Blair, conversione rimandata.

L’adesione del premier al cattolicesimo è solo questione di tempo, ma il giudizio di Benedetto XVI sulla sua politica è critico
“Confronto franco” in Vaticano: pesano le divisioni su Iraq e legislazione britannica
ROMA ? La conversione di Tony Blair ormai è solo questione di tempo. Per la prima volta, dopo la visita del premier britannico a Papa Benedetto XVI, la sua adesione pubblica alla religione cattolica viene considerata probabile anche in Vaticano. Anche se non imminente. Forse ci vorrà ancora un po’ di riflessione, come aveva detto al Times lo stesso premier: “Le cose non si risolvono sempre come si dovrebbe “. E cert amente la Gran Bretagna non avrà un premier cattolico.
Ma il colloquio di ieri, ufficialmente una tappa del tour internazionale di saluti di Blair che tra una settimana lascia l’incarico, è stato un momento importante e denso di significato e non solo perché il Vaticano ha, nel comunicato finale, esplicitamente appoggiato “il desiderio di impegnarsi in modo particolare per la pace in Medio Oriente e per il dialogo interreligioso”, che Blair spera possa concretizzarsi nella nomina a inviato speciale del Quartetto di pace per il Medio Oriente. E se è difficile sapere quanto e come il Papa e Blair abbiano parlato delle questioni personali, cioè della conversione, il premier britannico ha però lasciato dietro di sé una serie di gesti simbolici. ? arrivato con la moglie Cherie e un seguito molto ridotto che comprendeva anche Bernard Arnaud e signora, ha parlato a tu per tu con il Papa per venticinque minuti. Prima dei saluti è stato raggiunto anche dall’arcivescovo di Westminster (eventualmente il futuro vescovo della diocesi di Blair) Cormac Murphy O’Connor. In regalo al Papa ha portato tre fotografie di John Henry Newman, il filosofo inglese convertito nell’ 800 al cattolicesimo, uno dei più illustri testimonial per la Chiesa in Inghilterra per il quale è in corso anche una causa di canonizzazione. Dopo l’incontro con il Papa la regia blairiana ha previsto un altro passaggio storico: la visita al Venerable English College, il seminario inglese in via Monserrato, la più antica istituzione del Regno Unito fuori dal suo territorio nazionale. Blair è stato ieri il primo premier del Regno Unito a visitarla.
Ma se è scontato che Blair pubblicamente annuncerà la sua conversione, il giudizio del Papa sul suo operato politico, cioè sul governo e sulle leggi inglesi, non è così positivo. Lo dice la nota della Santa Sede che a proposito dell’incontro di ieri parla di “un confronto franco”, formula che lascia intendere che su molti temi le visioni non coincidono. E infatti segue (soltanto) l’elenco dei punti critici: il Medio Oriente (cioè la guerra in Iraq), l’Europa (cioè il no inglese alle “radici cristiane” nella Costituzione) e “certe leggi” adottate in Gran Bretagna (cioè l’adozione da parte dei gay e la legislazione sull’uso delle staminali). Sarà forse per questo che il Papa auspica, per farne un buon cattolico, un impegno fruttuoso di Blair come mediatore e portatore di pace in Medio Oriente nel suo prossimo futuro.
Gianna Fregonara

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Il caso De Gennaro: vendetta è compiuta.

Come è stato riportato da tutti gli organi di informazione nazionali, il capo della Polizia, Gianni De Gennaro, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta sul G8 organizzato nel capoluogo ligure del 2001. Secondo fonti ufficiose, l’iscrizione sarebbe avvenuta per l’ipotesi di reato di istigazione alla falsa testimonianza in merito ai fatti riguardanti la fase di preparazione, svolgimento e conclusione delle operazioni di polizia condotte alla scuola Diaz il 21 luglio 2001. Con l’iscrizione di De Gennaro nel registro degli indagati, si è chiuso il cerchio, per ora, della rivincita dei movimenti no global e dei partiti dell’estrema sinistra a seguito dei fatti avvenuti in quella tragica estate del 2001: un cammino inesorabile, che ha avuto un primo “successo” nell’intitolazione lo scorso autunno, di un’aula del Senato a Carlo Giuliani, il manifestante ucciso durante gli scontri fra disobbedienti e forze dell’ordine. Non voglio entrare troppo nel merito della “questione De Gennaro”, i giochi politici di palazzo, visti dalla nostra periferia, o solo mediati dagli organi di informazione, non possono che risultare parziali, ma alcune considerazioni di fondo non si possono evitare. Innanzi tutto non possiamo non notare la tempistica dell’intervento di rimozione, perché di questo si tratta, attuato dal governo: a pochi giorni dalla vicenda legata al Generale Speciale, Comandante della Guardia di Finanza, un altro esponente di spicco delle forze dell’ordine viene esposto alla berlina mediatica. Il premier Romano Prodi ha detto testualmente: “? stato concordemente convenuto che De Gennaro sarà sostituito nel suo incarico al termine del suo settimo anno di mandato“.

Peccato che, come ha ricordato, tra gli altri, l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga, “Non esiste scadenza per il capo della Polizia se non quella prevista per il collocamento a riposo dei prefetti, che è stabilita a 67 anni, salvo l’anticipato collocamento a riposo deliberato dal Consiglio dei ministri e che equivale ad una destituzione“. Un aspetto drammatico, poco sottolineato anche da molti osservatori nazionali, è che la “destituzione” è avvenuta con una rapidità e con una tempestività degni di una Repubblica della Banane, tanto è vero che nessuno ha pensato di nominare un immediato successore ai vertici della polizia di Stato, creando, di fatto, un vuoto in uno dei ruoli chiave della sicurezza nazionale, malumore all’interno di tutte le forze dell’ordine ed un certo sconcerto nelle persone più attente ai fatti della politica o della “para-politica”. Vi è un’ulteriore ragione che giustifica coloro che ritengono la “defenestrazione” di De Gennaro come un regalo fatto all’estrema sinistra parlamentare, ed extra parlamentare, in un momento di grande difficoltà per l’esecutivo in carica: un governo serio, autorevole, avrebbe atteso le conclusioni dell’indagine prima di chiedere le dimissioni ad una figura istituzionale come De Gennaro, persona comunque sempre esposta in prima fila nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata e con una carriera conquistata sul campo, e non come altri boiardi di Stato per meriti legati all’anzianità, in cui spiccano, fra gli altri, gli undici anni ininterrotti di affiancamento del giudice Giovanni Falcone nella lotta alla mafia. Ricordo, inoltre, che Gianni de Gennaro fu nominato capo della polizia il 26 maggio 2000 dal Consiglio dei Ministri di un governo certamente non vicino all’attuale opposizione….

