Pallottoliere alla mano, l’Agenzia delle entrate ha fatto i conti: Valentino Rossi non ha dichiarato 60 milioni, dunque tra contributi non versati e sanzioni varie deve sganciare 112 milioni. In Italia pare non dichiari pressoché nulla. D’altronde risiede da sette anni nel Regno Unito, al pari di tante altre popstar grandi e piccole, cantanti, attori, tennisti, ciclisti e motociclisti, innamorati persi di Montecarlo, del Liechtenstein, delle Bermuda. Certo bisogna poterselo permettere. Come se noi domani andassimo dal contabile dell’azienda presso cui lavoriamo e dicessimo: caro ragioniere, dal mese prossimo lo stipendio me lo accreditate sul conto Outlaw della società offshore Bigthief a Nassau. Sai le risate.
Probabilmente le cose non sono così semplici. Il circuito fiscale ha troppe curve a gomito e macchie d’olio perfino per un asso del calibro del Vale, che certo s’è affidato al suo manager, ai suoi commercialisti, a chissà chi. Magari intuiva, perché un tempo fu un comune mortale nato da comuni mortali, che non era poi così normale non versare quasi nulla al fisco. Magari si ricordava dei guai di Max Biaggi e Loris Capirossi, di Alberto Tomba e Mario Cipollini, solo per citare gli sportivi. Ma aveva altri pensieri per la testa. No, per lo scivolone fiscale potrebbe avere delle attenuanti; e a tutti sarà capitato di pagare qualche sanzione per una bolletta dimenticata nel cassetto.
Quel che fatichiamo a perdonare al Vale è il suo comunicato: “Vivo a Londra, città straordinaria, dal 2000. Giro il mondo per sette mesi all’anno. Che cosa vuole da me l’Italia?”. Caro Vale, l’Italia vuole da te quello che vuole da ogni suo cittadino: che paghi le tasse esattamente come tutti gli italiani normali. E le paghi per intero, anche perché per gran parte dei tuoi guadagni devi ringraziare, assieme al tuo talento, proprio gli italiani. Gli italiani che comprano le tute, la colla, la birra e i telefonini che tu reclamizzi; gli italiani che ti guardano in tv. Gli italiani di Tavullo, il tuo paese, che ieri mormoravano: “Se avessi guadagnato cifre così, le tasse le avrei pagate, tanto starei bene ugualmente”. Caro Vale, che scivolone. Vivi a Londra, città meravigliosa? E allora perché fai il giro d’onore sventolando la bandiera italiana?
Verrebbe da dirti: non chiederti che cosa vuole da me, londinese di convenienza, l’Italia, ma che cosa io voglio e posso dare all’Italia. Avrai certo letto i fumetti dei supereroi, tu che supereroe in un certo senso lo sei: un grande potere comporta una grande responsabilità. Chi, per suo merito, per dono di natura e per un pizzico di fortuna, guadagna quel che guadagni tu, se lo deve domandare: quali responsabilità ho, adesso? Oggi capita di rado, ma un tempo chi si trovava nella tua condizione non era un fondamentalista della proprietà privata (il denaro è mio e ne faccio ciò che mi pare), ma avvertiva il senso del bene comune. E metteva a disposizione della comunità, a cui apparteneva, una porzione della sua ricchezza. Nessuno ti chiede di erigere una cattedrale a Tavullo, o sistemare ponti e acquedotti e giardini, o donare un ospedale alla tua gente. Ma almeno voler pagare le tasse esattamente come chi ci è costretto e arriva a stento a fine mese, questo sì. Vuoto moralismo? No, sana moralità. Speravamo, davvero, che tu fossi una popstar speciale, invece ti dimostri un furbetto normale. Che cosa vuole l’Italia da te? Che chiedi scusa, ammettendo di aver sbagliato. Che bella lezione sarebbe per tutti. Sarebbe il tuo ottavo campionato del mondo, il più sofferto, ma quello di cui ti saremmo più grati.
(Da “Avvenire” del 10 agosto 2007).
Author: Umberto Folena
Mari, monti o Pd? Un test marziano
Mare, monti o città d’arte? ? il dilemma anche di queste vacanze. Per aiutarvi a scegliere che cosa fa davvero per voi, sottoponetevi al test marziano “Le ferie serie”.
