La Nato e l’Albania….

Ma la Nato quali interessi difende? Il dubbio è lecito, considerati gli ultimi avvenimenti. Il vertice dell’Alleanza e i principali governi dei paesi membri continuano a comportarsi come se le questioni militari fossero fossero totalmente disconnesse dal mondo reale. Mi spiego: nel valutare l’impiego di truppe e gli allargamenti bisognerebbe considerare anche le implicazioni in termini di lotta alla criminalità, al traffico di droga, impatto economico sia locale che per i Paesi della Nato. E invece questo non accade. Anzi: sembra quasi che la Nato prenda decisioni che finiscono per favorire i grandi gruppi criminali organizzati. Esempio: siamo in Afghanistan, ma la produzione di oppio anziché diminuire continua ad aumentare.

Dunque: la presenza delle truppe alleate non ha risolto i problemi del paese, che resta instabile, ma ha fatto esplodere il commercio dei trafficanti di droga. Inoltre, nel Kosovo, di cui molti Paesi europei e gli Usa hanno riconosciuto l’indipendenza, viene raffinata gran parte della droga che poi viene immessa sul mercato europeo,;qui avvengono ingenti traffici di armi, di merci contraffatte, di uomini e donne (neoschiavismo). Il tutto, paradossalmente, sotto la protezione delle truppe Kfor, che per mandato non devono lottare contro la criminalità, ma solo prevenire nuove violenze tra serbi e albanesi. Ora l’Albania è stata di fatto ammessa nella Nato, unitamente alla Croazia. E sappiamo tutti che l’Albania è sorella del Kosovo. Negli ultimi anni il governo di Tirana ha compiuto seri sforzi per arginare le attività dei gruppi criminali, con qualche buon risultato. Le statistiche sulla criminalità dimostrano tuttavia che in molti Paesi la malavita albanese è più che mai attiva, a cominciare proprio dall’Italia e che ha ramificazioni internazionali. Inoltre sono ancora molto forti i suoi legami di malaffare con il Kosovo. Da qui una domanda: gli sforzi compiuti dal governo di Tirana sono da considerarsi sufficienti? Inoltre, secondo lo statuto Nato, ogni Paese è obbligato a prestare soccorso agli altri Stati membri. Il che presuppone un forte sentimento di fratellanza tra i paesi membri, la certezza di condividere un comune destino. La domanda è scomoda, ma va posta: siamo certi che questo sentimento sia condiviso in Europa nei confronti dell’Albania ovvero che gli italiani o i francesi siano pronti a morire per Tirana? Inoltre, dal punto di vista strategico l’ingresso dell’Albania è ininfluente, visto che quel tratto di mare è già presidiato da Grecia, Italia e, ora, Croazia. Da qui un’altra domanda: l’ingresso dell’Albania era necessario? Non è prematuro?

Riepilogando: la Nato non previene in Afghanistan, nel Kosovo quelle attività criminose che incidono sulle nostre società e che poi le polizie dei Paesi membri della Nato faticosamente combattono. Non è un controsenso? Inoltre solleva perplessità l’allargamento all’Albania, che solo da pochi anni è impegnata nella lotta al crimine e la cui malavita è attiva da anni proprio nei Paesi della Nato. (Marcello Foa, Il Giornale)

Ancora su una conversione discussa…

Le discussioni sul caso Allam stanno appassionando molti…riportiamo la lettera che Gerolamo Fazzini, editorialista di Avvenire, della Rivista Mondo e Missione del PIME, coordinatore della Federazione della Stampa Missionaria Italiana, scrisse ad Allam in occasione della manifestazione "Salviamo i cristiani"…

(senza evidentemente mettere in dubbio la conversione in sè, ma per spiegare il perchè abbia portato con sè discussioni altre…)

LETTERA APERTA A MAGDI ALLAM di Gerolamo Fazzini Caro Magdi Allam, ho letto con grande interesse il suo appello per i cristiani del Medio Oriente. Nel momento attuale – lei scrive – è in gioco non solo la libertà di espressione religiosa, ma la loro stessa sopravvivenza. Concordo pienamente. Come condirettore di una rivista, Mondo e Missione, edita dal PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), che da sempre ha a cuore la vita e la sorte dei cristiani nel mondo, specie laddove la testimonianza del Vangelo è spesso esposta al prezzo del martirio, non posso non sentirmi profondamente interpellato dal suo gesto. In queste settimane siamo tutti in ansia per la sorte di padre Giancarlo Bossi, rapito nel sud delle Filippine, una zona a larghissima maggioranza musulmana. È la stessa zona di Mindanao nella quale due missionari del Pime sono stati uccisi negli ultimi anni, un altro è stato rapito e uno, minacciato di morte, s’è visto costretto a lasciare il Paese. Se c’è qualcuno che conosce a quali difficoltà si va incontro quando ci si misura con il fondamentalismo musulmano, questi – mi creda – sono i missionari. Per questo, mi rallegro per il fatto che nella manifestazione del 4 luglio prossimo si ricorderà anche padre Giancarlo e la sua drammatica vicenda. Aggiungo una nota in qualche modo autocritica. Debbo prendere atto che, come cattolici, non siamo stati (e non siamo) incisivi come avremmo dovuto nel denunciare la persecuzione anticristiana. Anche il mondo missionario – del quale faccio parte (pur scrivendo a titolo personale, le ricordo che coordino la Federazione della stampa missionaria italiana) – concentrato esclusivamente o quasi sulla denuncia delle ingiustizie sociali e degli squilibri economici, non ha dedicato all’emergenza "libertà religiosa" nel mondo l’interesse e l’attenzione che merita. Non che siano mancati articoli e prese di posizione, ma il punto è che non si è fatto opinione. Di qui a pochi giorni, in verità, uscirà sulle principali riviste missionari italiane un dossier comune, che denuncia la difficile condizione dei cristiani in Libano: un’iniziativa di grande significato, data la complessità della galassia missionaria. Il dossier è frutto di un reportage della collega Anna Pozzi, realizzato lo scorso maggio nella Terra dei cedri, dove ha incontrato leader cristiani, esponenti del variegato mondo ecclesiale locale, nonché leader islamici…

Detto questo, è un fatto che non abbiamo saputo scalfire l’opinione pubblica come si è riusciti a fare in altre occasione e come, mi auguro, accadrà con il suo appello. Il momento attuale è drammatico; occorre, pertanto, un’azione tempestiva e decisa della comunità internazionale in favore dei cristiani del Medio Oriente. Ciò vale in modo particolare per alcuni Paesi (Iraq su tutti), dove la situazione precipita di giorno in giorno. Se, quindi, condivido in pieno l’oggetto dell’appello, la sua impostazione e il tono mi lasciano tuttavia perplesso. Per una serie di ragioni che qui provo a elencare.

