Ennesime sconcertanti dichiarazioni dell’ass Cogo relative alla RU 486. Posto che ella stessa dichiarò davanti a me in televisione che si sarebbe assunta l’impegno di promuovere un capillare lavoro per scongiurare il più possibile la pratica dell’aborto; con ciò, non altro facendo che ottemperare ai dettami della legge 194. Mi chiedo se tale impegno debba ravvisarsi nei proclami trionfalistici relativi alla diffusione dell’aborto chimico per mezzo della RU 486.
Quando parla di Trentino bigotto e della necessità di promuovere un approccio razionale relativamente al problema della contraccezione e implicitamente della sessualità , vengono alla mente i tristi proclami dei giacobini carichi di livore anticattolico e tanto fiduciosi nella ragione umana.
Caro assessore, la ragione cui lei si richiama attesta assai bene, solo la si voglia interrogare, cosa sia un embrione e quale rispetto meriti, per non parlare dei feti. Il fatto è che l’esaltazione dei diritti individuali e di una mentalità, tutta orientata nei confronti della qualità della vita vi rende ciechi. Vi rifiutate di guardare nel cannocchiale, come accadde al tempo di Galilei. Forse, se foste un po’ più attenti ed umili sareste assaliti da qualche dubbio. Ma per molti di voi il frutto del concepimento è materiale abortivo, di cui è titolare e sola proprietaria, la donna. Ci si risparmi inoltre il patetismo relativo al fatto che per ogni donna l’aborto è un dramma: in molti casi sarà così, ma in molti altri esso è diventato una forma di metodo anticoncezionale, visto che una percentuale non indifferente di donne abortisce più volte.
Inoltre, non è vero che nei paesi dove è più diffusa la contraccezione gli aborti siano meno numerosi, come non è esatto affermare che le donne che abortiscono sono tutte ragazze madri, abbandonate altrimenti al loro destino: in molti casi si tratta di donne della media borghesia che semplicemente non vogliono un altro figlio.
Cosa avete fatto per le ragazze madri , che tipo di dissuasione avete introdotto per ridurre i numeri dell’aborto? Volete che ve lo dica? Il più delle volte l’ente pubblico ha demonizzato i volontari del movimento per la vita, presentandoli come dei fanatici, impedendo loro di entrare nei consultori con pretesti ideologici. Spesso la cultura avversa alla vita nascente, porta a sostegno della validità della legge 194 il calo nel numero di aborti realizzatosi a partire dal 1980. Nel fare questo non si tiene conto che il tasso di fertilità delle donne Italiane è drasticamente sceso; non solo, non si tiene neppure conto degli aborti clandestini che continuano ad essere praticati, anche dopo il sesto mese di gravidanza.
Quanto alla RU. 486, il disegno della mortifera cultura radical sinistroide, punta a perfezionarne l’uso, trasformandolo in un farmaco da banco. Così è accaduto in Cina, con risultati che hanno indotto il governo comunista a ritirare la pillola dal banco delle farmacie e a somministrarla dietro stretto controllo medico. L’uso di questo abortivo oltre a produrre nella donna ulteriori sensi di colpa, visto che dovrà assistere da sola all’espulsione della nuova vita che cresceva in lei, tenderà inevitabilmente a privatizzare l’aborto, deresponsabilizzando sempre più i singoli. Per non dire dei decessi procurati, generalmente in ragione di un shock tossico, dovuto all’uso della R.U.
Risulta pertanto fuori luogo e grottesco il trionfalismo dell’assessore rispetto ad una questione così delicata. Si: la cultura che vede accostarsi, post comunisti, libertari, radicali, liberalisti spinti e più in genere materialisti assillati dal culto del benessere e del guadagno, è una cultura per la morte. Essa si nutre di principi effimeri, riassumibili tutti, nel valore assoluto del soggetto, dei suoi desideri, fuori da ogni vincolo solidaristico. E non ci inganni, di questa ideologia, il tentativo pulirsi la coscienza guardando ai lontani, ai grandi problemi della fame, della pace, dell’ecologia. Nessuno nega la necessità di porre attenzione anche verso questi problemi, ma la solidarietà va praticata innanzitutto nei confronti del vicino. Spesso, come insegnava il grande filosofo Augusto del Noce, “l’amore per il lontano maschera l’odio per il vicino.
Categoria: Attualità
MA QUELLA NON ? UNA FAMIGLIA
Riportiamo dal Trentino di oggi, la lettera di Antonio a Beccara
Non è la fede che mi porta a formulare un giudizio negativo sui cosiddetti Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), ma una naturale ripugnanza a considerare ‘famiglia” anche quella che non rientra nel quadro costituzionale. Non è un’istanza religiosa quella che mi impedisce di considerare famiglia una convivenza fra omosessuali. Piuttosto è una riflessione di carattere culturale che mi spinge a tutelare e difendere anzitutto la famiglia tradizionale. La controprova di ciò è che, se la mia fosse una scelta religiosa, rifiuterei anche le Unioni civili, ciò che non mi passa nemmeno per l’antica mera del cervello (anche se soffrirei moltissimo se i miei figli non si sposassero in chiesa). Non ho dubbi che alcune garanzie e diritti debbano essere riconosciute anche alle unioni di fatto, soprattutto a quelle omosessuali. Capisco meno le ragioni di chi, pur potendolo fare, rifiuta il matrimonio ma in pari tempo pretende le garanzie che possono giocare a suo favore. Mi riconosco, come già per il caso Welby, nella linea, se si può chiamare così, del Cardinal Martini, che desidera una Chiesa conoscitrice della realtà umana, vicina alle situazioni familiari del nostro tempo, che a tutti dia una mano ed offra, accanto al messaggio di Cristo morto e risorto, parole umane di rispetto e comprensione. Una Chiesa che ami tutte le persone dell‘amore che il Padre comune ha per tutti i suoi figli, compresi, sia ben chiaro, i fratelli e sorelle omosessuali. Ma, per assicurare tutele e garanzie ai conviventi (perpetue comprese), non era forse sufficiente apportare le necessarie modifiche al Codice civile? A mio parere, la risposta non può che essere affermativa. L’errore consiste nell’aver voluto (malgrado, forse, la buona fede di chi ha materialmente predisposto il testo della legge) creare una sottospecie di famiglia accanto a quella tradizionale. Si è finito così per indicare alle giovani generazioni un model lo familiare di serie B, poco stabile e poco impegnativo, in alternativa a quella famiglia che abbiamo conosciuto finora (è il cosiddetto effetto educativo o di trascinamento che la normativa esercita nel tessuto sociale). Non penso che un ‘eventuale approvazione dei Dico possa provocare una crisi della fami glia.’ quella, purtroppo, c’è già e non da ieri, e molte ne sono le cause. Ma da questo Governo (anch‘io a suo tempo ho votato per Prodi) mi sarei aspettato una politica, questa sì, urgente e prioritaria, a sostegno della famiglia. I salari bassi, gli affitti degli appartamenti alle stelle, i costi delle abitazioni che i giovani non si possono nemmeno sognare, servizi alla famiglia carenti o troppo onerosi — gli asili nido a Trento costano più di 400 euro al mese, questi sì erano problemi urgenti, non i cosiddetti Dico.
