Umane riflessioni di un papa’ biologo intorno alla nascita di un figlio

Ogni teoria interpretativa dell’origine e della diversità degli esseri viventi deve fare i conti con lo sviluppo embrionale dell’organismo.
Di fatto ogni nuovo individuo non viene al mondo completo di tutte le sue parti come fosse un adulto, ma inizia da una dimensione addirittura unicellulare, per poi svilupparsi lentamente (quaranta settimane per un uomo, venti mesi per un elefante, due settimane per la zanzara tigre, poche ore per la farfalla effemeride, ecc…) in modo articolato ed armonioso fino a raggiungere dimensioni e maturità tali da consentirgli una certa autonomia di vita.
Questo è lo sviluppo embrionale.
Non c’è alternativa per il vivente.
Capire come e soprattutto perché si succedano i passaggi-chiave che portano al differenziamento degli organi secondo un piano prestabilito e finalizzato all’identità e all’autonomia di vita, è l’affascinante compito investigativo affidato agli embriologi e rimane una tappa fondamentale della nostra conoscenza prima di poter approcciare l’eventuale trasformazione da una specie ad un’altra.
E’ la recente consapevolezza che ha dato origine all’Evo-devo, quel filone di ricerca a cui lavorano gli evoluzionisti di frontiera.
Il vivente appena concepito, si avvia spontaneamente verso tre grandi scenari, ciascuno dei quali ricorda veramente un “miracolo” nel senso etimologico del termine.
Il primo consiste nel passaggio del concepito da una forma sferica ad una forma allungata: l’uovo inizia a dividersi e a dare origine a miliardi di cellule, ma non si sviluppa in tutte le direzioni con uguale intensità, cioè non diventa una sfera “più grande”.
Si allunga e si differenzia lungo tre assi: l’asse cefalo-caudale; l’asse dorso-ventrale; l’asse latero-laterale.
La seconda meraviglia consiste nella comparsa di strutture ed organi particolari lungo questi tre assi: per esempio la testa, il cuore, i reni, le braccia, i piedi, ecc…
Il terzo scenario consiste nei collegamenti di tutte queste nuove strutture in modo da realizzare un solo organismo, che rappresenta il beneficiario e il protagonista della vita di queste cellule organizzate.
I mammiferi come noi devono aggiungere a questo punto un quarto miracolo: la sacca amniotica, la placenta, il cordone ombelicale: un ambiente unico che fa da garanzia al procedere degli scenari che abbiamo descritto.
Tutto questo avviene spontaneamente, senza alcun intervento dall’esterno, rispettando rigorosamente una scaletta di tempi e di spazi che non lascia nulla all’improvvisazione.
Com’è possibile pensare che queste “novità” non abbiano un Progettista?
Sul cartello che descrive i lavori all’ingresso del cantiere, si fanno i nomi del proprietario, del committente, del direttore del cantiere, del responsabile della sicurezza, di chi ha fatto i calcoli, di chi ha disegnato il progetto, di chi ha concesso l’autorizzazione in Comune.
Di fronte al “cantiere” di una vita nuova, infinitamente più complessa di qualsiasi opera umana, non si erge alcun cartello.
“Nato per caso”; “Sviluppato per caso”; “Capace di vivere, per caso”: questi potrebbero essere, in sequenza come i lavori, i cartelli che i nostri biologi più famosi vorrebbero apporre.
Ma chi di noi ha preso in braccio il proprio figlio appena partorito, ancora caldo di mamma, con i polmoni gonfi di aria per la prima volta, non può condividere il pensiero di questi luminari della scienza.
Mio figlio mi assomiglia e non ha nulla a che spartire con il caso.
Nessun papà si lascia attraversare nemmeno per un attimo dal pensiero che il proprio figlio sia venuto al mondo per una serie infinita di coincidenze che l’hanno disegnato in quell’unico e irripetibile modo!
Apro gli occhi di fronte al mistero di una vita che mi è donata, perché è stata pensata proprio per la mia famiglia.
Sono le categorie di dono, di armonia, di bellezza, quelle che si affacciano nella mia mente, con tutta la forza e la verità che ha l’evidenza della realtà.
Non ho bisogno di alcuna spiegazione, né devo riflettere tra me e me: mio figlio sta urlando la sua novità di fronte a tutti!
Ai famosi biologi l’onere della prova del contrario.
Noi, dal canto nostro, non abbiamo mai esperimentato nella nostra vita una verità più evidente di questa: nostro figlio è un essere di valore infinito, nostro figlio ha il diritto di vivere, nostro figlio è il fine più nobile dell’universo stesso.
Certamente, se lo sviluppo di un bambino è un processo così misurato e finemente sintonizzato, sarà da ripensare anche l’intera evoluzione degli esseri viventi in un orizzonte nuovo, che sia capace di soddisfare la nostra ricerca costante di ragionevolezza.

