Comma 22 per i cattolici

La Chiesa cattolica è l’unico soggetto attorno al quale, in una società libera e democratica, infuri un acceso dibattito centrato su questa domanda epocale: la Chiesa ha il permesso di parlare? Di che cosa, come, quando? I consigli, talvolta le minacce, fioccano generosi. Quasi nessuno considera quelli del mondo cattolico dei contributi al dibattito, che possono riscuotere consenso o suscitare dissenso, ma comunque preziosi per rendere più ricca e viva la vita democratica e la stagione delle idee, perché un’opinione in più, specialmente se frutto di duemila anni di storia, tradizione e valori, dovrebbe essere meglio di un’opinione in meno. Quasi tutti, invece, considerano tali contributi “un’indebita ingerenza”; specialmente se contraddicono il pensiero dominante e intralciano la strada alle lobby più aggressive.
E i cattolici? Assomigliano curiosamente agli aviatori americani del celebre “Comma 22″…
Un passo indietro. Rileggiamo il brano centrale dell’ultimo intervento in proposito di Miriam Mafai (La Repubblica di martedì scorso): “La Chiesa ha certamente il diritto di esprimere su queste materie (dalle unioni civili al testamento biologico, dalla ricerca scientifica alla fecondazione assistita) le sue preoccupazioni e le sue opinioni, ma non può pretendere di intervenire come un attore politico nel processo legislativo”. Impeccabile. Ma come potrebbe la Chiesa farsi attore politico che interviene nel processo legislativo? Non è un partito, non ha deputati né ministri, non detta disegni di legge. Possiede dei mezzi di comunicazione di massa, ma del tutto minoritari. E allora, dov’è il problema? Il problema è questo: com’è possibile esprimere una libera opinione su un argomento di cui si occupano tutti, anche il Parlamento, senza che questa opinione influenzi il dibattito politico? ? davvero possibile esprimere delle idee che non intacchino in alcun modo le opinioni altrui?
Ed ecco il Comma 22 dell’Articolo 12 del Regolamento degli aviatori americani durante la seconda guerra mondiale. Viene dopo il Comma 1, che recita: “L’unico motivo valido per chiedere il congedo dal fronte è la pazzia”. Il Comma 22 avverte: “Chiunque chiede il congedo dal fronte non è pazzo”. Ovviamente il Comma 22 non esiste. ? un’invenzione letteraria di Joseph Heller (“Catch 22”, pubblicato nel 1961), da cui il regista Mike Nichols ha tratto l’omonimo film. Non è molto diverso dal paradosso di Russel, che suona così: “La frase seguente è falsa; la frase precedente è vera”. ? la contraddizione eretta a norma, una norma che evidentemente è impossibile rispettare, a meno di tacere. Miriam Mafai è come se scrivesse: “La Chiesa è libera di parlare, purché stia zitta”.
“Comma 22”, libro e film, miravano a far emergere l’insensatezza di certe consuetudini del mondo militare. Il Comma 22 dei laicisti, che si assumono l’incarico di insegnare le “buone maniere” a questi cattolici che disturbano il manovratore, funziona allo stesso modo. La Chiesa, ci dicono, non può “definire la tavola dei valori alla quale lo Stato deve attenersi”. D’accordo; infatti si limita a proporla, offrendola a un dibattito al quale desidera partecipare portando il proprio contributo originale. Il Comma 22 reciterebbe: “La Chiesa è libera di parlare di valori, ma non di definirli”. La cosa buffa è che la stessa Mafai commenta: “Stiamo vivendo una situazione che non esito a definire paradossale”. Come ha ragione.
Da “Avvenire”, 1? febbraio 2007).