Antonio a Beccara
Guardo lontano e vedo vicino
“Guardo lontano, vedo vicino”. E’ questa la frase che campeggia su di un lenzuolo bianco sulla facciata del liceo Galilei di Trento. Si tratta di uno slogan, o forse di qualcosa di più importante che invita alla riflessione. Le parole hanno la forza di dar luogo a fecondi percorsi di pensiero e a inaspettate intuizioni. Ecco quello che mi è capitato di pensare. La frase, mi pare innanzitutto l’emblema sintetico dei giorni della cogestione, giorni in cui gli studenti allargano lo sguardo oltre lo spazio delle materie curricolari. Non so con quale spirito sia stata formulata; certo, essa sventola il suo messaggio e accoglie chiunque in questi giorni superi i cancelli del Galilei.
Probabilmente essa dovrebbe esprimere qualcosa di “progressista”, di antitradizionale, una rottura con il quotidiano svolgersi delle lezioni.
Ma le cose non stanno così, quella poche parole mi sembra rivelino, un connotato totalmente diverso. In quel “guardare lontano”, non vuole esprimersi una fuga dal presente, piuttosto si cela una saggezza: l’idea che il disagio di questo nostro mondo, la sua confusione, risieda nella cura ossessionata del presente, dell’utile, del risultato immediato, del piacevole.
Perché guardare lontano non è soltanto lo scrutare l’orizzonte infinito con la sua promessa di libertà, di cui nulla sappiamo. Il futuro ci sfugge e qualora riveli qualcosa, lo fa, spesso, travestito degli scomodi panni dell’ottimismo utopico o del pessimismo più tetro.
Scrutare la lontananza credo sia soprattutto guardare alla lezione della storia, recuperando le radici buone, le forme stabili di un passato in cui l’uomo ha sperimentato e scoperto “alcune leggi” che ha chiamato vere, perché capaci di umanizzare i nostri rapporti sempre così complessi, in bilico tra l’amore e il tradimento. Si tratta di “verità” esistenziali che spesso si sono affermate attraverso faticosi e dolorosi percorsi. Questo, i giovani sembrano almeno inconsciamente percepirlo. Le statistiche, i sondaggi, rivelano in loro un sentire assai più “tradizionale” rispetto al disincanto di molti adulti.
I giovani hanno voglia di stabilità, di chiarezza, di valori non assoluti, ma ben fondati, ragionevoli.
Essi credono nell’amore, lo vogliono per sempre e sognano il matrimonio.
Hanno voglia di comunità, di tradizione, in una parola: di senso.
Per converso, il mondo degli adulti e della politica, sembrano invece del tutto avvinti nelle spire dell’oggi, storditi da una miopia concentrata sul presente. Tutto questo ha vari nomi: moda, individualismo, pragmatismo, opportunismo elettoralistico, rispetto di equilibri tra alleanze impossibili. Il potere infatti, spesso, unisce i diversi, nella comune ricerca dell’utile.
La politica è il luogo, oggi, dove il guardare lontano sembra smarrirsi in una rincorsa nei confronti dell’ economia, del consumo, di un individualismo che insegue subitanei successi.
La vicenda dei Dico esprime, tra le altre cose, tutto questo; mi sembra il frutto di un compromesso incapace di guardare alla realtà e perciò di progettare il futuro.
Con la scusa di rispondere ad un’emergenza inesistente, si propone, di fatto, un soggetto alternativo alla famiglia.
Si potevano percorrere strade diverse, gli eventuali diritti lesi potevano essere garantiti attraverso soluzioni che non portassero un attacco così subdolo ad una “verità” così evidente e semplice: lo straordinario ruolo sociale, affettivo, solidale della famiglia.
Ma la logica di chi guarda troppo vicino e perciò non vede, ha coinvolto anche alcuni settori del mondo cattolico, settori che peraltro, già da un po’ di tempo hanno rinunciato alla ricerca di ciò che è stabile, di ciò che è “vero”, perché buono e desiderabile.
Essi guardano la punta delle loro scarpe e perciò non vanno da nessuna parte.
Le parole con cui ho iniziato questo brano potrebbero pertanto suonare come un monito: non posso comprendere il presente ed orientarlo sapientemente verso il domani se non mi pongo nel solco della tradizione; una tradizione che scaturisce dal “cuore delle cose”, dalla razionalità che la vita ben osservata, senza pregiudizi, rivela.
Oggi, la vicenda dei Dico mostra la povertà di un mondo adulto del tutto incapace di sperare, di proporre modelli forti alle nuove generazioni, scommettendo sul loro entusiasmo, sulla loro passione, sul loro desiderio di vero, di buono, di giusto.
Perciò si sceglie il basso profilo di promuovere unioni che nascono intrinsecamente deboli.
Uno dei grandi insegnanti di Simone Weil, Emile Charter, un professore di filosofia geniale e assolutamente anticonformista, beffardo e insofferente verso ogni autorità ebbe un giorno a dire: “L’amore non è naturale e nemmeno il desiderio lo è…è l’istituzione che salva il sentimento.”
Egli guardava lontano, guardava alla fragilità dell’essere e così salvava l’oggi in vista del domani.
Cattolci adulti
Cattolici adulti o protestanti repressi?
Il bel pezzo è dell’amico Andrea Zambelli.
Da qualche anno a questa parte all’orizzonte del mondo cattolico italiano sta emergendo con caratteri sempre più definiti, e con una presenza mediatica e di potere più ampia della sua effettiva consistenza, una nuova categoria di credente: il cattolico adulto.
Cifra del cattolico adulto consiste nel propugnare la più totale separazione della religione dal mondo civile dimostrando di aver imparato più di altri la lezione kantiana secondo la quale il credente dovrebbe mostrarsi tale solo nel privato della propria camera. Il cattolico adulto insomma ha la smania di mettersi in mostra cercando di essere più realista del Re (e quindi più laicista dei laicisti veri, più intollerante verso i simboli religiosi di quanto lo possa essere un musulmano di stretta osservanza, più maligno nei confronti della Chiesa come Istituzione di quanto lo possa essere un autentico anticlericale, e infine, nascondendosi dietro all’idiota e individualistico principio secondo il quale io non divorzierò mai, io non abortirò mai, però non posso impedirlo agli altri di farlo, più aperto nei confronti del mondo di quanto lo possa essere un libertino incallito)
Detto in altri termini il cattolico adulto è colui che separa il proprio esser cristiano dal proprio essere cattolico, quasiché all’occasione si possa salvaguardare l’uno sacrificando l’altro. Confesso che per il mio esser credente un’affermazione simile non evoca alcun significato: in me la dimensione dell’esser cristiano e quella dell’esser cattolico coincidono: io mi riconosco incondizionatamente figlio della Chiesa Cattolica e Apostolica in quanto, pur essendo il primo tra i peccatori, credo nella resurrezione di quel Cristo che l’ha fondata e la guida (mi pare che questa sia ancora la posizione del Magistero). Non potrei infatti credere in Cristo senza credere nella Chiesa di conseguenza non poterei mai distinguere il mio esser cristiano dal mio esser cattolico. E’ chiaro che chi riesce a distinguere in se stesso la propria cristianità dalla propria cattolicità è perché ha già deciso di disfarsi della seconda.