Un creatore? Why not?

Nell’uovo, al momento della fecondazione, entrano il nucleo e il centriolo dello spermatozoo. Rimangono fuori tutto il citoplasma, la membrana cellulare e tutti gli organuli cellulari appartenenti allo spermatozoo. In pratica, entrano soltanto il centro organizzatore della mitosi (il centriolo, che poco dopo si duplicherà) e i cromosomi che contengono le istruzioni di origine paterna.
L’uovo deve fornire tutta la materia prima (il citoplasma), l’energia (i mitocondri) e le catene di produzione dei nuovi prodotti (ribosomi, polimerasi, enzimi) necessari alla nuova vita. I cromosomi paterni, da soli, non possono nemmeno esprimersi: sono come un libro che contiene un messaggio stupendo ma che rimane in attesa di essere aperto da qualcuno per poter “esistere”. Il citoplasma dell’uovo ha maturato sostanze che vanno a decondensare la cromatina e ad aprire i siti di inizio dei geni, per consentirne la trascrizione e poi la traduzione, ovvero la formazione delle proteine indispensabili alla nuova vita che si deve sviluppare alla perfezione. Detto in altre parole, è l’uovo, con le sue sostanze, che rende funzionali le istruzioni che erano contenute nello spermatozoo e quindi dà loro senso. E’ come se l’uovo fosse il direttore d’orchestra che decide quando deve suonare il violino e quando la tromba e quando il violoncello, che, altrimenti, rimarrebbero sì presenti in sala, ma perennemente muti.
 La domanda che tutti ci poniamo a questo punto è: “Come ha potuto l’uovo diventare direttore dell’orchestra che non ha mai conosciuto prima?”, ancora: “Come avrebbe mai potuto l’ambiente dell’uovo (per usare i termini cari ai darwiniani) costruire un sistema complesso (enzimi, energia, materia prima) in grado di interagire con l’ambiente del nucleo dello spermatozoo, che non ha mai visto prima della fecondazione e che proviene addirittura da un altro corpo?” Siamo di fronte ad un fenomeno che ha veramente dell’incredibile! L’ovocita “attende” uno spermatozoo, così come una persona va ad un appuntamento. Sono fatti l’uno per l’altro, eppure non si sono mai visti prima! Invocare, a questo punto, una risposta ragionevole come questa che dice all’incirca così: “l’uovo e lo spermatozoo sono stati progettati dall’esterno del sistema per realizzare una nuova vita individuale” significa uscire dall’ambito della Scienza (con la esse maiuscola, per carità!) e incorrere nella sanzione prevista dalla risoluzione del Parlamento europeo n° 1580 del 4 ottobre 2007, che invita “gli Stati membri e in particolare le autorità educative ad opporsi fermamente all’insegnamento del creazionismo come una disciplina scientifica”? Mi domando: sarebbe più scientifico affermare che le cellule riproduttive sono state selezionate dall’ambiente in tempi che si misurano a milioni di anni, realizzando a piccoli passi, ma in modo assolutamente fortuito e naturale, prima la meiosi, evento di loro esclusiva proprietà, che porta al dimezzamento del numero dei cromosomi attraverso due divisioni cellulari, poi la fecondazione, di cui mantengono l’esclusiva, quindi la mitosi e l’intero sviluppo embrionale, che prevede simmetrie, morfogenesi, organogenesi, sacca amniotica, mancata espulsione uterina, parto miracoloso ed immediato allattamento al seno? Perché dobbiamo abdicare all’uso della ragione proprio quando la stiamo utilizzando al massimo delle sue possibilità, cioè quando siamo alla ricerca della verità delle cose?
Come dire, esemplificando questa volta con l’aiuto dell’ingegneria: tutti vediamo il progetto del cantiere disteso sul tavolo dello studio di professionisti, ma solo la religione può nominare il suo designer; la scienza non può che analizzarne il tratto di matita segmentandolo in milioni di millimetri per cui può dire che si sono accumulati nel tempo, uno dopo l’altro, fortuitamente, selezionati dalla carta (il suo ambiente) e non dalla mano e dalla testa di chi l’ha pensato. Credo, invece, che tutte le volte che abbiamo la possibilità di “allargare la ragione”, conferendole fiducia nelle sue capacità di conoscenza e di intuizione, facciamo un profondo servizio alla nostra umanità, perennemente mendicante di verità.

CHI HA PAURA DEL CREATORE DEL MONDO?

Il Parlamento Europeo stabilisce come e quando a scuola si può parlare dell’origine del Mondo: risoluzione 1580/2007

La risoluzione n. 1580 del Parlamento europeo, approvata il 4 ottobre 2007 recita così: “Per alcune persone la Creazione, quale argomento di credo religioso, dà senso alla vita. Tuttavia, l’Assemblea parlamentare è preoccupata. … Se non stiamo attenti, il creazionismo potrebbe diventare un pericolo per i diritti umani, che sono una priorità per il Concilio d’Europa” (2).

