Assaggi n. 29: Papini, l’ateo ideale

Io non chiedo né pane, né gloria, né compassione. Non domando abbracci alle donne o soldi ai banchieri o elogi a’ “geniali”. Di codeste cose fo a meno o le guadagno o rubo da me. Ma chiedo e domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell’anima mia, un po’ di certezza; una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità! Io vi prego e vi scongiuro, per tutto quel che avete di più caro e di più prezioso, per la vostra vita, per la vostra amata di oggi, per la vostra idea preferita, di dirmi se c’è tra voi chi abbia quel che cerco, se v’è qualcuno che sia certo, che conosca, che sappia, che viva e si mova nel vero. E se c’è, e se non sbaglia e non s’inganna, e s’è generoso quant’è fortunato, dica a me quel che conosce e quel che sa, lo riveli sotto giuramento, e mi faccia pagare, quanto vuole, come vuole, la sua verità.
Ho bisogno di un po’ di certezza – ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne a meno; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più, ma questo che chiedo è molto, è una straordinaria cosa: lo so. Ma la voglio in tutti i modi – a tutti i costi mi dev’esser data, se pur c’è qualcuno al mondo cui preme la mia vita.
Io non ho cercato che questo. Fin da bambino non ho vissuto che per questo. Ho picchiato a tutte le porte, ho interrogato tutti gli occhi, ho domandato a tutte le bocche e ho scandagliato mille e diecimila cuori invano. E invano mi son buttato nella vita fino al punto di affogare e di vomitare, e invano, sempre invano, mi son sciupato gli occhi sui libri vecchi e sugli ultimi e mi son fatto rintronar la testa dall’urlate de’ filosofi rivali e invano, eternamente invano, ho provocato gli echi interiori e ho preparato con umiltà le vie della rivelazione. Ma niente, ma nulla è venuto e nessuno ha risposto.
Nessuno ha risposto in modo da spengere ogni voglia e bisogno di chiedere ancora; niente è venuto che abbia calmato il cuore troppo impaziente e abbia saziata quest’anima mia, sitibonda come un deserto. (…)
Scettico io? No – disgraziatamente. Neppure scettico. Lo scettico è fortunato: una fede gli rimane, la fede nella impossibilità della certezza.
Egli può essere tranquillo e, se gli accomoda, dogmatico. Ma io no. Io non credo neppure alla vanità di ogni ricerca e non son certo neppure dell’inesistenza della certezza. Fra le cose possibili v’è anche questa: che la verità si trovi e che qualcuno la possegga.

Da Giovanni Papini, Un uomo finito, 1912

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Legge 194, Palmaro fa chiarezza: una legge intrinsecamente ingiusta

Dopo trent’anni, la 194 sembra aver messo d’accordo tutti: abortisti e anti-abortisti. Ma parliamo di una legge che ha ucciso 5 milioni di bambini innocenti. Ecco perché – in un clima confuso – occorre fare chiarezza.

[Da «il Timone», n. 68, gennaio 2008]

Nel 2008 la legge 194 compie trent’anni. Questo triste anniversario sta già alimentando un dibattito vivace, come ha dimostrato la coraggiosa “moratoria per l’aborto” promossa da Giuliano Ferrara, cui ha aderito lo stesso Timone. Accanto a questi segni di speranza, si registra però un fenomeno preoccupante. Sembra infatti che, giunta al compimento del suo trentesimo anno, la legge 194 abbia ormai “conquistato” il consenso di tutta la società italiana.

Un dibattito molto strano

Si va delineando, infatti, uno scenario nel quale si confrontano queste due posizioni:

a. coloro che da sempre sono i fautori della legalizzazione dell’aborto, che difendono la 194. Gli argomenti sono i soliti: l’autodeterminazione della donna; l’aborto clandestino; socializzare l’aborto;

b. coloro che a suo tempo si opposero alla legalizzazione, che oggi però sostengono a necessità di applicare la legge 194 integralmente. La tesi è che nella 194 vi sono aspetti positivi mai attuati. Tutt’al più, alla legge “serve fare un tagliando”. Ma, in qualche caso, ci si spinge a definire la 194 una buona legge, una fra le migliori al mondo.

Il risultato è paradossale: sia gli abortisti che gli antiabortisti sembrano convergere sulla medesima posizione pratica. E cioè: la legge 194 non può essere assolutamente essere messa in discussione.
Così, nel dibattito viene completamente a mancare qualsiasi voce che denunci la legge in vigore come “intrinsecamente ingiusta”, e che proclami la necessità di battersi per la sua abrogazione o almeno per la sua reformatio in mejus.

Come si è potuti giungere a questa deriva nel dibattito italiano sull’aborto legale?

La confusione circa il concetto di “abortismo”

Una delle cause di questa situazione è il grave stato confusionale oggi diffuso: si pensa che l’abortista sia una persona che promuove l’aborto e ne auspica la diffusione. Si tratta di una raffigurazione distorta e caricaturale, perché tutto il fronte abortista degli anni Settanta, ad eccezione dei Radicali e di pochi altri, sosteneva questa tesi: “noi siamo contro l’aborto, che è una sconfitta della donna e della società. Solo che dobbiamo regolamentarlo per vincere l’aborto clandestino”. L’abortismo è essenzialmente affermare che la donna possa liberamente decidere – sotto il mantello della legge statale – se abortire o non abortire. Qualunque sia l’ampiezza di questa facoltà – dai futili motivi, al caso di pericolo per la salute della donna – siamo pur sempre nell’ambito del pensiero abortista. Che è una gravissima ingiustizia non solo morale, ma innanzitutto giuridica.