Per amare la vita ci vuole coraggio

Più è secca, più una domanda è vera. Come questa: “Il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra nazione amano davvero la vita?”. La domanda sbuca improvvisa in mezzo al Messaggio per la Giornata per la vita, il cui nocciolo quest’anno è l’amore. ? il coraggio di farcela, quella domanda; e di darle una risposta sincera.
Non è una domanda campata per aria. ? la cronaca a riproporla senza sosta. I dati recenti sulla denatalità in Italia parlano chiaro. Ci vuole coraggio, molto coraggio ad amare la vita fino a mettere al mondo un secondo (un terzo, un quarto…) figlio, quando le solerti cronache informano che mantenerne uno costa 800 euro al mese, e quando due coniugi sono confinati nel loro bilocale che gli succhia metà stipendio. E allora ci vuole un bel “coraggio”, tra virgolette, a ignorare i problemi di chi vorrebbe metter su famiglia, sposandosi, assumendosi seri impegni di fronte alla società e si trova letteralmente taglieggiato, ignorato, perfino deriso. Promosso? Sostenuto? Mai. Se proprio hai bisogno, ci sono i suoceri, i nonni. E così la stessa rete familiare, che si sta indebolendo nella sostanziale indifferenza di chi dovrebbe avere a cuore il bene della nazione, in questo caso fa comodo. Sì, ci vuole “coraggio” a far credere all’opinione pubblica che “il” problema sia quello delle unioni di fatto o delle coppie omosessuali. Che là stia la discriminazione, quando ben più discriminato è oggi chi vorrebbe sposarsi e non ci riesce, chi si sente chiamato a non fermarsi al figlio unico ma non ha alternative, e attorno a sé trova indifferenza, se non ostilità.
La cronaca ci sbatte in faccia anche la gigantesca operazione che ha rinchiuso in galera centinaia di moderni schiavisti. Le loro schiave, però, non stavano recluse in chissà quale lager. Erano tutte le notti sui nostri marciapiedi. Amare la vita significa dunque liberarle, ma anche dare ascolto, ad esempio, a un prete con la tonaca lisa che per i suoi modi naif viene guardato anch’egli con un sorriso di commiserazione dai paladini della modernità: don Oreste Benzi da anni combatte quell’ignobile rete di schiavitù. Amare la vita significa dire, con lui, che vigliacchi sono gli schiavisti ma vigliacchi sono pure i tantissimi italiani che quel vile commercio hanno contribuito ad alimentare; che con quelle schiave si divertivano senza domandarsi chi fossero, da dove venissero, che ne sarebbe stato di loro; non ragazze, ma carne umana; non persone, ma oggetti da consumare.
No. Il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra nazione non amano la vita, non abbastanza. Se davvero la amassero, investirebbero energie nel salvare i rapporti di coppia in crisi almeno quante ne investono per romperli più velocemente e asetticamente possibile. E questi non sono discorsi soltanto “da cattolici”. La domanda se la stanno ponendo in tanti. Uno a caso: Gabriele Muccino, il regista della Ricerca della felicità: “Nei nuclei famigliari c’è oggi una buona dose di vigliaccheria. Per molti – ha detto a Erica Bianchi dell’Espresso – è più facile mandare all’aria un rapporto con la scusa che la famiglia non ha ragione d’essere, piuttosto che mettersi in gioco e rimboccarsi le maniche”. Chi ama la vita, appunto, ha il coraggio di rimboccarsi le maniche.
(Da “Toscana oggi”, 4 febbraio 2007).