1. Che cosa leggerai in vacanza?
a) “Capitani coraggiosi” di R. Kipling.
b) “Piccolo alpino” di S. Gotta.
c) “Camera con vista” di E. M. Foster.
d) I quotidiani, assolutamente tutti. Però non ho nulla contro i rotocalchi, i libri né i fumetti.
2. Qual è il tuo piatto preferito in vacanza?
a) Linguine allo scoglio.
b) Polenta, capriolo e funghi.
c) Escargots de Bourgogne e cuisses de grenouille.
d) Mozzarelle bianche e pomodori rossi. Però non ho nulla contro gli altri piatti.
3. Qual è il tuo mezzo di trasporto preferito in vacanza?
a) Canoa.
b) Sci.
c) Carrozzella.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun mezzo di trasporto.
4. Con chi ti piacerebbe andare in vacanza?
a) Con Giovanni Soldini, il navigatore solitario.
b) Con Reinhold Messner, l’alpinista solitario.
c) Con Vittorio Sgarbi.
d) Non ho pregiudizi nei confronti di alcun compagno di vacanze.
5. Ti trovi al mare. Che fai?
a) Estenuante nuotata.
b) Rimango all’ombra con il giubbotto di salvataggio.
c) Ci sarà pure un museo della marineria, un acquario, una collezione di conchiglie rare…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro la montagna.
6. Ti trovi in montagna. Che fai?
a) Scelgo un albergo con piscina e solarium.
b) Estenuante escursione.
c) Ci sarà pure un museo della montagna, un’esibizione di cori alpini, una mostra di artigianato del legno…
d) Spiego a tutti che non ho nulla contro il mare.
Risultati.
Prevalenza (a): andate al mare.
Prevalenza (b): andate in montagna.
Prevalenza (c): scegliete le città d’arte.
Prevalenza (d): niente vacanze per voi quest’anno, state preparandovi per le primarie del Partito democratico.
(Rubrica “Lettere marziane”, Avvenire del 28 luglio 2007).
Giovani perduti, adulti smemorati. Troppi luoghi comuni in vista dell’Agorà di Loreto (1-2 settembre).
Ah, questi giovani! Inaffidabili. Maleducati. Tiratardi. Inclini a innumerevoli vizi, tra cui l’alcol, le droghe, la musica fragorosa, l’eccesso di velocità. Non possiamo contare sui giovani d’oggi perché non ci sono più i valori di una volta.
Fine con i luoghi comuni su “questi giovani”. I valori di una volta… Sono opportune, a questo punto, due testimonianze. La prima: “Oggi i ragazzi amano troppo i propri comodi. Mancano di educazione, disprezzano l’autorità, i figli sono diventati tiranni anziché essere servizievoli. Contraddicono i genitori, schiamazzano, si comportano da maleducati con i loro maestri”. La seconda: “In questi ultimi tempi, il mondo si è degenerato al di là di ogni immaginazione. La corruzione e la confusione sono diventate cose comuni. I figli non obbediscono più ai genitori e ormai non può che essere imminente la fine del mondo”. La prima è di Platone, 400 aC; la seconda è una tavoletta assira del 2.800 aC.
Ciò significa che i giovani non sono giovinastri? Che sono tutti educati, responsabili e obbedienti? No. La macchina del tempo ci ammonisce a non generalizzare e a non indossare i panni sciagurati dei profeti di sventura, da cui dovremmo invece ben guardarci. Quanti adulti dalla memoria corta. Non si ricordano che le stesse cosacce che oggi loro sibilano nei confronti dei giovani, quando erano giovani piovevano loro addosso da parte degli adulti del tempo? Non ricordano il senso di amarezza e ingiustizia provato in quei momenti?
I giovani sono tanti e vari. Appartengono a tanti mondi, a volte comunicanti, altre volte tra loro estranei. Se in cronaca nera finiscono i giovani impasticcati, se in autobus o nei negozi o per la strada tendiamo a individuare i due o tre maleducati su dieci, proprio perché siamo adulti, e quindi seri e responsabili (non come i giovani, oh no…), dovremmo essere capaci di dire: questi sono alcuni giovani, non tutti. Altrimenti faremmo come i grandi commentatori da tavolino dei giornaloni e delle televisioni, che ad ogni Giornata mondiale della gioventù o avvenimento analogo (cominciarono con Parigi 1997, raggiunsero il culmine con Roma 2000, si ripeteranno tra poche settimane a Loreto) manifestano lo stesso stupore: e da dove saltano fuori questi giovani educati, composti, pensanti, che cantano e ridono ma senza spaccare niente, non si ubriacano, pregano, vegliano e vogliono bene al Papa? Poiché non riescono a comprenderli, li cancellano dalla memoria: esisterebbero, ma poiché non dovrebbero esistere, non esistono.
