tratta di un libro che rimastica luoghi comuni ridicoli, cui chi abbia studiato solo un poco la storia non dovrebbe dedicare un secondo del suo tempo, prezioso o meno che sia. Dice, il Battista, riprendendo Hitchens, che "nel nome di Dio è storicamente e statisticamente più frequente che ci si ammazzi e ci si stermini reciprocamente anziché aiutarsi solidalmente a vicenda". Per lui ogni malvagità umana, in fondo, deriva non dall’uomo, dalla sua miseria, dalla sua tendenza al male, ma dalla religiosità. E finge di non sapere che il 90 per cento della solidarietà, ad esempio nel nostro paese, nasce appunto da persone religiose, e che il 90 per cento delle cosiddette "guerre di religione", da quelle dei principi protestanti alla strage della notte di san Bartolomeo, per usare esempi scolastici, sono conflitti nati per motivi politici, economici, umani, in cui l’elemento religioso si è solo aggiunto, a posteriori, come aggravante, su un’inimicizia preesistente. Ma soprattutto dimentica che proprio "statisticamente" l’ateismo in un solo secolo ha fatto più morti di tutte le religioni del mondo in duemila anni di storia: gli oltre cento milioni di vittime del comunismo ateo, gli stermini del nazismo, ateo anch’esso, le guerre mondiali dell’Europa ormai non più cristiana, almeno nei suoi governi, per finire con i milioni di vittime dell’aborto, della droga, e del nichilismo di massa.

Basterebbe l’esempio della Cambogia, in cui Pol Pot aveva vietato per legge ogni religione. Lì, in quel paese governato da personaggi che avevano appreso il loro ateismo a Parigi, e avevano ammirato il deista Robespierre, dal 1975 al 1979 vi furono 2 milioni di morti su sette di abitanti! Lì si bruciavano i libri e gli album delle fotografie, perché scomparisse il ricordo del mondo precedente. In alcune regioni fu proibito leggere, ridere o cantare; ogni spostamento era controllato, ogni proprietà, perfino delle posate personali, proibito; le case tutte uguali. Quanto alla morale sessuale ci furono: massacri eugenetici di malati, feriti e handicappati; pena di morte per i rapporti fuori dal matrimonio; divieto di ogni segno d’affetto tra coppie, in pubblico; divieto di utilizzare le parole "padre" e "madre", anche per i bambini… Lì gli intellettuali venivano eliminati, non quando dicevano corbellerie, caro Hitchens, ma sempre, appena venivano identificati.

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