BERLUSCONI DURERA’ 4 MESI. POI ARRIVERA’ LA SINISTRA

Intervista a Francesco Cossiga. “Contro Silvio si è schierata anche la grande stampa, il Tg1, il Tg3, La7, perfino Sky e le grandi banche: da Intesa-Sanpaolo al Gruppo Unicredit, e al Monte dei Paschi di Siena. Solo Cesare Geronzi gli è rimasto amico”.

Lugano, giugno. Il lago suda per il caldo, chiama i temporali. Andiamo a messa in collina. Un po’ di quiete. Presidente Cossiga, che fa? Chiede asilo in Svizzera come gli anarchici? Fugge dal regime berlusconiano? “Non sono mai stato così berlusconiano come adesso! Non l’ho votato, mai. Ma oggi, e con ritmi travolgenti, si sta preparando quello che un grande giurista, storico e politico francese di parte repubblicana considerava il peggiore dei governi: il “governo” dei giudici, anzi peggio: dei pubblici ministeri. E la sinistra del nulla, quella veltroniana, si è alleata all’Italia dei Valori, con la parola d’ordine “o adesso o mai più” per travolgere Berlusconi. Dalla Svizzera si vede persino meglio. Ma torno: da vecchio, però con le tante cose che so e che ho imparato, mi batterò per impedirlo”.

Prospettive di vittoria? “Scarsissime. Se cedo al pessimismo, direi che Berlusconi durerà quattro mesi. Difficilissimo possa durare per il tempo della intera legislatura. Oltre al Partito democratico e a quello di Di Pietro, che sta diventando un partito di provocazione permanente, si è schierata contro di lui anche la grande stampa, il Tg1, il Tg3, La7 e perfino Sky!, le grandi banche: da Intesa-Sanpaolo al Gruppo Unicredit, e al Monte dei Paschi di Siena: solo Cesare Geronzi gli è rimasto amico. Dopo la vittoria straordinaria del 13 aprile, arciconfermata in Sicilia, lo schieramento avversario ha visto in lui, nella persona di Silvio, il punto debole: e lo martella da ogni parte, con i giudici, con il gossip, con qualsiasi mezzo. Cacciato via con ignominia Berlusconi il centrodestra cadrà in una grande crisi. E arriveranno loro. Non la sinistra. Ma la sinistra che porta obbediente in sella i pm”.

La grande stampa? Repubblica si vede. Ma il Corriere ospita editoriali che meritano la furia da Belfagor di Scalfari e di D’Avanzo… “Il gruppo di Repubblica-Espresso è arrivato alla determinazione “da soluzione finale” o “fine di mondo”: tutto è buono, per uccidere il tiranno. La Stampa si è incattivita. La Rai è ostile, teme un repulisti e i tagli. Capisce che Silvio è debole e si adegua”.

Il Corriere… “? vero, il Corriere sembrava votato a una certa equidistanza. Il direttore Paolo Mieli aveva ammesso l’errore dell’endorsement filo Prodi. Ma ora è passato all’opposizione. Mieli è molto abile a mascherare la scelta. La prima pagina ospita commenti alternati, uno pro e uno contro: ma le pagine interne sono costruite a partire da gossip che traducono in linea editoriale la politica veltroniana del nulla, del chiacchiericcio demolitivo sempre orientato in un certo modo”.

Veltroni, sempre Veltroni. E D’Alema? “Veltroni è il riformismo del nulla. Si è lasciato convincere che ora-o-mai-più. Da qui la sua lotta politica fatta di gossip e attacchi forzati. In questo gioca anche l’integralismo cattolico di Dario Franceschini. I Red del mio amico Massimo D’Alema sono opposizione, ovvio: ma è una opposizione politica. D’Alema ora ha subito un avvertimento con l’assoluzione del gip Clementina Forleo da parte del Consiglio superiore della magistratura. Ciò significa la volontà di consentire al Parlamento europeo il via libera all’uso delle sue intercettazioni con la motivazione fornita dalla Forleo: e cioè che erano parte di un disegno criminoso. Il Csm in pratica avvalla il rinvio a giudizio di D’Alema…”.

Non mi convince il suo discorso sul Corriere. Possibile che sia tutto contro. Ci sono un sacco di proprietari lì dentro… “L’unico ormai che stia con Berlusconi è Geronzi e Mediobanca con lui. Ma Geronzi è in ambasce, si sente insidiato dai due amministratori delegati, tra cui uno – Nagel – è un feroce nemico di Berlusconi e del centrodestra, ma prima di tutto di Geronzi e tresca con Bankitalia per cacciarlo via! I quali hanno un nemico ancora”.

Chi? “Il governatore di Banca d’Italia Mario Draghi”.

Non me ne parli. “Se lei ha timori, io no. Questo signore che fu speculatore internazionale si sta dando arie da ministro di economia e finanze, mette in difficoltà Berlusconi in tutti i consessi internazionali. Non ha ancora preso posizione contro Giulio Tremonti perché non può andare neanche lui contro l’evidenza di un impegno serio di risanamento preso dal Valtellinese: ma non ha preso posizione, aspetta a vedere la caduta del governo e poi…”.