In realtà ci sono e sono giovani normali. Basterebbe aprire gli occhi e andarli a trovare mentre fanno sport, teatro, buona musica e volontariato, si preparano a diventare educator, ed evitano quella pessima tv in cui alcuni loro (pochissimi) coetanei finiscono triturati, favorendo una fatale illusione ottica: poiché la tv è la realtà, i giovani che sono dentro la tv sono i giovani di oggi (li ho visti io!).
E la sequela di accuse, di essere incoerenti, eterni fanciulloni, incapaci di assumersi responsabilità, eccetera? Il sospetto è che spesso si tratti di un banale fenomeno di proiezione. Alcuni (tanti?) adulti attribuiscono ai giovani i propri difetti, pensando così di liberarsene. Ah, questi adulti!
(Editoriale di “Toscana Oggi”, 29 luglio 2006).
Quanti cellulari servono per non sentirsi poveri? Lo studio Isae sulla “povertà soggettiva”.
Mastro Geppetto si vende la giacca per consentire al proprio figliolo, Pinocchio, di andare a scuola, comprandogli un abbecedario: se mastro Geppetto dichiarasse di sentirsi povero, avremmo ben poco da obiettare. Ma se s’indebitasse per acquistare al figlio l’ultimo modello di cellulare, senza il quale il (povero) studente si sentirebbe a disagio accanto ai compagni? Forse alcuni obietterebbero. Ma sarebbero pochi. Secondo la nota mensile dell’Isae (Istituto di studi e analisi economica) sulla “povertà soggettiva”, il 74 per cento degli italiani si considera povero. Meglio: ritiene di non vivere una vita dignitosa, ossia una vita “senza lussi ma senza privarsi del necessario”. In altre parole, tre italiani su quattro hanno la netta, fastidiosa, dolorosa sensazione di mancare del necessario.
Se la povertà al centro dello studio è soggettiva, qual è la povertà oggettiva? L’Istat indica, per una famiglia di due persone, un reddito di 936 euro al mese, condizione che riguarda l’11,1 per cento degli italiani. La soglia di povertà soggettiva è invece di 1300 euro mensili per un single, di 1800 per una coppia, e redditi via via più alti per famiglie più numerose. La forbice è abbastanza ampia (364 euro mensili), ma mai come quella che separa i poveri oggettivi (11,1) da quelli soggettivi (74). Qualcosa non funziona. Un solo esempio. Nei giorni scorsi gli albergatori hanno comunicato che 51 italiani su cento non vanno in vacanza. Quindi gli altri 49 ci vanno; eppure appena 26 italiani ritengono di non essere poveri. Dunque 23 italiani si percepiscono poveri, però non fino al punto da non concedersi un periodo di vacanza. Percepita non come un lusso, ma necessaria.
L’Isae stesso ci mette in guardia: nei risultati dello studio hanno un peso decisivo i fattori culturali, sociali e psicologici. Ad esempio il concetto di “necessario”. Come un italiano lo stabilisce? Una sola risposta convincente forse non c’è. Una cosa però è indubitabile: qualcuno ha interesse che la soglia del “necessario” si alzi il più possibile. Questo qualcuno è il mercato, o la consumerist society, che fan diventare necessari merci o servizi sulla cui effettiva “necessità” potremmo aprire un ampio dibattito. Quanti telefonini sono necessari in famiglia, e ogni quanto tempo vanno sostituiti con modelli più recenti e di moda? Qual è la cilindrata minima necessaria per un’auto che non mi faccia sentire povero? E quanti televisori in famiglia, nessuno, uno o in ogni stanza, compreso il bagno? Se non posso permettermi un televisore ultrapiatto, sono necessariamente povero?
Poiché lo scopo della consumerist society è far sì che dioventiamo tutti consumatori, ossia che pensiamo a noi stessi non come persone, non come cittadini, ma come consumatori, e che attorno al cunsumo ruoti tutta (o quasi) la nostra vita, chi si percepisce “povero” lotterà con i denti per non percepirsi più così, fino al punto da indebitarsi, anche in modo intollerabile; e i debiti (dal mutuo per la prima casa, indispensabile, al credito al consumo, per beni spesso superflui) sono uno dei fattori che assieme ad altri ?- il basso titolo di studio, vivere al sud, il lavoro precario… – facilitano la percezione della povertà.
