C’è una tradizione che non ha nulla a che vedere col tradizionalismo. Le rogazioni in onore della Beata Vergine Maria sono certo antiche, ma sempre attese, sempre capaci di portare una dolcezza nuova, carica di speranza, alla nostra città, ai nostri paesi. Maggio non è soltanto il mese che vede la natura rinascere con in suoi meravigliosi colori e i sui delicati profumi. Maggio porta a tutti qualcosa di molto più grande. Forse anche i non praticanti hanno imparato ad attenderlo, nascostamente, quasi senza saperlo. A maggio la tradizione si rinnova e Maria, finalmente, scende per le nostre strade, passa davanti alle nostre case, così bisognose della sua materna presenza. Maria passa e spera. Spera che i nostri occhi si volgano verso di Lei, spera che i volti tesi si lascino sfiorare dalle sue celesti carezze. Spera di essere accolta, ogni anno di più.
Le processioni in onore della Madonna non rappresentano un appuntamento solo per coloro che varcano la porta di una chiesa ogni domenica. Esse sanno raccogliere il cammino anche di chi non sa trovare sempre questa forza, questo amore. Maria viene a cercare, a chiamare i vicini e i lontani, viene per il santo e per il peccatore, viene per tutti, perché tutti abbiamo bisogno di Lei. Maria spera, ogni anno, di essere accolta. Spera che nel cuore di ciascuno si apra uno spazio nuovo, per Lei.
L’accompagneremo per le strade, trionfalmente, con quella fierezza mista a pudore tipica di chi testimonia ciò che vive nel più intimo della sua anima. Non importa se i nostri canti saranno un po’ sguaiati o sussurrati a fior di labbra. Maria non guarda alla forma, all’apparenza. Lei si compiace anche delle nostre voci stonate, dei nostri cori poco armoniosi, talvolta addirittura stridenti. Ciò che Le interessa è la sostanza, l’affetto del cuore. Qualcuno certo continuerà a guardarci con ironia, a considerarci gente bigotta o all’antica. Non sanno, non conoscono chi è Maria. Non sono ancora stati sedotti dall’irresistibile grazia della sua bellezza. Non hanno ancora sperimentato la potenza della sua presenza, della sua materna intercessione. Eppure, proprio per questo Lei viene, anche quest’anno, a camminare per le nostre vie, a benedire le nostre case. Viene e spera, perché non può farne a meno, innamorata com’è dei suoi figli.
Author: Massimo Pelliconi
Schiave
Vendono il loro corpo, ma non lo fanno liberamente. Non la stragrande maggioranza di loro. Perché come era solito dire don Oreste Benzi, “nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che la fa diventare tale”. Sono schiave. Metà le vediamo sulle strade, metà rimangono chiuse negli appartamenti. Poco importa dove siano: la loro vita è comunque nelle tenebre.
Quando mi reco a Bologna le incrocio su viale Vighi o via Stalingrado. Ma senza andare nelle grandi città, le vediamo anche nei nostri piccoli paesi: basta andare sull’Emilia, verso Castel Bolognese. Stanno lì, immobili, seminude. Una pena indicibile che mi strappa una benedizione, un’Ave Maria. Penso al loro degrado, alla loro schiavitù, alle botte che hanno preso o che rischiano di prendere se solo si ribellano, se non portano a casa la cifra del ricatto.
In Italia sono 100 mila di cui il 40% minorenni. Carne fresca per clienti viziosi. Merce redditizia per un racket senza scrupoli. I dati non sono gonfiati. Lo dice Roberto Gerali, responsabile della sezione antitratta dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, che ho avuto modo di invitare ad una tavola rotonda trasmessa su Radio Maria.