Ecco il vero nodo! Per certa parte del mondo cattolico progressista affermare la propria figliolanza e obbedienza nei confronti della Chiesa costituisce un atto “conservatore e oltranzista” di conseguenza, per poter dire di credere in Cristo senza correre il rischio di essere considerati degli integralisti oppure di essere minorati nella dignità di uomini, occorre guadagnarsi sulla pubblica piazza la medaglia di oppositore a priori della Chiesa (e gli oppositori di questo tipo sono solitamente i più feroci); occorre, in sintesi, non credere nella Chiesa, o crederci fino a un certo punto che è lo stesso.
Il quadro che ne vien fuori porta a considerare questi oppositori interni come persone particolarmente coraggiose nell’esercizio della propria libertà e del proprio spirito critico; coloro invece che si trovano d’accordo con il Magistero e lo dichiarano pubblicamente sono considerati dei “cattolici bambini” e superstiziosi. Questa immagine non corrisponde affatto alla realtà. Ma se le cose dovessero stare così allora chi mi ha preceduto nella maggiore età sentirà senz’altro il dovere di chiarire una buona volta al “bambino” che scrive quale insegnamento del Magistero dovrebbe ricusare per poter finalmente entrare nell’età “adulta”; di più, vorrei sapere a quale verità cristiana dover rinunciare per poter non essere più considerato un integralista, ma un cattolico al passo coi tempi.
Nel mondo cattolico, questa è la questione centrale, c’è un fiume carsico che occorre fare emergere alla vista: è quello di un protestantesimo criptato, volutamente sottaciuto, ma non meno insidioso. Tutte le varie espressioni della “riforma” (luteranesimo, calvinismo, zwinglismo, anglicanesimo) si trovano, infatti, unite nell’insistente richiamo all’aggettivo sola (sola fides, sola gratia, sola Scriptura, solus Christus) allo scopo di marcare il proprio antagonismo nei confronti del cattolicesimo che afferma invece i binomi di fede e opere, grazia e collaborazione dell’uomo, Scrittura e tradizione, ma soprattutto Cristo e Chiesa. Tanto che nel vasto panorama delle confessioni protestanti non esiste una “chiesa”, ma vige il principio del sacerdozio universale.
In ambito religioso la cifra suprema del protestantesimo (anticipatore in questo senso dell’illuminismo) consiste nell’eliminare la Chiesa come comunità e come Autorità a favore di un rapporto individuale del singolo credente col sacro; in tale contesto il credente è legittimato a non ascoltare nessuno, a non rendere conto a nessuno (almeno a questo mondo). Tale affermazione di assoluta autonomia religiosa non può non avere conseguenze di natura più strettamente politica: la principale, avendo eliminato la religione come comunità e come autorità, sta proprio nel chiuderla nella sfera della singola intimità favorendo la sacralizzazione del potere civile. E infatti un potere che non debba più fare i conti con la voce vigilante di una Maestra di Verità qual è la Chiesa quali difficoltà può più incontrare sulla strada della propria assolutizzazione? Chi può minacciarne la sete di onnipotenza che lo conduce a legiferare, in ultimo, sulla vita e sulla morte delle persone nel vago nome della maggioranza?
E’ in questo orizzonte che a mio avviso va inserito il fenomeno dei cosiddetti “cattolici adulti” (che a mio avviso sono più che altro dei “protestanti mascherati” e forse pure repressi) i quali probabilmente vorrebbero costringere il mondo cattolico in quanto tale all’interno del perimetro della “sola” senza però avere il coraggio di dire apertamente che in questo disegno la Chiesa non troverebbe spazio.
Il punto da chiarire bene è proprio questo: ciò che mi distingue da questi amici non è il fatto di escludere che anche gli uomini di Chiesa in quanto uomini possano sbagliare, non è il fatto di poter avere dei fondati dubbi su alcune scelte contingenti operate dalla gerarchia ecclesiastica; quanto il fatto di contestare la Chiesa in quanto tale, come Istituzione, come Maestra di Verità. A questo punto troverei più semplice e trasparente che i nostri amici che ci hanno superato nell’età adulta della fede facessero un passo ulteriore e dicessero di essere solo cristiani e non più cattolici.
Anche il mondo cattolico trentino non sfugge a questa cornice (anzi, ne rappresenta uno dei luoghi di eccellenza) e al fondo dei rapporti con l’altra metà del cielo dei credenti (che umilmente cerca di prestare ascolto alla voce del Magistero, pur riconoscendo la propria miseria) riposa un prepotente pregiudizio. Quest’ultimo consiste nel credere che il variegato mondo cattolico trentino si esaurisca nella sua sola declinazione progressista e che dunque ogni altra sensibilità non sia che una sua variabile impazzita; oppure un semplice “sommovimento” animato dall’incapacità critica di alcuni fanatici clericali. Questo è un segno di paura, di debolezza culturale ed è, inoltre, un ottimo modo per escludere in partenza le vie del dialogo (e questo francamente mi pare poco progressista).
A mio avviso invece anche il cattolicesimo progressista, che seguo con interesse e rispetto, avrebbe molto da guadagnare e poco da perdere a dialogare su posizioni di pari dignità con sensibilità diverse. Non so se i tempi siano già maturi, tuttavia trovo sia doveroso da parte di tutti impegnarsi in un dialogo, magari anche spigoloso e acceso, ma onesto che lasci finalmente da parte i reciproci pregiudizi e si confronti sulle questioni vere e fondamentali: a cominciare dal chiedersi che cos’è la Chiesa? Cosa essa insegna? Quale validità il cattolico deve dare alle indicazioni del Magistero? Può sembrare assurdo dover tornare a discutere di questioni che abbiamo dato sempre per scontate fin dall’età del catechismo, e per certi versi lo è davvero, ma questa è la realtà con la quale ci troviamo a fare i conti ed averne consapevolezza rappresenta il primo autentico passo per uscire da uno stallo destinato altrimenti a fossilizzarsi.
Andrea Zambelli
I “falsi” del professor Quaglioni.
Simonino, quanti “falsi”
Padre Frumenzio Ghetta confuta le tesi riprese anche da Quaglioni e Bossi Fedrigotti sul frate predicatore
Il ruolo e la figura di fra Bernardino da Feltre: per gli storici fomentò l?odio verso gli Ebrei. Ma si tratta di letture smentite dai documenti
“I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino non menzionano mai fra Bernardino, così come non parlano mai di frati francescani”
Di PIERANGELO GIOVANETTI
Un falso storico. L?accusa al francescano Fra Bernardino Tomitano da Feltre di aver istigato all?odio antigiudaico con le sue predicazioni nel duomo di Trento durante la Quaresima del 1475, preparando così il terreno alla caccia agli ebrei dopo la morte del Simonino, è falsa e non ha alcun fondamento storico e documentario. A sostenerlo è padre Frumenzio Ghetta, storico e archivista, Sigillo d?Oro della Città di Trento nel 2000, alla cui paziente ricerca d?archivio si deve, fra l?altro, il ritrovamento dell?Aquila di San Venceslao, simbolo della Provincia di Trento.