Mi scusi, ma lei ebbe una parte nella scelta di Draghi. O mi sbaglio? “Vero. Ho una grande responsabilità. Avessi dato retta a Ciampi, contrario, non sarebbe lì. Ma vorrei essere presidente del Consiglio per 48 ore per cacciarlo, e ne fornirei motivazioni indiscutibili”.

Detto questo. Dove cadrà Silvio? Sulle intercettazioni? “No. Le usano per screditarlo moralmente. Ne usciranno di peggiori, mescolando sesso e raccomandazioni. Ma alla fine, qualunque cosa salti fuori, basta che non siano perversioni, gli italiani sono cattolici e comprendono le debolezze della carne. Lo sapevano anche prima che Berlusconi è capace di fare palate di soldi e di prendersi una fidanzata al giorno. Qui il veltronismo gossipparo è debole e forse indebolirà se stesso”.

Di Pietro ha dato del magnaccia a Silvio. Ricorda precedenti? “Un simile insulto non era mai stato pronunciato sulla scena politica italiana. Oltretutto è tecnicamente sbagliato: non mi pare proprio che Berlusconi ci abbia guadagnato con le ragazze, non ci ha magnato sopra, semmai loro… Sconsiglio però a Berlusconi di querelarlo: perderebbe il processo, sicuro come l’oro. No, non cadrà sul sesso. Cadrà sui processi di Milano e di Napoli. Anzitutto Milano. Io ho raccolto una documentazione impressionante sulla Gandus, il giudice che dovrà giudicarlo sul caso Mills, l’ho proposta in un’interpellanza al governo. Ma la Corte d’Appello non accetterà la ricusazione. La Corte costituzionale in un attimo annullerà il lodo Schifani-bis. Berlusconi, con la sua viva voce, mi ha confermato che in caso di condanna si dimetterà. La sinistra non vuole, per rosolarlo a fuoco lento. Per distruggerlo quando in un consesso internazionale, un leader estero gli negherà il saluto o si dirà imbarazzato”.

Scusi ma non ci credo. L’ala marciante dei magistrati e la sinistra avranno molte frecce, ma sono divise, e devono fare i conti con un larghissimo consenso pro-centrodestra. “L’opposizione è divisa, ma secondo un vecchio principio sperimentato già nel 6-700, uno Stato debole all’interno cerca di compattarsi creando un nemico esterno. Faranno di tutto. Appoggio massiccio della gran parte della magistratura e di chi tra le toghe comanda: l’Associazione nazionale magistrati, vero organo supremo, il suo organo servente, il Csm, e il cavalier servente, quella vecchia volpe democristiana di Nicola Mancino, il quale è convinto che la sinistra premierà la sua faziosità con il laticlavio a vita”.

Se non altro la coalizione di destra è compatta. “Sicuro? Anche il centrodestra mostra crepe. An non è più tanto convinta di andare al partito unico; tanto che a Denis Verdini che aveva lanciato l’idea di convegni costituenti già in settembre, hanno risposto ai massimi vertici dicendo: andiamoci piano. Nella Lega due anime: una berlusconiana, l’altra finto berlusconiana, capeggiata da Maroni, che fa di tutto per mettere la Chiesa contro Berlusconi. Manca solo che proponga il taglio della falange per i bambini rom e il lobo dell’orecchio agli adulti per renderli riconoscibili. Così, quando Berlusconi sarà sotto tiro, sarà debole dove finora è stato forte: la Chiesa italiana e il suo associazionismo “ortodosso””.

Ma no, Maroni è serio. Sa spiegare le sue scelte in modo civile. “Maroni è stalinista. Ha il cuore che batte a sinistra. Quando Silvio si dimetterà, è pronto a convincere Bossi (che ha già cercato di sostituire quando ha avuto l’infarto nel 2004, parola dell’ottimo Calderoli) ad aderire ad un governo che ottenga in questa legislatura il federalismo fiscale. Il governo sarà capeggiato da Mario Monti o da Pier Ferdinando Casini (benvisto a questo punto dalla Chiesa, e non si capisce perché), ci sarà la sinistra, l’Udc, la Lega e parecchi transfughi del Popolo della libertà. Non io! Non io!”.

Dove ha sbagliato e dove sta sbagliando Berlusconi? C’è spazio per la controffensiva? “Ho l’impressione netta che non si sappia e non si voglia difendere. Detta grida manzoniani inutili, o – lo lasci dire – cazzate. Cede su tutto. Siamo dinanzi al primo governo nel quale il presidente del Consiglio ha ceduto i ministeri della forza a persone che hanno loro disegni. La difesa è in mano a Ignazio La Russa, che è mio amico, ma intende l’esercito come una specie di sua polizia privata, tutta picchetti e fez, con una certa nostalgia di Farinacci. Di Maroni ho già detto. Fa gestire il ministero più delicato, quello della Giustizia, a un suo avvocato, Niccolò Ghedini, il quale prima ha tagliato la strada a Marcello Pera, poi voleva a quel posto Elio Vito, infine ha optato per Angelino Alfano, un caro ragazzo, ma è un bambino tra i lupi. Ghedini ha estromesso gli altri avvocati di Silvio, e sta giocando una sua partita che temo porti allo schianto”.