Un dramma che interpella i politici e ogni cittadino. Non possiamo continuare a tollerare questa violenza. I figli spirituali di don Benzi, dal 1990 ad oggi, sono riusciti a liberarne 6 mila. Le loro testimonianze fanno accapponare la pelle: picchiate, drogate, stuprate, minacciate di morte, investite da getti di acqua gelata, costrette ad abortire una, due, tre volte…
Gli uomini che comprano il piacere da ragazze che potrebbero essere loro figlie, sono vari milioni, due terzi con famiglia. Una massa da educare, da fermare. Per questo don Oreste diceva che occorre punire il cliente. Basta emanare un decreto legge precisando gli atti di favoreggiamento della prostituzione che sono contenuti nella legge Merlin. Che cosa si sta aspettando? Per di più dal 1 febbraio 2008 è entrata in vigore in 14 Paesi europei la convenzione del Consiglio d’Europa contro la tratta di esseri umani (che l’Italia inspiegabilmente non ha ratificato), la quale prevede tra i vari articoli anche la possibilità di perseguire i clienti. La Svezia, e ora la Norvegia, hanno risolto il problema percorrendo questa pista.
Non possiamo più stare in silenzio, omologandoci a chi ne parla con ressegnazione. Non si tratta solo di uno dei “mestieri” più antichi (e tristi) della storia, ma di una terribile nuova schiavitù.
L’inferno esiste anche per Veronesi
Paradiso: vita eterna. Inferno: morte eterna. Con una precisazione importante. La prendo da un’omelia di Benedetto XVI, scritta a commento dell’episodio della donna adultera (Gv 8): “L’obbiettivo di Gesù è di salvare un’anima… Per questo è venuto sulla terra, per questo morirà in croce e il Padre lo risusciterà il terzo giorno. ? venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso…”. Questo è molto consolante, ma poi continua: “…e che l’inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ed è eterno per quanti chiudono il cuore al suo amore”. Dell’inferno poco si parla, lamenta il Papa, ma ora vogliamo uscire da un imbarazzante silenzio.
Inferno viene dall’aggettivo infernus, “che si trova in basso”. Dice ciò che sta sotto. Esattamente l’opposto di ciò che sta sopra. L’opposto del cielo. Se il cielo dice comunione con Dio, l’inferno dice separazione da Dio. Apro il catechismo e leggo: “Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo (Cf Mt 10,28). Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno. . . tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” (Mt 13,41-42), e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” (Mt 25,41)”.
Qualcuno però potrebbe chiedersi: come può un Dio che è Amore, pronunciare simili parole? In realtà la domanda è impropria. Occorre invece formularne un’altra: può esserci l’amore senza la libertà? E ancora: può esistere libertà senza possibilità di scelta? L’inferno, paradossalmente, esiste a garanzia della nostra libertà. Esso è il prezzo pagato dall’Amore. Sì, l’inferno esiste, perché Dio rispetta fino in fondo le nostre scelte. Alla misericordia, liberamente rifiutata, subentra la giustizia:
“Alla fine i malvagi, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola con le vittime, come se nulla fosse stato” (Spe salvi 44).
Nella terza apparizione di Fatima, la Vergine Maria fece vedere ai tre pastorelli lo stato in cui si trovavano i dannati. Poi disse: “Avete visto l’inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Al fine di salvarli Dio desidera di stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato”. In seguito, nella quarta apparizione, aggiunse: “Pregate e fate sacrifici.., perché molte anime vanno all’inferno”.
Nel tempo della mia esistenza terrena, io decido chi vorrò essere per l’eternità. Con Dio o senza Dio. La vita non è uno scherzo: essa è il tempo della scelta. Siamo “liberi di scegliere”, recita il titolo di un libro di Umberto Veronesi. Ma attenzione a non sbagliare: uomo avvisato, mezzo salvato.