1) Trovo parziale la lettura della situazione che lei propone. "Da circa un milione e mezzo prima dell’inizio della guerra scatenata da Bush il 20 marzo 2003 (i cristiani d’Iraq – ndr) si sono ridotti a circa 25 mila". Premesso che le cifre in nostro possesso sono assai diverse (e meno catastrofiche, per quanto preoccupanti), non le viene il sospetto che l’esodo massiccio dei cristiani iracheni in Siria, Giordania e altri Paesi sia una conseguenza diretta dell’intervento militare anglo-americano in Iraq? Non credo di essere accusabile di anti-americanismo di bassa lega se cito alcune dichiarazioni di mons. Fouad Twal, vescovo coadiutore latino di Gerusalemme. Nei giorni scorsi a Venezia, all’incontro del Comitato scientifico di Oasis (la rivista promossa dal cardinale Angelo Scola) Twal ha detto che quando è stata scatenata la guerra in Iraq non è stato calcolato chi ne avrebbe pagato il prezzo, ovvero i cristiani. Un personaggio insospettabile, don Gianni Baget Bozzo ha scritto (Tempi, 14 giugno 2007): "L’intervento americano in Iraq ha distrutto il nazionalismo iracheno (…). Ma quel regime, appunto perché autoritario, lasciava ai cristiani una libertà vigilata che ne consentiva l’esistenza". Dicendo ciò non voglio certo allungare le fila di quanti condannano la guerra in Iraq quasi rimpiangendo il tiranno di Baghdad. (*) Dico solo che la mancanza di pace nell’area ha peggiorato – e di molto le condizioni dei cristiani mediorientali, come ha giustamente osservato nei giorni scorsi anche il direttore di Asia News, padre Bernardo Cervellera. Aggiungo che mons. Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia, nel medesimo incontro di Oasis, a precisa domanda di chi scrive, ha risposto che, anche nei Paesi del Golfo persico, in misura diversa, l’onda d’urto della guerra in Iraq si ripercuote sui cristiani (in larga parte asiatici: filippini, srilankesi, indiani…) che vivono lì. Se tutto questo è vero, permetterà che io mi stupisca nel vedere tra le firme in calce al tuo appello quelle di molte persone che, a differenza di quanto fece Giovanni Paolo II, non solo non condannarono ma giustificarono e appoggiarono con forza la guerra in Iraq.

2) Leggo nel suo editoriale del 15 giugno scorso sul "Corriere". "In quasi tutti i paesi musulmani, dall’Algeria al Pakistan, dall’Indonesia alla Nigeria, dall’Arabia Saudita alla Somalia, i cristiani sono vittime di vessazioni e discriminazioni. E si tratta di una catastrofe per tutti: certamente per le vittime cristiane, ma anche per i musulmani che si ritrovano a essere sottomessi all’arbitrio di spietati carnefici e di tiranni che si fanno beffe della libertà religiosa". Proprio perché sono d’accordo con lei, credo che – se si vuole impostare una battaglia per la libertà religiosa – essa vada fatta su un terreno laico, in quanto diritto umano fondamentale (cfr Giovanni Paolo II, discorso all’Unesco 1980 e recenti interventi di Benedetto XVI). Ben venga, dunque, l’appello a salvare i cristiani. Ma non facciamone una diatriba confessionale (i cristiani che puntano a salvare i cristiani). Oso aggiungere: salviamo (anche) i musulmani laddove essi sono minoranza in difficoltà, preda di altri fondamentalismi (penso all’idologia dell’hindutva, l’integrismo indù molto presente in India).

3) La libertà religiosa è un tema delicatissimo, proprio perché cruciale. Non può essere trattato mai in modo strumentale. Cito solo un esempio illuminante: il rapporto Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dal Dipartimento di Stato Usa e presentato al Congresso. Nel 2004 il 6° Rapporto conteneva per la prima volta dure accuse all’Arabia Saudita, dove "non esiste libertà religiosa". Non mi risulta che tra il 2003 e il 2004 la situazione in quel Paese sia precipitata in modo particolare per i cristiani. Forse, più semplicemente, la spiegazione è che i rapporti politici fra Usa e Arabia Saudita (dopo che si è scoperto che 19 attentatori dell’11 settembre erano sauditi) sono diventati di colpo meno idilliaci e, di conseguenza, Washington si è finalmente presa la libertà di criticare il governo saudita su questo fronte.

4) Mi rimane da capire la scelta della data del 4 luglio. Tutti sanno che quel giorno negli Usa si festeggia l’Independence Day. Ma perché una manifestazione come quella che lei propone si tiene proprio lo stesso giorno? Non vorrà suggerire, spero, che dobbiamo affidare agli Stati Uniti (o solo a loro) la salvaguardia dei diritti di libertà religiosa. Mi parrebbe una strumentalizzazione alquanto infelice. Sono certo che leggerà con interesse queste note. Auguro alla manifestazione del 4 luglio, alla quale hanno aderito anche molte persone amiche e che stimo, il successo che merita. Ma, per i motivi che ho espresso, vi assisterò da lontano. Gerolamo Fazzini, condirettore di Mondo e Missione (*) pensare che il fondamentalismo musulmano sia un effetto della guerra in Iraq è sbagliato o perlomeno semplicistico. Basterebbe leggere "Fedeli a oltranza" del premio Nobel Naipaul, un viaggio nei Paesi dove alligna l’estremismo islamico (Indonesia, Iran Pakistan…) uscito in Italia nel 2001 ma scritto in originale nel 1998. Aggiungo che, a detta di molti esperti, la vera data-spartiacque che segna l’inizio della recrudescenza fondamentalista, ponendo le premesse per un’ostilità anti-cristiana forte, è la rivoluzione iraniana con l’avvento del regime degli ayatollah (1979)

LIBERTA’ RELIGIOSA O IPOCRISIA DIFFUSA? Su iniziativa di Magdi Allam giornalista del Corriere della Sera, è partita l’iniziativa per la: "Manifestazione nazionale contro l’esodo e la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e per la libertà religiosa nel mondo" che si è tenuta a Roma il 4 luglio. Essa aveva come slogan: "Salviamo i cristiani". L’iniziativa ha riscosso il plauso e l’appoggio di molti cittadini ed il consenso di diversi politici. L’evento in sé lodevole, aveva al suo interno alcuni risvolti ambigui, di cui il Direttore Gerolamo Fazzini, della Rivista Mondo e Missione del PIME, in qualità di coordinatore della Federazione della Stampa Missionaria Italiana, attraverso una lettera aperta a Magdi Allam, ha messo in risalto l’equivoco di fondo che si nascondeva dietro ad un’iniziativa di questo genere. Fazzini nella sua lettera contesta le cifre che Allam ha utilizzato per promuovere la manifestazione, ma soprattutto sottolinea come: "l’esodo massiccio dei cristiani iracheni in Siria, Giordania e altri paesi, è una conseguenza diretta dell’intervento militare anglo-americano in Irak" e citando Mons. Twal, Vescovo Latino di Gerusalemme, aggiunge che: "quando è stata scatenata la guerra in Irak non si è calcolato che sarebbero stati i cristiani a pagare il prezzo più alto".