Ghedini ha avuto eccellenti idee sulla legge per rimandare i processi e… “Fermati. Parlo io qui. La legge sulle intercettazioni è un evidente tentativo di captatio benevolentiae verso i giudici. Si puniscono solo i giornalisti e gli editori: è ridicolo oltre che ingiusto. Così i magistrati per trattare non vanno dal mio caro Angelino cui voglio bene ma da Ghedini. Berlusconi lascia fare. Cede su tutto e con tutti”.

Potrebbe andare in televisione, spiegarsi agli italiani. “Potrebbe e dovrebbe. ? capace però di fare un discorso politico? Saprebbe mostrare, al di là del suo caso personale, come questo suo caso riguardi davvero tutti. Ed è proprio così. C’è in ballo davvero lo Stato di diritto, la democrazia. Ma sarebbe capace?”.

Potrebbe dire: non ci sto, non ci sto – come Oscar Luigi Scalfaro quando cercarono di convocarlo i magistrati per i soldi del Sisde. “Fece una pessima figura”.

D’accordo. Ma riuscì nello scopo: la sfangò. “Ci sono queste differenze: Scalfaro era presidente della Repubblica, era magistrato, e di sinistra. E perciò la grande stampa era con lui. Poteva permetterselo. Berlusconi verrebbe spazzato via”.

E allora? “Allora Berlusconi deve capire che o combatte adesso o mai più, ma senza isterismi. Riprenda in mano anzitutto il suo governo. Non lasci più fare agli altri”.

Insomma dica: cumandi mì. “E soprattutto lo faccia. Anche se forse è tardi. Ma lo faccia. Glielo chiede l’unico neo-temporaneo-berlusconiano che si intende di politica. E gli do un consiglio finale: approvi fino d’ora per decreto legge il federalismo fiscale. Così la Lega non avrà più pretesti o alibi per abbandonarlo in caso di condanna”.

Renato Farina

Umberto Galimberti: il nichilista di Repubblica che copia i libri.

Umberto Galimberti è considerato negli ambienti colti della sinistra un guru, uno di quei filosofi profondi, seri e pensosi che dall’alto della propria cultura sanno analizzare con amara precisione il disagio esistenziale della nostra società. Confesso che fino a qualche tempo fa mi capitava di apprezzare qualche suo articolo, ma ora non riesco proprio a prenderlo sul serio. Non che Galimberti sia improvvisamente rimbecillito. Al contrario, è troppo intelligente; anzi troppo italianamente furbo. Il Giornale ha infatti scoperto che l’Umberto ha l’abitudine di copiare testi altrui, senza virgolettarli, senza citare la fonte. Nei giorni scorsi Roberto Farneti e Matteo Sacchi hanno scoperto ben quattro casi di plagio. Dico quattro casi. Stamane nuovo scoop, a firma di Sacchi: il filosofo ottenne la cattedra di filosofia a Venezia presentando, tra gli altri, due testi clonati. La vicenda ispira diverse considerazioni: 1) Con quale credibilità un professore che copia intere pagine può continuare a insegnare? Oggi il rettore dell’Università Ca Foscari di Venezia afferma che non spetta a lui prendere provvedimenti e che bisognerebbe creare un giurì per valutare l’accaduto. Come dire: meglio soprassedere; il che la dice lunga sugli standard etici di certi ambienti accademici italiani (non di tutti, per fortuna). 2) Diversi giornali, tra cui Corriere della Sera, Foglio, Avvenire, hanno ripreso le denunce del Giornale, sollecitando un chiarimento pubblico di Galimberti, che invece continua a tacere. O meglio: si è scusato controvoglia in un’intervista con il Giornale solo dopo il primo scoop, ma dopo si è chiuso nel silenzio. 3) La Repubblica non ha scritto una riga sulla vicenda. Di fatto i lettori del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non sono al corrente delle gravi e documentate accuse rivolte contro il filosofo, il cui ultimo libro continua infatti a vendere moltissimo. Non solo: la Repubblica continua a pubblicare i suoi editoriali in prima pagina, densi di giudizi morali sulla nostra società così corrotta e insincera. Insomma, anziché distanziarsi da un personaggio perlomeno imbarazzante, ne alimenta il mito. Un po’ di decoro, a cominciare proprio da Galimberti, no? (Marcello Foa)

 

Riprtiamo un estratto di un articolo del Cicerone nostrano da “L’espresso”, 16 marzo 2006

In questo periodo elettorale i politici italiani sembrano avere un’irresistibile attrazione per il Vaticano. Ma, al di là delle visite realizzate (Pera) e di quelle annunciate e poi cancellate (Berlusconi, Casini, Mastella), si tratta di un’attrazione reciproca? Anche da oltre Tevere cresce la voglia d’ingerenenza nella politica italiana? Perché e con quali rischi? Ne abbiamo parlato con Umberto Galimberti, docente di Filosofia della storia a Venezia, pensatore laico molto attento ai rapporti fra etica, politica, religione e tecnica.

Questo papato è più intrusivo nella politica italiana di quelli precedenti?
Direi di si. Il trio che guida oggi la chiesa (Ratzinger, Ruini, Sodano) è molto più interessato alle faccende italiane e più disattento invece a quelle mondiali, rispetto a Karol Wojtyla. Oggi l’attenzione è concentrata sull’Italia perché l’obbiettivo prioritario è ottenere concreti benefici dalla parte politica al potere, siano essi l’arruolamento di 10mila sacerdoti, scelti dalle curie, come professori di ruolo nelle scuole pubbliche, oppure
fondi per scuole e strutture sanitarie private, in larghissima parte facenti capo alla Chiesa.