La grande rinuncia
Durante la campagna referendaria sulla legge 40, e anche in seguito, ci siamo sentiti accusare di conservatorismo oscurantista, siamo stati tacciati di essere contro il progresso scientifico, ce ne hanno dette di cotte e di crude circa i nostri “dogmatismi” etico-religiosi. Eppure, assieme al convincimento sull’inviolabilità della vita umana sin dal suo inizio, non facevamo altro che riportare ciò che la scienza da tempo dimostrava. Noi, cattolici intransigenti unitamente a laici controcorrente, non facevamo altro che dire ciò che da tempo la comunità scientifica sapeva. E cioè che la ricerca sulle cellule staminali adulte offriva risultati enormemente più promettenti rispetto a quella sugli embrioni. Ma ora, anche il pioniere di quest’ultima, Ian Wilmut, noto per aver clonato nel 1997 la pecora Dolly, alza bandiera bianca, rinunciando alla ricerca sulle staminali embrionali. Lui, il paladino di coloro che fino a ieri sostenevano l’utilità dell’uso di embrioni a fini di ricerca, ha gettato la spugna clamorosamente. E lo ha fatto non su basi religiose o etiche, ma persuaso da ciò che i suoi colleghi scienziati hanno ulteriormente messo in luce. Per la verità il professor Angelo Luigi Vescovi ne aveva parlato già nel di?cembre 2004, ancora prima degli accesi di?battiti per i referendum sulla fecondazione assistita, dimostrandosi un buon profeta.
Dunque la rivoluzionaria scoperta che segna gli inizi di una nuova era della ricerca è finalmente giunta: spostare indietro l’orologio biologico delle cellule. Si chaima Shinya Yamanaka il protagonista che è riuscito a “riprogrammare” alcune cellule prelevate dall’epidermide, riportandole indietro sino al loro stadio indifferenziato, rendendole cioè capaci di proliferare in qualsiasi tipo di tessuto umano con caratteristiche del tutto simili a quelle embrionali. Ma a differenza di queste ultime, le cellule ringiovanite non presentano l’enorme problema del rigetto in quanto autologhe, cioè prelevate dallo stesso paziente. Questo giovane scienziato giapponese è riuscito, con mezzi assolutamente limitati, ad individuare i quattro geni chiave attivi nelle cellule pluripotenti, ma silenziati in quelle adulte. Già, pochi mezzi, ma idee corrette e rispettose dell’essere umano, hanno spiazzato l’ingente quantità di risorse economiche messe fino ad oggi a disposizione per ricerca sugli embrioni. A tal proposito qualcuno ha giustamente ricordato che in Italia, appena in?sediato il governo Prodi, il ministro Fabio Mussi ha tolto la firma del nostro paese da quella minoranza di blocco che impedi?va che fondi comuni europei (soldi anche nostri!) fossero desti?nati alla ricerca sugli embrioni. E questo in beffa alla volontà della maggioranza degli italiani palesata nel referendum sulla legge 40.
Mussi, i radicali e tutti coloro che gridano e s’indignano se la ricerca scientifica non gode di una libertà assoluta, priva di orientamenti etici fondamentali, avranno ora l’umiltà di convertirsi? Sapranno ammettere il loro errore? No, non vogliamo le loro scuse, non pretendiamo tanto. Ma speriamo almeno in un cambiamento deciso. Speriamo soprattutto che abbandonino la loro ideologia, la loro violenta irrazionalità, e si convincano una volta per tutte, che la vera scienza non rinuncia affatto a compiere scoperte meravigliose e sorprendenti, rinuncia invece sempre ad uccidere una vita umana.
Un farmacista obiettore
L’appello del Papa Benedetto XVI del 29 ottobre scorso al riconoscimento per i farmacisti del diritto all’obiezione di coscienza, ha scoperto un problema da troppo tempo tenuto nel silenzio, scatenando un intenso dibattito. Evidente l’allusione del Santo Padre al Norlevo, la pillola del giorno dopo, falsamente pubblicizzata come contraccettivo d’emergenza, anche se ora la sentenza del Tar del Lazio ha imposto ai produttori di specificare nel foglio illustrativo la sua possibile azione abortiva.