Per cinque secoli, da quando Mariano da Firenze verso il 1510 narrò nel Fasciculus Chronicarum le gesta di fra Bernardino coinvolgendolo nei fatti di Trento del 1475, tutti gli storici successivi, da Menestrina (“Gli ebrei a Trento”, 1903) al Wadding (“Annales minorum”) al più recente Quaglioni (“Processi contro gli ebrei di Trento”, 1990) hanno ripreso l?accusa, sostenendo che il frate di Feltre, predicatore in quella Quaresima che precedette il ritrovamento del corpo del piccolo Simone e la falsa incriminazione per omicidio rituale, ebbe un ruolo fondamentale nell?aizzare la comunità trentina all?odio antigiudaico. Nel recente testo curato dal professor Diego Quaglioni, già preside di Giurisprudenza, Anna Esposito riporta anche un resoconto del 1493 delle prediche bresciane di fra Bernardino. In esse il podestà di Trento de Salis (indicato però col nome de Santis), che si occupò della vicenda del Simonino avviando la caccia agli ebrei, viene ricordato sottolineando l?aiuto offertogli dal frate durante le prime fasi del processo.
Anna Esposito riporta il passo, tratto dalla vita di Bernardino scritta dal Guslino, che attinse al diario di viaggio del segretario del Tomitano, Francesco Canali da Feltre: “Messer Giovanni de Santis, che fu podestà in Trento, quando fu occiso da Hebrei il Beato Simon da Trento, per il qual caso havea havuto molt?aiuto dal Padre Bernardino, ch?ivi predicava”. L?accusa è stata ripresa anche di recente sul Corriere della Sera, in un articolo di Isabella Bossi Fedrigotti che fa riferimento alla storiografia precedente.
“Non esiste alcun documento che provi un coinvolgimento di fra Bernardino nel caso del Simonino e nella caccia agli ebrei del 1475”, afferma padre Ghetta, che alla vicenda storica ha dedicato anni di studi approfonditi. “Le prediche di fra Bernardino sono pubblicate e da esse non si evince alcun riferimento antiebraico. Fra Bernardino, inoltre lasciò Trento il lunedì della Settimana santa, dopo aver predicato in duomo alla comunità trentina, mentre la vicenda del Simonino si è svolta tutta nell?ambito della comunità tedesca di S.Pietro. Inoltre fra Bernardino non conosceva di persona nemmeno il vescovo von Hinderbach e non era presente a Trento durante le prime fasi dell?inchiesta”.
Padre Ghetta con le sue ricerche, che portarono già allo scritto “Fra Bernardino Tomitano da Feltre e gli Ebrei di Trento nel 1475” pubblicato nel 1986 dalla rivista “Civis”, ha accertato che “tutti i documenti trentini sulla vicenda del piccolo Simone non dicono nulla di Bernardino da Feltre: non vi compare neppure il nome”.
Le accuse di antigiudaismo che per secoli hanno circondato la figura di fra Bernardino erano basate anche sul fatto che a lui si attribuiva l?erezione dei Monti di Pietà, compreso quello di Trento, che avevano costituito una concreta alternativa agli usurai, attività che nel Medioevo cristiano era affidata agli ebrei. “Fra Bernardino non fondò il Monte di Pietà di Trento”, spiega padre Ghetta, “perché l?istituzione di questo risale al 1523 e non al 1475, come per secoli si è creduto fino agli studi di Giovanni Ciccolini. Fra Bernardino ottenne dal papa l?autorizzazione a istituire i Monte di pietà, con un tasso di interesse del 5%, che ne consentiva così la sopravvivenza economica. Ma il primo Monte di Pietà fondato da fra Bernardino fu quello di Mantova che risale al 1484, e la motivazione era quella di sostituire agli usurai un banco di solidarietà, secondo uno spirito mutualistico”.
Per padre Ghetta, la narrazione di fra Mariano da Firenze, su cui si basa poi tutta la storiografia successiva, “non ha fondamento”. “L?opera Fasciculus Chronicarum, in cinque libri narra la storia dell?Ordine francescano dalle origini fino al 1500”, spiega padre Ghetta. “Tali testi, ora irreperibili, furono alla base degli scritti del Wadding, che perpetuò così l?errore senza un approfondimento documentario. A fra Mariano, infatti, dopo aver letto la storia del Simonino scritta dal Tiberino, non parve vero di poter attribuire al suo confratello Bernardino una parte da protagonista in quella vicenda. Insomma, era un panegirico, non una ricerca storica la sua, basata su documenti. Teniamo presente, infatti, che per secoli il Simonino fu oggetto di culto. I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino, infatti, non menzionano mai fra Bernanrdino, così come non parlano mai di frati francescani”.
Quanto ai documenti “bresciani” che riporterebbero di un ruolo diretto di fra Bernardino a fianco del Podestà di Trento nel caso del Simonino, padre Ghetta è lapidario. “Sono stato a Brescia a vedere i documenti. I documenti a cui fa riferimento Anna Esposito e il professor Quaglioni risalgono al 1650, cioè due secoli dopo i fatti narrati. Quindi si può dubitare fortemente dell?autenticità di quanto scritto. Anche perché nel frattempo si era diffusa la convinzione dell?omicidio rituale, e quindi diventava un punto di merito il fatto di aver contribuito a scoprire i “colpevoli””.
Sulla base delle ricerche svolte, quindi, padre Ghetta contesta anche l?ultimo lavoro svolto per conto dell?Itc, cioè la compilazione del Cd “Simonino 1475, Trento e gli Ebrei” a cura del professor Diego Quaglioni. Nel Cd, infatti si parla ancora di padre Bernardino come di “feroce oppositore degli ebrei”. “Quando le prediche pubblicate dicono esattamente il contrario, e invitano a non trattare male gli ebrei”, commenta sconsolato padre Ghetta. “E quando non esista un solo documento dell?epoca che provi la presenza a Trento di fra Bernardino dopo il ritrovamento del corpo del piccolo Simone, e un qualunque ruolo avuto dal frate nell?inchiesta e nel processo”.
I Pastori non si lasciano guidare dal gregge, ma lo difendono dai lupi
Di fronte alla massiccia campagna Prodico (Prodi+Dico) scatenata in questi giorni dai grandi mass media italiani (e locali) contro la Chiesa che con il Cardinale Ruini ha preannunciato una nota destinata ad impegnare i politici cattolici a difendere la famiglia naturale bocciando il disegno di legge approvato dal governo per riconoscere le cosiddette "coppie di fatto", suggerisco a tutti di leggere ogni giorno Il Foglio e Avvenire. E proprio dal "Foglio" del 17 febbraio propongo di seguito questo arguto e gustoso articolo di Camillo Langone.
"I vescovi facciano i pastori e non i politici”, dicono, e per una volta hanno ragione. Parlando a vanvera può capitare di centrare casualmente il bersaglio. Sul quotidiano della Margherita, Europa, Alberto Monticone, Angelo Bertani e Aldo Maria Valli cercano di insegnare il mestiere ai vescovi e indicano, senza volerlo, la strada da seguire. Che i vescovi facciano i pastori, giustissimo, e pazienza se i tre volevano dire tutt’altro.