Anche con Giovanni Paolo II la Chiesa aveva strappato parecchie concessioni…
Certo, ma oggi si dà un colpo di accelleratore a questo trend. La Chiesa vuole affermarsi a livello di strutture sociali. Già Wojtyla, in effetti, aveva iniziato una sorta di fiancheggiamento positivo dell’
Opus Dei (Opus, cioè opere, insomma, scuole, ospedali, istituzioni): Joseph Ratzinger va avanti in maniera molto più spedita, privilegiando la politica italiana.

Qual è l’aspetto più grave di questa recrudescenza dell’intromissione vaticana?
Al fondo la Chiesa si ritiene l’unica depositaria dell’etica. Un’etica prerogativa esclusiva della religione avvicina notevolmente il cristianesimo alla mentalità islamica. Per fortuna noi abbiamo avuto l’illuminismo e lo stato laico che ci hanno parzialmente immunizzati. Da parte della Chiesa, comunque, si tende a negare che l’etica sia una qualità dell’uomo, come diceva Kant, per affermarne invece la derivazione dalla dogmatica religiosa. Gli uomini sarebbero incapaci di produrre una morale. Di questo passo si finisce nello Stato teocratico. Ma le morali altro non sono che regole di convivenza volte a ridurre i conflitti. Queste regole gli uomini se le possono dare da sé: l’etica è una categoria antropologica.

Le diverse etiche non sono su un piano di parità?
Quella basata sulla religione è molto retrograda. È dedotta da principi, teorizzati a partire da Tommaso, appartenenti a un epoca in cui la natura era ritenuta uno scenario immutabile. Oggi invece vediamo bene che è modificabile in ogni suo aspetto: pensiamo alla fecondazione, alle modalità che può assumere la morte, agli interventi sul patrimonio genetico. Possiamo regolare un mondo dove la scienza manipola la natura con un’etica che prevede l’immutabilità dei principi naturali? La chiesa ha una posizione di retroguardia e la vuole imporre attraverso la politica e gli strumenti legislativi.

Eppure Wojtyla chiese scusa al mondo a proposito dell’atteggiamento della Chiesa sulla scienza nei secoli passati.
Già, però Giovanni Paolo Il aveva in mente solo la fisica, la scienza galileiana. Sul fatto che il sole stia fermo e la terra giri nessuno più ha dubbi. Vorrei invece che la Chiesa chiedesse scusa alla genetica, alla chimica, alla biologia molecolare: a quello che oggi è attuale.

I radicali hanno chiesto l’eliminazione del Concordato. Che ne pensa?
Su questo non posso che essere d’accordo con Marco Pannella: non vi vedo altro che un’osservanza del precetto evangelico "dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio". Più il potere temporale è separato da quello spirituale e più i rapporti tra i due sono corretti. Ma i radicali – e non solo loro hanno detto anche altro su cui non sono d’accordo.

…
Le sembra un bello spettacolo quello dei politici in processione ai palazzi vaticani per farsi benedire la campagna elettorale?
Questo è un altro discorso. I politici dovrebbero comportarsi come faceva Tommaso quando elaborava la sua filosofia e diceva di farlo "come se Dio non fosse". Ecco, il mondo politico dovrebbe comportarsi "come se la Chiesa non fosse". Facesse essa pure il suo mestiere, intervenisse ovunque ritenesse necessario. Ma i politici non dovrebbero mai appoggiarsi a essa, dovrebbero comportarsi come se la Chiesa fosse inincidente. Se invece avesse effetti anche sulle scelte politiche del popolo, nessun problema: questa è la storia, questo è il mondo.

Anche il centro-sinistra, basta guardare le candidature, punta ad accreditarsi oltre Tevere, ad appoggiarsi alla Chiesa.
Non c’è dubbio. E chiunque lo faccia denuncia la sua debolezza politica, il suo
infantilismo. Pare che abbiano bisogno della benedizione della mamma.

Tolan ci scrive sull’ultimo libro di don Paul Renner, a difesa della massoneria.

Il lettore Tolan ci manda queste considerazioni: Da un qualche anno a Trento è attiva una piccola casa editrice, Il margine, che pubblica una decina di libri all’anno. Tra i suoi autori, oltre al recentemente scomparso Walter Micheli (una delle figure più sane della politica trentina degli ultimi decenni), troviamo alcuni nomi tra i più in vista di quella fascia di intellettuali locali che tanto vanno di moda, caratterizzati da prosa agile e una mai sopita urgenza di criticare il Papa e il Magistero: Paolo Ghezzi, Marcello Farina, Paul Renner, gli ultimi due dell’elenco, preti. Merita riportare alcune righe del libro appena pubblicato da don Renner.

Riguardano i suoi rapporti con la Massoneria. Mi permetto di offrire di seguito alle riflessioni di Renner quelle del Vescovo di San Marino e Montefeltro sul medesimo argomento.