Dal “meccanismo”, come ben sa chi ricorda la canzone omonima abbinata la monologo “il pelo” di un Giorgio Gaber d’annata (1972!), è difficile sottrarsi. Mezzo secolo fa un bimbetto allo Zecchino d’oro cantava di sentirsi povero, perché “non ho giocattoli”; e pregava Gesù Bambino chiedendogli il regalo (per lui) più grande: “Scendi dal cielo e vieni a giocare con me”. Oggi, temiamo, gli chiederebbe la playstation.
(Da “Avvenire”, 20 luglio 2007).
La tv sa dire no. I casi Mika Brzezinski e Luca Tiraboschi.
Quanti di noi, di fronte a notizie impalpabili e irrisorie piazzate in apertura di un tg, hanno sognato che il giornalista, incaricato di porgere con garbo il prezioso testo confezionato da qualche collega, si ribellasse? Buttasse i fogli all’aria e, da impeccabile obiettore gandhiano, pronunciasse un fermo e nobile “mi rifiuto”? Sogni… E quanti di noi, di fronte a programmi stupidi e violenti in orario da bambini, nonnetti e casalinghe, hanno sognato che in un sussulto di moralità, in un risveglio di coscienza assopita, il telemandarino di turno decidesse di eliminare almeno uno di quei programmi, rinunciando perfino a qualche sugosa inserzione pubblicitaria? Sogni…
A dimostrazione che la tv è veramente capace di tutto, ma proprio di tutto, nel male ma anche nel bene, nelle ultime ore entrambi i sogni si son tramutati in realtà. Per il primo sogno dobbiamo volare negli Usa. A “Morning Joe”, programma della rete Msnbc, è il momento delle notizie. La giornalista Mika Brzezinski legge il sommario, e al primo posto c’è la scarcerazione di Paris Hilton, la “party girl” nota per fare infiniti mestieri (cantante, attrice, indossatrice, ospite…) senza saperne fare nessuno. La Brzezinski ha un moto di fastidio, poi di rabbia, sussurra una frase del tipo: “Detesto questo genere di notizie e un tg non può cominciare così”, quindi appallottola il foglio e tenta perfino di bruciarlo. L’altro conduttore ci scherza sopra, le immagini della Hilton vanno comunque in video, la Brzezinski affranta si tiene il capo tra le mani, ed infine riprende a leggere le notizie meno importanti, come i morti americani in Iraq e altre inezie simili.
Mika Brzezinski è figlia di Zbigniew, che fu braccio destro del presidente Jimmy Carter. Così si potrà favoleggiare del sano, autentico, risorgente spirito democratico americano; fare la coda (si fa per dire) su YouTube per ammirare il siparietto; o, in Italia, esercitarci in facili giochi di parole (“La notizia la legge Mika”).
Il secondo sogno (pizzichiamoci: siam desti?) è italiano. Dopo la tragedia di Chris Benoit, campione della Wwe, la World Wrestling Entertainment, che ha ucciso moglie e figlio ed infine si è impiccato, Luca Tiraboschi, direttore di Italia 1, ha deciso di sospendere “Wrestling Smack Down!”, in onda ogni domenica alle 10.45, “nel rispetto del pubblico dei più piccoli che non può correre il rischio di confondere la realtà con la fantasia”. Dopo aver partecipato a infiniti convegni dove i telemandarini replicavano con smorfie di compatimento a chi faceva notare il rischio che alcuni bambini, meno dotati di abilità critica, potessero effettivamente confondere la realtà con la fantasia, diciamo: bravi, saggia decisione, per quanto tardiva.
La tv può dunque rinsavire e non è vero che la folle rincorsa all’audience ad ogni costo sia ineluttabile. Audience: per quale motivo piazzare Paris Hilton in apertura del Tg? Audience: perché gonfiare il palinsesto, alla domenica mattina, con gli ipertrofici (mediocri) attori della lotta libera americana?
Prendiamo i due sogni avverati al pari d’un refolo di brezza nell’afosa estate televisiva. Non solo bonaccia, nello stanco stagno catodico. Brava Mika, bravo Luca: adesso imitiamoli.
(Da “Avvenire” del 30 giugno 2007).