Dunque il dibattito si è acceso. Nel sito della Federazione nazionale dei titolari di farmacie (Federfarma) si legge: “Se si vuole dare al farmacista la possibilità di rifiutare la consegna di un farmaco per motivi di coscienza è necessario che sia modificata la legge attuale che obbliga il farmacista, dietro presentazione di ricetta medica, a consegnare il farmaco o a procurarlo, se non disponibile, nel più breve tempo possibile.” Peccato che la legge “attuale” risale al 1938 (art. n. 38 del RD n. 1706/1938), quando non vi era nemmeno l’ombra di farmaci abortivi e, per giunta, l’aborto era considerato reato. Attuale, invece, è il diritto di esercitare la libertà di obiezione, dichiarando di non voler collaborare a un possibile aborto. La legge 194 lo prevede, ma occorre un intervento legislativo che ne garantisca una corretta interpretazione. D’altra parte la Federazione degli ordini dei farmacisti italiani (Fofi) ha dichiarato che “è pienamente d’accordo con il messaggio di Benedetto XVI”, auspicando però da tempo una precisa regolamentazione in merito. “I farmacisti italiani – ha aggiunto – ribadiscono dunque la loro adesione all’appello del Pontefice, sollecitando il Governo e il Parlamento a un intervento legislativo che regolamenti la delicata questione in via definitiva”.
Purtroppo non sono mancate le proteste indignate di chi è pregiudizialmente impermeabile ad ogni pronunciamento del Papa. Varie e misere le argomentazioni che hanno portato alcuni ad insorgere ancora una volta contro la solita “ingerenza della Chiesa” nella vita civile. Leggete per esempio questa: “Il Papa farebbe bene a rivolgersi ai propri fedeli. Anche gli altri hanno i loro diritti che devono essere garantiti. Chi lavora con il pubblico non può imporre la propria coscienza. Allora se al pronto soccorso troviamo un dottore testimone di Geova che rifiuta le trasfusioni di sangue e io ne avessi bisogno, che succede?” Davvero triste leggere simili commenti. Pare che la capacita di ragionare serenamente abbia ceduto il posto al qualunquismo anticattolico di un popolino senza più valori e dignità. Quando si compara l’obiezione di coscienza contro l’aborto o l’eutanasia (non porre un atto che cooperi all’eliminazione di un essere umano innocente), all’obiezione del testimone di Geova medico o infermiere che si rifiuta di operare una trasfusione di sangue (atto salvavita inderogabile), beh, tutti comprendono che il livore e il pregiudizio contro la Chiesa hanno marcito l’attività corticale dell’encefalo. Nel primo caso l’obiezione è per la vita, nel secondo è per la morte. Anche la mia nipotina di sette anni capisce l’insuperabile differenza. Non ci resta che sperare in un riscatto della ragione e del buon senso degli italiani.
Sta di fatto che nessuna legge mi può imporre di compiere un gesto che va a ledere la vita di un altro, che coopera all’uccisione di un essere umano innocente. Il farmacista non può essere un mero esecutore di prestazioni asettiche. Come diceva il mio professore di farmacologia, egli è spesso l’anello di congiungimento tra il medico e il paziente, e dunque ha una grande responsabilità da esercitare. Per questo il presidente dei farmacisti cattolici, il dottor Uroda, ha dichiarato che “i farmacisti cattolici hanno praticato l’obiezione di coscienza, lo fanno oggi e lo faranno anche domani, perché chi è cattolico non può partecipare ad una azione che sopprime la vita”. Con buona pace dei laicisti, io mi metto tra questi.
La concretezza dello Spirito
Lo Spirito Santo aduna i figli della Chiesa e guida la Sposa verso la verità tutta intera (cfr Gv 16,13). ? lo Spirito che con la forza del Vangelo la ringiovanisce e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo (cfr LG 4). ? lo Spirito il dono dei doni, ottenutoci dalla Pasqua di Cristo, dolce e potente, delicato e impetuoso, capace di sciogliere i lacci del mondo, perché “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). Egli stesso è Signore e dà la vita, proclamiamo ogni domenica, forse senza cogliere la grandezza di ciò che professiamo. Mistero ineffabile, necessario più dell’aria che respiriamo, lo Spirito desidera vivere dentro il nostro corpo come in un tempio (cfr 1Cor 6,19). Ma il corpo, la carne, la concretezza della nostra fisicità, prima ancora di essere la dimora che lo accoglie, è lei stessa costruita, originata, posta in essere dallo Spirito.
