Corpus Domini

Canta, o mia lingua,
il mistero del corpo glorioso
e del sangue prezioso
che il Re delle nazioni,
frutto benedetto di un grembo generoso,
sparse per il riscatto del mondo.
Si è dato a noi, nascendo per noi
da una Vergine purissima,
visse nel mondo spargendo
il seme della sua parola
e chiuse in modo mirabile
il tempo della sua dimora quaggiù.
Nella notte dell’ultima Cena,
sedendo a mensa con i suoi fratelli,
dopo aver osservato pienamente
le prescrizioni della legge,
si diede in cibo agli apostoli
con le proprie mani.
Il Verbo fatto carne cambia con la sua parola
il pane vero nella sua carne
e il vino nel suo sangue,
e se i sensi vengono meno,
la fede basta per rassicurare
un cuore sincero.
Adoriamo, dunque, prostrati
un sì gran sacramento;
l’antica legge
ceda alla nuova,
e la fede supplisca
al difetto dei nostri sensi.
Gloria e lode,
salute, onore,
potenza e benedizione
al Padre e al Figlio:
pari lode sia allo Spirito Santo,
che procede da entrambi.
Amen.

L’Avvento del Signore

Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto.

Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto.

Non adirarti, o Signore, non ricordarti più dell’iniquità:

Ecco che la città del Santuario è divenuta deserta: Sion è divenuta deserta: Gerusalemme è desolata: La casa della tua santificazione e della tua gloria, Dove i nostri padri Ti lodarono. Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto.

Peccammo, e siamo divenuti come gli immondi, E siamo caduti tutti come foglie: E le nostre iniquità ci hanno dispersi come il vento: Hai nascosto a noi la tua faccia, E ci hai schiacciati per mano delle nostre iniquità. Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto. Guarda, o Signore, l’afflizione del tuo popolo, E manda Colui che sei per mandare: Manda l’Agnello dominatore della terra,

Dalla pietra del deserto al monte della figlia di Sion: Affinché Egli tolga il giogo della nostra schiavit?. Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto. Consolati, consolati, o popolo mio: Presto verrà la tua salvezza: Perché ti consumi nella mestizia, mentre il dolore ti ha rinnovato? Ti salverò, non temere, Perché io sono il Signore Dio tuo, il Santo d’Israele, il tuo Redentore.

Mandate la rugiada, o cieli, dall’alto, E le nubi piovano il Giusto.

The Coldplay: “Christmas Lights”, una nostalgia senza nome

“E’ sera, i pensieri si accavallano mentre i miei passi percorrono le strade del centro. Tantissime lacrime, un oceano avvelenato. E’ Natale. Ma lei se ne è andata. Tutte queste luci non mi dicono più niente e mi acciecano. Eppure a tratti le guardo come se fossero una fiaccola di speranza. Canterò stonato, come un ubriaco in questa città. Canterò di quanto ti ho sempre amato e di quanto ti amerò sempre. Potessero splendere per sempre queste luci di Natale, potessero riportarmi indietro lei, potessero cancellare tutto il dolore, potessero davvero illuminare le strade e fare esplodere i fuochi d’artificio che ho dentro. E poi splendere per sempre.”

La situazione è nota, già vista, già letta: un addio tra due innamorati e la malinconia delle feste, quando si è da soli.La musica un po’ facile, certamente commerciale (e il titolo natalizio aiuta a vendere).
Eppure le immagini, semplicissime, sono allo stesso tempo potenti ed evocative. Come se una nostalgia molto più grande percorresse tutta la canzone.
La prima parte è dolce e lenta, basata su un giro di piano malinconico e sul canto quasi parlato(il solito Chris Martin!), poi la voce si apre e gli altri strumenti fanno il loro ingresso convincente; infine ancora un arresto e un cambiamento anche nel ritmo, che ora pare una struggente ballata irlandese d’addio.

Struggente pure il ritornello, ripetuto diverse volte:.

“When you’re still waiting for the snowfall, doesn’t really feel like Christmas at all”
Quando stai ancora aspettando che arrivi la neve, non sembra davvero per nulla che sia Natale.

Com’è vero! Se non arriva quello che stai aspettando, quello che più desideri, non sembra davvero per nulla di vivere.