Più avanti, la risoluzione esplicita che il Creazionismo è una forma di fondamentalismo che presenta la sua versione più sottile nel “Disegno intelligente” che è sostanzialmente in contrasto con la teoria dell’Evoluzione. I diritti umani sono dunque seriamente minacciati dall’idea di una Creazione del mondo, condivisa – si noti – da miliardi di persone sparse nel mondo intero. Che cosa è realmente in pericolo? Risponde la risoluzione: “Il totale rifiuto della scienza è uno dei più seri attentati ai diritti umani e civili” (12). E più avanti, si afferma addirittura che “se viene negato ogni principio di evoluzione, è impossibile il progresso della ricerca medica nella lotta contro l’AIDS e contro i rischi dei cambiamenti climatici.” (11). Vorrei esprimere due considerazioni a proposito di questa dichiarazione ufficiale del Parlamento Europeo, “indirizzata a tutti gli Stati membri e specialmente alle loro autorità nel campo dell’educazione” (19).

La prima riguarda il concetto di “creazione”; la seconda riguarda il concetto di scienza. “La creazione – si dice – dà senso alla vita”: non mi pare poco! Subito dopo però si precisa che deve rimanere confinata nell’ambito del proprio credo religioso, e non deve avere nessuna ricaduta sulla “democrazia”, sui “sistemi educativi” e sulla didattica della scienza. In questi ambiti, infatti, si deve lasciar posto solo all’Evoluzione, l’unico sapere scientifico ammesso. Volevo osservare, a questo proposito, che il concetto di creazione non è antitetico a quello di evoluzione, ma a quello di “nulla”. L’evoluzione di qualcosa ha senso solo se prima il soggetto ha iniziato ad esistere. La creazione, in altre parole ancora, vuol essere la risposta alla domanda: “perché esiste il mondo?”; l’evoluzione invece, è l’interpretazione delle differenze presenti nel mondo e del loro dispiegarsi nel tempo. L’evoluzionismo è il contrario del fissismo, non del creazionismo e questo concetto appartiene al sapere largamente condiviso.

Se l’intento della risoluzione era quello di isolare e colpire i creazionisti fondamentalisti, ovvero coloro che ritengono che i primi versetti del libro della Genesi abbiano un significato letterale di tipo scientifico, bisognava dirlo con maggior chiarezza, distinguendoli dalle centinaia di milioni di persone che invece credono semplicemente che il Mondo abbia un suo Creatore, pur accettandone o non, l’evoluzione. La seconda considerazione che propongo è invece di natura epistemologica. Il messaggio che il Parlamento europeo vuole lanciare è molto chiaro e dice all’incirca così: “Gli europei possono pur credere in un Creatore, purchè lo facciano solo nella loro sfera privata, di tipo religioso; è per loro vietato parlarne in pubblico e soprattutto insegnarlo a scuola in un orario che sia diverso da quello dell’ora (facoltativa o assente) di religione”. “A scuola – prosegue il comunicato – si parla solo di Evoluzione, cioè di continuità tra il mondo inorganico e il mondo organico, realizzatasi grazie al duplice meccanismo della mutazione e della selezione naturale”. In realtà, vorrei osservare che se la scienza è un processo che ricerca le cause dei fenomeni attraverso un metodo rigoroso e sperimentale, non si può arrestare di fronte al problema della causa ultima, dicendo che non ha senso parlarne, perché esula dal suo campo di indagine. Si utilizza l’indagine rigorosa e sperimentale per scoprire le cause di ogni fenomeno, e di causa in causa si arriva all’inizio. Perché vietare agli insegnanti di parlare di una Causa incausata capace di rendere ragione di tutte le cause successive individuate e appena studiate? E’ preferibile ammettere che la scienza non sia in grado di rispondere alla “domanda delle domande”, adducendo come motivazione il suo statuto epistemologico? Possibile che non si possa parlare di un Creatore almeno come un’ipotesi da affiancare a quella, evidentemente preferita dal Parlamento europeo, che non prevede proprio nulla? Non è lecito, a questo punto, che sorga un dubbio?

Non è che l’Europa abbia paura che nelle sue scuole sia consentito ai bambini di giungere ad un Creatore attraverso un pensiero razionale, che non sia cioè quello di tipo mitico che si ritrova nelle religioni? Non è per caso che si voglia relegare il pensiero di Dio nella sfera “irrazionale”, in modo che perda di credito nelle future generazioni? Mi auguro che il sospetto non sia fondato, ma mi ricorda molto da vicino il monito che Benedetto XVI ha lanciato a Ratisbona, nella sua celebre lezione magistrale, nel passaggio in cui si riferisce all’attuale contesto epistemologico: “Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. Il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come ascientifico o pre-scientifico. Con questo però ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione.” Che cosa tolgo alla biologia – ha detto il nostro Vescovo – se dopo aver analizzato e descritto tutta la biochimica complessa di una cellula, spiegandone i meccanismi e tutte le cause intermedie, nomino la Ragione (Logos) come sua causa ultima? E’ proprio curioso: il Parlamento Europeo che si occupa di promuovere i diritti umani, invita le autorità preposte all’educazione a non nominare mai il Creatore ai loro giovani cittadini, perché, non si sa mai, “potrebbe dare senso alla loro vita”(2). Parola del Parlamento Europeo, evoluto ma non creato!