Comunque sia, le accuse rivolte a De Gennaro si riferiscono alle note vicende accadute alla scuola Diaz di Bolzaneto, Genova, il 21 luglio 2001, dove, secondo gli esponenti no global, la polizia si lasciò andare ad un pestaggio ingiustificato di manifestanti fermati durante quelle tragiche, assurde, demenziali, violentissime manifestazioni di protesta che accompagnarono il G8 genovese. Se le accuse mosse dalla procura di Genova all’ormai ex capo della Polizia di aver coperto e nascosto i fatti, si dimostrassero vere e provate, ne prenderemo atto, ma mi permetto di esprimere comunque solidarietà per tutti quegli esponenti delle forze dell’Ordine che all’epoca dei fatti furono bersaglio di attacchi violentissimi da parte degli esponenti dei centri sociali, dei black bloks per giorni e giorni. Non si vuole negare il diritto a manifestare a nessuno, ma mettere a ferro e fuoco una città, mettere in pericolo la vita di decine di agenti che stanno compiendo il loro dovere, non ha nulla a che fare con il diritto all’esternazione delle proprie idee. Nelle scorse settimane, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione delle Festa dell’Arma dei Carabinieri, ha consegnato medaglie alla memoria alle vedove, agli orfani e ai familiari di agenti caduti mentre compivano il loro dovere, ha consegnato attestati di benemerenza ad agenti particolarmente distintisi in azione; bei gesti, dovuti, ma è lo stesso Presidente che non volle ascoltare quei parlamentari, quei cittadini, che gli chiesero di non avallare la richiesta degli esponenti di Rifondazione Comunista, appoggiati da altri gruppi parlamentari di area, di intitolare un’aula del Senato a chi quegli agenti voleva colpire, a chi quelle istituzioni che oggi, per puro calcolo elettorale, lo onorano, voleva sovvertire, combattere in una lotta disperata e vuota. E’ certo comunque che l’Italia della legalità, delle persone perbene, degli uomini e delle donne che ancora tentano di educare i propri figli al rispetto della vita, propria e altrui, dei beni di tutti, della libertà fatta di regole condivise, esce sconfitta da queste vicende. Vendetta è compiuta.

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Mons. Twal sui cristiani in Terrasanta.

Mons. Twal su AVVENIRE del 21 giugno 2007, riguardo alla Terrasanta:
“I cattolici della Terra Santa vivono un forte senso d’abbandono e d’isolamento rispetto alla cristianità occidentale”. ? il grido accorato di monsignor Fouad Twal, il vescovo coadiutore di Gerusalemme che denuncia l’emorragia continua della presenza dei cristiani in Medio Oriente e la sostanziale indifferenza dell’Europa. Lo ha fatto durante i lavori, iniziati ieri, del Comitato scientifico di “Oasis”, il Centro internazionale di studi e ricerche voluto dal Patriarca di Venezia, il cardinale Angelo Scola, al fine di stringere legami d’amicizia e di conoscenza proprio con le comunità cristiane che vivono nei Paesi a maggioranza islamica. Anche per questo monsignor Twal, arabo massiccio e imponente, non intende cedere al pessimismo. Pur se chiamato a sfide difficili, designato a diventare Patriarca dei latini di Terra Santa nel 2008. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato a margine del convegno.
Monsignor Twal, la situazione nei Territori è sempre più drammatica. I palestinesi non hanno ancora uno Stato però hanno due governi, uno di Fatah in Cisgiordania e uno di Hamas a Gaza. Che sentimenti prova in questi giorni?
“Provo una grande pena e preoccupazione per la crisi interna alla Palestina. Ma quanto sta succedendo non è un fatto isolato, è la conseguenza di una crisi più vasta che riguarda i rapporti tra Israele e palestinesi. Non dobbiamo dimenticare che, fino ad un anno e mezzo fa, tutto il potere dell’Anp era in mano al presidente Abu Mazen ma l’Occidente non ha fatto nulla per aiutarlo. Né Israele, né gli Stati Uniti, né l’Europa. Hanno voluto le elezioni e, com’era prevedibile, la maggioranza dei palestinesi ha votato per un cambio di governo, affidandosi ad Hamas, un movimento radicale che però prometteva ordine e stabilità. L’Occidente ha detto che non andava bene. Pochi mesi fa Abu Mazen ha varato un nuovo governo di unità nazionale ma anche questo non andava bene. Ed ora il presidente Abu Mazen rivendica tutto il potere legittimo per sè, comanda da sol o e l’Occidente sblocca gli aiuti. Io mi domando: ma perché non l’hanno aiutato un anno e mezzo fa, quando non c’era ancora Hamas al governo?”.
Intende dire che adesso è troppo tardi?
“No, non è mai troppo tardi! Spero davvero che finalmente Abu Mazen abbia tutti i mezzi – politici, finanziari ed economici – per stabilizzare la situazione. Il blocco degli aiuti che l’Occidente ha praticato negli ultimi mesi non può essere giustificato: volevano colpire il governo di Hamas, ma le conseguenze più dure le ha pagate la gente, non chi sta al potere”.
Il blocco però continuerà e probabilmente diventerà ancora più rigido là dove comanda Hamas. C’è il rischio di una catastrofe umanitaria nella Striscia di Gaza?
“Spero che i responsabili politici abbiano cuore, testa e dignità per evitare un simile scenario. Ci sono tanti modi per condizionare un gruppo di potere con cui non si va d’accordo, ma quello di affamare la popolazione che vi è sottoposta non conduce da nessuna parte se non all’esasperazione”.
A Gaza c’è una piccola comunità cattolica di 300 persone. Nei giorni scorsi il convento delle suore è stato oggetto di un assalto. Teme un’ondata di fanatismo anti-cristiano?
“Ho ben presente l’episodio, le tre suore provengono dalla Giordania ed una è mia cugina. Penso che quanto accaduto sia il gesto di una banda criminale, e non sia stato preordinato dall’alto. Nelle ultime settimane a Gaza c’era il caos più totale, di cui hanno approfittato banditi e malviventi”.
Eccellenza, nel suo intervento qui ad “Oasis” ha detto che i cristiani d’Occidente non sembrano aver coscienza del ruolo di vitale importanza che i cristiani di Terra Santa possono giocare ai fini della pace…
“L’elemento cristiano è tra i pochi a favorire e garantire principi di moderazione nello scontro civile e religioso che dilania questa regione. L’emigrazione dei cristiani, dovuta alle pressioni del fondamentalismo islamico e all’isolamento imposto da Israele, è una perdita per il processo di pace. Ma chi gli presta attenzione? Solo il Papa alza la voce in nostra difesa”.
Cosa si aspetta concretamente? “Vorremmo che ci fosse un po’ d’attenzione anche da parte dei politici occidentali che si dicono cristiani. Ma raramente ci chiedono un parere quando prendono decisioni che riguardano la Terra Santa. Eppure noi viviamo qui, siamo parte della cultura araba e possiamo essere un ponte tra cristiani e musulmani, tra Oriente e Occidente. Purtroppo qualcuno preferisce costruire muri di separazione invece che ponti di dialogo. Ma così la pace non arriverà mai, resterà sempre un processo senza fine”.

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Africa: quale futuro?

