“Crediamo soltanto a ciò che vediamo. Perciò, da quando c’è la televisione, crediamo a tutto.” (Dieter Hildebrandt)
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“Crediamo soltanto a ciò che vediamo. Perciò, da quando c’è la televisione, crediamo a tutto.” (Dieter Hildebrandt)
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“Non usate la parola straniera ‘ideali’. Abbiamo già un ottimo termine nella nostra lingua: ‘bugie’.” (Henrik Ibsen)
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Nessun futuro per il cristianesimo in Turchia – l’APM chiede la tutela delle istituzioni europee
(APM news 29-11-07) – L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) è preoccupata per le sorti dell’abate siriaco-ortodosso Daniel Savci, rapito mercoledì dal monastero di San Giacomo nel sudest della Turchia. Gli ultimi sviluppi che vedono i rappresentanti della Chiesa in Turchia sempre più spesso vittime di attentati alla vita e dinamitardi, di aggressioni e di rapimenti, sono un segnale d’allarme per i pochi cristiani ancora residenti in Turchia e per la mancata libertà religiosa nel paese. In quanto associazione per i diritti umani che si batte per il rispetto dei credenti musulmani in Europa, l’APM lamenta però anche la continua discriminazione e persecuzione delle comunità cristiane in Turchia e la strumentalizzazione politica dell’Islam sunnita da parte dello stato turco. La persecuzione e le minacce rivolte alla popolazione cristiana in Turchia ha fatto scendere il numero dei residenti cristiani nel paese dal 25% nel 1912 all’attuale 0,2%, per un numero complessivo di circa 125.000 persone. Le chiese cristiane non godono di uno status legale proprio, quindi per la legge turca non esistono in quanto aggregazioni autonome e non hanno perciò alcun diritto legale. Il Patriarca della Chiesa greco-ortodossa Bartolomeo I, capo spirituale di circa 300 milioni di fedeli nel mondo, non è autorizzato ad usare il proprio titolo in Turchia. Dal 1970 le chiese cristiane in Turchia non possono più formare nuovi preti. I religiosi armeni e greco-ortodossi stranieri solitamente non ricevono un permesso di soggiorno e lavoro né tanto meno la cittadinanza turca. Anche i religiosi stranieri di altre fedi non possono ottenere la cittadinanza e sono quindi costretti a pagare una tassa di soggiorno. La proprietà degli immobili ecclesiastici è calata da 4.000 immobili negli anni ’30 a 460. Le proprietà ecclesiastiche sono spesso soggette a espropriazioni e solo in casi eccezionali le chiese sono riuscite e riacquistare gli immobili. L’APM si rivolge quindi alla Commissione Europea, ai Ministri degli Esteri dei paesi dell’UE, alle frazioni del Parlamento Europeo e al Consiglio Europeo affinché si impegnino per ottenere da Ankara la tutela della popolazione turca di credo cristiano e il riconoscimento legale dei loro diritti su modello europeo.