A PROPOSITO DEL DIBATTITO SULLE CELLULE STAMINALI

La Bioetica sta diventando sempre più oggetto di dibattiti che catturano le prime pagine dei giornali, a livello mondiale; qualcuno ha detto che il terzo millennio sarà caratterizzato proprio da questa nuova disciplina. Ho partecipato alla serata sulle cellule staminali organizzata dal Congresso Nazionale di Neuroscienze alla Gran Guardia di Verona, venerdì 28 settembre 2007, alle ore 20,30; il tema era: “Cellule staminali: aspetti bioetici”.

Sono stato incaricato di presentare i relatori, tra cui il cardinale emerito di Ravenna, s.e. mons. Ersilio Tonini, e il prof. Piergiorgio Strata, neurofisiologo dell’Università di Torino, e di dare inizio ai lavori con una breve introduzione. Volevo, in questa sede, riferire sul tema – cui il nostro quotidiano cittadino ha dato ampio risalto – e aggiungere qualche riflessione, frutto anche dell’esperienza maturata insegnando un po’ di bioetica ai liceali di questa Scuola. Il punto cruciale della questione, cui si richiamano anche le forti voci di protesta contro i limiti imposti dalla legge n°40 sulla fecondazione assistita, è dato dalla possibilità morale di utilizzare le cellule staminali umane, di tipo embrionale; le staminali del cordone ombelicale e quelle dell’adulto non pongono alcun problema in questo senso. Per poter utilizzare le staminali totipotenti del primo tipo bisogna intervenire (uccidendolo) sull’embrione umano. Lo scopo dichiarato di questo filone di ricerca è quello di aprire nuove possibilità nella terapia di diverse malattie, tra cui quelle degenerative del sistema nervoso centrale. Per realizzare questo desiderio – manipolare l’embrione umano – è stata creata in letteratura la figura di “pre-embrione” (1984, Gran Bretagna, rapporto Warnock), che non esisteva prima, nei manuali di biologia dello sviluppo, e che, del resto, non è mai stata applicata né al mondo animale né a quello vegetale. Stano ma vero: solo lo sviluppo dell’uomo prevede lo stadio di “pre-embrione”, che va dal concepimento al fatidico quattordicesimo giorno, quando cioè inizia a formarsi la “piega neurale” ovvero la prima “bozza” di sistema nervoso. Si dice, con pressoché universale consenso in ambito accademico, che l’essere umano inizia la sua identità individuale solo a partire da questo momento in cui compare il suo organo peculiare, che è appunto il cervello. Volevo a questo punto proporre quattro considerazioni, non desunte dalla fede cristiana, ma affidate esclusivamente alla ragione e alle sue ragioni, come si conviene a un dibattito laico.

Che cosa dire allora di fronte alla data del 14° giorno?

Primo. Per ogni animale e per ogni vegetale vale la regola della discendenza, per cui l’identità del figlio è data dalla natura dei genitori: un figlio di cavallo è tale perché i suoi genitori sono equini, anche se dovesse essere incapace di galoppare. Così l’embrione umano è tale perché i suoi genitori sono umani, senza ma, senza se e soprattutto senza alcun calendario. Anche se dovesse svilupparsi privo di un arto o anche fosse anencefalico, è sempre un umano, appunto per generazione. E’ chiaro che l’inizio della nuova esistenza è data dalla fecondazione; non un giorno prima, non un giorno dopo. E’ solo in quell’istante che inizia un processo di sviluppo assolutamente nuovo, autonomo e indipendente dai genitori; nessun grande biologo si era mai accorto, studiando lo sviluppo embrionale, di un “salto” tra il 14° e il 15° giorno, prima che entrassero in gioco interessi di tipo politico.