Fazzini cita inoltre Mons. Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia, il quale ha affermato che l’onda d’urto della guerra in Irak si è ripercossa sui cristiani (in larga parte asiatici: filippini, srilankesi, indiani, ecc.) che vivono nella penisola arabica. Queste affermazioni, mettono in evidenza come tra chi ha aderito alla manifestazione ci siano state tante persone (in modo particolare i politici!) che a differenza di quanto fece Giovanni Paolo II, non solo non condannarono, ma giustificarono e appoggiarono con forza la guerra in Irak. Come sempre i campioni dell’ipocrisia e della faccia tosta non si smentiscono mai! Citando Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il direttore di Mondo e Missione ricorda che la salvaguardia della libertà religiosa non può essere una lotta confessionale, in quanto -egli afferma- ci si deve attivare per salvare anche i mussulmani là dove essi sono in difficoltà, prede di altri fondamentalismi, vedi l’integrismo indù molto presente in India. La libertà religiosa è un tema delicatissimo, e non può essere trattato in modo strumentale, Fazzini in proposito cita un esempio illuminante: il rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dal Dipartimento di Stato USA e presentato al Congresso nel 2004, dove viene esplicitamente detto per la prima volta, con precise accuse, che in Arabia Saudita non esiste libertà religiosa. Siccome la libertà religiosa in quel paese non è mai esistita, la spiegazione sta nel fatto che dopo gli attentati dell’11 settembre alle Torri Gemelle, si è scoperto che ben 19 attentatori erano sauditi e di conseguenza i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono diventati meno idilliaci, quindi Washington si è finalmentre presa la libertà di criticare il governo saudita su questo fronte. Anche la data del 4 luglio non è scevra da qualche sospetto, tutti sanno che in quel giorno negli stati Uniti si festeggia l’Idependance Day, con una punta di ironia Fazzini dice: "spero che non si voglia affidare solo agli Stati Uniti la salvaguardia dei diritti di libertà religiosa, sarebbe una strumentalizzazione alquanto infelice". A margine di tutto ciò non è difficile individuare una doppiezza di atteggiamento che fa il paio con le polemiche suscitate dal sequestro di padre Giancarlo Bossi; nelle centinaia di migliaia di rivoli di cui si nutre Internet, è circolata nei giorni scorsi una lettera diffamatoria nei confronti del Governo Italiano accusato di ritardi e reticenze nella gestione del sequestro del missionario nelle Filippine,in essa s’invitava la gente a mandare una propria foto tessera al Sindaco di Roma, Veltroni, affinché si ricordasse di esporre la gigantografia di padre Giancarlo Bossi sul Campidoglio, così come fece per il giornalista Mastrogiacomo; anche in questo caso il PIME è uscito con un comunicato stampa, dove con tanto di segnalazione del sito internet, veniva esplicitamente affermato che Veltroni il suo dovere lo aveva fatto esponendo la gigantografia di padre Bossi in Campidoglio già da tempo. La stessa sorella del missionario con parole serene e pacate in una intervista al TG1 ha ricordato il fermo impegno della Farnesina in favore del fratello ed ha invitato tutti a rifuggire dalle polemiche in situazioni come queste, ma si sa, c’è gente che non perde occasione per strumentalizzare e sollevare polveroni. Purtroppo, grazie all’incessante martellamento dei mass-media, sono in molti – anche in buona fede – a "bere" queste notizie e a prendere come oro colato le parole delle facce di bronzo che inflazionano i video TV, mai come in questi casi una salutare opera di discernimento è più che mai necessaria, in modo particolare da chi vuole che la verità non venga tradita.

 

 NON DISTRUGGE IL DIALOGO UNICA STRADA PER LA PACE L’arcivescovo cattolico di rito caldeo di Kirkuk, Louis Sako torna a ribadire il perché del no alla proposta di creare un "cantone" cristiano nella Piana di Ninive: nella zona non vi sono strutture necessarie ad ospitare le migliaia di famiglie che arriverebbero, il progetto inoltre nega la cultura del pluralismo e del dialogo, che è invece l’unica soluzione per l’Iraq. Egli fa appello ai leader delle Chiese locali perché prendano una posizione chiara sul futuro dei cristiani. La continua persecuzione che colpisce in modo indistinto e con la stessa ferocia sunniti, sciiti e cristiani, costringendoli all’emigrazione, conferma che "il problema in Iraq è il fondamentalismo" e non uno scontro di civiltà. Per questo la soluzione rimane il "dialogo", senza barriere ideologiche o geografiche. Per questo i cristiani, come iracheni, devono poter continuare a vivere fianco a fianco con i loro fratelli musulmani e non in una zona circoscritta e distinta. È il nucleo della riflessione di mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, che in una lettera a don Renato Sacco, ribadisce le ragioni della contrarietà al progetto della "Piana di Ninive" per i cristiani d’Iraq. Di fronte alle proposte che si susseguono per arrivare alla pace in Irak, dobbiamo essere obiettivi, realistici e prudenti. Il progetto di Ninive è strumentalizzato e rischia di essere indirizzato oggi ai cristiani dell’Iraq, domani a quelli d’Egitto o del Libano. Coloro che premono per la realizzazione di questa utopia sono in maggioranza fuori dall’Iraq e non conoscono la situazione interna: con l’arrivo dei nuovi rifugiati a Nord, non vi è già più posto. Un villaggio che aveva 2mila abitanti ora ne conta 3mila. L’affitto di una stanza costa 200 dollari al mese. Non c’è lavoro, scuole, università, mancano i servizi….Dove e come sistemerebbero le trentamila persone che dovrebbero arrivare da Bagdad, Bassora, Kirkuk e Mosul? I cristiani abituati a vivere in case agiate non riescono a vivere nei campi e sotto le tende! È impensabile paragonare la Piana di Ninive al Kurdistan! Un ghetto per i cristiani comporterebbe scontri senza fine, come quelli a cui assistiamo in Palestina e Israele. Ho incontrato vescovi, preti, leader di partiti in Iraq e quasi la maggioranza di loro è contraria a questo progetto. Noi cristiani siamo una componente fondamentale nella storia e nella cultura irachena. Siamo una presenza significativa nella vita del Paese. Ci sentiamo iracheni a tutti gli effetti. La nostra identità s’è formata e si forma all’interno di una storia e di una tradizione cristiana! Abbiamo resistito alle minacce e alle persecuzioni, nel corso della nostra storia e abbiamo trovato il modo per continuare a vivere e testimoniare il Vangelo nella nostra terra. La nostra Chiesa è una chiesa martire, è il suo carisma! Il problema non è fra cristiani e musulmani; il problema è il fondamentalismo, che esclude l’altro e lo annienta per motivi religiosi, etnici, ecc…La soluzione è incoraggiare la cultura del pluralismo, aiutare la gente a riconoscere l’altro come una persona umana, con un valore assoluto, accettarlo come fratello, e collaborare con tutti per una società migliore, basata sul rispetto dei diritti fondamentali. Creare "cantoni" chiusi per i cristiani o per le altre comunità è una catastrofe per il nostro mondo. Se si vuole la pace, i musulmani saggi e moderati, come pure i leader cristiani, devono aiutare la gente semplice a integrarsi nella società contemporanea. Dveono aggiornare il discorso religioso predendo in considerazione le realtà presenti. D’altro canto anche il discorso politico deve rispettare la volontà dei popoli e i loro diriti. Non c’è altra soluzione. Mons. Louis Sako Arcivescovo Caldeo di Kirkuk

Un’idea diversa sul caso Allam.