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Sentenza mite per i terroristi che decapitarono tre cristiane
Jakarta (AsiaNews) – Pene fino a 19 anni di reclusione per tre terroristi islamici implicati nella decapitazione di tre giovani cristiane in Indonesia. I crimini risalgono al 2005 e sono avvenuti a Poso, nella provincia “calda” di Sulawesi Centrali. Ieri il tribunale di South Jakarta ha condannato a 19 anni di carcere a Wiwin Kalahe alias Rahman; i suoi complici Yudi Heriyanto alias Udit e Agus Nur Muhammad alias Agus Jenggot, hanno ricevuto 10 e 14 anni di detenzione. Delusa l’opinione pubblica, secondo la quale la sentenza è “troppo leggera” se paragonata alla gravità dei crimini commessi. I giudici hanno ammesso che le azioni terroristiche del trio hanno provocato ansietà e paura in tutta Poso. Secondo Rohadi, un abitante di Jakarta, la corte però non ha tenuto conto di questa considerazione quando ha emesso il verdetto: “I tre meritavano la pena capitale per le atrocità perpetrate”. Il 29 ottobre 2005, tre ragazze camminavano verso casa quando sono state aggredite e decapitate con un machete nella zona di Gebang Rejo a Poso. Due delle loro teste sono state rinvenute vicino ad una stazione di polizia e la terza è stata lasciata davanti a una chiesa. Il caso ha scosso l’opinione pubblica in Indonesia e all’estero. Il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha condannato il triplice omicidio, che Benedetto XVI, da parte sua, ha definito “barbaro assassinio”. Nel settembre 2006 la giustizia indonesiana ha scelto la condanna capitale per tre cattolici – Fabianus Tibo, Marinus Riwu e Domingo da Silva – ritenuti responsabili di violenze contro la comunità musulmana durante il conflitto di Poso. La condanna è stata eseguita nonostante il coro di proteste internazionali, che denunciavano irregolarità nello svolgimento del processo. Sempre ieri lo stesso tribunale ha comminato pene tra i 14 ed i 18 anni di detenzione per altri quattro terroristi implicati nella fabbricazione di bombe e in una serie di attentati contro la comunità cristiana, tra cui l’esplosione al mercato cristiano di Tentena del 28 maggio 2005. In quell’occasione morirono 22 persone, mentre altre 43 rimasero gravemente ferite. “Durante il processo – fa sapere uno dei legali della difesa – gli imputati hanno riconosciuto il loro sbaglio e spiegato di aver agito per vendicare i musulmani morti in seguito al lungo conflitto interreligioso nella zona”. A Poso, tra il 1999 ed il 2001, scontri violenti tra cristiani e musulmani – le cui cause sono ancora da chiarire – hanno fatto oltre mille vittime e migliaia di profughi.
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Ecco un breve estratto dal discorso che il presidente francese Sarkozy ha pronunciato ieri pomeriggio davanti al Congresso USA. Prodi dovrebbe prenderne giusta ispirazione, la prossima volta che incontra il premier rumeno:
“Il sogno americano voleva dire mettere in pratica ciò che il vecchio mondo aveva sognato. Il sogno americano, era provare a tutti gli uomini che la libertà, la giustizia, i diritti dell’uomo, la democrazia non sono utopie ma la politica più realistica e più capace di migliorare la sorte di ciascuno. A milioni di uomini e di donne venuti da tutti i paesi, che hanno costruito la più grande nazione del mondo con le loro mani, con la loro intelligenza e con la loro cuore, l’America non ha detto: “venite, e vi sarà dato tutto “. Ha detto loro: “venite, e non vi sarà messo limite a quel che potrete fare col vostro coraggio e il vostro talento”. L’America ha la capacità straordinaria di dare a ciascuno una seconda possibilità. Qui, il più famoso come il più umile dei cittadini sanno che nulla è dovuto e che tutto si guadagna. ? ciò che fa il valore morale dell’America. L’America non ha insegnato agli uomini l’idea della libertà. Ne ha insegnato loro la pratica. E si è battuta per questa libertà ogni volta che l’ha sentita minacciata…”
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L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) segnala che nelle ultime settimane truppe iraniane hanno ripetutamente tenuto sotto fuoco d’artiglieria alcuni villaggi cristiani ed assiro-caldei nel nord dell’Iraq. Secondo informazioni dell’ufficio di Arbil dell’Associazione per i popoli minacciati, circa 450 famiglie kurde e cristiane sono state costrette a fuggire dalla provincia di Sulaimaniya, dopo che numerose granate avevano centrato le loro case e i loro campi. Gli attacchi sono rivolti contro i villaggi di Barda, Qalshew, Qirnaqa, Bish Aashan, Zahrawa e Bast e ultimamente, il 2 settembre, anche contro i villaggi di Khinere, Khakurk?, Lolan, Kelaschin, Birikim, Berdanaze, Mardow e Goschine, tutti distanti tra i 10 e i 30 chilometri dal confine con l’Iran.