Confesso che mi ha sempre affascinato pensare che il Dio creatore “è Spirito” (Gv 3,24) e che dunque lo Spirito fa esistere tutto ciò che è, anche la materia. In effetti noi siamo tentati di dividere, di tenere separato il mondo fisico, corporeo, fatto di particelle atomiche e subatomiche, dal mondo dello spirito. Certo in rapporto alla natura umana, a ciò che io sono, nel mio corpo di carne inscindibilmente unito al mio spirito, ha senso distinguere (non separare) tra l’uno e l’altro, ma poiché “Dio è Spirito”, dobbiamo dedurne che dal suo essere “incorporeo” prende origine tutto ciò che esiste, anche la materia. Questa semplice constatazione mi ha sempre aiutato ad aprirmi allo Spirito come ad un Mistero assolutamente concreto. Infondo, anche io, sebbene prete, sono come tutti imbevuto di materialismo, malato di empirismo. Per questo mi affascina pensare che la personificazione dell’Amore divino, tutt’altro che evanescente e impercettibile, è il fondamento di ogni concretezza e la consistenza di ogni esistente, è reale più di ciò che le mie mani possono toccare, di ciò che la fisica può misurare. Ma ben più della materia, lo Spirito è l’Amore. E dunque che cosa c’è di più concreto, di più essenziale, di più necessario? Tutti lo cerchiamo instancabilmente, spesso disordinatamente, perché senza amore si sa, non si può vivere. Ma quale vita troveremmo senza aprirci a Colui che dà la vita? Gli abbracci che ci doniamo cercano la gioia dell’unione, perché l’amore che gli uomini conoscono desidera l’unione totale, ma i nostri abbracci sono incapaci di realizzarla. ? lo Spirito che porta a compimento il nostro desiderio. Scrive il grande teologo Fran?ois Xavier Durrwell, con un linguaggio misterioso e luminoso al tempo stesso: “Sulla terra nessuno sa amare fino al punto di esistere nell’altro e di farlo esistere in quell’amore, altrimenti i due sarebbero interamente uno in un’alterità totale. Nello Spirito Santo, che è amore infinito, il Padre e il Figlio sono quello che sono: personalizzati nell’amore che li unisce. Dell’unità del Padre e del Figlio si può dire quello che è stato detto della paternità di Dio: chi fosse capace di un amore infinito la comprenderebbe”.
don Massimo Pelliconi
Biologia sintetica
Televisioni e giornali ne hanno parlato, ma forse pochi sono gli italiani che hanno capito cosa è effettivamente accaduto nei laboratori di Craig Venter del Maryland. La scoperta scientifica è in effetti notevole: ricostruire un cromosoma batterico sintetico lungo 381 geni e contenente 580.000 coppie di basi, rappresenta certo un evento interessante. Le tecniche di ingegneria genetica adottate sarebbero in grado in futuro di dare luogo alla produzione di nuovi importanti farmaci, fino alla sintesi di interi cromosomi umani. Ciò significa che la terapia genica potrebbe raggiungere risultati sorprendenti. Non solo, ma si pensa addirittura allo sviluppo di cellule fotosintetiche per la produzione di fonti di energia alternativa. Lo spettro delle applicazioni pare davvero molteplice.