INTERVISTA aSerge Latouche, teorico della decrescita: “Il Continente nero non copi l’Occidente, ma fondi il futuro sulla propria cultura”
“Gli aiuti decisi dal G8 servono, ma non bastano:bisogna prendere di petto
la questione delle licenze farmaceutiche e dare ai Paesi poveri l’accesso gratuito ai farmaci”
Da Bolzano Francesco Comina
Il noto economista e filosofo francese Serge Latouche sorseggia il vino, lo assapora con gusto. La sua teoria della decrescita ha molto a che fare con il vino: “Non dobbiamo assolutamente pensare che realizzare una società della decrescita significhi tornare indietro nel tempo, trascinare un’esistenza triste e ripiegata su se stessi. Essere sobri è bello, uscire dalla spirale del consumismo, della fretta e della produttività aumenta il nostro livello di felicità, ci permette di gustare la vita altrimenti sprecata alla ricerca di uno sviluppo triste e illusorio”. Ieri pomeriggio Latouche, invitato dal Centro per la pace del comune di Bolzano, ha parlato nell’aula magna della libera università sul tema: “Chi ci salva dallo sviluppo? Dalla crescita disumana alla decrescita sociale”.
Professor Latouche, per l’Africa il G8 si è impegnato a portare a quarantaquattro miliardi di euro i fondi per la lotta contro le malattie (Aids, tubercolosi, malaria). Lei che si è occupato molto di Africa, scrivendo anche il libro “L’altra Africa. Tra dono e mercato”, cosa pensa del rapporto fra l’Occidente e il Continente nero?
“Sono molto sospettoso di questi aiuti finanziari. L’esperienza ci dice che le promesse di aiuto e di cooperazione dell’Occidente verso i Paesi poveri finiscono quasi sempre in un nulla di fatto. Più che decidere di stanziare soldi contro le malattie mortali africane (un fatto comunque positivo), bisogna prendere di petto la questione delle licenze farmaceutiche e consentire ai Paesi poveri dell’Africa di poter avere accesso gratuito ai farmaci. La battaglia contro la mortalità del Continente nero è prima di tutto una battaglia contro la logiche del business farmaceutico. Ma quando entriamo in questo campo si sollevano le contraddizioni intollerabili del sistema di potere che determina le politiche economiche dei più forti”.
Vede un orizzonte di speranza per l’Africa?
“Lo vedo nel momento in cui l’Africa inizia a slegarsi dal vincolo con i Paesi ricchi, anche quando sono vincoli pensati per aiutare. In realtà non fanno altro che proporre sempre la stessa logica di sviluppo, che è la nostra. L’Africa deve invece pensare a forme autonome di sviluppo. Il Continente nero deve insistere nel recuperare la propria cultura e basare su questa il proprio futuro. Ho molta speranza che l’Africa si incammini su questa strada che indica un futuro di riscatto e di affermazione di criteri altri, criteri che saranno un arricchimento per il mondo intero. Ho speranza perché di questo vedo i germogli”.
Gli economisti di tutto il mondo guardano con interesse e con un po’ di inquietudine a quanto sta accadendo in Cina, dove si prevede una pressione fortissima sull’economia globale.
“Il futuro sarà ciò che la Cina deciderà perché nessuno sarà in grado di contrapporsi. Che cosa si potrà fare davanti ad una pressione di un miliardo e trecento milioni di persone? Le prospettive sono terribili. La migrazione dalla campagna alla città è già in atto e si prevede che fra una trentina di anni ci saranno quattrocento milioni di nuovi poveri, in gran parte contadini senza più la terra. I benefici della globalizzazione andranno a vantaggio di una minoranza, gli effetti devastanti invece si scaricheranno su grandi moltitudini”.
Le non sopporta che al termine sostenibilità si aggiunga quello dello sviluppo. Come mai?
“Perché è un ossimoro. Lo sviluppo non è mai sostenibile e la sostenibilità non può aggrapparsi al termine sviluppo. Sono i tecnocrati dell’Occidente che manipolano perfino i concetti ambientali per adeguare i loro programmi folli di sviluppo ai loro scopi. Ma non si dà uno sviluppo sostenibile. La sostenibilità ambientale si attua attraverso la decrescita”.
Lei è ottimista o pessimista? Davanti agli scenari che delinea c’è una via d’uscita?
“Io sono ottimista perché sono convinto che alla fine la saggezza avrà la meglio. Il mio è un ottimismo tragico che passa davanti all’immagine di una Terra devastata da moltissimi problemi provocat i dall’uomo. Eppure vedo con grande entusiasmo come molti giovani, molti gruppi, molte associazioni si stanno organizzando per resistere al sistema selvaggio dello sviluppo per lo sviluppo. Tutte queste persone si pongono il problema di come uscire dallo sviluppo. E allora nascono i comitati per una società più sobria, per un consumo critico, i gruppi di acquisto solidale, il commercio equo, quando è davvero equo. Insomma, c’è un dinamismo alla base che mi fa ben sperare”.
Avvenire, 12/6/2007

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Conferenza del MpV giovani su terrorismo e guerra in Medio Oriente (giovedì 14 giugno)

Il Movimento per la Vita giovani e il Movimento Indipendente organizzano per giovedì 14 giugno, ore 17.00, presso la Facoltà di Sociologia di Trento (piazza Venezia, aula n. 16), una conferenza su “Terrorismo, antiterrorismo e dottrina della Chiesa sulla guerra”. Relatori saranno il prof. Francesco Agnoli e il prof. Domenico Tosini, ricercatore presso la stessa Facoltà di Sociologia e autore di “Terrorismo e antiterrorismo nel XXI secolo”, edito nei mesi scorsi da Laterza. Convinti che la difesa della persona umana innocente “dal concepimento alla morte naturale” riguardi anche le questioni aperte dalla cosiddetta guerra al terrorismo, i giovani del Movimento per la Vita invitano tutti gli interessati a discuterne in amicizia.

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I profughi irakeni in Siria.