Questi reiterati attacchi costituiscono una pericolosa aggressione nei confronti di un libero e pacifico Kurdistan, che è tra l’altro l’unica regione autonoma dell’Iraq dove i diversi gruppi etnici convivono in modo esemplare rispetto al resto del Medio Oriente e dove la ricostruzione procede a gonfie vele. L’APM rivolge un appello alla comunità internazionale perché protesti formalmente contro il governo iraniano affinchè questi attacchi cessino e si protegga così l’unica zona di pace e di progresso economico nell’Iraq, con la sua popolazione multiculturale.
Nella regione autonoma del Kurdistan, abitata in maggioranza da Kurdi e sita nel nord dell’Iraq, sono stati concessi diritti linguistici e culturali ai gruppi cristiani degli Assiro-Caldei e dei Turkmeni. Inoltre è stata garantita la libertà religiosa alle piccole minoranze religiose degli Yezidi e dei Mandei. Per gli Assiro-caldei e per i Turkmeni, in Kurdistan chiamati anche i due piccoli popoli, sono stati istituiti sistemi d’istruzione in lingua neo-aramaica e turkmena. Entrambe le etnìe sono dotate di istituti culturali, di radio, televisione e di giornali nella propria lingua.
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1) Dimenticarsi l’adozione di una costituzione europea. Se è già un’impresa trovare un accordo sulla lunghezza dei cetrioli e gli standard delle prese elettriche, perché illudersi di poter armonizzare dei principi fondamentali in una costituzione che nessuno vuole?
2) Abolire il Parlamento Europeo. Non è rappresentativo della sovranità popolare e il sistema della doppia sede è assurdamente costoso. Sostituirlo con un assemblea di delegati dei Parlamenti nazionali con un massimo 200 membri.
3) Dimenticarsi una politica estera comune. Non c’è accordo sulla maggior parte delle decisioni di politica internazionale e in realtà non c’è bisogno di un accordo. I rapporti bilaterali tra stati sono più che sufficienti.
4) Darsi dei confini. Se l’Europa vuole essere davvero qualcosa di più di un enorme mercato di libero scambio, deve avere dei confini. Turchia, Israele, Palestina, Marocco, Canada non sono paesi europei. L’Europa dev’essere una porta aperta verso il mondo, non un varco spalancato a tutto il mondo.
5) Coinvolgere gli euroscettici in posti di responsabilità negli uffici comunitari a Bruxelles. La nocività dell’Unione europea è dovuta anche al fatto che è diretta da un gruppo di eurofili ottusi e superpagati. Le campagne di informazione europeista vanno limitate, se non abolite, se non vogliamo imitare l’Unione sovietica, in termini di retorica propagandistica.
6) Adottare l’integrazione differenziata. Il mercato comune, l’unione monetaria, l’accordo di Schengen non devono essere applicati immediatamente a tutti i paesi, o a tutti i paesi appena possibile. In avvenire non deve essere negoziato nessun altro allargamento, se il paese candidato non fornisce garanzie credibili (vedi Romania). L’integrazione differenziata permetterebbe di conservare la regola di unanimità e rispettare la sovranità dei cittadini.
7) Smettere di competere con gli USA. Rispetto agli Stati Uniti, le democrazie europee si basano su fondamenti e principii differenti, che ci impediscono di competere con successo in un gioco che è comunque sempre condotto dagli statunitensi. In Europa andrebbe anteposta la qualità della vita ad ogni altro indicatore congiunturale.
8) Smettere di essere razzisti con noi stessi: basta umiliare i Serbi; basta negare le radici cristiane dell’Europa; basta dire che emarginiamo gli zingari e i “diversi”. Non ingerire mai più nelle scelte politiche degli elettori degli stati membri (vedi Austria 2000)
9) Anteporre la qualità alla compatibilità nella formazione. Non interferire con i sistemi di istruzione nazionali. No all’omogeinizzazione dei sistemi universitari europei. Dimenticarsi il cosiddetto Processo di Bologna.