Tuttavia, realisticamente parlando, dobbiamo riconoscere che spesso vi è una sproporzione tra l’incalzare delle scoperte scientifiche nello sviluppo delle biotecnologie e la capacita di guidare, di orientare a fin di bene tali scoperte. In questo senso, la speranza alimentata dal progresso è al contempo minata dal timore che tanta potenza innovativa possa divenire potenza distruttiva. Che uso ne farà l’uomo? ? questa la domanda che ci inquieta e che si pongono anche i grandi scienziati: “La biotecnologia – ha dichiarato uno dei più noti ricercatori italiani, il professor Angelo Vescovi – non è diversa dalla fisica nucleare, dalla quale si può produrre energia ed anche fabbricare bombe, semmai è più potente, nel senso che la fisica nucleare applicata può distruggere, ma le biotecnologie possono modificare in poche decine di anni e in futuro, forse, anche nell’arco di mesi, quello che l’evoluzione ha creato in migliaia di anni”. In tal senso, il postulato di partenza non ammette fraintendimenti: nessuno ci racconti più che il progresso va lasciato libero di galoppare senza redini, senza regole. Il potente cavallo se non è domato, guidato, finirà inevitabilmente per disarcionarci. Progresso ed etica, scoperte e valori, sviluppo e dignità umana non possono mai essere dissociati. Il papa, citando Giovanni Paolo II, lo ha ricordato di recente alla comunità scientifica: “Gli scienziati, proprio perché ‘sanno di più’ sono chiamati a ‘servire di più’. Poiché la libertà di cui godono nella ricerca dà loro accesso al sapere specializzato, hanno la responsabilità di utilizzare quest’ultimo saggiamente per il bene di tutta la famiglia umana”.
Imperfezione mortale
A circa due mesi di distanza, è stata diffusa una notizia che fa accapponare la pelle: una donna quarantenne in attesa di due gemelline, di cui una presumibilmente malata, decide di sottoporsi all’aborto selettivo, ma i medici sbagliano bersaglio e uccidono la piccola sana. Secondo la direzione dell’ospedale San Paolo di Milano, si è trattato di una “situazione eccezionale”, un incidente imprevedibile: all’interno della placenta le due piccole gemelle si sarebbero invertite dopo la diagnosi, scambiandosi di posto e ingannando i medici. E ora ci si trincea dietro l’incalcolabile imprevisto: in fondo l’errore è sempre possibile, sbagliare è umano, nessuno è perfetto. ? vero: nessuno è perfetto, nemmeno la gemellina che si voleva eliminare lo era. Si direbbe che la perfezione non appartiene all’umana natura. Eppure, alcuni “imperfetti” vengono condannati a morte, la loro imperfezione è intollerabile, scandalosa, proibita. Altri, invece, vengono compresi, forse giustificati e perdonati. A ben guardare, però, la sostituzione della posizione delle due gemelline nell’utero della mamma, dovrebbe essere letta come un messaggio. Vi è infatti una sostituzione che stravolge la realtà, un’inversione che confonde il giudizio. Quale imperfezione è più grande? Quale difetto dovrebbe davvero essere eliminato? Dove si scorge l’inaccettabile male? Dove dobbiamo intervenire per sanare la situazione? Può davvero uno Stato che si dice laico, attento ai più deboli, rispettoso dei diritti di tutti, continuare a finanziare l’uccisione diretta di esseri umani innocenti, rei solo di essere forse fisicamente imperfetti? Perché siamo così miopi da non accorgerci del capovolgimento, della contraddizione che stiamo silenziosamente accettando? Mani che grondano sangue continuano ad imbrattare ospedali che spesso portano il nome di santi, di martiri, di gente che ha dato la vita, che ha versato il proprio sangue per amore. Medici che dovrebbero prendersi cura degli ammalati, tradiscono la loro vocazione uccidendo esseri umani imperfetti o indesiderati. Madri che si realizzano pienamente nell’accogliere il figlio che cresce dentro di loro, vengono invitate a rinnegare la loro indole, la loro connaturale generosità, terrorizzate dall’imperfezione. Come non vedere nella sostituzione delle due gemelline, il simbolo di un’altra sostituzione, terribile e pericolosa? Abbiamo scelto e ci siamo abituati alla cultura della morte, sostituendola a quella della vita.