Beato chi non aspetta la neve.
Beato chi sa che a Natale arriva davvero Qualcuno che riempie la città.

“Povera patria”

Nel testo di questa canzone di Franco Battiato, scritta agli inizi degli anni ’90, è possibile ravvisare un’eco di alcuni avvenimenti verificatisi in questi giorni in Italia.
Riportiamo il testo:

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

Cantare di giorno: Paolo Nutini

Si sa che in occasione dei concerti delle grandi star del rock, oppure nei raduni musicali che durano giornate intere, quelli che contano suonano di sera. Dalle nove in poi. Ma meglio le dieci. Gli sconosciuti salgono sul palco prima di loro, di solito quando c’è ancora luce, e cercano di intrattenere una folla infastidita e in attesa di qualcun altro. Non a caso questi gruppi vengono chiamati supporters, cioè più o meno “sostenitori, fiancheggiatori”. Magari questi sono bravissimi, ma il fatto che suonino di giorno la dice lunga sulla loro posizione in classifica. Perché la notte è dei grandi.

Nel corso del consueto concerto romano del Primo maggio che ha avuto luogo quest’anno, è stato invitato a suonare Paolo Nutini, ventitreenne musicista italo-scozzese. Ha suonato dalle ore otto e quaranta alle ore nove e zero tre di sera . Quindi in una fascia oraria di quasi rispetto, ma seguito da altri artisti che nell’intenzione dovevano evidentemente essere più conosciuti e/o più capaci di condurre la serata fino alle ore ventiquattro e trentuno (stiamo parlando di artisti notissimi, del calibro di Sabrina Impacciatore, Claudio Santamaria, i Funk Off, gli Aretuska, Pietra Montecorvino, Roberto Giglio, Claudio Lolli ed Enrico Capuano!)

Eppure l’impressione è che sia stato fatto un torto a Paolo Nutini non perché non gli è stato permesso di chiudere la serata, ma perché non gli è stato concesso di suonare in pieno sole.

Suonare di giorno vuole dire cantare con una luce che non addolcisce i contorni delle cose, cantare senza le luci soffuse che creano l’atmosfera di una rivelazione possibile, ma che non arriva mai. La realtà è tutta lì, la musica lì. Chi canta, parla davvero.

E la musica di Paolo Nutini è proprio così.

In un’intervista che gli è stata fatta prima del concerto, lui stesso dice: “Quando scrivo cerco la bellezza, non mi interessa essere alla moda, non sono quel tipo di ragazzo, forse perché mi piace la vecchia musica”. E poi ancora: “Il primo (album) era più introspettivo, da cantautore, rifletteva i dubbi e le frustrazioni che avevo al tempo. Poi ho imparato che la musica significa anche dare gioia, e se ci riesci hai fatto una cosa importante”. (Gino Castaldo, Repubblica 15/4/2010)

Ma molto più efficace l’ascolto della sua musica. Non parla volentieri, Nutini. Nel video della canzone Growing up beside you, all’inizio tenta di presentare il gruppo e la canzone, ma si impappina e dice “non mi piace parlare” e poi chiude brusco: ” Questa canzone si intitola così: è così, spero che vi piaccia”.

Allora, ascoltiamolo.

Colpisce la voce profonda, calda, graffiata. Una voce scura, molto soul, che ricorda cantanti americani degli anni Trenta (tanto per citarne uno, Louis Prima).

Ci si stupisce che sia la voce di un ragazzo poco più che ventenne. E c’è chi gli rimprovera di giocare troppo con questa voce vissuta, quasi la sua fosse una posa insincera (si legga qualche commento ai video di You tube). Ma se quel timbro è suo, c’è poco da criticare.

Ci si stupisce anche della varietà dei generi musicali che l’album comprende, che spazia dal rock and roll delle origini, mescolato allo swing (Pencil full of lead, Ten out of ten), alle semplici ballate folk che volutamente fanno l’occhiolino a Johnny Cash (Simple Things, Worried man, Keep rolling), per passare al grido soul di No other way, allo strano ritmo velatamente reggae e profondamente scozzese negli strumenti dell’originale High hopes, quasi uno spiritual; una vera citazione di Cat Stevens in Chamber music, che si conclude, però inaspettatamente con i flauti scozzesi; infine il gioiellino pop Candy, tormentone estivo dell’anno passato.