Un milione di iracheni in fuga dal loro Paese hanno trovato rifugio nelle periferie della capitale siriana. Storie e immagini di un esodo nascosto che coinvolge decine di migliaia di cristiani. E accelera l’estinzione del cristianesimo nella terra da dove partì Abramo. Reportage
di Gianni Valente
Wissam il violinista e gli altri ragazzi del coro nella parrocchia di Santa Teresina a Damasco
Rita canta nel coro. Alle otto e mezza di mattina sale coi suoi anziani genitori sul pulmino che dal quartiere di Giaramana porta alla città vecchia. La madre, al suo fianco, si fa il segno della croce ogni volta che il trabiccolo sgangherato passa davanti a una chiesa: quella della Custodia francescana, a Tabbaleh, poi quella ortodossa, poi quella armena che si intravvede oltre le mura vicino a Bab ash-Sharqi, la porta dell’est. Scendono nella piazzetta di Bab Touma, e nella calma festiva del venerdì musulmano i loro passi veloci risuonano nel labirinto dei vicoli insieme a quelli di tutti gli altri – uomini, donne, intere famiglie, anziani soli – che si avviano come loro verso la parrocchia di Santa Teresina, dove già rintocca la campana della messa. Le moschee sparse per i suq e quella grande degli Omayyadi si riempiranno di uomini, donne velate e preghiere solo tra un paio d’ore. Qui le panche invece sono già piene, e i vecchi hanno cominciato a cantilenare le malinconiche litanie in lingua caldea. Iracheni di Baghdad e di Mossul, di Kirkuk e di Bassora, ricordano oggi i loro defunti. Lo fanno qui a Damasco, lontano dalla loro terra. Lontano da case e strade che probabilmente non vedranno più.
Nel coro c’è anche Wissam, che a messa suona il violino. Lui volevano ammazzarlo solo perché è alto, ha la carnagione chiara e può sembrare un americano. Anche Malad, suonatore di liuto che adesso sbarca il lunario piazzando qua e là lezioni di musica, erano andati a cercarlo per rapirlo e chiedere il riscatto. Sono scappati con quello che avevano addosso, insieme ai genitori e alle loro tante sorelle (ne hanno cinque ciascuno), e si considerano fortunati. Quando alla fine della messa si legge la preghiera per i defunti, la chiesa crepita di singhiozzi trattenuti. Ognuno ha qualche lutto recente, qualche caro perduto da poco nel mattatoio iracheno di bombe, attentati, sparizioni. Fuori della chiesa uomini e donne si accalcano a leggere la lista delle famiglie che questa settimana possono ritirare la razione di zucchero e olio. La sacrestia è diventata un magazzino di primo soccorso per gli sfollati in fuga dal nuovo Iraq “democratico”. Latte in polvere e rosari, bombole del gas e santini di Maria, coperte e candele per i santi. “Questo è un buon tempo per assaporare la consolazione che ci dona Gesù Cristo, noi che non abbiamo più niente, e a Dio possiamo offrire solo il nostro cuore. Venga il Tuo Regno, e dacci oggi il nostro pane quotidiano”, ha predicato padre Yussif dal pulpito, gli occhi spiritati di stanchezza, lui che è scappato come tutti gli altri quando gli hanno detto che il suo nome era sulla lista dei condannati a morte. Sul sagrato, distribuiscono dolci e pizzette a chi esce. Giorgio racconta come sono le guerre per esportare la democrazia viste dal basso: “Non saprei dire nulla di alta politica. Saddam era certo una persona cattiva. Ma adesso noi tutti sappiamo che c’era qualcosa di peggio”.
Donne irachene accendono candele alla Madonna presso la chiesa di Santa Teresina
Amici fragili
Anche la fuga degli iracheni verso la Siria rappresenta con le sue anomalie un indizio della catastrofe innescata dalla “guerra dei volenterosi”. Spiega l’olandese Laurens Jolles, rappresentante del Commissariato Onu per i rifugiati a Damasco: “Quando è caduto il regime, tutti si aspettavano un flusso di profughi improvviso e massiccio, come quelli scatenati dalle guerre africane. Ci eravamo preparati. C’erano fondi, strutture, donatori e Ong in allerta. Ma non arrivò quasi nessuno. Solo piccoli gruppi, in parte legati ai vecchi apparati, che temevano la rappresaglia e comunque avevano avuto il tempo di trasferire all’estero le proprie risorse”. Negli ultimi due anni e mezzo, quando l’allerta internazionale era ormai in ribasso, il rigagnolo proveniente dall’Iraq “liberato” si è trasformato in un fiume in piena di poveri cristi, con un’escalation impressionante che mette a dura prova la stabilità sociale dello Stato ospitante. “Ne arrivano 30-40mila a settimana” conferma Jolles. Gente di tutti i gruppi etnici e religiosi e di tutte le classi, “ma anche quelli che lì erano benestanti ormai arrivano qui senza niente. Incrociando vari dati, si calcola che ormai solo qui in Siria siano almeno un milione, ma secondo il governo sarebbero molti di più”. Un esodo biblico in sordina, che non inonda campi profughi ma si disperde in mille rivoli anonimi negli slums e nelle periferie caotiche di Damasco. Gente diversa che fugge dalle stesse bombe stragiste, da un mondo impazzito di squadre della morte, rapimenti, sevizie. Un orrore quotidiano che travolge tutti, ma che i cristiani sentono di pagare con moneta particolare.
A Giaramana, il piccolo ufficio della Caritas zeppo di vassoi pieni di schede e foto dà l’impressione di una generosa scialuppa di arditi travolti da una tempesta più grande di loro. Suor Antoinette sintetizza la condizione dei cristiani in fuga dall’Iraq con un’immagine forte ma efficace: “Lì adesso i sunniti rapiscono e ammazzano solo gli sciiti, mentre gli sciiti rapiscono e ammazzano solo i sunniti. Ma sia gli sciiti che i sunniti rapiscono e ammazzano i cristiani”. Nella dilaniante guerra tribale scatenata in Iraq dall’intervento occidentale loro sentono di essere i bersagli più inermi, le vittime predestinate. Persone, case e cose alla mercé della barbarie. Senza quartieri-roccaforte per resistere, senza milizie e clan tribali potenti a cui chiedere protezione.
Nel quartiere di Massaken Barzi, nella palazzina riadattata a chiesa e dedicata a sant’Abramo di Ur dei Caldei, padre di tutti i credenti, la tragedia collettiva si frammenta nei racconti di fuga di ciascuno. C’è Jalal, che a nord di Baghdad lavorava in un centro sportivo e ha dovuto vendere casa e auto per pagare il riscatto ai rapitori di sua figlia. C’è il piccolo Martin, che per due anni ha perso la parola dopo che lo avevano seviziato per registrare le sue grida sull’audiocassetta da mandare al padre. C’è Nader, un omone che lavorava con le compagnie petrolifere, rapito anche lui e rilasciato solo dopo aver sborsato 20mila dollari. “A qualcuno dei nostri vicini devono aver fatto gola i nostri soldi. Rapiscono i cristiani perché sanno che molti di noi hanno parenti all’estero pronti a pagare i riscatti”. Ma a scatenare invidie e odi criminali non è solo l’esposizione sociale. Il marito di Sherma, vedova trentenne, lo hanno ammazzato perché lavorava come interprete per le compagnie americane. E la matrice religiosa degli invasori ha fornito facili pretesti alla brutalità fanatica degli islamisti. “Dicevano che eravamo i servi dei crociati, imponevano alle mie figlie di indossare il velo, ci mandavano lettere di minaccia: o ve ne andate o vi sgozziamo”, racconta Alisha. Dicono che negli ultimi mesi il picco di nuove violenze si è avuto dopo il discorso di Ratisbona: “Ci minacciavano: nessuno entrerà in chiesa finché il Papa non chiede perdono ai musulmani. E dicevano che per noi lì era finita: andate via, chiedete asilo al vostro Papa”. Voci riportate di bocca in bocca raccontano di alcuni preti e diversi giovani cristiani ammazzati in rappresaglia dopo Regensburg. Michel, tassista scappato da Mossul, non teme di mostrarsi davanti a tutti come un nostalgico: “Credimi, amico: prima della guerra vivevamo in pace. Si lavorava, si tornava a casa tranquilli”. Nessuno solleva obiezioni. Quasi tutti gli danno ragione. “Perché ogni guerra fomentata da queste parti è sempre una guerra contro i cristiani, sono sempre loro i primi a pagare”, scandisce amaro e realista il siro-cattolico Robert, tour operator ad Aleppo.
Una famiglia di rifugiati iracheni nella loro stanza nel quartiere di Massaken Barzi
Limbo siriano