Le posizioni “cerchiobottiste”

In questo clima di totale confusione perdono piede alcune tesi compromissorie. L’idea è quella di combattere l’aborto nei fatti, senza contrastare alla radice il principio abortista. Ecco alcuni esempi:

a. Garantire alla donna la libertà effettiva di tenersi il figlio. “L’aborto è sì una questione di scelta della donna, ma la società non deve lasciare sola la madre: deve offrirle tutto il supporto economico e psicologico necessario per far sì che, se ella lo desidera, si possa tenere il figlio”. Una sorta di “abortismo gentile”.

b. Preferenza per la vita. “L’aborto è sì una questione di scelta della donna, ma lo Stato deve promuovere la preferibilità della nascita rispetto all’aborto”. È un notevole passo in avanti, ma è pur sempre una prospettiva abortista.

c. Rinuncia alla sanzionabilità dell’aborto. “Occorre contrastare l’aborto, ma non si può più proibirlo né tanto meno prevedere delle sanzioni”. Qui è condivisibile il desiderio di evitare alla donna il carcere, che infatti può essere sostituito con pene alternative o meramente simboliche. Ma togliere ogni sanzione significa eliminare la fattispecie aborto dal diritto penale: ed è esattamente ciò che ha fatto l’abortismo negli anni Settanta.

d. La caduta del muro di Berlino fra pro life e pro choice: “Finalmente abortisti e antiabortisti abbattono il muro che li divide e si alleano per salvare quante più vite è possibile, accettando come unica regola generale la libera scelta della donna”. Sembra un compromesso. In realtà è la resa totale alla cultura femminista e abortista.

Le conseguenze di questa deriva

Questo clima genera effetti perversi, che proviamo a riassumere schematicamente:

a. confusione dottrinale: a molti non più chiaro quale sia “la linea del Piave” che consente di distinguere una legge giusta da una ingiusta in materia di aborto. Esistono solo “leggi migliori” o “peggiori”, secondo un frasario significativamente proporzionalista e cinicamente pragmatico;

b. acquiescenza alle leggi esistenti: tutto ciò che è legge dello Stato (divorzio, aborto chirurgico, fecondazione artificiale omologa) deve essere accettato così com’è. Anzi: bisogna evitare di denunciare la sua ingiustizia per ragioni “strategiche”.

c. arruolamento di personalità abortiste: questa duttilità sui princìpi permette di imbarcare nell’equipaggio pro-life quegli intellettuali che sono e rimangono abortisti, ma che hanno il merito di vivere un certo travaglio personale. E che volentieri si alleano per combattere contro l’aborto chimico o l’eutanasia.

d. spostamento del “focus” nel dibattito: di fronte al tentativo di legalizzare la pillola RU486 non si dirà più, innanzitutto, che essa è omicida; ma che essa non va autorizzata “perché è pericolosa per la donna”. Affermazione che contiene una verità ma che, da sola, si colloca pienamente sul crinale dell’abortismo.

e. messa in fuori gioco di chi contesta le leggi abortiste: coloro che proclamano la verità tutta intera su divorzio, aborto, contraccezione, vengono marginalizzati e accusati di essere “fuori dalla realtà”.

Il “punto di perfetto equilibrio” dell’abortismo

L’esito di questo “finto” dibattito – abortisti e antiabortisti che “difendono” la legge 194 – porta al raggiungimento di un punto di equilibrio perfetto dell’abortismo; da un lato, l’accettazione del diritto di aborto per legge; dall’altro lato, il contenimento del numero di aborti (e magari perfino la loro riduzione) grazie al lavoro del volontariato cattolico, che si fa carico delle difficoltà delle donne incinte in ristrettezze economiche. È la quadratura del cerchio abortista: rendere fisiologico l’aborto legale, in una nuova, inedita alleanza con il solidarismo cattolico.

 

Il partito degli assorbenti

Una ventina di anni fa, un politico cattolico si sentì rivolgere in Tv questa domanda: «Onorevole, lei è ancora contrario alle legge sul divorzio?» «Credo – fu la risposta – che quella legge ormai sia stata assorbita bene dal popolo italiano». Episodio emblematico. C’è un tragico processo che le leggi ingiuste innescano nella testa della gente, cattolici inclusi: digerire, assimilare, assorbire poco alla volta l’ingiustizia. In un primo tempo dicendo (giudizio politico) che “non abbiamo la forza per eliminare quella legge”; dopo qualche anno, affermando (giudizio morale e filosofico-giuridico): “quella legge tutto sommato non è poi così cattiva, anzi è buona”. È accaduto con il divorzio. È già avvenuto con la fecondazione artificiale omologa (che viene ormai praticata in alcuni ospedali cattolici). Ora tocca all’aborto legalizzato. Accadrà con l’eutanasia. Ma non è ancora detta l’ultima parola: la verità, per quanto sostenuta da un piccolo numero di persone, non muore.