Ci si stupisce, ancora, della qualità musicale, ma anche della semplicità degli accordi, veramente alla portata del più inesperto strimpellatore casalingo. Come nella più celebrata tradizione folk.

Ciò che stupisce veramente è però proprio la “luminosità” dei suoni e delle parole, che sembrano volere descrivere le cose della vita ora con struggente dolcezza, ora con una divertita strizzata d’occhio o con una scherzosa malizia inoffensiva.

Non a caso l’album si intitola Sunny side up, una sorta di gioco di parole: invece che This side up, che vuole dire “in alto questo lato”, (equivalente del nostro “Alto -fragile” sugli scatoloni da trasloco), “in alto il lato soleggiato”.

E davvero sono soleggiati questi brevi quadri della vita.

Si comincia con una canzone d’amore birichina, dal ritmo allegro a scanzonato, Ten out of ten, nella quale l’uomo chiede ad una donna di uscire con lui, promettendole che si comporterà bene (“Sarò un ragazzo modello, cara, voglio prendere 10 su 10”), salvo poi ammiccare alludendo al fatto che il voto riguarda anche la camera da letto.

Lo scherzo, però non continua. Nel secondo brano, Coming up easy, un ritornello finale recita alla maniera del soul/blues: “sono stato creato nell’amore e nell’amore spero morirò”, introducendo una delle tematiche portanti dell’intero album , cioè la gratitudine del vivere, espressa più volte dal cantante nei confronti della sua famiglia.

Growing up beside you è un inno all’amicizia e all’amore. L’ottica, anche se è quella di chi ha vent’anni, è quella di chi guarda al passato già con nostalgia, ma con la certezza di una catena di legami preziosissimi che percorrono la vita e che le danno significato. Qui viene isolato un ricordo di scuola, la bonaria competizione nel disegnare, le risate, la sensazione di condividere la vita: “Seduto vicino a te a scuola, mentre disegnavamo, io ti facevo ridere, il mio disegno non era mai granché, il tuo era esattamente come la fotografia, mi sembra di crescere, di crescere al tuo fianco”; poi una riflessione brevissima sul desiderio impossibile di condividere tutto, che viene esaudito dall’ adesione alla realtà: “Non mi sento sempre come ti senti tu, ma ora ho imparato a conviverci, è come se fossi parte di qualcosa di vero, colpivo la bottiglia, ma ora l’ho stappata, mi sembra di crescere, di crescere al tuo fianco”. Nell’incontro con questa persona (amore? amicizia? Non importa)i giorni di pioggia sono finiti e lo scenario del ricordo, ma si intuisce anche del futuro, è dominato dal pieno sole: “E il sole fa da sfondo, mentre la pioggia ha nostalgia di me e ogni volta io crescerò, crescerò al tuo fianco”.

Ancora l’amore in Candy. L’amore che salva dalla tempesta (“Ero sperduto là fuori nella pioggia battente, cercando di rappezzare le vele, poi sono approdato a te, mia cara”) anche chi lo cerca maldestramente, a volte disonestamente (“Nonostante i motivi del mio viaggio non siano i più nobili, mi hanno portato lì ugualmente. Nel peggiore dei casi sono un uomo senza cuore, nel migliore un debole”). Eppure la situazione è dolorosa. Si allude ad un distacco inevitabile, a un’offesa, forse a un tradimento; ma l’uomo è stregato dalla donna (“sei il mio diamante grezzo”), sia dalla salvezza inaspettata, che dal desiderio. Non per niente il ritornello impregnato di sensualità implora “some candy”, un po’ di caramelle, di zucchero, di dolcezze, prima che lui se ne vada. Che non sia un addio si capisce dal finale, ripetuto più volte in un crescendo di intensità: “Io sarò lì ad aspettarti”.