Nella massa di iracheni tracimata in Siria i cristiani – caldei, siri, armeni, ortodossi – sono almeno quarantamila. La “nazione-canaglia”, da sempre nel mirino dell’amministrazione Usa, per loro è una specie di terra promessa, il posto migliore dove fuggire se sei uno che porta il nome di Cristo. Si concentrano nei quartieri damasceni di Giaramana, a Tabbaleh, a Massaken Barzi o a Dwela. “Quando ne arriva qualcuno nuovo, le famiglie salgono al santuario a ringraziare Iddio e la Madonna per il viaggio finito bene”, racconta Toufic Eid, il parroco della chiesa dei Santi Sergio e Bacco a Maalula, il villaggio rupestre dove ancora parlano l’aramaico, come Gesù. “Ma poi chiedono anche che sia resa facile la loro vita di rifugiati, che facile non è”.
A Massaken Barzi, Samir e i suoi, come tutti, vivono ammassati in otto in due stanze, dormono sui divani e sui materassi per terra. Pareti piene di Madonne, Sacri Cuori, foto di giorni felici, comprese quelle di quando sua figlia Yasmina è stata liberata dopo il solito rapimento-lampo (“undici giorni con le mani legate, è rimasta. E noi ad aspettarla, senza riuscire né a mangiare né a dormire…”). Mucchi di panni, nipotini che piangono, gabbiette di uccelli, valigie aperte, sempre pronte per essere riempite coi frammenti di vita scampati al naufragio. Bilocali malridotti che nel 2000 si affittavano a dieci dollari al mese, ora gli iracheni li pagano da quattrocento dollari in su. Con un effetto-Iraq sul mercato immobiliare che esaspera anche i siriani. “Mio figlio grande dall’Australia mi manda ogni mese i soldi per l’affitto”, dice Samir. Barcamenarsi è la scelta obbligata. Il governo siriano assicura l’ospitalità, apre le scuole ai figli dei rifugiati, garantisce un minimo d’assistenza sanitaria a chi mostra i refugee certificates distribuiti dall’Onu. Ma l’economia del Paese è in sofferenza, e gli iracheni che non possono iniziare attività in proprio devono restar fuori dal mercato del lavoro. Così, la condizione di rifugiati trasforma la vita di tanti ragazzi e tanti uomini in una sala d’attesa. Come capita a Michel, che a Baghdad stava finendo gli esami d’ingegneria e adesso – come tanti suoi coetanei – passa il giorno stravaccato da un divano all’altro a ingozzarsi di idiozie televisive satellitari, che anche qui sanno arrivare nei tuguri più fatiscenti grazie alla fitta foresta di parabole che avvolge la città. Intanto, per tante donne – e magari sono giovani vedove piene di figli, che hanno seppellito i mariti prima di scappare – la fatica per tirare avanti diventa un piano inclinato che fa scivolare nella prostituzione. Mentre anche tra i bambini l’alta percentuale di defezioni dalla scuola (il 30 per cento secondo statistiche Onu 2006) nasconde un crescente fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile. Se a questi elementi si aggiungono i casi sempre più frequenti di delinquenza che hanno avuto come protagonisti dei rifugiati iracheni, si capiscono anche i crescenti sintomi d’insofferenza e di allarme sociale registrati tra i siriani nei confronti dell’ingombrante immigrazione irachena post-Saddam.
Bambini iracheni a Damasco: all’uscita della messa
Anche per questo, a metà febbraio, il governo siriano – lasciato da solo a fronteggiare un’emergenza umanitaria economicamente e politicamente destabilizzante – è sembrato sul punto di dare una stretta alla generosa ospitalità a cui lo spinge la sua ideologia panarabista. Si ventilava una drastica riduzione della durata dei permessi di soggiorno, con obbligo per tutti i rifugiati di lasciare la Siria per un lungo periodo di tempo prima di poterne richiedere un altro. Poi l’allarme è rientrato. Sono state rafforzate solo le misure di registrazione e di controllo dei rifugiati. Passata la paura, è tornata per tutti – cristiani compresi – la quotidiana irrequietezza di una vita sospesa.
C’è chi nella terra di nessuno dei rifugiati si muove con leggerezza, dispensando sorsate di carità e misericordia alla città di naufraghi nascosta nelle pieghe della città reale. Suor Thérèse del Buon Pastore ogni giorno fa il giro di Massaken Barzi, distribuisce rosari e stufette, minifrigoriferi e crocifissi, e poi ascolta – e soccorre, per quello che può, nella quasi totale latitanza di iniziative anche da parte degli organismi assistenziali ecclesiali – le pene di tutti. Soprattutto delle giovani madri rimaste vedove, che solo qui sono novanta sulle cinquecento famiglie da lei conosciute. A qualcuno dei sessanta bambini a cui fa catechismo ogni tanto deve pagare la giornata, quando per poterseli portare in gita o a giocare li sottrae per un giorno ai “lavori” da tre dollari a settimana che hanno rimediato presso barbieri e magazzini. Coi più grandi ha messo in piedi una specie di cooperativa. Si fanno chiamare “quelli di Domenico Savio”, bravi ragazzi allegri come il santo salesiano che organizzano lezioni d’inglese, corsi di computer e di maquillage. Tentando ogni giorno la scommessa di una vita “normale” nel presente, il piccolo miracolo di raccogliere quaderni ordinati di appunti da studiare anche dentro condizioni così fuori norma. Mentre quasi tutto, intorno a loro, racconta di un senso di vuoto e di vertigine che consuma giorni inutili.
Fine di una cristianità
“Gruppi iracheni cristiani hanno definito le politiche dell’amministrazione Bush in Iraq come una “perfida cospirazione”. ? probabile che questa perfidia condurrà all’estinzione di una delle più antiche nazioni cristiane nel mondo nella sua stessa terra madre”. Così scriveva il politologo analista statunitense Glenn Chancy già nell’aprile 2004. A giudicare dai sogni e dai progetti dei rifugiati caldei in Siria, tale processo di estinzione si va realizzando a ritmi accelerati.
La fila per richiedere i refugee certificates davanti alla sede Unhcr a Damasco
Secondo sondaggi dell’Onu realizzati nel marzo 2006 l’80 per cento dei fuoriusciti dall’Iraq non aveva alcuna intenzione di rientrare nel proprio Paese dilaniato. Una percentuale che di certo tra i profughi cristiani è ancora più alta, con buona pace di tutti i capi delle Chiese che dai loro pulpiti ripetono di non scappare. Robert, ad esempio, faceva anche lui il tassista a Baghdad. Mostra senza enfasi lo squarcio che una scheggia gli ha lasciato dietro al collo. Adesso lo fanno andare avanti poche certezze: che la sua sposa Rania è di nuovo incinta, che la madre e i fratelli di lei stanno nel Michigan e che loro faranno di tutto per raggiungerli. “Con l’Iraq”, dice, “abbiamo chiuso. Basta. Finito. Se vogliamo vivere, dovremo vivere altrove. Prima le cose filavano liscie. Ma adesso, se sei cristiano, non sei più buono per vivere a Baghdad”.
Non possono tornare in Iraq. Non possono iniziare a lavorare per rifarsi una vita in Siria. Ma gli rimangono sbarrate anche le porte di altri Paesi, soprattutto quelli occidentali, con le loro politiche sempre più blindate all’immigrazione. Che anche qui costringono i rifugiati iracheni a frustranti quanto inutili giri tra ambasciate e consolati, dove i funzionari traccheggiano, prendono tempo, trascinando le pratiche per la concessione dei visti di rinvio in rinvio.
Susan anche stamattina è stata all’ambasciata australiana. Un altro buco nell’acqua. Guarda coi suoi occhi dolenti di bambina suo figlio Semir, un ragazzone di 15 anni, primogenito di quattro figli, e racconta di suo marito, che adesso è tornato a Baghdad a rischiare la pelle per provare a vendere la casa, la macchina e tornare con un po’ di soldi. Più di qualche padre di famiglia non è più tornato da questi ultimi viaggi fatti con l’intenzione di chiudere i conti col passato. I nuovi “occupanti” delle case hanno tagliato sul nascere ogni contesa facendo fuori gli sgraditi proprietari e le loro “pretese”. Quanto stiano in pena lei e il suo ragazzo lo si intuisce dalle facce, e anche dal tono incalzante con cui ripete domande senza risposta: “Perché all’ambasciata non ci danno il visto? Quanto potrà durare tutto questo? Ma c’è ancora, da qualche parte, un futuro per noi?”.
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Sex and money (di Irene Bertoglio e Giovanni Lissandrini)