«Sono particolarmente grato a Sua Santità il Papa Benedetto XVI che mi ha impartito i sacramenti dell’iniziazione cristiana, Battesimo, Cresima e Eucarestia, nella Basilica di San Pietro nel corso della solenne celebrazione della Veglia Pasquale».

Così scrive Magdi Cristiano Allam nella sua lettera integrale (che sul Corriere della sera è apparsa in versione parziale) con la quale egli racconta il percorso interiore che lo ha portato alla scelta della conversione al cattolicesimo. Ovviamente ogni sincera conversione a Cristo è motivo di grande gioia per tutta la comunità ecclesiale. Sì, siamo felici per Magdi Cristiano Allam e per gli altri che con lui hanno ricevuto il Battesimo nella Basilica di San Pietro durante la Vigilia Pasquale, come siamo felici anche per tutti gli altri catecumeni che hanno ricevuto il Battesimo in questa notte di Pasqua 2008. Purtroppo Magdi Cristiano Allam è divenuto – come prevedibile – un "evento mediatico" mondiale che sta suscitando reazioni opposte. Ciò che preoccupa non poco di questa enfatizzazione dell’ "evento mediatico" (si badi non della conversione) è il rischio, non irrilevante, che produce per la vita di Magdi Cristiano Allam, ma soprattutto per la vita del Santo Padre e dei cristiani che vivono nei paesi mussulmani. Scrive il noto vaticanista A. Tornielli sul suo Blog: "Vengo al dubbio: viste le posizioni molto forti (e molto contestate) prese da Magdi Allam contro il fondamentalismo e le sue infiltrazioni in Occidente, mi chiedo se fosse davvero opportuno che il battesimo avvenisse in San Pietro con il Pontefice come celebrante. Già il fatto che Allam si sia convertito ha un alto valore simbolico, data la storia del suo protagonista. La celebrazione del Papa nella veglia di Pasqua amplifica enormemente questo simbolismo, la cui portata sarebbe stata ridotta se Allam avesse ricevuto il battesimo nella sua parrocchia, senza le telecamere. Stamattina ho parlato di questo con un amico che occupa un posto di responsabilità in Vaticano di questo mio dubbio: mi ha assicurato che – ovviamente – la portata del gesto era stata tenuta ben presente al momento della decisione. Mi fido dunque della saggezza di chi governa la Chiesa, della decisione del Papa e dei suoi collaboratori". Ovviamente se si fida lui potremmo fidarci anche noi. Ma vi è un’ulteriore aspetto che lascia perplessi e che l’enfatizzazione mediatica ha ulteriormente ampliato. Magdi Cristiano Allam, che ha ricevuto Battesimo, Cresima e Eucaristia, nella Basilica di San Pietro è stato sposato una prima volta ed ha avuto due figli (Sofia di 28 anni e Alessandro di 24), ha poi contratto nuovamente matrimonio con rito civile lo scorso 22 aprile con la cattolica, non praticante, Valentina Colombo (docente di Lingua e Letteratura araba e di Islamistica), dalla quale ha avuto un figlio, al quale è stato dato il nome di Davide e che è stato battezzato un mese fa da monsignor Luigi Negri (cfr. Intervista concessa a Libero del 25 marzo 2008).

Nell’intervista concessa a Libero alla domanda: «Con sua moglie, Valentina Colombo, vi siete sposati con rito civile lo scorso 22 aprile (giorno del suo compleanno). Avete in progetto di sposarvi in chiesa?», Magdi Cristiano risponde: «Assolutamente sì e mi auguro che questo possa accadere il prossimo 22 aprile». Continua l’intervistatore: «Dove verranno celebrate le nozze?». Risposta: «Non lo abbiamo ancora deciso». Il cattolico che cerca di camminare con il catechismo sotto braccio – certamente un "povero cattolico" – forse anche un po’ ottuso, come è il caso del sottoscritto, si chiede: ma questo neo battezzato che ha ricevuto l’Eucaristia dalle mani del Santo Padre è sposato con matrimonio civile (due volte?) e perlomeno il secondo matrimonio è con una cattolica (si badi bene: non con una mussulmana o pagana), ci lascia intendere che la convivenza con questa continua… ovvio, si dirà, ma come la mettiamo con la ricezione dei Sacramenti? Ai divorziati risposati, ai pubblici conviventi, si nega l’accesso ai Sacramenti – e questo giustamente – mentre a Magdi Cristiano Allam gli si danno i Sacramenti dell’iniziazione e si pospone in modo indeterminato il sacramento del matrimonio? Mah. Questioni da canonisti? Solamente? Oppure c’è di mezzo anche una questione di tutela della "fede dei semplici"? Dato che era prevedibile l’esplosione del caso mediatico non si poteva pensare di essere più chiari ed evitare dubbi, confusioni e fors’anche scandalo su temi così delicati? Sono domande di un povero cattolico della strada, che ama la Chiesa e il Santo Padre, domande che rivolgo con tutta semplicità soprattutto ai collaboratori del Santo Padre, e soprattutto a coloro che propendono per la "fede mediatica". Mi scuso per la crudezza. Ma pensando ai non pochi cattolici che per essere fedeli sudano, soffrono e piangono, non ho saputo tacere. Giuseppe Biffi

Una interessante conferenza.

Il movimento per la vita organizza:
La Persona ammalata non è solo l’ utente di un servizio qualsiasi, esige di più… Diamo maggiore dignità alla sofferenza
Relatore:Mons. Bruno Fasani
Venerdi 4 aprile 2008-ore 20,30
presso l’Istituto Salesiano Maria Ausiliatrice a Trento in via Barbacovi, 22

Gaza secondo l’Osservatore Romano.