© il Timone
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La visita del Papa alla Sapienza

(da rinocammilleri.it) Il papa, invitato a tenere una Lezione all’università La Sapienza di Roma, è stato respinto al mittente da una levata di scudi di 63 (o 67?) professori di quell’ateneo, i quali hanno inalberato il solito Galileo e riesumato la consueta paccottiglia scientista.

Anche chi ha difeso il diritto del papa di parlare, come il filosofo Zecchi (“Il Giornale” 14 gennaio 2008) non ha saputo trovare di meglio che perle come questa: il cardinale Bellarmino si sarebbe rifiutato di guardare nel telescopio di Galileo. Ora, a parte il fatto che s. Roberto Bellarmino è Dottore della Chiesa (scusate se è poco) e insegnava astronomia a Lovanio, e che a rifiutarsi di guardare nel cannocchiale erano i colleghi laici di Galileo (quest’ultimo li chiamava sprezzantemente “la piccionaia” dal nome del loro leader, Ludovico Delle Colombe), la moderna epistemologia dice che in quel processo aveva ragione la Chiesa e torto Galileo, perché non era la Chiesa a metter bocca nella scienza ma Galileo a voler fare il teologo.

Il punto è che l’università è un’invenzione della Chiesa che nel XIX secolo i massoni scipparono, facendosela a loro volta scippare dai comunisti nel XX, quando, col Sessantotto, i “baroni” vennero sostituiti da tribuni della plebe che salirono in cattedra a bastonate e “18 politico”, nonché “esami collettivi”. Ancora oggi, comunque, per un posto “accademico” c’è chi accoltellerebbe la mamma, dato l’ottimo stipendio e il quasi non-obbligo di tenere lezioni.

La casta si autoinveste di infallibilità, spregiando come “non scientifico” ogni scritto che non disponga di migliaia di note a piè pagina e altrettanti titoli di bibliografia, anche se lo scritto in questione consta di tre righe. Sono esperti di Storia della Filatelia nella Prima Metà del XIX Secolo e di Fenomenologia della Comunicazione Tribale nei Paesi Afro-Asiatici quelli che danno la laurea honoris causa a Vasco e/o Valentino Rossi ma non vogliono che il massimo teologo del mondo metta piede in posti pomposamente chiamati La Sapienza. E’ vero, non si può fare di ogni erba un fascio; ma forse sì di ogni squadra & compasso e di ogni falce & martello.

Un’ultima cosa: la pretesa di assoluta autonomia da parte della scienza, inaugurata con Galileo, conduce dritto alla bomba atomica e agli odierni embrioni-chimera. Neanche Galileo ci starebbe (v. il mio “Il caso Galileo”, Quaderni del Timone: info@iltimone.org).

Rino Cammilleri

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La Tradizione cattolica e la tradizione di Renè Guénon sono incompatibili. Un contributo ai nostri amici di Itinerari Interiori

(di Paolo Taufer) Esiste una profonda differenza tra il concetto guénoniano di Tradizione, intesa come Tradizione Primordiale, e la Tradizione Cattolica.
La Tradizione difesa da Guénon è aprioristica, con pretese di universalità, eterna e immutabile: at-tinge alle antiche visioni indiane dell’esistenza di un Centro primordiale, di un’Identità Suprema, collocata al di fuori di ogni spazio-tempo, con caratteri di totalità, infinitudine, assolutezza. Di essa nulla si potrebbe dire, essendo, di fatto, preclusa qualsiasi forma di conoscenza, anche indiretta, e quindi, in ultima analisi, di esistenza illusoria.
Gli uomini che s’ispiravano a tale Tradizione, sosteneva Guénon, sarebbero andati incontro ad una sorta di degenerazione a causa di una forma di caduta originaria, che li avrebbe progressivamente allontanati dal Centro primordiale al quale, fino a quel momento, sarebbero stati connessi in subli-me unione.
Detto centro Guénon lo identificava con la dimora della cosiddetta Tradizione Primordiale, deposito della sapienza metafisica eterna e incontaminata. Un ulteriore allontanamento e diversificazione a-vrebbe fatto seguito alle vicende della creazione (che egli preferiva chiamare “manifestazione”), generando la forma multipla delle varie religioni, connaturate alle particolari sensibilità dei diversi popoli, civiltà ed epoche, e delle relative rivelazioni connesse.
L’allontanamento dell’uomo dal suo Centro, fin quasi a perderne il contatto, sarebbe culminato nell’avvento dell’Umanesimo e della Riforma, per giungere ai nostri giorni, quando la distanza tra messaggio primordiale e chi lo avrebbe dovuto ricevere, si sarebbe fatta incolmabile, suscitando un “regno della quantità”, della materia, in netta e inconciliabile contrapposizione con quello della “qualità” dello spirito.
Nel mondo moderno Guénon individua l’autentica degenerazione tipica dell’età nera (Kali-Yuga), caratterizzata dall’inevitabile precipitare verso quel collasso finale che – nell’ottica o-rientale della storia concepita non come flusso lineare di avvenimenti retti da una mano provviden-ziale, bensì come un eterno ritorno lungo un percorso circolare che indefinitamente si ripeterebbe, sia pure in forme diverse – costituirebbe la fine stessa del ciclo, con l’ultimo atto della catarsi, ne-cessaria ad introdurre, secondo il dogma iniziatico, l’umanità nella novella età dell’oro.
In tale prospettiva Guénon, dalle vette esoteriche che ha raggiunto, indica come unica via di salvez-za un cammino a ritroso fino al perduto Centro primordiale, al quale l’alto iniziato può riconnettersi grazie ad opportune tecniche esoteriche. All’uopo egli promuove l’intuizione puramente intellettua-le a mezzo elettivo di conoscenza e di ascesi lungo un percorso di contemplazione in grado di tra-sformare la persona, rendendole accessibili nuove evidenze. Evidenze sostanziate dalla sparizione progressiva di ogni distinzione tra soggetto e oggetto, tra conoscere ed essere, fino all’incedere dell’unica realtà che tutto lumeggia e comprende. Ivi tutto si farebbe unità, ogni dualismo, ogni con-trapposizione verrebbero appianati, dissolti: in una parola l’iniziato, giunto al termine del suo pelle-grinaggio, si confonderebbe con la divinità stessa, sarebbe la divinità stessa [1].
La Tradizione Primordiale, col suo carattere metastorico e la sua opposizione al mondo moderno, sarebbe in tal modo fomite di una civiltà rigorosamente gerarchica retta dagli iniziati, nella quale ogni attività sarebbe volta al trascendente. Un felice connubio, potremmo dire, tra principi sacrali e un’élite che li applica, al fine di combattere il male, identificato tout-court con tutto quanto contri-buisce a pervertire detta Tradizione.