Il rock and roll di Pencil full of lead ha una grazia particolare. Il cantante elenca tutto ciò che possiede (in verità cose molto semplici), tanto che ci si chiede dove vada a para
re: “Ho un lenzuolo per il mio letto e un cuscino per la mia testa, una penna piena di inchiostro e un po’ d’acqua per la mia gola, i bottoni per il mio cappotto e vele per la mia barca”; ma la serie continua: “Ho una sedia con le gambe e una testa piena di capelli, ho una batteria di pentole da cucina e delle scarpe ai piedi, uno scaffale pieno di libri e la maggior parte dei miei denti, qualche paio di calzettoni e una porta con il catenaccio, ho cibo per la mia pancia e l’abbonamento alla televisione e niente mi può buttare giù!”. L’elenco strampalato continua ancora. Ma poi tutto si spiega: “Ma meglio di tutto questo, io ho la mia piccola! E’ la mia adorata, è tutta mia e niente mi può buttare giù”. Sono le parole semplici di un bambino felice, che non accetta smentite.

No other way è un grido di supplica alla donna amata lontana, un fluire libero di pensieri ed emozioni. Davvero qui non si possono separare testo e musica. L’uomo se ne sta lì con tutta la sua sofferenza e il suo bisogno d’amore, ancora senza mentire, nudo di fronte alla necessità (“Lavoro ogni giorno per te, perché ti amo, non ti voglio semplicemente, ma ho bisogno di te… sono a casa, amami”). Se il riferimento musicale è certamente quello del soul (I never loved a man di Ronnie Shannon), dal punto di vista del testo vengono in mente certe canzoni struggenti e sincere degli U2 prima maniera.

Il sunny side emerge con particolare vigore dalla canzone High hopes. Come già notato, ha la cadenza e il testo di uno spiritual, nel quale il desiderio di bellezza e di felicità emerge con forza, pur scontrandosi con la realtà e con la durezza del mondo: “Le mie speranze sono grandi, ma i miei occhi non riescono a credere a quello che vedono, oh datemi qualcosa in cui credere, datemi qualcosa in cui credere”. Tutto parte dal riconoscimento della propria felicità: “Sono stato fortunato nella vita, ho sempre avuto da mangiare e ho sempre visto il mondo come una grande miniera di occasioni”, per poi invocare con tono un po’ predicatorio, (per questo più vicino al gospel) un cambiamento nel mondo: “Abbiamo bisogno di un’educazione morale, per liberare le menti dei giovani!”. La strada è indicata appena dopo: “Impariamo ciò che possiamo e accettiamo ciò che non possiamo, partecipiamo di almeno un po’ della saggezza degli uomini affidabili che sono stati messi alla prova.” Questa intonazione un po’ moraleggiante viene però subito mitigata dal riconoscimento dei propri limiti: “Non c’è niente di male nel fare degli errori, sapete? Infatti per me è un’abitudine!”.

Sembra davvero di sentire parlare Johnny Cash o Hank Williams, ascoltando le simple things, le cose semplici della vita che vengono esaltate nel brano omonimo. E’ un invito a vivere la propria realtà con il cuore grato e gli occhi aperti di fronte al tesoro degli affetti quotidiani: “Se ami la vita che fai, il più è fatto, sarai più portato a imbracciare le redini, che a voltare le spalle e andartene. E’ molto raro, ma sembra garantire un’intera vita, così suppongo che la chiave sia la propria soddisfazione personale”. Poi un occhio incredulo e grato a suo padre: “Mio padre è un uomo forte, che si è costruito da solo, ma la sua forza non consiste nelle ricchezze o nelle terre; invece ha una famiglia che è il suo più grande sostegno e che è una cosa che io spero un giorno di avere”. Eppure questo padre felice non ha una vita particolarmente comoda, visto che vende fish and chips tutto il santo giorno: “Argh, si sveglia ogni giorno alle cinque, accende la macchina, apre la saracinesca, comincia a friggere, serve il cibo a tutti i clienti della città, mentre loro stanno lì sempre nella solita fila”(…) “Ma non lo sentirai mai lamentarsi o mormorare” .

La viva impressione di un luce decisa che pervade le cose della vita cantate da Paolo Nutini, quindi, non abbandona mai durante l’ascolto dell’intero album. Per averne conferma, vale la pena guardarlo, mentre canta High Hopes, in un concerto in Scozia di qualche tempo fa.

Ascoltiamolo in pieno giorno,dunque, in una giornata di sole. Ne sarà contento.

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