La situazione di un milione e mezzo di palestinesi nella Striscia di Gaza non è mai stata tanto grave. Nelle ultime settimane, i durissimi scontri tra i soldati dell’esercito israeliano e i miliziani di Hamas hanno ulteriormente peggiorato le già precarie condizioni in cui si trovavano gli abitanti del Territorio palestinese, stremati dall’embargo totale iniziato lo scorso 17 gennaio.
Un rapporto redatto da otto organizzazioni umanitarie britanniche ha reso noto che l’80 per cento della popolazione nella Striscia dipende dagli aiuti alimentari e che la disoccupazione è al 40 per cento. Mai è stata tanto diffusa la miseria in questa tormentata lingua di terra fin dai tempi della guerra del 1967. Le attrezzature necessarie alla sopravvivenza dei pazienti negli ospedali non possono più funzionare per l’impossibilità di importare i pezzi di ricambio. Ogni giorno, inoltre, a causa del crollo di infrastrutture esseziali circa cinquanta milioni di tonnellate di acque di scolo sono riversate nel Mediterraneo. Il rapporto delle organizzazioni umanitarie cita anche, tra ottobre e dicembre 2007, la morte di almeno venti persone (tra cui cinque bambini) dovuta alle lungaggini e alle restrizioni nel concedere visti d’uscita per urgenti cure mediche in Egitto e nei Paesi limitrofi.
L’embargo israeliano è uno dei principali fattori della crisi. Israele ha sempre sostenuto di non essere costretto ad occuparsi delle condizioni di vita della popolazione nella Striscia. La motivazione è che, dopo il ritiro nel 2005 deciso dall’allora premier Ariel Sharon, Gaza non gode più dello status di territorio occupato e dunque le autorità di Tel Aviv non sarebbero più tenute a rispettare le norme tipiche delle occupazioni militari sancite dal diritto internazionale. Il rapporto delle Ong britanniche condanna questa posizione definendola “fallace” e sostenendo che “Israele detiene l’effettivo controllo della Striscia di Gaza in virtù del controllo totale che esercita sui confini di terra, sullo spazio aereo, sulle acque territoriali e sul movimento di persone e di merci”. Israele deve assicurare quindi il benessere della popolazione di Gaza “in base al diritto umanitario internazionale e alle leggi sui diritti umani”. La politica del blocco è “inaccettabile”. “Il Regno Unito e l’Unione europea debbono condannare fermamente il proseguire del blocco di Gaza e il ricorso, da parte del Governo israeliano, a una punizione collettiva, oltre che violazioni del diritto umanitario”.
Di qui, un forte appello alla comunità internazionale. Gaza è il “primo territorio intenzionalmente ridotto in stato di totale povertà con la consapevolezza, il tacito consenso e l’incoraggiamento di molti Paesi”. Per far fronte alla situazione è necessario che si riaprano subito i negoziati con Hamas. “La politica internazionale di isolamento di Hamas non ha avuto alcun esito positivo – affermano le organizzazioni – perciò esortiamo il Governo del Regno Unito e l’Unione europea ad avviare un dialogo politico con tutte le parti palestinesi”.
E tuttavia, più che individuare le molteplici ragioni della crisi, pare più opportuno interrogarsi sulle sue possibili soluzioni.
Pochi giorni fa, al Palazzo di Vetro si è svolta una giornata di dibattito sulla situazione nei Territori. Il Pakistan, a nome dell’Organizzazione della Conferenza islamica (Oci), ha presentato un progetto di risoluzione che condanna i “persistenti attacchi e le incursioni israeliane, ed in particolare i recenti attacchi nella Striscia di Gaza che hanno causato più di 125 morti e centinaia di feriti tra i civili palestinesi”. Nel testo presentato si lancia un appello “per una immediata cessazione di tutti gli attacchi israeliani”, ma anche dei “lanci di razzi da parte dei combattenti palestinesi”.
Al momento, l’Egitto sta cercando di raggiungere una soluzione politica, aprendo negoziati indiretti tra Hamas e Israele. Dopo i colloqui fra i responsabili della sicurezza egiziana e delegazioni di Hamas e della Jihad Islamica, in questi giorni è giunto a Il Cairo Amos Gilad, responsabile del dipartimento politica e sicurezza del ministero della Difesa israeliano, per consultazioni con i negoziatori egiziani.
(©L’Osservatore Romano – 10-11 marzo 2008)
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Cina: il benessere fa aumentare depressioni e suicidi

Secondo dati ufficiali, il boom economico ha causato un rapido aumento di depressioni e problemi psichici Sempre più gente chiede aiuto a istituti di salute mentale. Sotto accusa anche la politica del figlio-unico, che ha creato una generazione di giovani incapaci di comunicare. Pechino (AsiaNews/Agenzie) –

Il boom economico ha causato un forte aumento di depressioni e suicidi in Cina: secondo un rapporto del 2007 dell’Assemblea nazionale del popolo, i depressi sono almeno 30 milioni e ci sono 23 suicidi ogni 100mila persone. Nella fascia dai 15 ai 34 anni i suicidi sono la principale causa di mortalità. Nell’Istituto di psicologia di Shenyang (Liaoning) nel solo 2002 ci sono state tante richieste di consulenza quante nel periodo dal 1994 al 2001. E tra il 2004 e il 2006 i pazienti sono raddoppiati ogni anno. Secondo dati ufficiali, a Pechino i pazienti psichici sono passati dallo 0,83 per mille del 1993 al 33,1 per mille del 2003. Nel prospero Zhejiang la percentuale è del 43 per mille, nel Liaoning del 60 per mille. Ma nel più arretrato Jiangxi è appena il 9,5 per mille. Si ritengono i dati reali molto maggiori, anche perché la Cina ha dedicato finora scarsa attenzione alla salute psichica, poiché ancora deve dotarsi di adeguate strutture sanitarie di base. Qun Manli, ricercatore dell’Istituto, dice al quotidiano giapponese Asahi Shimbun che “la società super competitiva rende sempre più ardua la vita e causa maggiore stress. Sempre più gente cerca aiuto, quando non ce la fa più. Inoltre molte famiglie ora possono permettersi di pagare consulenze e cure”. Ma i “pazienti” dell’istituto non sono solo adulti stressati dal lavoro: aumentano anche i giovani con difficoltà scolastiche.

Si prevede di portare gli operatori dell’Istituto da 100 a 2mila e di deputarne almeno uno in ogni scuola elementare e media, mentre è già operativa una “linea calda” di consulenza aperta 24 ore al giorno. Zhou Dongfeng, vice direttore dell’Istituto di sanità mentale all’Università di Pechino, indica tra le cause dello stress anche la politica del figlio-unico, che “fa diminuire la capacità di comunicare con gli altri e aumenta i problemi mentali. Anche il conseguente invecchiamento della società” incide sul problema, dato che “tra gli anziani i depressi sono molti di più che tra i giovani, soprattutto perché le giovani coppie non vivono più con i genitori e sempre più anziani vivono da soli”.