"I massoni sono un’ organizzazione (o una serie di organizzazioni) di persone votate al progresso culturale e spirituale, che si impegnano nella filantropia e per questo si riuniscono in circoli ristretti e discreti, in cui si viene accolti solo su presentazione di un membro e dopo lo svolgimento di un adeguato apprendistato. A seguito dello stesso si diviene compagni o fratelli, e quindi, passato un certo tempo ed acquisite certe conoscenze, anche maestri, fino a poter arrivare ad un grado elevato (il 33°) di rango. I massoni si richiamano a Hiram, costruttore del Tempio di Gerusalemme, come a loro ideale fondatore. (…) I liberi muratori (come amano altrimenti definirsi) sono deisti e venerano il Grande Architetto dell’universo. A differenze di quanto molti pensano, per essere massone (almeno nella maggior parte delle obbedienze) occorre credere in Dio, o almeno avere una certa qual convinzione che esista un Essere supremo, un’Intelligenza creatrice della storia. Qualcuno critica la massioneria in quanto associazione segreta: in realtà ve ne sono molte altre e pure i soci di Comunione e Librerazione o dell’Opus Dei non vengono dati in pasto all’opinione pubblica (cosa c’entra? Micca sono segreti i loro nomi…micca si riuniscono di nascosto, senza che nessuno sappia dove…, ndr). Certo, nei secoli in cui la Chiesa esercitava il potere temporale, i massoni si misero in aperto conflitto con la stessa, rivendicando quei diritti umani che già la Rivoluzione francese vagheggiava. In epoche in cui i Papi bollavano la democrazia come un pernicioso errore era evidente che i massoni andassero in cumulo scomunicati. Oggi il diritto canonico è più prudente e prevede tale drastica misura solo per quanto “appartengono a società segrete che cospirano contro la Chiesa” (…) La religione, dicevo, è importante anche per i massoni, quando non diventa appartenenza acritica ad una istituzione ecclesiale che limita la ricerca personale e la possibilità di dubitare (..)” da Paul Renner, Frontiere / Grenzen : vita freelance di un prete felice. Trento: Il Margine, 2008, p. 199 – 205

"La massoneria è un nemico della Chiesa; nasce con questa inimicizia e persegue la realizzazione di questa inimicizia con la distruzione della Chiesa e della civiltà cristiana e con la sostituzione a essa di una cultura e di una società sostanzialmente ateistica, anche quando fa riferimento all’architetto dell’universo. È, infatti, fuori discussione che si tratta di un riferimento a un valore pensato e concepito all’interno di una mentalità razionalistica e illuministica. Ho discusso molte volte, su questa vicenda del rapporto fra Chiesa e modernità. Il tuo libro mi conferma nella tesi fondamentale che non è la Chiesa a essere antimoderna, ma che è la modernità a essere antiecclesiale. La modernità è antiecclesiale, e il punto di attacco massimo all’ecclesialità è proprio rappresentato dalla massoneria che, in quanto elemento segretamente connotato e dinamicamente lanciato alla creazione di una civiltà alternativa a quella che nasce dalla fede, rappresenta, a mio modo di vedere, l’elemento radicale della modernità.

Nella massoneria la modernità esprime il massimo di chiarezza e d’identità e, secondo me, raccoglie anche il massimo di impatto culturale e sociale. (…) Una seconda osservazione mi è venuta leggendo questo testo: la massoneria ha trovato la sua forza certamente nella segretezza, nella capacità di individuare e assimilare a sé leadership di uomini incondizionatamente obbedienti alle sue direttive, nonché nell’abilità che ha avuto di influire su strati sempre più larghi della cultura e dei vertici della vita civile e istituzionale. Cioè, la massoneria ha rappresentato strategicamente un punto di attacco, non soltanto ai princìpi, ma anche alla mentalità di coloro che astrattamente avrebbero dovuto ergersi a baluardo di questi princìpi tradizionali e che, invece, sono diventati totalmente funzionali al fenomeno erosivo della tradizione e rivoluzionario nei confronti di essa. E anche questa è una intuizione che sostiene il magistero dei papi sulla massoneria: i papi sono concordi nell’indicare, anche con diverse angolature, che la massoneria sta conquistando, lentamente ma inesorabilmente, anche coloro che avrebbero dovuto difendere tutta la ricchezza, la verità e la bellezza della posizione tradizionale”. Dall’introduzione di Mons. Luigi Negri al libro di Angela Pelliciari I papi e la massoneria. Milano : Ares, 2007.

L’Europa che non vogliamo.

Il popolo ha parlato chiaro. Subito la "eurocasta" ha reagito. «L’Irlanda, coi suoi 4 milioni di abitanti, sta esercitando un dispotismo»: è lo sbrodolamento d’odio che si legge sul "bollettino" dei Rotschild, Libération. Il giornale, infatti, il giorno del referendum vomitava rabbia e dispr

ezzo contro l’Irlanda (cf. Alain Duhamel, «Le despotism irlandais», Libération, 12 giugno 2008). In ogni caso, i poteri forti hanno ordinato ai loro maggiordomi «politici» di andare avanti con le «ratifiche» fasulle. Barroso, Sarkozy, il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, i nostri Napolitano e Veltroni. In modo più soft – con tonalità diversificate – anche Berlusconi, Fini, Frattini, Tremonti, Mario Mauro, hanno dimostrato la loro preoccupazione e il loro dispiacere. In casa nostra, la Lega Nord, Marcello Pera, Francesco Cossiga, hanno invece mostrato apertamente la loro soddisfazione per questo voto popolare. È notorio che nè i francesi nè gli olandesi nè gli irlandesi sono antieuropeisti. Se hanno detto «no», lo hanno detto ad una direzione e a un metodo che non va nella giusta strada, che non capiscono e non approvano.