? di giovedì 7 giugno il servizio che il quotidiano “Libero” ci presenta sul fenomeno di una nuova piaga che sta paurosamente aumentando, ossia la prostituzione minorile.
Il titolo dell’articolo è estremamente eloquente: “Cacciatori di lolite all’uscita da scuola: basta un regalo”.
Le ragazzine, la cui età oscilla tra i 13 e i 14 anni (appartenenti alla cosiddetta buona società) scelgono volontariamente di prostiuirsi con quarantenni, allo scopo di guadagnare somme per l’acquisto di abbigliamento firmato. Il “dio mammona” sta trionfando; le considerazioni a riguardo sono parecchie ma vogliamo appuntarne qualcuna senza sciorinare ipocriti moralismi e senza la presunzione di risolvere tale problema. Parlare di prostituzione è come parlare della storia del mondo, ma ultimamente – grazie a queste nuove tendenze – emerge il sospetto che il vendere il proprio corpo sia diventato cosa normale, per poter poi usufruire di quei beni di consumo che la nostra opulenta società ci propina in modo martellante. Fenomeni di questa gravità non si sono mai verificati nel corso della storia; l’idea, non sempre vera, che la donna abbia scelto il “mestiere” per necessità e, a volte, per sopravvivenza, viene stravolto da questo nuovo fenomento dove, al contrario, il corpo viene ceduto per acquistare il superfluo. Siamo arrivati al punto che i mass media, con perniciosa forza, regolano la nostra vita, condizionandoci su ogni decisione: oggi è la pubblicità che ci guida nella scelta di qualsiasi cosa, dal come ti devi vestire, come ti devi alimentare, come devi parlare, chi devi votare, dove trascorrere le ferie, …
Non siamo più persone in grado di decidere autonomamente, e il condizionamento psicologico è diventato troppo forte. Occorre, a nostro avviso, uscire al più presto da questo nuovo totalitarismo che, alienandoci, ci rende tutti uguali: tutti schiavi di inesistenti necessità, tutti omologati nel rincorrere chimere; non più persone, ma numeri, consumatori funzionali a questo perverso sistema, dove vali soltanto se appari. Da qui derivano le cosiddette malattie post-moderne, quali l’ansia, la depressione, l’apatia: si cercano sempre nuovi stimoli per riempire il vuoto di esistenze perennemente insoddisfatte. Pur di appagare i nostri istinti tutto è ormai lecito, e si arrivano a scardinare anche quelle sacre e inviolabili regole che hanno guidato l’esistenza dei nostri avi. Nessuno vuole più essere schiavo degli altri e in questo modo tutti sono schiavi di se stessi. Il caso delle lolite è simile a tanti altri fenomeni analoghi in cui, come filo conduttore, vi è sempre l’appagamento egoistico dei propri appetiti. Crediamo e auspichiamo che una soluzione possibile sia quella di ritrovare la nostra autenticità personale, magari rileggendo i testi immortali di autori quali Seneca, Cicerone, San Tommaso, Sant’ Agostino, Ortega y Gasset, per riscoprire ciò che veramente conta.