Dal lamento alla danza

Di Andrea Zambrano.
La straordinaria storia di una famiglia reggiana: una diagnosi infausta, la scelta di non abortire
Il piccolo Samuele è nato senza speranze, ma in pochi mesi ha fatto fiorire l’amicizia di una comunità
di andrea zambrano
UNA GRAVIDANZA, una diagnosi infausta, un coraggio da leoni nel dire no ad un aborto, una nascita carica di speranza e una morte accompagnata dalla preghiera, ma soprattutto una amicizia grande irrobustita nel momento di prova più forte. Ci sono storie di dolore e di vita liberanti che fanno percepire un senso di pienezza. E’ il caso di questo libro scritto e vissuto da Emanuela e Giovanni Picchi, “Hai mutato il mio lamento in danza, una maternità dalla morte alla risurrezione” (Editrice Vita nuova, 2006), che racconta, con la semplicità di chi ha pianto tanto e tanto amato, la straordinaria vicenda umana che sono stati chiamati a vivere con la nascita e morte del loro quartogenito Samuele. La coppia vive a Sant’Ilario d’Enza, paese al confine con Parma, dove si sono sposati 25 anni fa. Nel 1999 Emanuela, insegnante, rimane incinta del quarto figlio. Una gravidanza chiesta ai piedi del santuario della Madonna di Czestochova, e affidata poi alla Vergine. Il calendario scandisce per la famiglia reggiana una serie di date estremamente simboliche.
A cominciare da quella della prima ecografia, effettuata il 28 dicembre, nella memoria dei Santi Innocenti. In quell’occasione bastano quattro parole del medico per inchiodare i Picchi ad una chiamata speciale: “Sarò subito molto chiaro”. Incomincia un iter clinico e psicologico provante, che passa dalla proposta di un’amniocentesi a quella dell’aborto. “Ci dicono di decidere in fretta, siamo alla 20esima settimana e i tempi per l’aborto sono stretti. Sentiamo che per il mondo questa vita è una cosa da analizzare. Il medico si affretta ad esprimere i suoi dubbi perché ci aspetta una malformazione molto grave senza speranza, incompatibile con la vita”. Le previsioni sono di quelle da far raggelare, ma nessun dubbio offusca i loro pensieri, se non quello che “se questa creatura è chiamata ad esistere, è certamente compatibile, altrimenti non esisterebbe”.
La coppia decide di sottoporsi ad esami non invasivi, ma comunque di fare tutto ciò che la scienza è in grado di offrire per iniziare a curare il bimbo in grembo. Seguono ecocardiografie, l’esame del cariotipo fetale, la funicolocentesi, nel corso dei quali scoprono realtà sommerse nelle corsie d’ospedale dove le donne vanno ad abortire. “Un’esperienza che ci segnerà – dice oggi Emanuela – perché la donna quando abortisce non sarà mai più la stessa e si pente nel momento stesso in cui lo fa, ma i medici queste cose non le dicono”. Nel frattempo, nella realtà parrocchiale sulla via Emilia, dove si è sviluppata una fiorente comunità tra famiglie sotto il carisma di Don Pietro Margini, parroco di Sant’Ilario fino al 1990, a sostenere i Picchi ci sono amici, parenti, ragazzi e ragazze, che per alcuni giorni si ritrovano ogni mattina alle 6,30 per pregare e accompagnare la famiglia così duramente provata.
Ufficialmente la diagnosi parla di Trisomia 18 o Sindrome di Edwards. “Ci togliamo dal parcheggio dell’ospedale e vaghiamo in macchina: solo silenzio e lacrime”. Lo sconforto e la paura sono grandi, ma leniti da carezze inaspettate di amici e di figli, come quella del primogenito, Francesco, che con lapidaria naturalezza dice: “Sapevo che non avreste abortito perché conosco le vostre idee, ma sono ugualmente contento che non lo abbiate fatto perché al posto del mio fratellino potevo esserci io”. La scossa è di quelle salutari: “Questa è stata la conferma che ogni figlio si deve sentire amato per quello che è, e non per l’idea che ci facciamo di lui”. Decidono di dargli nome Samuele, perché il Samuele della Bibbia rispose alla chiamata del Signore con: “Eccomi”, poi scrivono una lettera agli amici per chiedere il loro conforto: “Sappiamo solo che Dio ha voluto così e noi dobbiamo rispondere, eccoci”.
La miscellanea di emozioni e di fatiche è forte: eppure gli amici si fanno vicini con una presenza carnale, in grado di materializzarsi nelle preghiere delle suore di clausura della vicina Montecchio, ma anche nelle faccende domestiche gestite a turno da altre famiglie. I due comprendono che attorno a questa sofferenza accettata sta nascendo amore: “Quanto amore hai già portato nella nostra casa e ancora non sei nato”. Una sofferenza che trova un senso “nell’offrire la vita di nostro figlio in riscatto di tutte quelle che vengono cancellate dall’aborto”.
La gravidanza e la nascita fanno il resto. Samuele nasce il 15 maggio del 1999. E’ vivo, ma mostra i segni di sofferenza nell’assenza del pianto. Dopo poco possono portarlo a casa, ma su di lui pende una diagnosi che grava come una spada di Damocle. “Capiamo che se non possiamo dare giorni alla vita di Samuele, dobbiamo dare vita ai suoi giorni”. Gli aiuti di decine e decine di amici si susseguono senza sosta. La famiglia Picchi non è sola nella quotidianità. La sofferenza offerta nel Padre nostro diventa comprensibile a chiunque si accosti a pregare ai piedi della culla del piccolo, trasformatasi in altare, dove è Gesù che entra e fa vivere “una storia d’amore” diversamente nemmeno immaginata, ma incarnatasi nell’amicizia vera.
Nel pomeriggio del 13 agosto (memoria di una delle apparizioni mariane a Fatima), il piccolo Samuele riceve la cresima e si spegne in silenzio.
La sua vita breve ha incrociato quella di altri e l’ha impreziosita di rapporti veri e di speranze nuove. Oggi Emanuela e Giovanni Picchi, e gli altri figli Francesco, Martino e Monica hanno deciso di sposare l’impegno in favore della vita. “Nel nostro quotidiano possiamo sostenere chi ha bisogno di coraggio e di fiducia a chi si trova solo nell’affrontare prove difficili, soprattutto quelle che riguardano l’accoglienza della vita in tutte le sue espressioni.” Ma soprattutto continuano a raccontare pubblicamente la storia di Samuele assieme agli amici che gli sono stati vicini e che già “ci erano vicini quando abbiamo fatto da fidanzati la scelta di vita di vivere in comunione con loro tutte le prove davanti a noi”.
Oggi, in tema di battaglie sulla difesa della legge 194, Emanuela, senza voler entrare nell’agone politico, si dice “positivamente meravigliata dal percorso di riflessione di Giuliano Ferrara”, e osserva che “nessuna donna vuole davvero abortire, se è aiutata a riflettere su ciò che sta avvenendo dentro di lei. Dobbiamo sentirci tutti responsabili per evitare che una donna sia lasciata nella solitudine di fronte a questa scelta, che comunque è per lei un autentico dramma. ? importante l’impegno di tutti noi, per riuscire a scuotere anche solo una coscienza”.
(Pubblicato sul Giornale di Reggio il 1 marzo 2008)

Perversione pubblica

Uomini sessualmenti variabili e bambini allevati dagli asili nido di Stato. È il nuovo e spaventoso obiettivo delle "politiche familiari" teutoniche

"Equiparazione", "gender mainstreaming", "Centro di competenza gender".
Il sito internet del ministero per la Famiglia tedesco abbonda di termini che dicono poco ai non addetti ai lavori, ma che se analizzate tracciano fin troppo bene la rotta verso cui naviga a vele spiegate il ministero. Gender mainstreaming significa letteralmente porre al centro dell’attenzione il genere sociale. In poche parole adoperarsi perché la distinzione sessuale tra uomo e donna e l’eterosessualità come norma siano rimosse; i modi di vita omosessuale, bisessuale e transessuale considerati equivalenti alla sessualità di uomo e donna. Una vera e propria nuova ideologia che viene trasformata in realtà sociale in Germania attraverso il dominio virtuoso dell’apparato politico, oltretutto senza che su di essa ci sia stato dibattito pubblico. La stanza dei bottoni è rappresentata dal Gruppo di lavoro interministeriale per il gender mainstreaming (Ima Gm), che dipende dal ministero per la Famiglia. Lì vengono elaborate le strategie utili a far cambiare direzione alle finanze dello Stato e destinarle alla creazione dell’uomo sessualmente variabile.