Non hanno detto "no all’Europa", ma all’Europa dell’ "eurocasta", governata da banchieri ed oligarchi irresponsabili, che recitano su un copione dettato da altri poteri, i "poteri forti". Ed è per questo che la vittoria del "no" in Irlanda è la vittoria dei popoli. È la vittoria dell’uomo della strada. Il Santo Padre, domenica a Brindisi, ha pronunciato parole importantissime, che stonano con quanto – generalmente – si è ascoltato in questi giorni, anche in "casa cattolica". Benedetto XVI ha detto: "Da questo lembo d’Europa proteso nel Mediterraneo, tra Oriente e Occidente, ci rivolgiamo ancora una volta a Maria, Madre che ci "indica la via" – Odegitria -, donandoci Gesù, Via della pace. La invochiamo idealmente con tutti i titoli coi quali è venerata nei Santuari della Puglia, ed in particolare qui, da questo antico porto, la preghiamo quale "porto di salvezza" per ogni uomo e per l’intera umanità. La sua materna protezione difenda sempre questa vostra Città e Regione, l’Italia, l’Europa e il mondo intero dalle tempeste che minacciano la fede e i veri valori; permetta alle giovani generazioni di prendere il largo senza paura per affrontare con cristiana speranza il viaggio della vita. Maria, Porto di salvezza, prega per noi!" (Angelus, 15 giugno 2008). Dato che, in questi giorni, in non pochi hanno affermato che i timori del popolo irlandese erano "irrazionali" ed infondati, riporto un’intervista alla professoressa Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’università di Milano-Bicocca, curatrice di un corposo saggio intitolato "I diritti in azione" (Il Mulino), che dimostra proprio tutto il contrario. Intanto l’avanzata della tempesta anti-famiglia avanza. La nuova legge che autorizza i matrimoni tra persone dello stesso sesso è stata approvata l’11 giugno dal Parlamento norvegese con una netta maggioranza di voti.

La Norvegia diventa così il sesto paese nel mondo a concedere agli omosessuali il diritto legale di "contrarre matrimonio" (gli altri sono: Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Sudafrica, Massachusetts e California negli Stati Uniti), con tutti i benefici che ne derivano, finora riservati alle coppie eterosessuali. La legge amplia le possibilità di adozione da parte di coppie gay e permette alle lesbiche di accedere all’inseminazione artificiale. Forse è proprio il caso di dire – per alcuni, forse, in ritardo – : "Grazie, Irlanda!". Buona settimana. Giuseppe Biffi

Cattolici in rivolta: Europa contro la famiglia Un dossier denuncia che spesso le sentenze delle corti comunitarie e le direttive anti-discriminazione entrano in contrasto con la Costituzione italiana. «I famosi Dico, le adozioni alle coppie omosessuali, il matrimonio tra persone dello stesso sesso… Tutto ciò che crediamo di aver chiuso fuori della porta del nostro Paese rischia di rientrare ora dalla finestra dell’Europa».

È l’allarme che lancia la professoressa Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’università di Milano-Bicocca.

di Andrea Tornielli «I famosi Dico, le adozioni alle coppie omosessuali, il matrimonio tra persone dello stesso sesso… Tutto ciò che crediamo di aver chiuso fuori della porta del nostro Paese rischia di rientrare ora dalla finestra dell’Europa». È l’allarme che lancia la professoressa Marta Cartabia, docente di Diritto costituzionale all’università di Milano-Bicocca, curatrice di un corposo saggio intitolato I diritti in azione (Il Mulino). La studiosa, in sintonia con l’«Association pour la Fondation Europa» (Afe) e con varie realtà del mondo cattolico lancia l’allarme per quello che definisce il rischio di «colonialismo giurisdizionale», vale a dire l’invasione, a suon di sentenze delle corti europee, degli ambiti spettanti alle Costituzioni nazionali. «Teoricamente – spiega al Giornale la studiosa – l’Europa non dovrebbe intervenire in tema di diritto familiare e questo è sancito anche in un protocollo al Trattato di Lisbona. Ma questi argomenti ritornano attraverso altre vie, ad esempio le direttive anti-discriminazione o le sentenze delle corti europee». Nel primo caso, si nota l’attivismo dell’Agenzia per i diritti fondamentali di Vienna, che, come dichiarato neanche troppo velatamente dal suo direttore, il danese Morten Kjaerum, non si limita soltanto a combattere la giusta battaglia contro le discriminazioni nei confronti degli omosessuali nel mondo del lavoro, ma considera «discriminatorio» il fatto che i gay non possano sposarsi o adottare bambini.