Secondo. Il processo biologico che si avvia con la fecondazione è inarrestabile ed è orientato allo sviluppo di tutto il nuovo essere, senza soluzione di continuità. Il processo di sviluppo non si presta ad essere segmentato in giorni se non per comodità di studio; la comparsa della piega neurale ha la stessa importanza della comparsa del cuore o della comparsa precedente di una blastula. La piega neurale non compare da sola, ma compare su una gastrula, ovvero su una struttura pluricellulare cui è vitalmente connessa: no gastrula, no piega neurale! Non si vede perciò il motivo scientifico per “isolare” la comparsa di un organo dal suo contesto. In fondo, inoltre, anche questo inizio di cervello non è né autocoscienza, né funzionalità cerebrale, e neppure certezza di sviluppo ulteriore. Terzo. Ammesso e non concesso che diventi uomo il 14° giorno: prima cos’era? Un limbo? Una “entità” (come arbitrariamente si dice) di quale specie, se non quella umana? Il fatto che non si possa definire il “prima” rende vuota la definizione del “dopo”: se non è cambiato nulla, come parlare di un prima e di un dopo? Quarto e ne parliamo sottovoce. Se proprio vogliamo accettare questa definizione, siamo coerenti e diciamo che tutti gli aborti dopo il 14° giorno sono omicidi perché uccidono un essere umano, come appunto si vuole sostenere con l’argomentazione della piega neurale. Insomma, la ragione ci conferma nell’evidenza che ogni donna prova quando si accorge di essere incinta ed afferma: “aspetto un bambino”. Come donne e come uomini preferiamo credere che la nostra storia sia iniziata molto prima del quattordicesimo giorno, a partire da un gesto d’amore di una mamma e di un papà che ci hanno generato, prima di avviare qualsiasi processo biologico. Umberto Fasol Biologo, preside Istituto Alle Stimate

Mutazione ed evoluzione.

La mutazione è la fonte della variabilità genetica all’interno di un individuo e quindi della specie. La mutazione crea novità, rimescola le carte, fa uscire nuovi assi, fluidifica il DNA; senza di essa tutto rimarrebbe così com’è, rigido, uguale a se stesso di generazione in generazione. La prima cellula non avrebbe potuto modificarsi e avrebbe popolato il Pianeta di organismi unicellulari tutti uguali tra loro. Il primo pesce avrebbe continuato a generare pesci e non avremmo avuto alcun vertebrato terrestre. Insomma, senza la mutazione la vita rimane rigida, congelata nelle sue forme e nei suoi meccanismi; con la mutazione diventa come una plastilina che assume le forme in cui l’ambiente la modella.

Ma cos’è la mutazione? E’ un errore nella duplicazione del DNA in vista della formazione dei gameti per cui si crea un nuovo DNA che non è esattamente uguale all’originale e quindi può trasmettere qualcosa di nuovo alle generazioni successive. L’errore avviene con un ritmo di circa uno su un miliardo di battiture. E’ un tasso infinitesimale, trascurabile. Perché avviene? Perché le basi azotate, adenina, citosina, guanina e timina, sono abbastanza simili tra loro da un punto di vista chimico (appartengono alla stessa specie di molecole) e possono quindi intercambiarsi durante la duplicazione, per errore. L’errore in realtà è un meccanismo fisiologico di flessibilità del sistema; può accadere perché il sistema non è rigido. Non si tratta quindi di qualcosa di imprevisto che non dovrebbe accadere mai: è un evento contemplato dal sistema stesso. Se questo fosse rigido, le basi azotate non sarebbero legate con legami a idrogeno e quindi non potrebbero separarsi facilmente per consentire la duplicazione del DNA.

In altre parole la possibilità di cui il DNA dispone di potersi autoduplicare, così come un originale può essere fotocopiato, è unica tra tutte le macromolecole biologiche ed è necessaria in funzione della riproduzione; tuttavia questa proprietà ha un prezzo: il DNA dev’essere apribile, come le pagine di un giornale, e quindi i legami tra le basi azotate devono essere deboli. Questa debolezza di legame rende possibile qualche raro errore. Evidentemente però, questo errore non ha nulla a che fare con il senso della duplicazione, che rimane intatto. Di fatto, ogni genitore ha figli della stessa specie. Si tratta di un meccanismo fortemente conservativo, che non ammette variazioni significative, cioè che riguardano la sostanza. Non si capisce come si possa fondare su questo mirabile sistema autoconservativo un’ipotesi scientifica di spiegazione della nascita delle forme. Sarebbe come pretendere che gli inevitabili refusi di stampa dei Promessi Sposi fossero in grado di generare una nuova trama per Renzo e Lucia!