Il lavoro "scientifico" e l’attività di consulenza per la ristrutturazione della società è prestato dal Centro di competenza gender presso l’università Humboldt di Berlino, centro che viene finanziato in buona misura dal ministero per la Famiglia. In maggio il Governo ha approvato un incremento a tappeto degli asili nido, fortemente voluto dal ministro per la Famiglia Ursula von der Leyen. La "ministra gender" appartenente a un cosiddetto partito cristiano democratico si è battuta per una vera e propria statalizzazione dell’educazione dei bambini sostenendo che l’assistenza "professionale" ai piccolissimi sia meglio della crescita affidata alla custodia naturale della madre. Certo, gli asili nido possono essere gestiti in modo ottimo, certo ci sono genitori incapaci di essere tali, ma quel che colpisce è che la "professionalità" delle operatrici viene spesa tacitamente come garanzia per la "buona" educazione dei bambini. Ma quali sono gli obiettivi dell’educazione statale nell’asilo nido e nella scuola materna? Non esiste un’educazione "neutrale", la cui bontà dovrebbe essere assicurata dalla qualifica delle educatrici. Si trasmettono sempre "valori". Ebbene quali sono questi valori?

 Nella pagina internet del ministero per la Famiglia si legge: «Il miglioramento della compatibilità di famiglia e lavoro per donne e uomini è la domanda centrale dal punto di vista politico-sociale. Senza una rimozione delle responsabilità specificatamente legate al sesso all’interno della famiglia e nel lavoro e senza l’approntamento delle condizioni di contesto necessarie per conseguire ciò l’equiparazione non potrà imporsi». Ancora: «Il termine "gender" indica i ruoli socialmente e culturalmente definiti dalla sessualità di uomini e donne. Questi, diversamente dalla sessualità biologica, vengono appresi, dunque sono anche modificabili». Si tratta di social engeenering, della creazione di un nuovo uomo, sessualmente variabile. Per ottenere ciò lo Stato deve impossessarsi dei bambini, "sessualizzandoli" il prima possibile. A questo provvede la BZgA, la Centrale federale per l’istruzione sanitaria [da noi: "educazione alla salute" ndr]. La sezione che si occupa dell’istruzione sessuale sottostà al ministero per la Famiglia mentre tutto il resto è subordinato al ministero dell’Istruzione. La BZgA distribuisce gratuitamente i propri scritti a genitori, insegnanti, educatori, scuole e studenti. Chiunque può ordinarli gratuitamente attraverso internet e lì può anche consultarli. Eccone alcuni esempi: Il Vademecum per genitori circa l’educazione sessuale infantile da uno a tre anni d’età invita madri e padri a «unire il necessario al piacevole, solleticando, accarezzando, coccolando il bambino, quando lo si lava, nei più diversi punti del corpo». «La vagina, e soprattutto il clitoride, vanno scoperti evitando il più possibile di concentrarvi l’attenzione, nominandoli e attraverso amorevole contatto».

L’esplorazione infantile dei genitali degli adulti può «destare stati d’eccitazione negli adulti». «Si tratta di un segno di sviluppo salutare di suo figlio, se usa generosamente la possibilità di procurarsi piacere e soddisfazione». Se accade che ci siano bambine (comprese tra uno a tre anni!) che «afferrano anzitutto oggetti che le aiutano» non si deve «usare questo come scusa per impedire la masturbazione». Il Vademecum troverebbe «incoraggiante il fatto che anche padri, nonne, zii o baby-sitter gettino uno sguardo su questo scritto informativo e si lascino intrigare – per favore, sentitevi tutti coinvolti!». Naso, pancia e culetto Si prosegue con la scuola materna. Con il quaderno di canti e di note Naso, pancia e culetto i bambini cantano canzoni come questa: «Se guardo il mio corpo e lo tocco scopro sempre che cosa è mio. abbiamo una vagina, perché siamo bambine. È qui sotto la pancia, tra le mie gambe. Non è solo per fare pipì e se la tocco, sì, sì formicola graziosamente. Puoi dire "no", puoi dire "sì", puoi dire "ferma", oppure "ancora una volta così", "così non posso", "così mi piace molto", "oh, avanti così"». Dalla scuola materna alle elementari. Se la pornografia non fa ancora parte dell’intrattenimento familiare, i bambini hanno la possibilità di vedere videoclip con il cellulare. A nove anni inizia la lezione sulla contraccezione, chiamata "educazione sessuale", perché ormai prossimi all’età nella quale gli innocenti giochi da bambini potrebbero avere una conseguenza altamente indesiderata: la gravidanza. I bambini di nove anni a scuola si esercitano a infilare preservativi in peni di plastica, così, per poter ottenere la «patente per l’uso del preservativo». Nella brochure Questione (i) di femmina si dice: «Così come la maggior parte della gente è curiosa circa il sesso, molti si chiedono anche che cosa facciano le lesbiche a letto (o altrove.). Per ragazze che siano insieme ad altre ragazze accade ciò che accade con le altre coppie: fanno tutto ciò che può dare piacere: baciare, accarezzare, con la bocca, con la lingua o con i piedi. Così come nel sesso tra uomo e donna, dipende dalla fantasia, dalle esperienze, dalla fiducia reciproca, da fino a che punto la coppia intenda spingersi. "Quantomeno le lesbiche non hanno problemi con l’Aids", possono pensare alcuni. Chiaro, se vanno solo con donne non devono pensare alla difesa dalla gravidanza». Dall’età di dieci anni vengono adottati nelle scuole gli strumenti di propaganda e addestramento all’omosessualità (con l’aggiunta della bisessualità e della transessualità), non dappertutto in maniera così virulenta come a Berlino, Amburgo e Monaco, ma in Germania c’è una tendenza unitaria.