Ben altra è invece la Tradizione Cattolica, che narra come Iddio ha voluto manifestarsi agli uomini attraverso una serie di Rivelazioni dirette, a partire dalla Rivelazione primitiva, dalla conoscenza di Dio che ne ebbero i progenitori e i santi Patriarchi, Rivelazione ereditata e per millenni trasmessa oralmente, fino a pervenire allo scrittore sacro, che fedelmente la fissa nella Scrittura.
A questa prima Rivelazione segue una seconda, all’indirizzo soprattutto di Mosè, dei santi profeti e di Davide, Rivelazione che la Sinagoga raccoglierà nell’Antico Testamento. L’ultima Rivelazione, a coronamento delle precedenti, è quella del Signore Gesù Cristo, che pone il sigillo definitivo alla serie delle Rivelazioni di Dio all’umanità, con la morte dell’ultimo Apostolo e il Nuovo Testamen-to, ormai completo.
La Tradizione Apostolica sarà la garante dell’autenticità delle tre Rivelazioni, spiegandone il senso e trasmettendole in modo esatto e veritiero lungo i secoli. Speculazioni teologiche secolari indagan-do la Scrittura e la tradizione orale, vi hanno tratto nuovi elementi, che il Magistero della Chiesa si è incaricato di aggiungere al tesoro del depositum fidei.
Quale delle due tradizioni è quella vera?
La risposta è semplice: se la Tradizione Primordiale di Guénon fosse quella vera, essendo in contra-sto con le Scritture, dovremmo concludere che Iddio avrebbe mentito, e che, per ciò, non sarebbe Egli quell’Essere perfetto al quale, per definizione, solo compete l’assoluta Verità. Verrebbe di con-seguenza meno, secondo la famosa prova ontologica di sant’Anselmo d’Aosta, la sua stessa esisten-za.
Ricordiamo infine che, mentre per il cattolico la lettura e i precetti della Scrittura sono reali, come reale fu la presenza di Dio quando li ispirò all’autore sacro, per l’uomo della Tradizione Primordiale la realtà per eccellenza è la mitologia, presente presso tutte le civiltà e tutti i popoli e lo stesso con-tenuto del Genesi vi soggiacerebbe come racconto favoloso e leggendario delle origini.

[1] Cfr. René Guénon Introduzione generale allo studio delle dottrine indù, Adelphi, Milano 1989, p. 119.

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Assaggi n. 23: Poesiole del giovine Marx

Invocazione di un disperato: “Voglio vendicarmi di colui che regna al di sopra di noi / Voglio costruirmi un trono nelle alture / la sua sommità sarà glaciale e gigantesca / avrà per baluardo un terrore superstizioso / per maresciallo la più tetra agonia”.

Oulanem: “Guarda questa spada: il Principe delle tenebre me l’ha venduta… Mentre per noi due si apre l’abisso / spalancato nelle tenebre / Tu scomparirai nei suoi più profondi recessi / dove io ti seguirò ridendo / sussurrandoti all’orecchio / “scendi amico mio, vieni con me”…”.