«Le direttive anti-discriminazione – afferma la professoressa Cartabia – una volta inserite nel diritto europeo diventano il volano per la richiesta di equiparazione delle coppie gay alla famiglia». Per quanto riguarda invece il caso delle sentenze, basta ricordare quella della Corte europea per i diritti dell’uomo, che all’inizio di quest’anno ha condannato la Francia per aver rifiutato a una lesbica l’autorizzazione ad adottare un bambino (del quale, peraltro, la compagna convivente della ricorrente non aveva alcuna intenzione di occuparsi), stabilendo un risarcimento per danni morali di 10mila euro. O il caso della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, che lo scorso aprile, pur non potendo in realtà intervenire su temi previdenziali, ha dato ragione a un omosessuale tedesco che vi si era rivolto per ottenere la pensione di reversibilità del compagno scomparso, reversibilità non prevista dalle unioni civili in Germania. «Non c’è dubbio – denuncia Giorgio Salina, presidente dell’Association pour la Fondation Europa – che la convergenza di deputati europei appartenenti a diversi gruppi politici, gli intergruppi gay e lesbiche e analoghe organizzazioni europee determinano una forte pressione relativista nelle varie istituzioni ».

Accade inoltre, continua Salina, che «le varie Corti internazionali, incluse alcune Corti costituzionali nazionali, assumano le reciproche sentenze e le risoluzioni del Parlamento europeo quali fonti del diritto, accumulando giurisprudenza. Si tratta di un metodo surrettizio di legiferare attraverso la magistratura aggirando le competenze riconosciute alle varie istituzioni». Nelle scorse settimane, la ministra del Lavoro del governo di Parigi, Rachida Dati, in prospettiva dell’imminente presidenza francese del Consiglio dell’Unione, ha affermato: «Il presidente Sarkozy e il governo francese intendono porre il tema dell’adozione di un diritto di famiglia comune nell’Ue, e ciò per evitare onerosi contenziosi in occasione della libera circolazione dei cittadini nei Paesi membri». Invocare un’uniformità sul diritto familiare significa aprire la questione del matrimonio e dell’adozione per gli omosessuali. Il Trattato di Lisbona, che regola il funzionamento delle istituzioni comunitarie, recepisce anche la Carta dei diritti fondamentali, rendendola vincolante. Non è un caso, fanno osservare Cartabia e Salina, che quel documento «sia aperto a diverse interpretazioni dei diritti relativi all’antropologia umana. Basti ricordare che l’articolo 9 cita il diritto a sposarsi e separatamente il diritto a formare una famiglia». Proprio il tentativo di alcune forze di procedere per via legislativa in sede europea, nel disinteresse generale, potrebbe far rientrare nel nostro Paese concezioni di famiglia diverse da quella sancita nella nostra Costituzione. il Giornale, Mercoledì 11 giugno 2008

Voto in Sicilia: centrodestra a valanga

Otto province a zero con percentuali che vanno dal 60 al 75%. A Palermo vince Avanti, a Catania Castiglione

PALERMO – Il centrodestra si aggiudica a larghissima maggioranza le elezioni provinciali in Sicilia: otto province su otto finiscono all’alleanza formata da Pdl, Mpa, Udc e liste locali (in taluni casi anche La Destra e Fiamma tricolore). A scrutinio quasi terminato, la maggioranza per il centrodestra è tale (percentuali oscillanti tra il 60 e l’80%, eccetto la provincia di Enna con il 55%), che il risultato non è più in discussione. Quindi niente ballottaggi tra due settimane per le provinciali. Pesanti i risultati del Partito democratico che vanno dal minimo del 13% in provincia di Catania al massimo del 19% in quella di Caltanisetta. Il Pdl è il primo partito in tutte le province, con un massimo del 30% a Palermo e Trapani e un minimo 19% a Enna, Messina e Caltanisetta

PROVINCIALI – Nella provincia di Palermo si profila la vittoria di Giovanni Avanti con il 73% sul candidato di centrosinistra (27%), a Messina successo di Nanni Ricevuto che sfiora l’80% sul 18% Paolo Siracusano (centrosinistra), a Catania trionfa Giuseppe Castiglione con il 78% su Salvatore Leotta, centrosinistra, al 18%. Nella provincia di Siracusa vince Nicola Bono con il 69,5% sul candidato del centrosinistra (Giuseppe Zappulla) fermo al 30,5%, ad Agrigento partita facile per Eugenio D’Orsi (66,7%) sul candidato del Partito democratico Giandomenico Vivacqua (15,43%), mente un po’ più difficile a Enna per Giuseppe Monaco con il 55%, sul candidato di centrosinistra Nino Muratore con il 40,5%. A Caltanisetta con il 63% vince Giuseppe Federico sul candidato di centrosinistra Salvatore Messana (30%), infine a Trapani si aggiudica il successo Mimmo Turano con il 64% sul candidato di centrosinistra Camillo Oddo al 30,5%.

COMUNALI – Nei tre capoluoghi di provincia dove si votava (Catania, Messina e Siracusa) lo spoglio delle schede è iniziato dopo la fine degli scrutini per le provinciali. A Messina Giuseppe Buzzanca (Pdl e Udc e altre nove liste) ha al momento ben 13 punti di vantaggio sul principale avversario, il candidato del centrosinistra e segretario regionale del Pd Francantonio Genovese. Quando sono state scrutinate 157 sezioni su 254, Buzzanca è a quota 51,37% contro il 30,4% di Genovese. La sfida tra ex sindaci, dunque, sembra appannaggio di Buzzanca che nel 2003 fu costretto a dimettersi dopo il rinvio a giudizio (poi la condanna) per peculato d’uso, con l’accusa di avere usato l’auto blu per un viaggio privato. Anche Genovese, nel 2005, è stato costretto a lasciare il comune per decadenza dall’incarico dopo che il Tar aveva accolto il ricorso del Nuovo Psi di Gianni De Michelis, escluso dalla competizione elettorale. A Siracusa Roberto Visentin (Pdl-Udc-Mpa) – 117 sezioni su 123 – è in vantaggio sul rivale del centrosinistra Roberto de Benedictis: 56,4% contro il 33,2%. Tutta “in casa” centrodestra la sfida a Catania, dove Raffaele Stancanelli (Pdl-Udc e Mpa) – 47 sezioni su 335 – è a quota 49,18% contro il 27,52% di Nello Musumeci (la Destra), solo terzo Giovanni Burtone (Pd) con il 18,94%.