D’accordo, questa è solo la mutazione puntiforme, ma esiste anche la possibilità di delezione, di traslocazione, di inserimento, di crossing over di frammenti interi di DNA. E’ vero, ma in questi casi, che, ripeto, devono accadere proprio durante la meiosi, si producono variazioni pericolose in quanto viene alterata una parte importante del messaggio, non solo una lettera, ma un paragrafo. Quando invece generano nuove combinazioni di geni, come nel crossing over, non fanno che arricchire la variabilità, ma sempre all’interno della specie. E’ come quando, osservando un bosco della nostra montagna, notiamo infinite sfumature di verde, ma sempre di foglie e di alberi si tratta. E’ da notare poi che la mutazione interessa circa il 2% del DNA, perché il 98% del DNA non codifica per alcuna proteina, quindi le sue eventuali variazioni non sono considerate significative. Ma, poiché conosco bene l’ostinazione con cui gli evoluzionisti si aggrappano a queste infinitesime variazioni, voglio aggiungere una considerazione che mi riserbo come un asso nella manica, all’ultimo giro di una folle partita. Ammettiamo pure che una mutazione abbia prodotto una novità significativa in un gene che codifica per un enzima, durante la formazione del gamete che andrà a fecondare un uovo. Ammettiamo pure che sia una mutazione dominante (altrimenti deve avere una controparte uguale nell’uovo…). Che cosa potrà mai accadere di nuovo? Nulla. La novità si ferma lì, all’enzima prodotto. Perché? Perché l’enzima interviene in una reazione chimica che non è né l’unica dello zigote (la nuova vita che si sviluppa) né tantomeno è isolata.

Ogni reazione chimica della cellula appartiene ad un sistema, ovvero ad un network complicatissimo e collegatissimo, per cui la novità introdotta viene prontamente depotenziata dal contesto in cui viene ad operare. O arresta il sistema, così come un anello che manca in una collana può impedirle di chiudersi, oppure lo modifica in un dettaglio. E’ il sistema che occorre cambiare, se si vogliono novità, non il singolo “pezzo”. Come se nella catena di montaggio della vecchia “cinquecento” si fosse modificato solo il volante, o solo una candela, o solo l’autoradio… la nuova versione non avrebbe mai visto la luce. Insomma, la sensazione che abbiamo dopo la decifrazione del genoma umano, cioè dopo la lettura di tre miliardi di basi azotate, è che non abbiamo scoperto il segreto della vita che invece pensavamo di trovare, dopo aver sezionato invano il cuore, il cervello e ogni singola cellula. Anzi, sembra che il DNA si faccia gioco delle nostre pretese: una rana ne possiede molto di più di un uomo; molte sequenze di geni sono comuni tra animali enormemente differenti tra loro; un verme di 956 cellule ha circa ventimila geni come un uomo.

Il mistero della vita si è velato ulteriormente, come un dispetto ai nostri laboratori altamente tecnologici. Sezioniamo l’animale fino ad attraversarlo senza aver mai visto in faccia la vita. Perché la vita è altrove. La vita è l’organizzazione che viene donata al sistema dall’esterno, per cui ogni componente si mette a funzionare e a fare gioco di squadra. Senza questo ordine imposto dall’esterno, nessun pezzo fa quello che deve fare. I pezzi sono quasi indifferenti come numero e come tipo; quello che conta è il progetto che li rende vivi. Questo progetto è la vita, che si serve certamente dei “pezzi” come i geni, le proteine, gli zuccheri, i grassi, l’acqua, i minerali,… ma ne è sempre trascendente. “Cara mutazione ti scrivo, così mi distraggo un po’…” ma la vita, la cerco altrove.

La vita e le sue cause seconde.

L’autorevole antropologo cattolico Fiorenzo Facchini scrive dalle pagine de “L’Avvenire” (Agorà, 2 agosto 2007): “Di per sé nella visione darwiniana viene esclusa l’idea di disegno e anche l’uomo viene visto come un evento fortuito. Ma in una visione evolutiva aperta al trascendente, il progetto di Dio sulla creazione può realizzarsi attraverso le cause seconde, attraverso il corso naturale degli eventi senza dover pensare a interventi miracolistici, fermo restando l’intervento diretto di Dio per l’anima dell’uomo.”                                                        Non avrei alcun dubbio a credere che anche per gli esseri viventi Dio si sia servito di cause seconde per continuare la sua azione creatrice, così come ha fatto per le stelle o per le montagne, se però queste fossero quelle reali, non quelle fittizie. Per la teoria dell’evoluzione gli organi, gli apparati, le reti metaboliche, il codice genetico, la coscienza… sono solo “incidenti congelati” (Boncinelli; Mayr) ovvero casuali e fortuite combinazioni di materia che avrebbero potuto benissimo non aver mai visto la luce.