10) Rispettare la diversità culturale storica dell’ Europa. Anteporre le diversità storiche ed endogene dell’Europa rispetto alle “nuove diversità” importate. Dare alle lingue di minoranza storiche europee (basco, catalano, gaelico, ladino….) uguale condizione con le lingue ufficiali dell’UE. Adottare l’Esperanto, o Interlingua o il latino semplificato come lingue di lavoro, togliendo il monopolio linguistico anglo-francese agli eurocrati.
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Riportando le notizie che vedono protagonisti gli zingari, i media italiani hanno la consolidata e brutta abitudine di riferirsi a loro chiamandoli genericamente “slavi”, forse con la speranza che l’attribuzione di una indifferenziata “slavità” possa diluire il risentimento e la diffidenza nei loro confronti. In realtà gli zingari non sono mai stati slavi, essendo originari della zona tra l’attuale India e il Pakistan, da cui si sono mossi piuttosto recentemente, intorno all’anno 1000 d.c, probabilmente per fuggire alle invasioni mongole ed arabe. Gli “slavi” invece, sono un ramo linguistico ed etnico dei popoli indoeuropei, entrati tra il 4500 e il 2000 a.c in Europa, dove attualmente costituiscono circa un terzo della popolazione: i cechi, i polacchi, gli slovacchi i bielorussi, i russi, gli ucraini, i serbi, i bulgari, i croati, i macedoni, i montenegrini, i bosniaci e gli sloveni, tutte popolazioni stanziali, di lingua tra loro affine, e cultura, storia, memoria e identità millenarie e ben consolidate. E’ quindi sbagliato attribuire agli slavi un’affinità etnica con gli zingari.
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Dopo l’assassinio di tre Cristiani a Malatya nel sudest della Turchia, l’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha lanciato un appello affinché non si continui a ignorare le crescenti tendenze anti-cristiane in Turchia. Da decenni il nazionalismo radicale di stampo kemalista dominante nelle fila governative turche usa a proprio vantaggio l’Islam sunnita per impedire la democratizzazione del paese. In questo modo il sentire nazionalista esclude di fatto i Cristiani dall’appartenenza alla popolazione turca. Il fenomeno si estende anche al di fuori della frontiere turche. In Germania, ad esempio, l’Unione tedesco-turco-islamica con più di 500 moschee sottostà al presidio statale turco per le questioni religiose di Ankara e da questo gli imam ricevono anche le linee guida per le prediche del venerdì, tanto da chiedersi se si tratta di vera libertà di religione.
In Turchia la percentuale di popolazione di religione cristiana è scesa dal 25% allo 0,1%. La popolazione cristiana ha subito il genocidio del 1913-1922 e in seguito è stata vittima dello cosiddetto “scambio di popolazione”, che di fatto è stato una feroce persecuzione di Armeni e di Cristiani assiro-aramaici e greco-ortodossi, e i cui culmini sono stati la “Notte dei cristalli di Istanbul (1955) e la crisi di Cipro (1974).
– Fino ad oggi le Chiese cattolica ed evangelica in Turchia non sono legalmente riconosciute e non possono quindi formare associazioni religiose con uno status di diritto. Le messe vengono per lo più celebrate in appartamenti privati e la costruzione di chiese solitamente è permessa unicamente nelle zone di richiamo turistico.
– Il patriarca ortodosso residente a Istanbul/Costantinopoli, capo spirituale di oltre 250 milioni di Cristiani ortodossi, è riconosciuto in Turchia unicamente come guida spirituale dei circa 3.000 Greco-ortodossi che ancora vivono in Turchia.
– I permessi di soggiorno e di lavoro solitamente vengono negati ai sacerdoti che non sono cittadini turchi.