La fanciulla pallida: “Così ho perduto il cielo / lo so benissimo / la mia anima una volta fedele a Dio / è stata segnata per l’inferno”.

da http://piccolozaccheo.splinder.com/post/14551452/diavolo+d%27un+Marx

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Assaggi n. 20: “Svelare al cosmo stesso la sua magnificenza”. Liturgia e bellezza secondo Ratzinger ’85

“? divenuto sempre più percepibile il pauroso impoverimento che si manifesta dove si scaccia la bellezza e ci si assoggetta solo all’utile. L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento sull’unica categoria del “comprensibile a tutti” non ha reso le liturgie davvero più comprensibili, più aperte, ma solo più povere. Liturgia “semplice” non significa misera o a buon mercato: c’è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, storica”.
(…)
“Una Chiesa che si riduca solo a fare della musica “corrente” cade nell’inetto e diviene essa stessa inetta. La Chiesa ha il dovere di essere anche “città della gloria”, luogo dove sono raccolte e portate all’orecchio di Dio le voci più profonde dell’umanità. La Chiesa non può appagarsi del solo ordinario, del solo usuale: deve ridestare la voce del Cosmo, glorificando il Creatore e svelando al Cosmo stesso la sua magnificenza, rendendolo bello, abitabile, umano” (Card. Joseph Ratzinger, Rapporto sulla fede, 1985).

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Assaggi n. 19: Il Natale di Rino Cammilleri

da rinocammilleri.it: Natale. La festa più bella diventata la più odiosa. Scervellarsi per scegliere i regali, pigiarsi con la gente nei negozi, rimetterci la tredicesima. Riempirsi la casa e riempire l’altrui di cose inutili. Chi non ha famiglia o ha contrasti all’interno di essa odia questa festa vieppiù. Il politically correct ha raggiunto il capolavoro del ridicolo sfrattando Cristo dal di Lui compleanno, così che si festeggia e si sta in ferie senza motivo.

Luci e neon e palline colorate e finta allegria fino alle 20,00 del 24 sera, poi di colpo il silenzio. Poi due giorni di negozi chiusi e città fantasma. Natale coi film di Pieraccioni e De Sica e Boldi. Qualcuno si spara. Qualcun altro spara ai parenti.

Natale, che comincia a novembre e finisce il 7 gennaio. Nessuno era riuscito ad abolire il Natale cristiano, neanche Hitler.

C’è riuscita la stupidità umana. Meglio ricordarsi che l’8 dicembre si è aperto l’anno giubilare di Lourdes e che si può lucrare l’indulgenza plenaria per sé, per le anime del Purgatorio o per chi si vuole.

Se proprio non avete per chi chiederla, chiedetela per me, che non vedo l’ora, ogni anno, che passino i due mesi natalizi.

Auguri a tutti voi, cari lettori, soprattutto a quelli per cui il Natale non sarà affatto felice.

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Rosanna Brichetti Messori e “Le sfide della Fede”: una presentazione della conferenza (venerdì 14, ore 20.30, Istituto Sacro Cuore, Trento)

“E’ un buon cristiano, solo un po’ burbero”; “ho incontrato un cristiano lungo la strada e mi sono fatto indicare il tragitto”: sono trascorsi vari decenni dal tempo in cui, nei paesi di antichissima evangelizzazione, l’appellativo di “cristiano” costituiva il modo abituale di designare, genericamente, un uomo, una persona, anche se magari sconosciuta. Per secoli, l’essere cristiani è stato considerato un fatto normale, scontato, quasi automatico presso intere popolazioni. Ogni nuovo nato cresceva, viveva, moriva nell’orizzonte rassicurante di costumi, istituzioni e mentalità profondamente intrise della fede in Cristo, del culto della Madonna e dei santi, e plasmate da un’obbedienza docile e serena agli insegnamenti della Chiesa. Era la cosiddetta “cristianità”, che la modernità laica e individualista ha progressivamente eroso e smantellato. Oggi tutto è cambiato: possiamo constatare che “normali”, “scontati”, “automatici” sono divenuti l’indifferentismo religioso e l’edonismo, mentre il credere ha assunto sempre più il carattere dell’originale e dell’anticonformistico. “Una cristianità – quella in cui la fede era anche fatto sociologico, strettamente legato alla cultura e alle istituzioni – sta finendo, sostituita da una nuova cristianità in cui la fede è minoritaria e per sopravvivere deve diventare forte scelta personale”: lo sostiene Rosanna Brichetti, collaboratrice del mensile Il Timone, che venerdì 14 dicembre (Istituto Sacro Cuore, ore 20.30) presenterà al pubblico trentino Credere per vivere, il libro da cui traiamo le citazioni. Tesi della scrittrice è che la “fine della cristianità” non sia un fenomeno esclusivamente negativo. Anzi: nella misura in cui costringe i cristiani ad approfondire le ragioni della propria speranza e ad affinare il proprio grado di adesione alle verità di fede, esso può rivelarsi persino provvidenziale. Una cosa, infatti, è certa: soprattutto in passato, per molti battezzati la fede restava un’abitudine, ereditata insieme a molte altre, che non dava luogo a un vero e profondo incontro con Colui che ci ha salvati. In regime di cristianità, insomma, poteva essere molto difficile rendersi davvero conto “del privilegio e della gioia che ci sono stati concessi nell’essere nati cristiani”.
Anche oggi, tuttavia, il rischio della tiepidezza e dell’abitudinarismo esiste. “Spesso la nostra fede è asfittica, incompleta. Si è fermata a quelle poche nozioni di catechismo che abbiamo appreso per la prima comunione o per la cresima. Abbiamo imparato molte cose utili per la vita e per la professione. Ma siamo rimasti alle nozioni elementari, magari male assimilate, per ciò che più conta per la nostra esistenza e cioè il nostro rapporto con Dio”. In questo caso, “anche la nostra vita spirituale sarà modesta, limitata, senza un vero respiro, senza un profondo slancio interiore, senza una progressiva e reale purificazione del cuore. E’ un vero peccato perché, in questo caso, quello che per noi è stato un grande dono – e cioè il nascere cristiani, l’aver ricevuto i sacramenti – rischia di essere un’occasione, se non proprio perduta, certamente sotto utilizzata”. Come “utilizzare” al meglio, allora, l’immenso dono della fede? Nella conferenza trentina di venerdì (organizzata dall’associazione Libertà e Persona) Rosanna Brichetti fornirà alcune praticabili risposte a questa domanda. Partendo, innanzitutto, dalla riscoperta di quelle forme e pratiche di devozione e preghiera che la Chiesa ha plasmato, trasmesso, custodito per noi, ma che negli ultimi decenni sono state, forse, indebitamente svalorizzate. Seguendo l’esempio dei santi, il popolo cristiano ha sempre trovato in rosari, novene, penitenze, pellegrinaggi una via umile e “quotidiana”, ma non per questo meno efficace, di partecipare sempre più intimamente all’esistenza stessa della Santa Trinità. Vivere la vita intima di Dio: questo il fine, unico, delle infinite espressioni di pietà che costituiscono il continente spesso inesplorato della tradizione spirituale cristiana. Cosa immaginare di più grande?
E sarà proprio dalla riscoperta di questa vocazione straordinaria che, secondo Rosanna Brichetti, scaturirà spontaneamente in ogni battezzato la necessità di comunicare ad altri “le ragioni della speranza che è in noi”. Si tratta di quell’altra vocazione, all’apostolato, che Giovanni Paolo II ha rilanciato con il nome di Nuova Evangelizzazione: una delle principali “sfide della fede”, come recita il titolo apposto alla serata, che i credenti contemporanei debbano raccogliere e fare propria.