“Il nostro numero è uscito al lotto!” afferma perentorio il premio Nobel Jaques Monod nel suo “Il caso e la necessità” del 1970. E Stephen Gould, forse il più grande paleontologo dei nostri tempi (recentemente scomparso) rincara la dose: “se il gioco dell’evoluzione potesse ripartire da capo, noi potremmo benissimo non uscirne più fuori”. Insomma, queste benedette cause seconde non sarebbero “cause”, ma “eventi” irripetibili, senza alcuna razionalità, senza alcun progetto: in pratica non esistono. Le stelle hanno le loro cause seconde: la massa e la forza di gravità. Le montagne hanno i moti convettivi del mantello terrestre. Le automobili hanno i loro ingegneri. La “Gioconda” ha il suo genio. Perfino il graffito ignobile della metropolitana ha il suo autore: solo gli esseri viventi sono senza “firma”! E nessuno deve stupirsene, pena la scomunica dall’accademia della scienza!                                                                                                                                                 La cellula, così come ogni essere vivente, costituisce la massima “complessità” disponibile in natura, quindi esige la massima “informazione”, ovvero il massimo della “progettualità”; che cosa propone la teoria dell’evoluzione, a fronte tutto questo: la mutazione, che è un “errore” e la selezione naturale, che è l’ambiente. Nulla che abbia competenza morfogenetica! Con gli errori di battitura non si possono certamente spiegare i testi, così come il paesaggio non può in alcun modo determinare le forme degli esseri viventi. Abbiamo bisogno di una teoria che faccia i conti con questa complessità, che sappia inglobare la finalità presente in ogni struttura, che soddisfi le esigenze della nostra ragione.

Fin che il discorso rimane sulle generali, la teoria dell’evoluzione continua ad esercitare il suo fascino: è, in fondo, quell’idea di progresso che rappresenta lo stimolo quotidiano al nostro lavoro, ma quando si analizzano le applicazioni concrete della teoria, se ne scopre tutta l’inadeguatezza. Nessuno che osi anche solo lontanamente dare una spiegazione evoluzionistica della nascita della prima cellula, o dell’invenzione del codice genetico, o ancora del passaggio dall’acqua alla terraferma, o ancora della formazione della placenta, o, infine, della comparsa dell’uomo. L’uomo nasce – ci si vuole far credere – per ergersi diritto sopra le erbe della savana e fuggire di fronte ai felini! Si crede all’evoluzione perché non si sa a cos’altro credere! Questa è alla fine la posizione di molti scienziati. Ma non è serio ragionare così. Vogliamo dati concreti, vogliamo spiegazioni razionali, vogliamo comportamenti ripetibili, vogliamo delle leggi. La recente decifrazione del Genoma Umano ci consegna una nuova verità: speravamo che il segreto della nostra vita fosse scritto nella biblioteca del DNA (tre miliardi di caratteri, ovvero di coppie di basi azotate) ma non è così. Abbiamo solo ventimila geni, più o meno come un topo o come un verme; abbiamo meno DNA di una rana. Le istruzioni per fare il nostro corpo in tutta la sua complessità non si trovano nei nostri geni, così come il nostro pensiero non si trova nei nostri neuroni. Siamo fatti di geni e siamo fatti di neuroni, ma sia il progetto che il regista si trovano “altrove”. Credo che la nostra ragione postmoderna debba compiere il grande passo di riconoscere che non ci è possibile individuare le basi materiali del progetto dell’essere vivente, perché non esistono. La vita di un animale è proprio questo “disegno” individuale che si serve dei geni così come delle cellule, ma non è riducibile a loro. La cellula è come una grandissima orchestra formata dai migliori professionisti, ciascuno dei quali sa suonare perfettamente il suo strumento e la sua parte. Ma è il direttore che li fa suonare insieme. La teoria dell’evoluzione non ha nulla a che fare con questa “vita”. Umberto Fasol Biologo, preside Istituto Alle Stimate di Verona

Progetto o beffardo scarabocchio?