SuperGoogle! In arrivo il Grande Cervello
Mister Eric Schmidt, l’intraprendente presidente di Google, assomiglia in modo inquietante a Dwar Rein. Chi sia costui lo riveleremo solo alla fine. Parliamo di Schmidt, manager che guarda lontano, molto lontano. Recentemente, parlando di Google al mensile “Wired” ha detto due cose: la prima già la sapevamo, la seconda temevamo di venirla a sapere.
La prima. “Google è un modo per fare pubblicità; un colossale supercomputer; un fenomeno sociale che coinvolge l’azienda, la gente, il marchio, i valori”. Che a una neanche troppo ristretta elite il resto dell’umanità interessi solo in quanto umanità consumante, homines consumantes, non meraviglia. Se qualcuno si dimostra interessato alle mie paure e ai miei sogni, suggerendomene di nuovi che neanche immaginavo di possedere, e ancora a come organizzo il mio tempo, alla mia famiglia, perfino alla mia fede… penso: che cosa mi vuoi vendere? La consumerist society o società di consumatori, a voler essere integrati, ha un nobile fine: far muovere il denaro più vorticosamente possibile, affinché tutti possiamo averne tra le mani di più, assieme a più merci che però ci restino in tasca il meno possibile, per far posto a merci nuove. A voler essere apocalittici, ha un ignobile fine: spremerci come limoni con la premessa che ogni modo è buono per riuscirci. La nostra privacy? La riservatezza è un ostacolo sulla via di quella perfetta conoscenza del consumatore, che spalanchi le porte al perfetto consumo vorticoso.
Come riuscirci? Con la seconda cosa detta da mister Schmidt: “Google, entro cinque anni, sarà un sito capace di rispondere a domande individuali come: che faccio domani? Oppure: quale lavoro dovrei scegliere? Nessun amico potrà conoscerti e consigliarti meglio”. L’inquietudine nasce dalla domanda: e se non desiderassi affatto un simile amico? Sembra di capire che sarà difficile sfuggire a tanto affetto, a meno di non trasferirsi su un pianeta deserto (un’isola non basta più, da quando esistono le connessioni satellitari). Presto ci affideremo al cloud computing, che risponde a questo desiderio che, ci scommettiamo, prima di leggere queste righe ben pochi di voi pensavano di avere: perché inzeppare il nostro povero pc di dati su dati personali, quando possiamo ficcare tutto nel megaserver e usare il nostro pc come un agile terminale?
Più che un Grande Fratello orwelliano, dietro l’angolo ci attende un Grande Cervello, capace di pensare tutti i nostri pensieri al posto nostro. Gran bella comodità, sia ad essere integrati che apocalittici. Il Grande Cervello anticiperà i nostri desideri e ci solleverà da alcuni ingombri quali il senso di responsabilità e la coscienza.
Per questo Schmidt rischia di assomigliare a Dwar Rein, il protagonista di Answer (La risposta), fulmineo racconto – più breve di questo articolo – scritto da Fredrick Brown nel 1954. In un remotissimo futuro, l’umanità collega tra loro tutti i calcolatori di 96 miliardi di pianeti abitati. Tocca a Dwar Rein porre al supercomputer, che Schmidt battezzerebbe forse Googlino, la domanda delle domande: “C’è, Dio?”. Risposta: “Sì, adesso c’è”. Un fulmine incenerisce Dwar Rein fondendo i circuiti e impedendo a chiunque di spegnere Googlino. Apocalittico alquanto, anche perché non prevede pianeti deserti.
La morale è trasparente: chi comanda a chi? Siamo noi i padroni della tecnologia, o è la tecnologia che è padrona di noi, del nostro tempo, dei nostri sogni, della nostra vita, fino a trasformarsi nel nostro dio? Non serve un pc per rispondere.
(Da “Avvenire” del 25 maggio 2007).