Nessuno di loro sembra provenire dalle regioni in cui la pastorizia ha radici più salde: Abruzzo, Lucania, Sardegna… Nessuno mostra di sapere che ancora oggi, nonostante il divieto assoluto di caccia, i pastori appena vedono un lupo sparano. Sull’appennino lucano, inerpicandosi da Tursi verso il Pollino, non è difficile vedere pelli di lupi appese alle porte degli stazzi. Ai pastori non gliene frega niente del Wwf, dei Verdi e della legge 968, vedono un lupo e gli sparano, lo scuoiano e lasciano la carcassa ai cani e ai corvi. Solo a quel punto gli chiedono se aveva fame e quali erano le sue intenzioni. Uomini rudi per i quali la salvezza delle pecore viene prima, molto prima, del rispetto delle buone maniere.
Perciò i cattodemocratici che vogliono una gerarchia molliccia devono dire esattamente il contrario: “I vescovi facciano i politici e non i pastori”. Secondo Monticone, un mangiaostie a tradimento che scrive papa minuscolo e Costituzione maiuscola, la Chiesa non deve compiere “atti di rilevanza politica”. Deve essere quindi irrilevante. E proseguire la “costruttiva tradizione dell’episcopato italiano degli ultimi anni”, quelli durante i quali molti pastori si distrassero e i lupi scesero a valle: divorzio, aborto, nuove chiese progettate da architetti anticristiani, declino della domenica…
Bertani dice che Ruini sta cercando di resuscitare il passato e non il Vangelo, può darsi, intanto lui sta cercando di strappare dal Nuovo Testamento la Lettera ai Romani.
Valli intervista alcuni parroci allo sbando secondo i quali il vero problema è la mancanza di lavoro. Il Vaticano invece di prendersela coi matrimonietti dovrebbe costruire fabbriche al sud, sembra di capire. Un prete dice che i suoi parrocchiani non credono più nell’indissolubilità del matrimonio e nell’obbligo di andare a messa però ha trovato una ricetta: l’ascolto. Insomma il gregge si sta sparpagliando in ogni direzione e lui si è messo a registrare i belati.
Su Repubblica c’è l’arcivescovo di Pisa, monsignor Plotti, che teme la nota vincolante sui matrimonietti e invoca collegialità. Come se i pastori del Pollino, quando il branco di lupi esce dal bosco, chiedessero la convocazione della conferenza allevatori lucani per decidere se imbracciare le doppiette. Ma quando mai.
I vescovi devono appunto tornare a fare i pastori, senza lasciarsi guidare dal gregge e meno che meno dai mangiaostie a tradimento che non sono veri cristiani ma veri roussoiani (non riconoscono il peccato originale, pensano che i lupi siano buoni o forse vittime di una società ingiusta che li ha resi carnivori)."
Riflessioni su “Manuale d’amore 2”
Si è scatenata nei giorni scorsi sulla stampa trentina, e siamo certi ne sentiremo parlare anche nel prossimo futuro, una campagna contro la proposta del sindaco di Mezzolomabardo, Rodolfo Borga, di impedire la proiezione del film “Manuale d’amore 2”. Nel seguito dell’articolo ospitiamo la lettera del sindaco in cui spiega le ragioni di tale presa di posizione. Un’azione a mio parere legittima, non fosse altro per il fatto che lo stabile del Teatro “San Pietro” è di proprietà parrocchiale e il regolamento che ne disciplina l’utilizzo prevede che non possano essere trasmessi film in contrasto con la morale cattolica.
Non voglio entrare nel dettaglio della questione che, ripeto, sarà ben spiegata dal sindaco Borga: mi preme, invece, fare una breve riflessione sulle reazioni dei mass media e di certo mondo cattolico. Appurato il fatto che il film andrà regolarmente in scena, non si può non constatare come, ancora una volta, intorno ad alcune tematiche, si scateni una sorta di inquisizione al contrario in nome del sessantottino “vietato vietare”, di una presunta tolleranza acritica e amorale contro chiunque tenti di esprimere la propria opinione in materia di omosessualità, matrimonio, morale, etica, in maniera contraria alla vulgata corrente. Papa Ratzinger ha ben espresso il momento storico-culturale che stiamo vivendo, definendolo “dittatura del relativismo”, in cui si assiste quotidianamente a tronfi e retorici, se non ideologici, richiami al dialogo, panacea sterile contro ogni vero tentativo di distinzione caso per caso, di dare giudizi (orrore!) anche di carattere morale ed etico su argomenti fondamentali per la vita sociale di una comunità. Il discorso è troppo complesso per non essere ripreso in futuro, anche a partire da due passaggi nodali: l’emergenza educativa che attanaglia il nostro Paese e che riguarda ormai anche le piccole comunità di provincia, e l’assordante silenzio di una parte del clero e del mondo cattolico in generale, per il quale si possono anche mettere in discussione le verità dogmatiche della Fede, naturalmente con un atteggiamento “adulto”, ma non si può prendere posizione netta su argomenti quali quelli trattati, ad esempio, nel film del regista Veronesi. Paradossalmente, nel nome della tutela della “diversità”, vengono calpestate le prese di posizione di chi esprime opinioni davvero diverse e non si è ancora lasciato sedurre dagli imbonitori di quelle che Vittorio Messori definisce le “parole mantra” quali pace, dialogo, solidarietà, giustizia, secondo la logica del conformismo buonista in auge anche nel nostro Paese, soprattutto nei mezzi di informazione di massa.
Mezzolombardo, 4 febbraio 2007.
E’ proprio vero che quando ci si innamora – in buona, ma non di rado in malafede – di un’idea (nella fattispecie l’idea è quella del Sindaco censore), nulla possono né la logica, né la semplice realtà dei fatti. L’idea, che tanto piace (o serve), diventa realtà, anche quando la medesima con la realtà stride. Ciò premesso, il sottoscritto “censore” chiede rispettosamente la facoltà di poter esporre le circostanze di fatto, così da lasciare ai lettori la possibilità di giudicare serenamente (e cioè senza condizionamenti di sorta) quanto accaduto. Il cinema-teatro di Mezzolombardo, di proprietà della Parrocchia, è gestito dal Comune sulla base di una convenzione, che trova puntuale riscontro in un regolamento, debitamente approvato nell’anno 2000 dal Consiglio comunale, che ne disciplina l’utilizzo. A tale regolamento tutti, ma proprio tutti, in primo luogo il Comune, debbono attenersi (e ci mancherebbe altro!). Esso impone al Comune di non consentire la rappresentazione di spettacoli di qualsiasi genere, il cui contenuto contrasti con la morale cattolica.