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Roe vs. Wade (1973): la vera storia di Jane Roe, alias Norma McCorvey

Norma Leah McCorvey nasce a Simmesport, in Louisiana, il 22 settembre 1947. I suoi genitori, di origini Cherokee e Cajun, vivono un rapporto tormentato, che culmina nella separazione e si riflette pesantemente sull’equilibrio psicologico ed emotivo della figlia. Norma, che non concluderà mai le scuole medie, trascorre parte della sua adolescenza in un riformatorio texano, abusa di alcol e droga, ha rapporti sessuali disordinati con partner di entrambi i sessi e in un’occasione viene stuprata. A 16 anni si sposa con un violento dal quale ha due figlie, affidate rispettivamente al padre e alla madre. Giunta nel 1969 alla terza gravidanza, questa personalità borderline viene adescata a Dallas da un team di avvocatesse, capitanate da Sarah Weddington, che portano il suo caso pietoso in tribunale al fine di creare il precedente che introdurrà l’aborto libero negli Stati Uniti: per ottenere lo scopo la Weddington non esita a sostenere che “Jane Roe” (questo lo pseudonimo attribuito a Norma durante l’azione legale) è rimasta incinta a seguito di uno stupro di gruppo. Mentre i giornalisti cercano, senza successo, di scoprire chi si celi realmente dietro il nome fittizio di Roe, la causa approda di fronte alla Corte Suprema. Il 22 gennaio 1973 viene emessa la celeberrima sentenza “Roe vs. Wade” (Henry Wade è il nome del procuratore distrettuale di Dallas), che spalanca la porta ai circa 50 milioni di aborti legali eseguiti negli Stati Uniti da quel giorno ad oggi. Nel frattempo, curioso a dirsi, “Jane Roe” non abortisce affatto: tre anni prima della sentenza ha infatti partorito la sua terza bambina, data anch’essa in adozione. La relazione con il marito è presto terminata, la Weddington non si è più fatta sentire (“Sarah mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò”): la vita di Norma McCorvey prosegue, squallida e ignorata come prima, tra alcolismo, lavori saltuari e una lunga e non dissimulata relazione lesbica. Nel 1989 avviene una prima, parziale svolta: Norma viene rintracciata da un’altra avvocatessa, Gloria Allred, californiana, che fa di lei un personaggio pubblico. Norma-Jane diventa la paladina dei movimenti femministi e abortisti americani, i quali non cessano di strumentalizzarla: “ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che durante una marcia per l’aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la folla. Scandivano il nome di ‘Jane Roe’ ma preferivano restassi nella retroguardia”. Agli attivisti abortisti serve solo un nome, quello di Jane Roe: all’impresentabile Norma McCorvey viene offerto un posto da tuttofare in una clinica per aborti, dove la sciagurata tossicodipendente rassicura le clienti che quello che portano in grembo non è un bambino “ma solo una mestruazione mancata”. Nel frattempo si gira una miniserie televisiva sulla sua storia e, nel 1994, esce l’autobiografia I am Roe (“Io sono Roe”, ndr). Proprio durante una presentazione del libro avviene il primo incontro con l’attivista pro-life Philip “Flip” Benham, pastore metodista, che in quell’occasione la accusa, gridando, di essere “responsabile delle morti di più di 33 milioni di bambini” (quelli uccisi dalla sentenza del 1973 fino ad allora, ndr). Il lavoro presso la clinica ha cominciato da qualche tempo a diventare psicologicamente sempre più gravoso. “Quando andavo nella cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo”. Come se ciò non bastasse, nel marzo 1995 il Rev. Philip Benham trasferisce la sede di Operation Rescue, la sua organizzazione antiabortista, in una locazione adiacente alla clinica di Norma, che viene colpita nel profondo dalla serenità e dalla dedizione degli attivisti pro-life ai princìpi del cristianesimo. Nel giro di pochissimo tempo Norma McCorvey comprende di avere sbagliato tutto e decide di cambiare vita, abbandonando i vizi e convertendosi alla religione cristiana con una cerimonia battesimale officiata dallo stesso Benham in una piscina, al cospetto delle telecamere, l’8 agosto 1995 (il cammino di Norma verso la verità conoscerà alcuni anni dopo un’ulteriore e definitiva svolta, con l’abbandono del metodismo e l’ingresso nella Chiesa cattolica). Le sue opinioni circa l’aborto si fanno sempre più critiche. Nel 1998 esce un nuovo libro, Won by Love (“Vinta dall’Amore”, ndr), il cui frontespizio recita: “questo libro è dedicato a tutti i bambini che sono stati fatti a pezzi con l’aborto. Vi chiedo scusa perché non siete più qui, ma ora siete in Paradiso con nostro Padre. E a tutte le donne che, a causa dell’aborto, hanno avuto le loro vite cambiate. La Grazia meravigliosa può guarire il vostro cuore e anche voi potete essere vinte dall’amore”. Oggi Norma McCorvey ha quasi sessant’anni ed è una delle più note militanti antiabortiste degli Stati Uniti.