David & Victoria, coppia da business

David Beckham chi? Ah sì, Beckham, il testimonial della Gillette. Ma certo, il marito di Victoria Adams. Il calciatore? ? vero, in estate è apparso nella Nazionale inglese, nel senso che qualcuno è sicuro d’averlo intravisto in campo. Sarà. Ogni tanto gioca, pare, nel Real Madrid. Gioca? Vorrebbe giocare, perché Capitan Mascella, in arte Fabio Capello allenatore delle merengues, lo lascia volentieri in panchina, anzi lo relega in tribuna. David Beckham: a giugno lascia la Spagna e vola con tutta la famigliola – la moglie Victoria e i tre figli: Brooklyn, Romeo e Cruz – a Los Angeles. Dove potrà con maggior agio fare il modello, il testimonial, forse perfino l’attore e, nei week end, giocare a calcio. Non nella squadretta di amici, ma da professionista nel Los Angels Galaxy, dove nei prossimi cinque anni guadagnerà, secondo le diverse stime apparse ieri sui giornali, una cifra compresa tra i 180 e i 250 milioni di euro. Nel Real ne percepiva appena 27 all’anno, quindi è un affare. Siamo tutti contenti per lui, meno per il calcio, che perde definitivamente un potenziale campione. Campione… ? difficile dire se alla gloria David Beckham sia approdato più per le magie del piedino destro o la vezzosità del nasino, e le fattezze da modello, icona buona per gli appetiti di lei e pure, in taluni casi, di lui. La natura possiede un senso dell’umorismo non privo di crudeltà. Pensate se avesse regalato il fisico glamour di David Beckham a un nostrano Bruno Conti. O, analogamente, se avesse donato a Victoria Adams la voce di Mina. In California nessuno metterà sotto accusa David e Victoria per le scarse doti di fiato. Una cosa sola conterà: che il prodotto “Beckhams” sia vendibile più e meglio che in Europa. Perché questo e non altro sono i “Beckhams”, per elezione o dannazione: un prodotto, nient’altro che un prodotto. Da vendere e comprare. Una ben rodata macchina per soldi che a Los Angeles potrebbe rinfrescare i suoi fasti ingrigiti. Qui in Europa, infatti, Victoria poteva anche non più cantare (si fa per dire), nessuno le avrebbe rimproverato il silenzio dell’ugola; ma David qualche punizione pennellata, qualche lancio sapiente, qualche discesa sulla fascia gli venivano chiesti, sia pur con parsimonia. E Capello temiamo se ne infischi di quale sia la cola preferita di David, lui pretende di vederlo sudare e perfino spettinarsi in campo. Go to Usa, dunque. Nella California dell’altra coppia-prodotto, Brad Pitt e Angelina Jolie, dell’altro nasino carino Leo Di Caprio, di tanti belli in batteria che servono a far vendere creme e gioielli, automobili e telefonini, bibite e scarpette. Che in tutto ciò ci sia tanta prosa e niente poesia, è assodato. Beckham dal Real Madris al Los Angeles Galaxy: qualcuno avverte un tumulto nel cuore? No. Siamo soltanto incuriositi dalle cifre, dai pacchettoni di dollaroni, dalla nuova villetta da 15 milioni. L’uomo prodotto entrerà in una nuova fase produttiva. E chissà come ci si sente ad essere tutto un brand. La premiata ditta “Beckhams” è davvero un’icona, il simbolo di una società in cui vali per quel che rendi; e il talento vale poco se non hai il nasino giusto per promuovere la bibitona. Chissà se chi è baciato da tanta generosa sorte riesce a rimanere un essere umano, dotato di cuore e autoironia. Noi glielo auguriamo. E da calciopati cronici ci prepariamo rassegnati alle dimenticabili partite del Galaxy, che i gentili sponsor non mancheranno di infliggerci. //
(Da Avvenire, 13 gennaio 2007).

TE LO DO IO L’OROSCOPO

“Che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. Dal tono e dallo sguardo, secondo mia moglie sto coltivando intenzioni poco raccomandabili. Essendo innocente, cerco di indossare una faccia da innocente. “Non fare finta di niente – prosegue lei – ecco qua, Ariete, seconda decade (sono io, lo confesso): “Potrete prendere una decisione coraggiosa, addirittura un divorzio, per cercare una relazione più adatta ai vostri attuali bisogni”. E adesso che mi dici, eh?”. Raccolgo delicatamente la rivista dalla mano tesa di mia moglie. ? il supplemento settimanale V. del quotidiano R. con il fatale mega oroscopo 2007. Mi tranquillizzo subito, il gioco è fin troppo facile. Giro due pagine: “Gemelli, sei tu. “Il vostro abituale bisogno di novità a tutti i costi potrà essere soddisfatto in aprile, quando Venere passerà nel vostro segno, spingendovi a nuove eccitanti esperienze. Da vivere, si intende, nella consapevolezza dell’effimero”. E tu che intenzioni hai per l’anno nuovo?”. “Leggi bene tutto, caro: “Per chi è in coppia l’estate sarà bollente””. “Ah bene, se non avrò ancora divorziato…”. Sopraggiunge la figlia ginnasiale: “Vedo che state leggendo anche voi V. Devo chiedervi una spiegazione”. Una figlia ginnasiale che ammette di non sapere qualcosa è un autentico evento, quindi spalanco le orecchie e forse anche la bocca. “Ecco qua, Pesci, sezione ragazzi. Io sono ancora una ragazza, non una vecchia come te, mamma”. Mia moglie la trapassa con lo sguardo ma per fortuna non reagisce alla provocazione: “Allora: “In virtù della loro grande fantasia, i nati nei Pesci potrebbero vivere la fase iniziale dell’amore e del sesso in modo non univoco”. La “fase iniziale” mi sta bene, ma che cosa significa “in modo non univoco”?”. Prima che cadano in mano agli altri componenti della vostra famiglie, strappate e distruggete, meglio se bruciandole e disperdendone le ceneri, le pagine dell’oroscopo 2007 dalle riviste che girano per casa. Non per qualche anacronistico pregiudizio. Soltanto per non complicarvi la vita e garantirvi un sereno anno nuovo.
(Da “Toscana Oggi”, 7 gennaio 2007).