Al fine di garantire il rispetto di tale obbligo, è prevista l’istituzione di una commissione di sei membri (tre indicati dalla Parrocchia, due dalle associazioni culturali del paese e solo uno dal Comune), incaricata di esprimere un parere preventivo su tutti gli spettacoli in programma. Di fatto è tale commissione a decidere se uno spettacolo rispetta o meno l’obbligo sopra richiamato, ed a tale decisione il Comune si è sempre attenuto. Nella fattispecie in esame per un disguido, non imputabile ad alcuno, la commissione non è stata convocata e i film programmati non sono pertanto passati al vaglio della medesima. Venuto a conoscenza dell’accaduto, ho semplicemente richiesto al Coordinamento Teatrale, con il quale collaboriamo positivamente da quasi sette anni, se fosse ancora possibile convocare “a posteriori” la commissione, così da consentire il rispetto del Regolamento comunale vigente. Reso edotto del fatto che ormai i contratti erano già stati sottoscritti e che, conseguentemente, non era comunque in ogni caso più possibile alcuna eventuale diversa valutazione, abbiamo deciso di proiettare tutti i film in programma. Nessuna censura, quindi, e nessun tentativo d’impedire la proiezione di un film, ma molto semplicemente la volontà di appurare la possibilità di applicare anche in questa occasione, così è stato fatto da sette anni a questa parte, il Regolamento comunale. Questa la realtà dei fatti. Se poi mi si chiede, così come è stato fatto, quale voto avrei espresso qualora la commissione fosse stata convocata, non ho alcun problema ad affermare che il voto del Comune sarebbe stato contrario; e ciò anche alla luce del giudizio negativo (letteralmente “inaccettabile/superficiale”) espresso dall’Associazione Cattolica Esercenti Cinema.
Ciò non significa però censura, ma semplice (meglio doverosa) applicazione del Regolamento comunale; qualora poi il voto della Commissione fosse stato di segno opposto (così come accaduto qualche anno fa per “Magdalene”), il film sarebbe stato comunque proiettato a norma di Regolamento. E se, ancora, mi si chiede, così come è stato fatto, la mia opinione su “matrimonio” tra omosessuali e fecondazione assistita, non ho alcun problema a ribadire che, fermi i diritti individuali, che vanno comunque garantiti, vi sono limiti che la presunta onnipotenza dell’uomo non può varcare e che tra famiglia naturale ed unione omosessuale vi è una differenza abissale. Nel concludere una breve considerazione sulla presunta censura. Io non ho fatto altro che applicare un Regolamento vigente. Altra cosa è la censura, praticata, in modo ferreo e puntuale, da quelle lobby, potenti e ben introdotte, che su determinati temi non tollerano opinioni difformi in nome di una democrazia, che a tutti vorrebbero fosse garantita, eccetto però a chi la pensa in modo non conforme al loro. Distinti saluti.
Rodolfo Borga
Calcio, senza autocritica non si può ripartire
Giocare. Nell’aria c’è una gran voglia di giocare. Certo non puoi scrollarti dai tacchetti il feretro di Filippo Raciti, l’agente trucidato a Catania. E neanche quello di Ermanno Licursi, il dirigente della squadra calabrese della Sammartinese ammazzato a pedate, rimasto nella penombra perché in terza categoria le telecamere sono spente. Voglia di giocare: per scrollarsi di dosso l’incubo e tornare ad essere normali; e perché il piatto piange e la quarta industria del Paese non può tener chiusi i battenti troppo a lungo. Una voglia di giocare – dispiace doverlo constatare – ben più forte della voglia di mettere un punto fermo e andare a capo. Una voglia di giocare che potrebbe far perdere all’Italia l’occasione per una svolta epocale.
Ieri è stata la giornata di Giuliano Amato. Va apprezzato, il nostro ministro dell’interno, non solo per la sua intransigenza (“Lo spettacolo non può continuare a questo prezzo, anche se si tratta dello sport più lucrativo del mondo”), ma soprattutto per l’autocritica, non di maniera ma autentica. “Anch’io ho sbagliato – ha ammesso – nel permettere le deroghe al decreto Pisanu”. Ci piacerebbe che tutti prendessero l’esempio perché nessun rinnovamento profondo può ignorare l’ammissione delle colpe e l’assunzione delle responsabilità. Noi tifosi siamo stati reticenti; abbiamo tollerato la beceraggine degli ultrà amici indignandoci per quella altrui; e mai s’è visto un lanciatore di monetina, fumogeno, bottiglietta preso, impacchettato e consegnato alla polizia dei vicini di gradinata. Macché, omertà idiota innanzitutto. Noi giornalisti abbiamo strillato troppo, solleticando gli umori peggiori del peggior tifo. I calciatori hanno flirtato con gli ultrà facinorosi pur di tenerseli buoni, ignorando la lezione della vita, e della storia: prima o poi certe “amicizie” le paghi, e con gli interessi. I dirigenti, spesso, hanno più che flirtato. Ma soprattutto hanno eluso le regole facendola franca: iscrizioni irregolari al campionato, fideiussioni fasulle, passaporti falsi, bilanci taroccati, fondi neri… Bell’esempio davvero. Chi non rispetta le regole non è più credibile e non può pretendere di imporle agli altri. La politica ha spesso fatto il tifo, a volte latitato, sovente badato al business dei presidenti amici e al voto degli elettori tifosi.
Amato punta agli stadi. Se non sono a norma, niente pubblico. Giusto. Restano però dubbi pesanti. Perché lo stadio è solo un contenitore. Nessun contenitore è neutro e uno stadio brutto, scomodo, insicuro favorisce la violenza. Ma il contenuto? Gli spettatori? Le loro teste e i loro cuori? Se davvero si riparte domenica, con molti stadi chiusi, al pubblico dovrà essere spiegato perché l’Olimpico di Roma è sicuro mentre gli stadi del Chievo e dell’Udinese, i più tranquilli della penisola, sono vietati. E già a qualcuno, assai poco responsabilmente, stanno saltando i nervi. Ad esempio ad Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli e di quei napoletani che non hanno certo bisogno di incoraggiamento per eccitarsi: “Porte chiuse al San Paolo? Questo è fascismo”. Stiamo freschi.
L’esempio di Amato va seguito, ma fino in fondo. Occorre un gigantesco mea culpa e una colossale assunzione di responsabilità. Solo dopo si potrà ripartire, fedeli alle regole. Quelle che politica e società di calcio ribadiranno o scriveranno ex novo. E quelle che sono già scritte dentro di noi, abbiamo dimenticato ma basterebbero: onestà, lealtà, rispetto. Roba vecchia, mai così nuova.
(da “Avvenire”, 7 febbraio 2007).
La questione palestinese secondo mons. Robert Stern.
“Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”. Papa Pio XII, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, dipingeva così la situazione dei palestinesi dopo il primo conflitto arabo-israeliano successivo alla nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948. La Pontificia Missione per la Palestina nasce così, il 18 giugno del 1949, con l’intento di dirigere e coordinare tutte le organizzazioni e associazioni cattoliche impegnate negli aiuti alla Terra Santa. Per i venticinque anni d’attività della Missione Pontificia, nel 1974, papa Paolo VI ne parlò come “uno dei segni più chiari della preoccupazione della Santa Sede per la sorte dei palestinesi, particolarmente a noi cari perché sono popolazione della Terra Santa, contano fedeli seguaci di Cristo e sono stati e sono tuttora così tragicamente provati”.