La riscossa del cristiano normale
Io cerco di essere un cristiano. Ci provo. Dovrebbe bastare: il nome “cristiano” è una bell’impresa portarselo in spalla così com’è, senza la zavorra di aggettivi supplementari. Eppure pare che non basti. Prendiamo Fausto Bertinotti. Le cronache solerti ci hanno ragguagliato sul suo week-end sul Monte Athos, lui comunista libertario nella repubblica monastica guidata da un abate eletto a vita, proibita al genere femminile, con i vespri cantati e la preghiera mattutina alle 5,45. Che succede? Bertinotti, ci ammoniscono, è un uomo in ricerca; come se i cristiani lisci, invece, avessero già trovato tutto quello che c’è da trovare e la verità fosse qualcosa che si acchiappa una volta per sempre e si conserva nel taschino. E Giuliano Ferrara? Rispondendo a un lettore, sul Foglio, scrive: “Noi pensatori giudaici e cristiani”. E l’altro “ateo devoto”, Marcello Pera? Domenica scorsa, nell’articolo (titolo: “Per l’Europa il vero nemico è la Chiesa”) che segnava il suo ritorno sulla prima pagina della Stampa, scriveva: “L’odio contro la Chiesa e le sue gerarchie (…) e l’apostasia del cristianesimo è ciò su cui oggi si basala Chiesa”. Abbastanza apocalittico per un ateo, sia pure devoto. Teocon di qua, teodem di là. Ma non basta. Nel centrosinistra sessanta politici cristiani firmano un robusto richiamo alla “laicità”, cosicché chi credeva di essere laico cristiano è costretto a ripensarci e, solo perché dà retta al Papa e ai vescovi, a scoprirsi l’etichetta “clericale” cortesemente appiccicata addosso: grazie di cuore. Da quelle parti c’è Romano Prodi che un dì neanche troppo lontano si definì “cristiano adulto”, evidentemente per distinguersi da quelli che per lui non lo erano: saranno stati “infanti”, “adolescenti”, “bacucchi”. Grazie bis, ne sentivamo il bisogno. Ci domandiamo: ma i cristiani normali, quelli a cui non viene in mente di diramare comunicati anche perché nessuno se li filerebbe, quelli che non avvertono la missione storica di impartire lezioni di autentica cristianità agli altri, questi cristiani miti tra cui ci iscriviamo volentieri, che devono pensare? A una cosa sola: a essere buoni cristiani e basta, sull’Athos come in parrocchia, in Parlamento come a casa nostra, nei circoli intellettuali (bolognesi e non) come nei nostri mille piccoli gruppi. Umili, ma anche orgogliosi di essere cristiani normali. E poi magari la storia la facciamo noi più di loro. (Da “Toscana oggi” del 6 maggio 2007).
Corona’s, il materialismo senz’anima
Gli eroi negativi veri possiedono una loro (perversa) grandezza. Sanno che cos’è il bene, sanno che cos’è il male, se ne pongono al di sopra e liberamente precipitano nell’abisso. Il loro cuore comunque palpita. All’incontrario, ma palpita. Per questo possono suscitare fascino, sia pure malsano. Fabrizio Corona, invece, provoca un senso di smarrimento e di vuoto. A leggere i frammenti di frasi che le intercettazioni gli attribuiscono, il paparazzo di Vallettopoli non appare al di sopra del bene e del male, ma di fianco. Semplicemente se ne frega. Non conosce né vette né abissi. Dev’essere proprio corazzato, le emozioni non riescono neppure a sfiorarlo, se può pensare di far indossare a un fresco vedovo come Azouz, al funerale della moglie e del figlio massacrati a Erba, la maglietta con il logo del suo studio. “Sì, sono proprio un pezzo di m… – dice di se stesso – rovino la vita agli altri”. Dunque se ne rende conto.
Perché non smette? Se fosse un vero eroe negativo che sceglie consapevolmente il male, proverebbe gusto sempre e solo per rovinare la vita agli altri, quindi non contemplerebbe l’ipotesi di smetterla. Invece Corona ha un obiettivo nella vita: accumulare abbastanza denaro: “Appena farò tanti altri soldi, mi ritirerò”. Né si può accampare la scusa che nessuno glielo dicesse. “Che mostro ho creato”, commenta a voce alta Lele Mora convinto, a torto o a ragione, che Corona non possa essersi fatto da sé, forse perché nessuno nel mondo artificiale dello spettacolo può – nella prospettiva Lele-centrica – farsi da sé, poiché soltanto Mora crea (e distrugge). Corona è perfettamente consapevole della disapprovazione della moglie Nina Moric: “Le faccio schifo”. Ma, appunto, basta avere un po’ di pazienza, “tre anni, faccio i soldi, vado in America e apro un ristorante, “Il Siciliano””. Pure questa però sembra una decisione soltanto sua, non comune di lui e Nina, insieme, un sogno condiviso al quale dedicare qualche anno di schifezze.