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Putin e Usa, secondo Avvenire.

Luigi Geninazzi, Avvenire, 5/6/2007
Sono passati solo cinque anni ma sembra un secolo. Fine maggio 2002, Pratica di Mare: c’era un Putin col distintivo della Nato all’occhiello, sorridente e scherzoso con Bush ed i leader occidentali, tutti accolti sfarzosamente da Berlusconi che faceva gli onori di casa. S’inaugurava il Consiglio Russia-Nato, si festeggiava l’ingresso di Mosca nella “grande alleanza per la libertà” che per cinquant’anni s’era identificata con lo spirito atlantico. Mai più nemici, era lo slogan. Sepolta la guerra fredda, scrivevano commentatori entusiasti. Qualcosa non deve aver funzionato se oggi il Cremlino torna a minacciare attacchi nucleari al vecchio continente, puntando i propri missili contro “nuovi bersagli in Europa”. Parole di Putin che riecheggiano quelle pronunciate da Breznev nel 1982, quando scoppiò la crisi degli euromissili. Con una differenza non da poco: allora tutto incominciò con l’installazione degli SS-20 sovietici, adesso invece è lo scudo spaziale americano a far rinascere un linguaggio da guerra fredda. L’escalation, per ora, è soltanto verbale. Nelle ultime settimane Putin ha inasprito i toni contro il progetto di difesa nucleare varato da Bush che prevede la costruzione di un radar nella Repubblica ceca e l’installazione di una batteria di missili intercettori in Polonia, “bombe nel nostro cortile di casa”, dicono i russi. Il leader del Cremlino si è dapprima vantato di possedere nuovi ordigni capaci di bucare qualsiasi scudo, razzi supersonici come l’Rs-24 in grado di colpire dieci bersagli contemporaneamente. Quindi ha fatto balenare la possibile sospensione del Cfe (il Trattato di riduzione e controllo delle forze convenzioni in Europa). Infine, alla vigilia del G-8 che s’apre domani in Germania, ha minacciato di puntare i missili contro le nuovi basi Usa nell’Est Europa. Una provocazione che s’ispira ad una logica sottile: mettere un cuneo tra Stati Uniti ed Europa. Lo scudo spaziale è un progetto targato unicamente Usa, malvisto dall’Unione europea e contestato dalle popolazioni interessate. ? una polizza contro eventuali attacchi nucleari dalla Corea del Nord o dall’Iran, “Stati canaglia” che al momento non hanno alcuna intenzione nè possibilità di colpire l’Europa. Una polizza sul futuro che mette in discussione il presente, alterando la parità strategica tra Washington e Mosca con il rischio di far ripartire la corsa al riarmo. I toni usati da Putin saranno eccessivi ma le sue obiezioni non sono senza fondamento. Respingerle sdegnosamente come ulteriore prova dell’involuzione autoritaria e nazionalista del Cremlino giova solo a confondere le acque. L’Occidente dovrebbe essere più unita e compatta nel denunciare le restrizioni alle libertà d’opinione e le intimidazioni contro la stampa ed i gruppi d’opposizione che avvengono sempre più frequentemente nella Russia di zar Putin. Ma dovrebbe anche riconoscere le ragioni di chi critica l’unilateralismo di Bush e gli effetti disastrosi della sua politica internazionale. Sullo scudo spaziale non dovrebbe poi essere così difficile trovare un accordo. Se ne potrebbe incominciare a discutere seriamente all’interno del Consiglio allargato Russia-Nato. Sì, proprio quello inaugurato in pompa magna cinque anni fa e ben presto finito nel dimenticatoio. Forse non rivedremo più Putin con il distintivo dell’Alleanza atlantica all’occhiello. Ci basta che non rimetta la falce e martello di Breznev.

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Le tragedie annunciate ed ignorate

I familiari piangono, i vicini piangono, ha pianto anche il primario psichiatra De Stefani (Il Trentino, 2 giugno 2007 pag. 4). Ma lo sgomento suscitato dalla tragedia di Mezzolombardo dovrebbe ora lasciare il passo ad una doverosa indignazione: cosa si è fatto realmente per evitare questa sciagura?
In tutti i paesi civili sono tre gli impegni inderogabili per la salute del cittadino: la prevenzione, la cura e la riabilitazione. In Italia, dal 1978 è in vigore la legge Basaglia, così chiamata in onore del suo ispiratore, un medico seguace dell’Antipsichiatria (dottrina sociologica americana degli anni ’60, visionaria e nichilista). Questa legge dispone che gli accertamenti e i trattamenti psichiatrici siano volontari, salvo rare eccezioni che prevedono un regime autorizzativo macchinoso e complesso. In altri termini, chi soffre di disagio psichiatrico è arbitro della propria condizione patologica, restando libero di decidere se curarsi o se, come avviene nella gran parte dei casi, di non ritenersi malato. Ciò significa che, di fatto, spesso non esista alcuna prevenzione del disagio psichiatrico, senza la quale sono ugualmente negate sia la cura che la riabilitazione. Le famiglie vengono così caricate di un onere che non sono in grado di reggere, e spesso scontano fino alla tragedia la latitanza e l’inefficenza dei servizi preposti. Tutto il resto, le “reti”, la solidarietà, le strutture intermedie, vengono sempre evocate in modo un po’ allucinatorio, ma sempre ex post, a tragedia avvenuta. Il medico di base ha ammesso di non essere stato a conoscenza della storia clinica della mamma di Marialisa. E’ questa la “rete” di cui ci si parla tanto addosso?
Morale della favola: una persona che aveva bisogno di assistenza mirata e professionale, è stata lasciata sola a gestire il proprio disagio, e per questo un’innocente ha perso la vita.