Monsignor Robert L. Stern, archimandrita del patriarcato greco-cattolico di Gerusalemme, ebreo, presiede dal 1987, per nomina del papa, questa speciale agenzia della Santa Sede, che ha la sede principale a New York, e uffici in Vaticano, a Gerusalemme, Beirut, Amman, e che oggi stende la sua azione caritatevole e pastorale tra Palestina, Israele, Libano, Siria, Giordania e Iraq. Così ci racconta del suo lavoro, e della carità del papa per i palestinesi.
Quale è la Palestina che la Missione Pontificia aiuta?
ROBERT L. STERN: Da quando, nel 1967, Israele ha preso il controllo politico della Palestina, c’è una popolazione intera che vive sotto occupazione militare di un altro Paese. E l’Autorità nazionale palestinese non è un vero governo. La Pontificia Missione sta prestando il suo servizio in una situazione d’inadeguatezza delle istituzioni governative cui di solito la gente si rivolge. E gli enti pubblici, che pure esistono, non funzionano come di norma. Allora, necessariamente, oltre al sostegno alle Chiese e alle Comunità cristiane presenti in Terra Santa, proviamo a fare qualcosa di buono per il popolo.
Poveri tra i poveri nel Palestine Camp, in Siria: i beduini del deserto si adattano a vivere in accampamenti ai margini dei campi profughi
Può suggerire esempi recenti di aiuto?
STERN: La nostra Missione ha operato nelle zone di Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, e anche a nord di Gerusalemme, a Ramallah, dove c’era una presenza cristiana. Ma il nostro servizio non è solo per i cristiani. Ad esempio, mentre la Chiesa locale favorisce la costruzione di nuovi appartamenti, da anni la Pontificia Missione ripara le case distrutte, soprattutto nell’area della città vecchia di Gerusalemme dove sopravvive una fetta di popolazione palestinese indigente. La tensione tra israeliani e palestinesi ha prodotto tanta povertà e così noi oggi appoggiamo iniziative idonee a creare posti di lavoro, soprattutto sovvenzionando quelle opere che necessitano di tanti operai e quindi sfamano più famiglie…
Riparare case non va in un certo senso al di là della attività originale della vostra Missione?
STERN: Ma è assolutamente necessario aiutare questa povera gente. Quando la nostra Missione fu fondata, lo scopo primario era la mobilitazione dell’aiuto del mondo cattolico internazionale per la Terra Santa, e il coordinamento in Terra Santa di tutti i settori della Chiesa – i patriarchi, i vescovi, i religiosi e le religiose, le associazioni laicali… Nel 1949, nessuno si occupava di questo coordinamento, oggi siamo molti di più.
Chi sono i destinatari principali della vostra azione?
STERN: Tutti coloro che si trovano nella necessità. Statisticamente non sono gli ebrei, per i quali esiste una serie numerosissima di enti di sostegno. La stragrande maggioranza dei musulmani invece – dato che i cristiani rappresentano un numero esiguo – sono afflitti dalla povertà, sebbene esistano comunque moltissime istituzioni caritatevoli musulmane. Allora… il criterio adottato dalla nostra Missione è di portare aiuto alle zone dove sono rimasti ancora dei cristiani, ma senza mai escludere dall’aiuto gli altri, come i musulmani. L’esempio calzante è l’Università di Betlemme – fondata con un accordo tra la Congregazione per le Chiese orientali e i Fratelli delle scuole cristiane – qui nota come “l’università del Vaticano”. Circa il 33 per cento degli studenti sono cristiani, gli altri sono tutti musulmani. Noi diciamo che “non il credo ma il bisogno” guida la carità che facciamo a nome del papa in Terra Santa.
Come può descrivere la povertà in Palestina?
STERN: A Gaza gran parte della popolazione vive ancora nei campi profughi, amministrati dalle Nazioni Unite. I campi sono come un vecchio villaggio del tutto privo di organizzazione. La gente abita in case anguste fatte di blocchi di cemento, non esistono vere e proprie strade, ma percorsi più o meno disagevoli, e tutti vivono accalcati. In una sola stanza possono vivere anche dodici persone, perché i figli sono numerosi. La libertà di movimento è limitata. Si vive dei contributi delle Nazioni Unite. Manca il lavoro. Quando uno di questi numerosi figli diventa maggiorenne e vuole sposarsi, deve avere prima un luogo dove andare, e uno stipendio. Ma non c’è né l’uno né l’altro, per chi vive nel campo. Si può solo aggiungere alla casa d’origine una stanza in più, fatta di mattoni. Stanza che s’affaccerà sempre sulle solite strade sporche, e sui campi che non conoscono facile accesso all’acqua pulita e dove non c’è mai ordine. Così è triste vivere.
Due anni fa abbiamo costruito un piccolo parco giochi per i bambini di Gaza. Avreste dovuto vedere la loro curiosità, gli sguardi. In vita loro era la prima volta che qualcuno gli dava qualcosa per giocare. Loro che sono abituati a ricevere il minimo per sopravvivere, abituati a vivere al peggio.
Ci mancano le parole per spiegare la difficoltà della vita a Gaza. E mi permetta di aggiungere qualcosa cui tengo.
Prego.
STERN: C’è chi si pone la domanda retorica del perché ragazzi e ragazze della Palestina accettano di farsi esplodere come martiri. Non possono studiare, non possono viaggiare, non possono lavorare, non possono avere una famiglia, vivono nell’assurdo, non hanno altra speranza che annientarsi in un momento di gloria per la loro religione.
Tre generazioni nel campo di Gaza, in Giordania, in attesa che cambi qualcosa
Io non sono un politico né un economista, ma posso almeno immaginare che il giorno in cui avremo da offrire lavoro a questi ragazzi musulmani, avremo sconvolto i piani dei terroristi: con una onesta paga settimanale e la possibilità di uscire con la propria ragazza.
Sono convinto, nonostante la loro retorica molto negativa, che i responsabili di Hamas comprendono perfettamente questa situazione. Vogliono un futuro per il loro popolo, come tutti coloro che gestiscono la politica. E l’aspetto positivo della loro politica è la quantità di servizi sociali e di benessere che hanno cercato di dare al loro popolo. Ciò resta vero, nonostante le parole che usano e gli slogan che, secondo la retorica araba, urlano.
Lei considera un errore interrompere i flussi dell’aiuto economico internazionale alla Palestina come forma di pressione sul governo di Hamas.
STERN: Ripeto che non intendo formulare un giudizio politico. La mia impressione è precisamente che così facendo si regala al popolo – e ai giovani – altra disperazione che può essere sfruttata dai terroristi. L’obiettivo conclamato da chi vuole l’embargo degli aiuti è di forzare, nel breve termine, il governo attuale verso un cambiamento di direzione politica, lasciando come obiettivo di lungo termine quello di arrivare alla pace… ? uno sbaglio totale. Primo, bloccare i fondi è un castigo per il popolo, mai per la leadership, e il popolo già soffre troppo. Secondo, per la mentalità degli arabi, noi stiamo offendendo il loro senso d’onore, la loro dignità, con tutte le conseguenze che ne derivano. L’embargo è al cento per cento controproducente. Sono convinto, e di certo spero, che attraverso la mutua collaborazione si potrà raggiungere il risultato di guadagnare il consenso di Hamas.
Voi avete portato aiuto anche nei campi profughi in Libano. Qual è la situazione?