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Le ragioni laiche del “no” della Chiesa alla guerra in Iraq

[ecco quanto scriveva Sandro Magister nel 2003 sul suo blog Chiesa online] Iraq. Le ragioni tutte politiche del “no” della Chiesa alla
guerra
Poco idealismo e molto pragmatismo nelle posizioni antiguerra del
cardinale Sodano e dei vescovi italiani, tedeschi, canadesi. Questi
ultimi addirittura le sottopongono a un sondaggio
di Sandro Magister (2003)
ROMA – La Chiesa cattolica continua a dire forte il suo “no”
alla
guerra all?Iraq. Ma non come fosse un veto religioso, assoluto. Il
“no”
lo argomenta con ragioni politiche, e quindi per loro natura
discutibili, affidate all?intelligenza dei fedeli. ? ciò che si ricava
da quanto hanno detto negli ultimi giorni il cardinale Angelo Sodano,
segretario di Stato, e le conferenze espiscopali dell?Italia, del
Canada e della Germania.
1. IL CARDINALE SODANO
Il cardinale Sodano è tornato a dire il suo pensiero sull?Iraq il 29
gennaio, a un pool di giornalisti invitati a un pranzo in suo onore.
Ecco le sue frasi salienti, riportate il giorno dopo sulla stampa:
“Al di fuori qualcuno pensa che gli esponenti della Chiesa siano degli
?idealisti?. E lo siamo, ma siamo anche realisti”.
“Vale la pena irritare un miliardo di islamici? ? la domanda che
faccio a qualche amico americano: vi conviene? Non avrete poi per
decenni l?ostilità di tutto quel mondo?”.
“Senza entrare troppo nel problema se la guerra sia morale o no, credo
che abbia una sua efficacia la domanda sulla convenienza”.
“Con le guerre si sa come si comincia ma non come si finisce. Agli
americani chiedo: siete sicuri di uscirne bene? L?esperienza del
Vietnam non vi invita alla prudenza? Anche in Afghanistan vediamo che
non è ancora finita. Le cose non vanno bene per niente. Ma proprio per
questo bisogna insistere sulla convenienza o no della guerra”.
“Noi siamo contro la guerra. Non c?è tanto da discutere sul fatto se
sia preventiva o non preventiva: sono termini ambigui. Certo non è
difensiva. Ai fini della concordia con il mondo islamico, occorre
chiedersi quale sia il mezzo migliore per affrontare la crisi
irachena”.
2. LA CEI DI BETORI E “AVVENIRE”
Per la Cei hanno parlato il segretario generale monsignor Giuseppe
Betori e il quotidiano “Avvenire”.
In una conferenza stampa del 28 gennaio monsignor Betori ha detto che
“se una guerra è preventiva non è giusta in ogni caso” perché “la
minaccia deve essere attuale e non futura”. Ma ha aggiunto:
“Perché la guerra sia giustificata occorre che ci sia una aggressione
in atto e questo non è stato ancora compiutamente dimostrato. Lo
decideranno gli esperti. Non sta a noi giudicare il grado in cui il
possesso da parte dell?Iraq di armi di distruzione di massa è tale da
poter costituire una minaccia concreta”.
“Avvenire” – che è di proprietà della Cei – ha invece
dedicato il suo
editoriale di prima pagina del 30 gennaio proprio alle “parole
informali” dette il giorno prima dal cardinale Sodano. Per subito
sottolineare che le obiezioni alla guerra espresse dal segretario di
Stato “sono di carattere puramente politico”.
E tra le obiezioni di Sodano alla guerra, l?editoriale ne ha
sviluppata in particolare una: quella sui contraccolpi negativi in
campo musulmano.
L?autore dell?editoriale fa parte del think tank del cardinale Camillo
Ruini: è Vittorio E. Parsi, docente di relazioni internazionali
all?Università Cattolica di Milano.
Ha scritto Parsi:
“Una rapida e umiliante vittoria sull?Iraq finirebbe col rendere
incolmabile quel fossato di risentimento che per tutto il Novecento si
è venuto allargando tra Occidente e mondo islamico (cui afferisce un
miliardo circa di persone). La stessa idea di procedere a
un’occupazione – temporanea ma prolungata – dell’Iraq, allo
scopo di
favorirne una transizione democratica, si direbbe una soluzione un
po’