Se – e sottolineiamo se – le intercettazioni corrispondono al vero, e il personaggio Corona dei dialoghi corrisponde al Corona reale, siamo di fronte al perfetto campione dell’individualismo senz’anima. L’individualista ha una concezione tolemaica dell’esistenza: io sto al centro e tutto il resto mi ruota attorno. Le persone non sono persone ma oggetti, quindi sono manipolabili, da vendere e comprare. Il suo è il materialismo perfetto, perché privo di ogni traccia di pensiero, coscienza, scrupolo e rimorso. Apri la pagina di giornale, cominci a leggere e avverti una folata di gelo.
Naturalmente l’individualista perfetto riesce a mietere vittime perché gode di innumerevoli complici, consapevoli e inconsapevoli. Sono complici consapevoli gli aspiranti divi e divette che stanno al gioco del finto scoop, della foto compromettente rubata e del ricatto. Sono complici consapevoli i rotocalchi che foraggiano e incoraggiano Corona e divi e dive. Sono complici (speriamo) inconsapevoli gli italiani che si abbeverano golosi alle pagine rigurgitanti gossip e scoop, affollandosi agli innumerevoli buchi della serratura colorati e piccanti. Complici, perché tutto pare sia domanda e offerta, e l’individualista perfetto offre se qualcuno domanda. Poiché anche la perfezione può corrompersi, possiamo solo augurarci che Corona un giorno non lontano mormori: “Che cosa combinai? Mi dispiace”. Quel dì saremo felici di risponderli: “Bentornato tra gli esseri umani”.
(Da “Avvenire” del 14 marzo 2007).
San Valentino, pensaci tu
Gentile san Valentino, quest’anno vedi di non esagerare. Non è proprio il caso. Potresti passare dei guai seri. Perché? Prendiamo una situazione tipica di queste ore. Lui porge a lei una rosa, un fiore di campo, un diamante, un cioccolatino. Le canta una canzone, le recita una poesia. Insomma lui porge a lei un segno adeguato alla situazione, alla sensibilità, alla generosità e al portafoglio. Per dirle: “Ti amo. Di più: ti amerò tutta la vita”. E tu, dall’alto, leggi nei loro cuori, li scopri sinceri, ti commuovi, sorridi e sussurri: “Vi benedico”. Ecco, intanto “bene-dico”, e sottolineiamo dico, proprio tu non lo devi dire e neanche pensare per non beccarti un iroso rimprovero di “indebita ingerenza del paradiso nelle vicende interne delle coppie terrene”. Nessun accenno al verbo dire, in tutte le sue coniugazioni. C’è il rischio che scoppi un caso diplomatico, e per ritorsione potrebbero essere chiamati in causa i Patti del ’29. Si sa che l’amore brucia, ma qui stiamo scherzando col fuoco.
Non esagerare. I due si promettono amore “per sempre”, ma non sanno quello che dicono. Per forza, sono innamorati. Poi l’amore svapora, si pentono, ma intanto anche grazie a te si sono sposati e tutto si fa complicato, separazione, divorzio, avvocati, figli traumatizzati, anni di attesa prima di tornare liberi… Innanzitutto, devi convincerli a dire: “Ti amerò per un po’, un lasso ragionevole di tempo e poi si vedrà, d’altra parte non possiamo porre limiti alla nostra libertà, compresa la libertà di innamorarci di qualcun altro. Oggi desidero te, ma i desideri vanno e vengono”. Ti piace? Certo che non ti piace. I santi sono irragionevoli. Uomini privi di ripensamenti. Tu, poi. Un martire. Uno che sulla sua libertà messa in gioco “per sempre” ci ha rimesso la testa (sulla via Flaminia, III secolo). Il martire è il testimone fedele che va fino in fondo. ? ovvio che ti piacciano i lui e lei che si promettono amore per sempre, e che guardi con aria perplessa chi dica: oggi ti amo, domani potrei desiderare un’altra, o un altro. L’amore con la scadenza come i formaggini, pensa te.
Troppi amori effettivamente scadono? ? vero. Ma un conto è investire tutte le energie affinché durino, e allora le piccole (e grandi) crisi risolvibili si possono risolvere e la coppia ne esce più solida di prima. Tutt’altro conto è il consumismo dei sentimenti, con la persona alla stregua di un oggetto: se non mi soddisfi, ti cambio. Nella più lineare logica consumista. Ma questa è la modernità: legami fragili, deboli, che si sciolgono con un sms da fidanzati e con una raccomandata da conviventi. Perciò tieniti leggero pure tu, quest’anno, e non esagerare. Oppure…
Oppure no, guarda, adesso che gli arcigni censori anticlericali hanno smesso di leggerci, perché giunti a metà articolo si sono rilassati e hanno cambiato aria, adesso che siamo soli tra di noi, quest’anno vacci giù duro, distribuisci benedizioni a man bassa, di quelle toste, contribuendo a creare le premesse per futuri legami forti, solidi, che non c’è burrasca che tenga. San Valentino, non è vero che non sappiamo più a che santo votarci. Ci sei tu. Però datti da fare.