– Nonostante l’articolo 40 dell’accordo di Losanna preveda il diritto dei non-Musulmani a possedere della terra, la Turchia vietava fino al 2002 ai membri di minoranze religiose di acquistare un immobile e in numerosi casi si sono verificati espropri.
Secondo le stime dell’APM, in Turchia vivono oggi 60.000 Cristiani di diverse correnti di nazionalità armena, circa 3.000 Greco-Ortodossi a Istanbul, 2.000 Siriaco-Ortodossi a Tur Abdin (nel sudest del paese) e altri 3.000 circa nella regione attorno a Istanbul, 3.000 Siriaco-unionisti e circa 10.000 Cristiani cattolici e evangelici prevalentemente non di cittadinanza turca.
Cristiani, Kurdi e Kurdi cristiani
Secono l’APM non è un caso che l’ultimo fatto di sangue sia avvenuto nella regione kurda attorno a Malatya. Negli ultimi 20 anni sempre più Kurdi sono passati al Cristianesimo. In Turchia si parla di circa 1.000 Kurdi convertiti al Cristianesimo. La violenza nazionalista ha infatti preso di mira anche una casa editrice che aveva tradotto e pubblicato la Bibbia in Kurdo. Dal punto di vista del nazionalismo radicale, il binomio Kurdo-Cristiano è particolarmente pericoloso poiché unisce l’infiltrazione religiosa con l’attentato all’unità dello stato. Da questa prospettiva non è quindi strano che dopo la persecuzione e la discriminazione degli Armeni e dei Cristiani assiro-aramaici e greco-ortodossi anche i Kurdi convertiti al Cristianesimo si trovino in una situazione di particolare difficoltà. (fonte: Associazione per i Popoli Minacciati c.s. 19-4-07)
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Il mondo giovanile incontra sempre più difficoltà a difendere e rivendicare la propria specificità e la propria valenza a livello sociale. Da tempo l’adolescenza non è più un’area protetta, ma un terreno aperto ad incursioni di ogni tipo, e a fronte di questa vulnerabilità, rimane la fascia d’età meno garantita da parte dei servizi. Mancano interventi preventivi specificamente orientati alla popolazione adolescenziale, nonostante questa esprima da sempre bisogni specifici. L’adolescenza rimane una zona franca per il sistema scolastico, che tra le varie tipologie di servizi è quella che soffre maggiormente di una crisi strutturale irrisolta e che rimane un’ agenzia molto carente, per generale riconoscimento, sotto l’aspetto didattico, e nella cui valenza educativa nessuno obiettivamente confida. I servizi socio-sanitari non prendono nella dovuta considerazione l’ età adolescenziale come problema in sè, se non nei casi di patologia o devianza conclamati: spesso gli operatori preferiscono intervenire a danno avvenuto, forse in virtù di una sorta di moratoria interventiva o forse in attesa dell’acquisizione di ruolo da parte dell’ adolescente. Le agenzie politico-culturali, per parte loro, continuano a considerare l’adolescente un consumatore-spettatore, in un mondo in cui la cultura della devianza risulta molto più remunerativa dell’educazione al conformismo.
Ma le strutture demandate e le agenzie di socializzazione sono deficitarie soprattutto sotto l’aspetto comunicativo, a causa della moltiplicazione, confusione e contraddittorietà dei messaggi e dei codici. Un esempio: il Ministro per gli Affari sociali, nel giro di un mese ha auspicato la legalizzazione della droga in virtù della sua pericolosità, poi si è fatta paladina dell’innocuità di certe sostanze, e nel frattempo ha annunciato che invierà i NAS nelle scuole a controllare il giro di spinelli. Possiamo solo immaginare quali effetti perversi provochi un messaggio al tempo stesso ambiguo e collusivo nei confronti di un comportamento deviante, in special modo se questo messaggio proviene da una fonte istituzionale.
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