Una Guida per le scuole di 198 pagine del Senato di Berlino sul tema Il modo di vita omosessuale offre un forbito avviamento alla omosessualizzazione degli studenti, da promuovere in «biologia, tedesco, inglese, etica, storia/educazione sociale, latino, psicologia». Materiale informativo, collegamento in internet con la scena omosessuale locale, invito a "rappresentanti" di progetti
omosessuali a prendere parte alle lezioni, proiezioni cinematografiche e giornate di studio sul tema, tutto questo dev’essere proposto ed eseguito. Per i giochi di ruolo durante la lezione vengono fornite le seguenti sollecitazioni: «Siedi al banco di un bar di omosessuali e oggi potresti avere bisogno un uomo carino da portare a letto. Entra uno che fa al caso tuo. Come cogli la tua chance?». O ancora: «Tu sei Peter, 29 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con il tuo amico Kemal. Oggi volete raccontarlo a sua madre». «Tu sei Evelyn Meier, 19 anni. Vuoi contrarre un patto civile di solidarietà con la tua amica Katrin. Andate dal pastore evangelico, la signora Schulz, perché lei volentieri vi vuole sposare in chiesa». Cosa dicono i cristiani? Questi sono solo assaggi. Tutti i testi del BZgA, destinati a tutti i gruppi sociali, propagandano la sessualizzazione dei bambini e dei giovanissimi a partire da un anno. Essi minano l’autorità dei genitori. Seducono bambini e giovanissimi a una sessualità ridotta a soddisfazione del piacere senza legame coniugale. In tutto questo passa l’insinuazione dell’equivalenza di ciascuna forma di prassi sessuale – omosessuale, transessuale, bisessuale – con l’eterosessualità. I bambini a scuola vengono addestrati, a partire da nove anni, a diventare esperti di contraccezione. L’aborto viene loro proposto come un’innocua opzione da sottoporre alla libera scelta. Questa è la "politica della famiglia" di uno Stato la cui esistenza è insidiata dalla crisi demografica.

Poiché il gender mainstreaming è tra le massime priorità mondiali e nazionali, il problema dello sfascio della famiglia, quello dell’assassinio di massa di bambini non nati e quello delle decrescenti nascite possono rimanere irrisolti. Il logoramento morale prodotto dallo Stato e dai media è la radice di questa piaga. Il 60 per cento dei cristiani battezzati è d’accordo con la sessualizzazione forzata messa in atto da Stato e media? Lo sono i musulmani? La maggioranza dei genitori è senza vincolo religioso? Certamente no, tuttavia nel paese domina un grande silenzio, segno di una condizione pre-totalitaria della società. Tacciano gli omofobi Negli ambiti della politica, dei media e delle università l’opposizione ai Gender subisce denigrazione, emarginazione professionale: è ininfluente. Un nuovo epiteto si è trasformato in evidenza giuridica al fine di criminalizzare l’opposizione: omofobia. Il concetto insinua che sono fanatici della paura morbosa tutti coloro che tengono duro sul fatto che la sessualità serve il bene dell’uomo e della società, quando essa è espressione dell’unione amorosa di uomo e donna chiaramente finalizzata alla riproduzione. Il Parlamento europeo, con la risoluzione B6-0025/2006 del 18 gennaio 2006, ha annunciato che vuole "sradicare" l’omofobia. In Polonia la Ue nella primavera del 2007 è passata all’azione. Poiché la Polonia non vuole «propaganda sessuale nella scuola», secondo il volere della maggioranza del Parlamento Europeo (26 aprile 2007) dev’essere eseguita una fact-finding mission a causa della «crescente tendenza all’intolleranza razzista, ostile agli stranieri e omofobica», al fine di poter accusare il paese davanti alla corte di giustizia europea. Troppo a lungo abbiamo abboccato a frasi ideologiche piene di parole come libertà, tolleranza, antidiscriminazione. Queste servono in primo luogo a discriminare ed emarginare i cristiani e i conservatori ed ad abrogare le libertà d’opinione e di religione. Svegliamoci.

di Gabriele [Gabriella] Kuby, autrice di Die Gender Revolution – Relativismus in Aktion, dic 2006 Tempi num.35 del 30/08/2007

Certe cose si dimenticano

Era più o meno questo periodo, inizio primavera del 1992, ricordo perfettamente l’anno, ma non la data esatta. Certe cose si dimenticano. Per anni ho anche scordato il nome del medico, poi ad un tratto me ne sono ricordata, improvvisamente, ed ho iniziato a pensare in modo diverso, nostalgico quasi, a quel giorno in cui ho abortito. Da ragazza avevo letto il famoso libretto della Fallaci “Lettera ad un bambino mai nato” e questa frase, “mai nato” è rimbombata nella mia mente sempre. Sempre significa non ogni giorno, ogni ora, ma significa un qualcosa che ti rimane accanto, assopito e si sveglia quando meno te l’aspetti, ti segue in ogni azione, quando dormi, quando lavori, senza arrecarti disturbo, con cui devi fare i conti, una presenza che ti fa ripensare a quel giorno, ti fa rivivere certe sensazioni, non piacevoli. Ti accompagna sempre, questo è vero, l’avevo letto da qualche parte che una donna non dimentica mai. E io lo posso confermare, non potrò mai cancellare dalla mia vita il ricordo del giorno in cui ho abortito. Non lo farei più, oggi. Ma allora. Non lo volevo un altro figlio, ne avevo già due, non ero più tanto giovane, pensavo a me, al lavoro, anche, mi vergogno a dirlo, alla carriera (che stupida) a mio marito, forse non lo amavo come una volta, insomma non volevo questo nuovo figlio. Me ne sono pentita tante volte negli anni, quando ormai non avrei più potuto rimediare, il tempo passa veloce e noi invecchiamo, diventiamo più consapevoli dei grandi doni che abbiamo, e ripensiamo alla nostra vita a ritroso, agli errori, alle colpe, alla felicità che abbiamo avuto. E non si dimentica, mai. Ricordo che prima di essere addormentata, ho pianto, l’anestesista mi ha detto qualcosa, forse mi ha dato un buffetto sulla guancia, ma io non ho avuto il coraggio di dire no, perché volevo andare avanti, volevo concludere in fretta. Non ne abbiamo più parlato con mio marito, io credo che gli uomini dipendano da noi, siamo noi che decidiamo se portare avanti una gravidanza, un uomo ne è partecipe fino ad un certo punto, siamo noi in prima fila a far nascere e crescere un figlio. Ma credo che si sia pentito negli anni, come me, talvolta quando siamo vicini vorrei parlargli, abbracciarlo e dire soltanto “mi dispiace” credo che capirebbe, ci sono parole che vanno oltre il significato, toni della voce che sanno andare oltre le parole… ma non ne ho ancora avuto il coraggio. Non so dire se soffro per questa vita mancata, non so da che parte mi schiero, se pro o contro l’aborto, so solo che è un’azione che ti coinvolge per sempre, con cui devi fare ad un certo punto i conti, è la tua coscienza che rimane ferita, la tua anima che si macchia, sei solo tu che rispondi delle tue azioni. Ma lo capisci tardi, quando ormai i segni dell’età si fanno presenti, quando il tuo nido familiare si svuota e pensi, ancora una volta egoisticamente che avrebbe potuto essere ancora pieno di vita.
Francesca P. – Trento – L’Adige, 7 marzo 2008

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