(da “Avvenire”, 14 febbraio 2007).
Calcio, senza autocritica non si può ripartire
Giocare. Nell’aria c’è una gran voglia di giocare. Certo non puoi scrollarti dai tacchetti il feretro di Filippo Raciti, l’agente trucidato a Catania. E neanche quello di Ermanno Licursi, il dirigente della squadra calabrese della Sammartinese ammazzato a pedate, rimasto nella penombra perché in terza categoria le telecamere sono spente. Voglia di giocare: per scrollarsi di dosso l’incubo e tornare ad essere normali; e perché il piatto piange e la quarta industria del Paese non può tener chiusi i battenti troppo a lungo. Una voglia di giocare – dispiace doverlo constatare – ben più forte della voglia di mettere un punto fermo e andare a capo. Una voglia di giocare che potrebbe far perdere all’Italia l’occasione per una svolta epocale.
Ieri è stata la giornata di Giuliano Amato. Va apprezzato, il nostro ministro dell’interno, non solo per la sua intransigenza (“Lo spettacolo non può continuare a questo prezzo, anche se si tratta dello sport più lucrativo del mondo”), ma soprattutto per l’autocritica, non di maniera ma autentica. “Anch’io ho sbagliato – ha ammesso – nel permettere le deroghe al decreto Pisanu”. Ci piacerebbe che tutti prendessero l’esempio perché nessun rinnovamento profondo può ignorare l’ammissione delle colpe e l’assunzione delle responsabilità. Noi tifosi siamo stati reticenti; abbiamo tollerato la beceraggine degli ultrà amici indignandoci per quella altrui; e mai s’è visto un lanciatore di monetina, fumogeno, bottiglietta preso, impacchettato e consegnato alla polizia dei vicini di gradinata. Macché, omertà idiota innanzitutto. Noi giornalisti abbiamo strillato troppo, solleticando gli umori peggiori del peggior tifo. I calciatori hanno flirtato con gli ultrà facinorosi pur di tenerseli buoni, ignorando la lezione della vita, e della storia: prima o poi certe “amicizie” le paghi, e con gli interessi. I dirigenti, spesso, hanno più che flirtato. Ma soprattutto hanno eluso le regole facendola franca: iscrizioni irregolari al campionato, fideiussioni fasulle, passaporti falsi, bilanci taroccati, fondi neri… Bell’esempio davvero. Chi non rispetta le regole non è più credibile e non può pretendere di imporle agli altri. La politica ha spesso fatto il tifo, a volte latitato, sovente badato al business dei presidenti amici e al voto degli elettori tifosi.
Amato punta agli stadi. Se non sono a norma, niente pubblico. Giusto. Restano però dubbi pesanti. Perché lo stadio è solo un contenitore. Nessun contenitore è neutro e uno stadio brutto, scomodo, insicuro favorisce la violenza. Ma il contenuto? Gli spettatori? Le loro teste e i loro cuori? Se davvero si riparte domenica, con molti stadi chiusi, al pubblico dovrà essere spiegato perché l’Olimpico di Roma è sicuro mentre gli stadi del Chievo e dell’Udinese, i più tranquilli della penisola, sono vietati. E già a qualcuno, assai poco responsabilmente, stanno saltando i nervi. Ad esempio ad Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli e di quei napoletani che non hanno certo bisogno di incoraggiamento per eccitarsi: “Porte chiuse al San Paolo? Questo è fascismo”. Stiamo freschi.
L’esempio di Amato va seguito, ma fino in fondo. Occorre un gigantesco mea culpa e una colossale assunzione di responsabilità. Solo dopo si potrà ripartire, fedeli alle regole. Quelle che politica e società di calcio ribadiranno o scriveranno ex novo. E quelle che sono già scritte dentro di noi, abbiamo dimenticato ma basterebbero: onestà, lealtà, rispetto. Roba vecchia, mai così nuova.
(da “Avvenire”, 7 febbraio 2007).