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Sul famoso filmato BBC sulla pedofilia.

Solo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata: quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato. La Chiesa ha anche un suo diritto penale, che si occupa tra l’altro delle infrazioni commesse da sacerdoti e delle relative sanzioni, dalla sospensione a divinis alla scomunica. Queste pene non c’entrano con lo Stato, anche se potrà capitare che un sacerdote colpevole di un delitto che cade anche sotto le leggi civili sia giudicato due volte: dalla Chiesa, che lo ridurrà allo stato laicale, e dallo Stato, che lo metterà in prigione.
Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o diocesani. La lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18 maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il falso:
(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:
(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto), non spiega che la De delictis gravioribus firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede il 18 maggio 2001 ha l’unico scopo di dare esecuzione pratica alle norme promulgate con la lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, del precedente 30 aprile, che è di Giovanni Paolo II;
(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando la Chiesa afferma che i processi relativi a certi delicta graviora (“crimini più gravi”), tra cui alcuni di natura sessuale, sono riservati alla giurisdizione della Congregazione per la Dottrina della Fede, intende con questo dare istruzione ai vescovi di sottrarli alla giurisdizione dello Stato e tenerli nascosti. Al contrario, è del tutto evidente che questi documenti si occupano del problema, una volta instaurato un giudizio ecclesiastico, a norma del diritto canonico, a chi spetti la competenza fra Congregazione per la Dottrina della Fede, che in questi casi agisce “in qualità di tribunale apostolico” (così la Sacramentorum sanctitatis tutela), e altri tribunali ecclesiastici. Questi documenti, invece, non si occupano affatto – né potrebbero, vista la loro natura, farlo – delle denunzie e dei provvedimenti dei tribunali civili degli Stati. A chiunque conosca, anche minimamente, il funzionamento della Chiesa cattolica è evidente che quando i due documenti scrivono che “questi delitti sono riservati alla competenza esclusiva della Congregazione per la Dottrina della Fede” la parola “esclusiva” significa “che esclude la competenza di altri tribunali ecclesiastici” e non – come vuole far credere il documentario – “che esclude la competenza dei tribunali degli Stati, a cui terremo nascoste queste vicende anche qualora si tratti di delitti previsti e puniti delle leggi dello Stato”. Non è in questione questo o quell’episodio concreto di conflitti fra Chiesa e Stati. Le due lettere dichiarano fin dall’inizio la loro portata e il loro ambito, che è quello di regolare questioni di competenza all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. L’ordinamento giuridico degli Stati, semplicemente, non c’entra.
Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962, durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in Germania). Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei nuovi documenti e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti.
? vero che dopo essersi occupata per i primi settanta paragrafi del caso di penitenti donne che hanno una relazione sessuale con il confessore in quattro paragrafi, dal 70 al 74, la Crimen sollicitationis, afferma l’applicabilità della stessa normativa al crimen pessimus, cioè alla relazione sessuale di un sacerdote “con una persona dello stesso sesso”, e nel paragrafo 73 – per analogia con il crimen pessimus – anche ai casi (“quod Deus avertat”, “che Dio ce ne scampi”) in cui un sacerdote dovesse avere relazioni con minori prepuberi (cum impuberibus). Il paragrafo 73 del documento è l’unico mostrato nel documentario, il quale lascia intendere che gli abusi sui bambini siano il tema principale del documento, mentre il problema non era all’ordine del giorno nel 1962 e l’istruzione gli dedica esattamente mezza riga. Clamorosa è poi la menzogna del documentario quando afferma che la Crimen sollicitationis aveva lo scopo di coprire gli abusi avvolgendoli in una coltre di segretezza tale per cui “la pena per chi rompe il segreto è la scomunica immediata”. ? precisamente il contrario: il paragrafo 16 impone alla vittima degli abusi di “denunciarli entro un mese” sulla base di una normativa che risale del resto al lontano anno 1741. Il paragrafo 17 estende l’obbligo di denuncia a qualunque fedele cattolico che abbia “notizia certa” degli abusi. Il paragrafo 18 precisa che chi non ottempera all’obbligo di denuncia dei paragrafi 16 e 17 “incorre nella scomunica”. Dunque non è scomunicato chi denuncia gli abusi ma, al contrario, chi non li denuncia.
L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati, tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo. Comunque sia, oggi il documento non è più segreto, dal momento che – stimolati dalla lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause contro sacerdoti accusati di pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il deposito negli atti di processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano di trovare nella Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, anche l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli. Perfino Tom Doyle, un ex-cappellano militare che appare nel documentario, ha affermato in una lettera del 13 ottobre 2006 a John L. Allen, che è forse il più noto vaticanista degli Stati Uniti, che “benché abbia lavorato come consulente per i produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero”. Tom Doyle rimane del tutto ostile alla “cultura radicalmente sbagliata” che vede nella Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anche lui si rende conto che le tesi del documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le distanze.
Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della lettera De delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale Ratzinger, che si tratti del “seguito” della Crimen sollicitationis, che “ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica”. In realtà nella lettera del 2001 non si trova neppure una volta la parola “scomunica”. Si ribadisce, certo, che le procedure per i delicta graviora sono “sottoposte al segreto pontificio”, cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato. Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di abusi sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a proposito della De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen sollicitationis segretezza del processo e segretezza del delitto. Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto, anzi se ne chiede la denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a svolgersi in modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa. ? questa segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della Crimen sollicitationis (quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento di segretezza ma si prevede che “non siano sottoposti ad alcuna sanzione” salvo provvedimenti specifici da parte dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea una disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni (e non i diciotto, come alcuni hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni ma nel delitto perpetrato da un clericus con un minore “decurrere incipit a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit”, cioè “inizia a decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo anno di età”, e da questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di età della vittima).
Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al 2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Tutte queste norme riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le autorità civili hanno diritto alla “leale collaborazione dei cittadini” (n. 2238): “la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia” (n. 1916). L’obbligo di “leale collaborazione” con i poteri civili viene meno solo quando i loro “precetti sono contrari alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo” (n. 2242): se questo limite non esistesse, se ne concluderebbe che il cittadino cattolico doveva offrire la sua “leale collaborazione” anche al Terzo Reich e denunciare alla Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui fosse venuto a conoscenza. Dal momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto contrarie alle “esigenze dell’ordine morale”, nei loro confronti vige l’obbligo di “leale collaborazione” prescritto dal Catechismo, e le “frodi e altri sotterfugi” con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono “condannate con fermezza”. Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate (ma abusus non tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono, molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del 28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi, dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità.
A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due luoghi comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il celibato la causa almeno remota degli episodi di pedofilia. Il secondo fa credere a molti che i preti pedofili siano “decine di migliaia”. Prima di discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve essere chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma il dovere di intervenire energicamente. Tuttavia stabilire quanti sono i preti e religiosi cattolici pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono difficilmente descritte dalle statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a capire se si tratta di casi isolati o di epidemie, e se c’è qualche cosa nello stile di vita del clero cattolico che rende questi episodi più facili a verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori protestanti o fra i maestri di scuola laici debitamente sposati.
? proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai incontrollabili? Si legge spesso che la Chiesa cattolica almeno in Nord America – dal momento che i casi denunciati, ancorché non irrilevanti, sono in numero minore in Europa e altrove – ospita una percentuale di pedofili elevata e unica rispetto a tutti i gruppi religiosi dotati di ministri ordinati o di attività educative. Le statistiche che sono fatte circolare spesso senza troppo preoccuparsi delle fonti parlano di migliaia o anche di decine di migliaia di casi. Si è sentito dire per esempio ripetutamente in talk show televisivi americani che il cinque o il sei per cento dei preti statunitensi sono “pedofili”. Alcuni talk show studiati dall’illustre sociologo (non cattolico) Philip Jenkins in due sue opere sul tema (la fondamentale Pedophiles and Priests. Anatomy of a Contemporary Crisis, Oxford University Press, Oxford – New York 1996; e Moral Panic. Changing Concepts of the Child Molester in Modern America, Yale University Press, New Haven – Londra 1998; mentre in The New Anti-Catholicism. The Last Acceptable Prejudice, Oxford University Press, Oxford – New York 2003 lo stesso autore studia il contesto dell’anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio socialmente accettato, come brodo di coltura in cui affermazioni palesemente false acquistano l’apparenza della credibilità) hanno citato a ruota libera pseudo-statistiche e cifre da cui emergerebbe che il numero dei “preti pedofili” americani è superiore al numero totale di sacerdoti cattolici degli Stati Uniti. Almeno queste statistiche sono certamente false, e devono insegnare a non prendere per oro colato tutti i dati presentati come “statistici” o “scientifici” in televisione.
Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per abusi sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori al centinaio. Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa cattolica, il sociologo Anson D. Shupe (di cui cfr. In the Name of All That’s Holy. A Theory of Clergy Malfeasance, Praeger, Westport 1995; Wolves within the Fold. Religious Leadership and Abuses of Power, Rutgers University Press, New Brunswick – Londra 1998; e – con William A. Stacey e Susan E. Darnell – Bad Pastors. Clergy Misconduct in Modern America, New York University Press, New York – Londra 2000), ha sostenuto che, nell’ultimo trentennio del ventesimo secolo, i casi di preti nordamericani pedofili possano essere stati superiori al migliaio e raggiungere forse alcune migliaia. Shupe ammette che le statistiche sono difficili perchè, a partire da poche condanne, occorre estrapolare e speculare sulla base di sondaggi su quanti casi non arrivano alla condanna perchè non sono denunciati (il che peraltro, ammette l’autore, oggi avviene meno di ieri) ovvero sono oggetto di transazioni fra le parti. Si deve anche chiarire che non è corretto includere nelle statistiche sulla “pedofilia” i casi di relazioni sessuali che coinvolgono, per esempio, un sacerdote venticinquenne e una fedele minorenne di sedici o diciassette anni. Si tratta certamente di un illecito canonico (in alcuni paesi anche di un reato), che però non corrisponde a nessuna definizione medica o legale di “pedofilia”, che il più diffuso manuale diagnostico e statistico utilizzato dagli psichiatri, il DSM-IV, definisce come “attività sessuale ricorrente con bambini prepuberi”. Su tutta la materia delle statistiche è in corso un’accesa discussione: ma in ogni caso siamo lontani dalle “decine di migliaia” di casi evocati dai talk show.
Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si e diffusa l’idea secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto di castità dei religiosi), non più tollerabile nella società contemporanea. Attivisti contro il celibato, a una riunione della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, protestavano per la presunta esplosione della pedofilia in clergyman con slogan come “? la Chiesa il vero pedofilo”. In realtà, tuttavia, se si usano statistiche omogenee, cioè prodotte dagli stessi ricercatori o istituti o con gli stessi criteri, si scopre che negli Stati Uniti alcune denominazioni protestanti ai cui ministri di culto non è richiesto il celibato o che non hanno neppure una figura di “ministro” ordinato hanno percentuali di condannati e incriminati per pedofilia tra i loro ministri o educatori (considerato il numero globale di pastori o anziani delle loro congregazioni) non troppo dissimili da quelle della Chiesa cattolica, e lo stesso vale per i maestri laici delle scuole pubbliche e degli asili (naturalmente, anche in questi casi sono possibili incriminazioni e accuse ingiuste). Se l’elemento decisivo fosse il celibato, i ministri e pastori cui è permesso sposarsi – per tacere dei maestri laici – dovrebbero avere percentuali di rischio decisamente minori rispetto alla Chiesa cattolica.
Jenkins nota poi un dato forse non politicamente corretto ma fondamentale: oltre il novanta per cento delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal momento dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi. ? vero, sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole o che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per esempio le denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno coinvolte nel problema della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono mancati singoli incidenti clamorosi. Questo dato fa riflettere sul fatto che decisivo non è il celibato: sono piuttosto aspetti strutturali e economici. Da una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che gli studi legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non mancano – e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito delle cause (talora preferendo pagare e alzare il premio della polizza, anche quando l’accusato e presumibilmente innocente) attaccano più volentieri lo Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero la Chiesa cattolica a altre comunità religiose con una organizzazione nazionale e gerarchica. Qui si può attingere per i danni alle ricche casse delle diocesi, al di là delle parrocchie, mentre nelle denominazioni più piccole o dove manca una struttura gerarchica, e ogni comunità locale è indipendente, non si può sperare di ottenere più di quanto è sufficiente a vuotare le casse, spesso magre, di una congregazione locale.
II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla toglie, evidentemente alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro che infrequenti negli Stati Uniti e di cui qualche segnale fa temere l'”importazione” anche in Italia. Un anticattolicesimo latente in settori importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini, sia sempre e necessariamente vero – molti episodi decisi dai tribunali mostrano che non sempre è così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro terapisti, o questi ultimi li incalzano e li confondono con domande suggestive – e una mentalità per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale siano prese inizialmente sul serio.
Tutto questo ripetiamolo ancora una volta non nega certamente la presenza di casi dolorosi, sulle cui cause la Chiesa giustamente indaga e si interroga. Ci si può chiedere, per esempio, perchè proprio negli Stati Uniti il paese dove sono più forti la contestazione nei confronti del Magistero in tema di morale sessuale e una certa tolleranza dell’omosessualità anche da parte di teologi che insegnano nei seminari il problema dei preti pedofili, al di là delle esagerazioni statistiche, sia più diffuso che in Europa. A costo di ripetere l’ovvio, precisiamo subito che solo un folle sosterrebbe che tutti i sacerdoti omosessuali, per non parlare degli omosessuali non sacerdoti, sono pedofili; è invece un fatto statisticamente accertato che la maggior parte dei preti pedofili condannati sono omosessuali. Da questo punto di vista l’apertura del documentario con un pedofilo che parla di “bambine”, al femminile, è a sua volta fuorviante (e i sottotitoli in italiano della prima versione diffusa via Internet aggiungono del loro, dal momento che mentre il documentario inglese parla di “a former Catholic priest”, cioè di un ex prete cattolico, il sottotitolo presenta il poco simpatico pedofilo come “un prete cattolico”, dimenticando l'”ex”, il che non è precisamente la stessa cosa).
La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non può essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione laicista e dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un campo come questo è giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può essere disgiunta dalla ferma difesa di chi è ingiustamente accusato, ricordando che ogni accusa, tanto più quando è grave e infamante, deve essere adeguatamente provata. In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.

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