STERN: ? diversa ma egualmente penosa. I palestinesi rifugiati in Libano vivono tutti nei campi gestiti dalle Nazioni Unite. Le difficoltà vengono anche dal tradizionale e ormai scricchiolante bilanciamento dei poteri costituzionali vigente in Libano tra cristiani maroniti, musulmani sunniti e musulmani sciiti, basato sulle quote rispettive di popolazione. Ora, nessuno di questi tre gruppi vuole che una numerosa componente palestinese entri in gioco, e tutti sono d’accordo nel dire che la prospettiva per questi rifugiati è solo quella di tornarsene al proprio Paese. Ma questo è ora praticamente impossibile. Così a questa povera gente non resta che il campo profughi, cioè vivere in prigione. Sogno il giorno in cui ci sarà uno Stato palestinese universalmente riconosciuto, e forse tutta questa povera gente potrà avere un passaporto palestinese, al fine di ottenere un visto di soggiorno per lavoro in Libano. Perché, stando così le cose, comunque il Libano non accetterà mai queste persone come propri cittadini. Oggi sono rifugiati nei campi profughi oltre duecentomila musulmani palestinesi, armati, in isolamento completo, e impossibilitati ad andare in Palestina. ? una vita insopportabile, che li ha fatti incattivire, a ragione.
I palestinesi vanno via oggi anche dall’Iraq.
STERN: I palestinesi che lasciano l’Iraq non sono però così numerosi come gli iracheni che oggi sempre di più migrano verso la Giordania, la Siria e il Libano. E, in proporzione, a fuggire sono sempre di più i cristiani. Il direttore del nostro ufficio di Amman, che serve la Giordania e l’Iraq, mi ha riferito che vi è la possibilità concreta, sebbene manchino ancora dati ufficiali, che i rifugiati iracheni in Giordania arriveranno a essere milioni, su una popolazione giordana di circa 5 milioni. La nostra Missione Pontificia cerca di fare tutto il possibile per appoggiare la Chiesa locale e dare una mano a questi rifugiati. Normalmente aiutiamo chi vuole lasciare l’Iraq e andare in Europa, in America del nord o del sud, o in Australia…
Nell’opera di carità in Palestina lei rappresenta il papa. C’è un fatto che ricorda in particolare?
STERN: Papa Giovanni Paolo II è venuto in Terra Santa nel 2000. E in casi come questo al presidente della Pontificia Missione spettano anche dei piccoli privilegi, come partecipare da vicino a quanto accade. Ricordo in particolare la messa all’aperto che papa Wojtyla celebrò a Betlemme, davanti alla Basilica sorta dove è nato Gesù. A un certo punto, come accade ogni giorno, è salita dalla moschea vicina la voce del muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera. La voce era forte, diffusa con gli altoparlanti. Il Papa, in quel momento, s’è fermato, non ha alzato la voce per contrastare i diffusori, ma ha atteso. Fino alla fine dell’orazione musulmana. Poi ha ripreso la liturgia. ? come se il Papa stesso ci avesse detto, in quel modo, che la comunità cristiana palestinese deve comprendere e rispettare i musulmani, che sono fratelli, e sperare e pregare che anche da parte loro arrivi comprensione.
Il silenzio rispettoso del Papa è stata l’immagine della convivenza tra cristiani e musulmani in Palestina. (30Giorni).
David & Victoria, coppia da business
David Beckham chi? Ah sì, Beckham, il testimonial della Gillette. Ma certo, il marito di Victoria Adams. Il calciatore? ? vero, in estate è apparso nella Nazionale inglese, nel senso che qualcuno è sicuro d’averlo intravisto in campo. Sarà. Ogni tanto gioca, pare, nel Real Madrid. Gioca? Vorrebbe giocare, perché Capitan Mascella, in arte Fabio Capello allenatore delle merengues, lo lascia volentieri in panchina, anzi lo relega in tribuna. David Beckham: a giugno lascia la Spagna e vola con tutta la famigliola – la moglie Victoria e i tre figli: Brooklyn, Romeo e Cruz – a Los Angeles. Dove potrà con maggior agio fare il modello, il testimonial, forse perfino l’attore e, nei week end, giocare a calcio. Non nella squadretta di amici, ma da professionista nel Los Angels Galaxy, dove nei prossimi cinque anni guadagnerà, secondo le diverse stime apparse ieri sui giornali, una cifra compresa tra i 180 e i 250 milioni di euro. Nel Real ne percepiva appena 27 all’anno, quindi è un affare. Siamo tutti contenti per lui, meno per il calcio, che perde definitivamente un potenziale campione. Campione… ? difficile dire se alla gloria David Beckham sia approdato più per le magie del piedino destro o la vezzosità del nasino, e le fattezze da modello, icona buona per gli appetiti di lei e pure, in taluni casi, di lui. La natura possiede un senso dell’umorismo non privo di crudeltà. Pensate se avesse regalato il fisico glamour di David Beckham a un nostrano Bruno Conti. O, analogamente, se avesse donato a Victoria Adams la voce di Mina. In California nessuno metterà sotto accusa David e Victoria per le scarse doti di fiato. Una cosa sola conterà: che il prodotto “Beckhams” sia vendibile più e meglio che in Europa. Perché questo e non altro sono i “Beckhams”, per elezione o dannazione: un prodotto, nient’altro che un prodotto. Da vendere e comprare. Una ben rodata macchina per soldi che a Los Angeles potrebbe rinfrescare i suoi fasti ingrigiti. Qui in Europa, infatti, Victoria poteva anche non più cantare (si fa per dire), nessuno le avrebbe rimproverato il silenzio dell’ugola; ma David qualche punizione pennellata, qualche lancio sapiente, qualche discesa sulla fascia gli venivano chiesti, sia pur con parsimonia. E Capello temiamo se ne infischi di quale sia la cola preferita di David, lui pretende di vederlo sudare e perfino spettinarsi in campo. Go to Usa, dunque. Nella California dell’altra coppia-prodotto, Brad Pitt e Angelina Jolie, dell’altro nasino carino Leo Di Caprio, di tanti belli in batteria che servono a far vendere creme e gioielli, automobili e telefonini, bibite e scarpette. Che in tutto ciò ci sia tanta prosa e niente poesia, è assodato. Beckham dal Real Madris al Los Angeles Galaxy: qualcuno avverte un tumulto nel cuore? No. Siamo soltanto incuriositi dalle cifre, dai pacchettoni di dollaroni, dalla nuova villetta da 15 milioni. L’uomo prodotto entrerà in una nuova fase produttiva. E chissà come ci si sente ad essere tutto un brand. La premiata ditta “Beckhams” è davvero un’icona, il simbolo di una società in cui vali per quel che rendi; e il talento vale poco se non hai il nasino giusto per promuovere la bibitona. Chissà se chi è baciato da tanta generosa sorte riesce a rimanere un essere umano, dotato di cuore e autoironia. Noi glielo auguriamo. E da calciopati cronici ci prepariamo rassegnati alle dimenticabili partite del Galaxy, che i gentili sponsor non mancheranno di infliggerci. //
(Da Avvenire, 13 gennaio 2007).