Il dibattito sull’origine della vita e sull’origine dell’uomo, per fortuna, appassiona anche oggi e coinvolge tutti, uomini e donne, senza distinzione di età, di cultura o di religione.
Si tratta di un tema fondamentale per le ricadute importanti sul senso stesso dell’esistenza che ciascuno di noi trascorre, sia pur per breve tempo, su questo pianeta.
Non vale appellarsi all'”ipse dixit”: credo che in questo campo ci si debba appellare prima di tutto alla ragione e alla sua capacità di conoscere: la posta in gioco è troppo alta per poter delegare o, peggio ancora, per rinunciare a pensare.
La datazione dei fossili e delle rocce del nostro pianeta esclude la possibilità della creazione del sistema solare e della vita 6000 anni fa, come sostengono i “creazionisti fondamentalisti”, ma non esclude, di per sé, l’intervento di un Creatore, in tempi e modalità differenti.
L’ipotesi dell’evoluzione biologica non possiede, a mio avviso, dati e argomenti sufficienti a soddisfare le esigenze della nostra ragione.
Secondo tale ipotesi le farfalle, le balene, i cedri e gli uomini derivano da un antenato comune.
Questo antenato è costituito da un gruzzolo di atomi di carbonio, un gruzzolo di atomi di idrogeno, un pizzico di ossigeno e di azoto che, mescolati e ricombinati insieme in una pozza d’acqua di oltre tre miliardi di anni fa, sono diventati “viventi”, cioè capaci di metabolismo e di riproduzione, confinando la loro “novità” all’interno di una membrana, anch’essa vivente.
Senza alcun progetto preesitente, senza alcuna finalità, senza alcun potere previsionale sul loro futuro, senza poter ripetere il prodigio, queste molecole hanno dato inizio, a loro insaputa, al meraviglioso capitolo della biologia sulla Terra.
Per almeno tre miliardi di anni non hanno incontrato nessuno che fosse in grado di dare loro un nome e di riconoscere il merito che hanno avuto, rischiando anche di restare ignorate per sempre, perché l’uomo avrebbe potuto benissimo non apparire mai.
Non solo l’uomo, ma anche il cuore, i reni, il fegato, l’utero, le ali dell’aquila, le vertebre del serpente, il marsupio del canguro, l’occhio di un falco… tutto avrebbe potuto non accadere.
Se è accaduto, lo dobbiamo solo alla variabilità del materiale genetico e dell’ambiente.
“E’ stato l’ambiente a fare l’uomo e senza questo evento (la siccità in Africa tropicale) il genere Homo non avrebbe avuto alcun motivo di comparire, almeno lì e in quel momento” (Yves Coppens, Histoire de l’homme et changements climatiques, tr. Italiana Jaca Book, 2007).
La nostra ragione deve rassegnarsi: non c’è disegno, non c’è finalità, non c’è nulla di che stupirsi: tutte le “forme” della vita, compresa la nostra, sono un prodotto secondario dei cambiamenti climatici, quasi un effetto collaterale della scienza metereologica.
Eppure rimaniamo (come me, spero tanti…) ancora insoddisfatti da questa risposta; non sappiamo darci pace all’idea che per fare un computer ci voglia un ingegnere, ma che per fare un’aquila basti una bava di vento che la sollevi e che per fare un uomo basti un po’ di caldo e di siccità che lo costringa ad alzare la testa per vedere lo skyline sopra l’erba della savana.
In realtà, la macroevoluzione, ovvero la nascita delle differenti forme di classi di esseri viventi, non ha una spiegazione soddisfacente non perché dobbiamo aspettare ancora nuove ricerche, ma perché l’errore casuale (la mutazione) e la selezione dell’ambiente di vita non possiedono capacità morfogenetiche.
Detto in altre parole, le informazioni per costruire una colonna vertebrale all’interno di un corpo non possono ragionevolmente derivare da “errori” del DNA, perché sono di una complessità tendente all’infinito e come tale esige di essere trattata in termini di software e di brevetto.
Per “fare” la famosa giraffa, non basta allungare il collo, ma bisogna potenziare il cuore per spingere il sangue fin lassù, bisogna coordinare il movimento di tutti i muscoli, allungare i nervi, proporzionare le zampe e tutto nello stesso istante, altrimenti non “funziona” nulla.
Ogni volta cioè che si “ritocca” una parte di un organismo, si deve modificarlo tutto, perché un essere vivente non è un puzzle, ma una “complessità irriducibile” (un sistema la cui funzionalità non è presente nelle singole componenti, ma deriva dalla loro sinergìa).
L’inadeguatezza dei geni per spiegare le “forme” degli esseri viventi ha infatti fatto nascere recentemente un nuovo filone di ricerca che si spinge a cercare nuove risposte all’interno della biologia dello sviluppo (evolutionary developmental biology, evo-devo in sigla), cioè cambiando il punto di osservazione. Non più i geni, ma lo sviluppo dell’embrione.
La strada intrapresa è solo all’inizio, ma la dice lunga sulla pretesa di aver spiegato la vita a suon di mutazioni casuali e di clima variabile e volubile.
L’esplosione di quasi tutte le forme di vita nel Cambiano, nell’arco di soli 5-10 milioni di anni, ha inferto un duro colpo all’ipotesi dell’evoluzione graduale: prima compaiono tutte le grandi “architetture” e poi queste si differenziano nei dettagli.
L’evoluzione prevede un percorso esattamente opposto per la vita: le piccole variazioni sui dettagli portano, accumulandosi in tempi geologici, a differenze macroscopiche.
Le reazioni biochimiche che accadono in ogni singola cellula del corpo, perfettamente sincronizzate tra loro, coordinate nei reagenti, negli intermedi e nei prodotti finali, controllate continuamente dal fabbisogno reale di ogni molecola, costituiscono quella “complessità” che non si lascia “ridurre” ad alcuna delle sue componenti, perché postula quel surplus di “informazione” che solo è in grado di dare senso al sistema.
L’evoluzione della biochimica della cellula è ancora territorio vergine, ma la sensazione che lo scienziato ricava è che sia un’impresa senza senso: siamo in presenza di un disegno e non di un beffardo scarabocchio.
Credo che ogni tentativo di escludere l’idea di un “progetto” per la vita e per le sue forme mortifichi la ragione, che non sa accettare che una natura senza senso abbia potuto generare quell’ordine e quella logica che la animano quando pensa e indaga.
Umberto Fasol (biologo)