VIETATO VIETARE. LA LOBBY DEL CINEMA COMANDA. Fa discutere il “per tutti” assegnato ad Apocalypto

Apocalypto, il filmone di Mel Gibson, sbarca oggi in Italia. Pare che narri gli ultimi giorni della civiltà maya, ma le paginate di anticipazioni sorvolano sulla trama, peraltro poco originale perché ricalcata su un collaudato schema del cinema d’azione hollywoodiano – massacro, cattura, fuga, inseguimento, vendetta – e si soffermano sulla violenza straripante, che un recensore riassume così: “Teste mozzate, pugnali infilati nella pancia, sgozzamenti, stupri, torture, massacri di donne e bambini inermi, cuori pulsanti strappati dal petto”. Si può discutere se tanta generosità di dettagli dipenda dall’esigenza dell’artista di esprimersi con il massimo realismo possibile, dalla furbizia del mercante nel piazzare un prodotto solleticando l’inesausto gusto dell’orrore del pubblico, o da una patologica pulsione sanguinaria di un Gibson che, dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera. Fuori discussione invece dovrebbe essere che per bambini e ragazzi certi film sarebbe meglio non vederli; e poiché i genitori non possono sempre controllare quale film sceglie il figlio che va con gli amici al multisala, all’esercizio della responsabilità sono chiamati tutti, Stato compreso, secondo le proprie competenze e possibilità. Difatti esiste una commissione censura, che ha peraltro classificato “per tutti” Apocalypto, diversamente da quanto deciso dai colleghi statunitensi (divieto ai minori di 17 anni), tedeschi e canadesi (18), olandesi (16) e irlandesi (15). I nostri rappresentanti dei genitori avevano chiesto, più modestamente, un divieto per i minori di 14 anni. Macché, neanche quello. Ad opporsi, spiegano, sono gli esperti di cinema e i rappresentanti di categoria. In altri termini, la lobby. Ma per quali motivi? Per difendere il diritto dei bambini italiani di godersi teste mozzate e coetanei smembrati? No, ci dev’essere qualcosa di più ghiotto e prosaico. Un caso identico scoppiò nel 2001 all’uscita di Hannibal, il film di Ridley Scott la cui scena più succulenta (letteralmente) vedeva Anthony Hopkins servire belle calde delle scaloppine di cervello di Ray Liotta sul piatto di Julienne Moore. Anche allora il film fu classificato “per tutti” mentre all’estero era stato vietato. Ed anche allora gli esercenti, in un soprassalto di responsabilità, esposero alla cassa un cartello in cui invitavano i ragazzi a non entrare in sala senza i genitori accanto. Dopo quasi sei anni siamo ancora al punto di partenza. Resta comunque da rispondere alla domanda: perché la lobby del cinema ha la manica tanto larga? Non sappiamo se sia questo l’unico motivo, ma un fatto è sicuro: un divieto, anche soltanto ai minori di 14 anni, impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idem per il mercato dell’home video. Alla faccia dei cartelli alle casse, infatti, se cercate di acquistare Hannibal su internet, lo troverete classificato “per tutti”, due parole rassicuranti per i genitori che non abbiano memoria lunga e non siano cinefili. Denaro, nient’altro che vile, banale denaro. Lo stesso denaro che manca alla commissione censura, dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro.
(“Avvenire”, 5 gennaio 2007, pag.2).
POST SCRIPTUM
Il giorno dopo, il 6 gennaio, il “Corriere della sera” a pag.39 riprende questo articolo riassumendolo così. Lo trascrivo per intero. Attenzione: la prima frase, che dice l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto dire, non contiene refusi. Il “non” di troppo è nell’originale.
“AVVENIRE”: TROPPE LOBBY DEL DENARO
L’ultimo film di Mel Gibson, Apocalypto, in Italia non è stato vietato per motivi di “denaro”. Lo sostiene un editoriale di “Avvenire”, firmato da Umberto Folena. Il giornale dei vescovi osserva che un divieto anche solo a 14 anni impedisce a un film di essere trasmesso in tv in prima serata, “confinandolo a notte fonda, con un danno economico considerevole. Idel _ prosegue – per il mercato dell’home video”. Folena ricorda che “se cercate di acquistare Hannibal su internet lo troverete classificato ‘per tutti’, due parole rassicuranti per i genitori”. Il “denaro, nient’altro che vile, banale denaro”, rileva ancora il quotdiiano, manca poi alla Commissione censura che decide sui divieti, “dove le assenze brillano più delle presenze. Una seduta viene pagata 25 euro lordi: chi smanierà per partecipare? Chi ci va per spirito di servizio, come i genitori. O per servire altri interessi. Denaro”. Critiche anche a Gibson che “dovendo scegliere tra moderazione ed esagerazione, comunque esagera”.

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