troppo semplicistica e sbrigativa. Se la presenza militare occidentale
nella Penisola Arabica ha prodotto Bin Laden, Al Qayda, e gli attentati
dell’11 settembre, quale infernale reazione potrebbe generare
l’occupazione dell’Iraq?”.
Ma interessante è stata anche la conclusione dell?editoriale. Che da
un lato ha riconosciuto “in linea di principio agli Stati Uniti e
all’Occidente il diritto e il dovere di difendersi, anche con le
armi,
quando le vite dei suoi cittadini e la sicurezza della democrazia sono
sotto attacco”.
E dall?altro lato ha criticato severamente le posizioni di Francia e
Germania, ritenute un ostacolo proprio alla ricerca di un?alternativa
alla guerra:
“Non molto proficue appaiono certe puntute e rigide prese di
posizione, che potrebbero essere interpretate come assunte più in
un’ottica di supremazia continentale che non in quella di una
genuina
sicurezza europea e collettiva. Meglio piuttosto il tentativo di
riavvicinare le due sponde dell’Atlantico – che è poi il solo modo
di
mantenere il bene prezioso dell’unità europea – cercando proposte
concrete, realistiche e audaci in grado di scongiurare una guerra che
in realtà nessuno, tranne Saddam, vuole”.
3. I VESCOVI TEDESCHI
La conferenza episcopale tedesca ha emesso una dichiarazione sull?Iraq
il 20 gennaio, dopo una riunione a Wurzburg del suo direttivo. Per dire
che “la questione centrale non è la guerra preventiva, ma la
prevenzione della guerra”.
Gran parte del documento muove obiezioni alle conseguenze pratiche di
una guerra contro l?Iraq e prima ancora alla teoria della guerra
preventiva, che “in quanto rappresenta un?aggressione non può essere
definita come una giusta guerra d?autodifesa” e quindi “è in
contraddizione con l?insegnamento cattolico e le leggi internazionali”.
Ma in alternativa alla guerra, i vescovi tedeschi non invocano di
restare “inattivi”. “? necessario che la comunità internazionale
continui a esercitare pressioni sul regime del dittatore Saddam Hussein
e pratichi una politica di ferma restrizione della sua libertà d?azione
militare”.
Anche, eventualmente, con la minaccia dell?uso della forza: “Nel
contesto di una strategia politica finalizzata a prevenire la guerra,
l?uso di minacce può essere eticamente giustificato in certi casi”.
4. I VESCOVI CANADESI
I vescovi canadesi, infine, si sono espressi sull?Iraq il 17 gennaio
con un?iniziativa insolita. Hanno rilanciato come proprio documento una
sorta di manifesto antiguerra prodotto dalla Commissione per la pace
del Consiglio canadese delle Chiese, e offerto alla sottoscrizione di
chi desidera.
Il manifesto è fortissimamente critico nei confronti della politica
presente e passata degli Stati Uniti e dell?Occidente nell?area. La
stessa dittatura di Saddam Hussein è giudicata un prodotto di questa
politica. E il fatto che il regime di Baghdad si sia dotato di armi
distruzione di massa è messo in rapporto con l?analogo armarsi di
Israele: fintanto che quest?ultimo non disarma – vi si legge – anche il
primo ha i suoi motivi per fare altrettanto.
Il documento termina con sette indicazioni operative, in alternativa
alla guerra. La più importante è quella che invita ad “accompagnare”
l?autonomo cammino del popolo irakeno verso la democrazia. Perché “una
volta che gli irakeni saranno liberi di scegliere è improbabile che
daranno sostegno a un programma d?armamento nucleare”.
Un altra indicazione operativa è quella di “esplorare i modi legali e
giudiziari” per processare Saddam Hussein per crimini contro l?umanità,
“come si è provato contro il generale Augusto Pinochet”.
Nell?intero documento non una sola riga rimanda a principi etici né
tantomeno cristiani. Gli argomenti sono tutti e solo politici.
E discutibili in tutta libertà. Al punto che il manifesto è offerto in
pubblica sottoscrizione, e quindi vale solo per chi ha deciso o
deciderà di firmarlo.

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