VOTANTI – Deciso il calo dei votanti: complessivamente sono stati il 55,54%, con un calo dell’8,92%. Ma nella provincia di Palermo sono andati alle urne solo il 41% degli aventi diritto, con un calo di 20 punti netti rispetto alle provinciali precedenti. Affluenza ferma in Sardegna: 74,7%, la stessa delle elezioni amministrative precedenti. In Sardegna si è votato in 34 Comuni per un totale di 112.167 elettori. Ad Assemini, unico Comune con oltre 15 mila elettori, ha votato il 60,5% contro il 69,4% delle precedenti amministrative.

Corriere della Sera

BRUNETTA: IO MINISTRO, MA VENDEVO GONDOLETTE

Intervista-ritratto del giocatore piu’ scatenato della squadra Berlusconi. «Sono orgoglioso di essere figlio di gente povera». «Il declino non esiste. Non esiste la recessione, né in Italia né nel mondo».

 L’ufficio del ministro per la Funzione pubblica è la Sala Carlo V di palazzo Vidoni, dove l’Imperatore ricevette la numerosa nobiltà romana. In fondo in fondo, s’intravede Renato Brunetta, con Tremonti il ministro più popolare del governo, ma anche il più preso di mira: mini- ministro, l’unico più basso di Berlusconi… «Miserie. Provo sincera pena per chi le dice. Radical-chic, sinistra al caviale: mi fanno un baffo. Certo, un tempo ci soffrivo. Poi ho imparato ad accettarmi. Sono orgoglioso di essere figlio di gente povera. Figlio della Venezia popolare. Ha presente Thomas Mann e Visconti? La Venezia letteraria, crepuscolare? Ecco, tutto il contrario.

Da bambino andavo a vedere i siori che mangiavano il gelato a San Marco. Soldi per i gelati io non ne avevo. Andavo a pescare i granchietti e le anguelle, quei pesciolini trasparenti, da fare fritti. E andavo a lavorare con mio padre». Venditore ambulante di protesi, è stato scritto. «Ma quali protesi. Gondoete». Prego? «Gondole di plastica nera. Vetri di Murano. Souvenir.

Avevamo una bancarella in lista di Spagna, accanto alla stazione. E lì, sui marciapiedi di Cannaregio, ho imparato tutto. Il lavoro, il sacrificio. Conoscere la gente, parlarci». «Vivevamo in nove in novanta metri quadri, con i miei due fratelli, mia zia vedova e i suoi tre figli. In affitto tutta la vita. Quando papà finalmente mise da parte un po’ di soldi, comprò una Topolino usata; mamma ci rimase male, ancora adesso mi tormenta il pensiero che con quel denaro avremmo potuto comprare la casa. Da qui la mia passione per le case. Tutti dovrebbero avere, più che un lavoro, una casa».

Vasto programma. «Ma io ho un piano: non serve costruire; basta rendere proprietari gli inquilini delle case ex Iacp, trasformando l’affitto in un mutuo. E comunque in casa mia non c’era un libro. Io ho fatto le magistrali, sono maestro abilitato. Ma, un giorno, una giovane supplente mi disse: "Lei non si rende conto di essere diverso?". "In che senso?", risposi. "Non capisce che la sua mente è diversa?". Quella supplente, che non ho più rivisto, mi cambiò la vita. Tornai a casa, parlai con la mamma. Lei capì».

Il ministro si commuove, pensando alla madre. «Cominciai a studiare il greco la notte, di nascosto. Fino a quando un professore, che aveva intuito, non mi fece tradurre l’epigrafe in greco dei Sepolcri di Foscolo. I compagni compresero. E si schierarono con me: il mio successo era il loro riscatto sociale. Mi amavano, anche perché finivo i compiti in un quarto d’ora e li passavo a tutti. Così ho dato l’esame per passare al Foscarini. Il figlio dell’ambulante, il piccolino, al liceo dei siori. Alla maturità fui il primo della classe».

Nel ’68 Brunetta aveva diciotto anni. «Ed ero contro. Fui cacciato dall’assemblea dei figli di papà che chiedevano il 30 politico. Capii subito l’inganno: "Voi siete ricchi, io povero. Ma io ho la testa; voi no. Così voi chiedete voti uguali per tutti, per restare voi ricchi e io povero. Ma così mi fottete!". Ho sempre votato Psi. Oggi sono un socialista di Forza Italia. Lib-lab: liberalsocialista ».

Esordio con Gianni De Michelis. «La migliore testa della politica italiana degli ultimi cinquant’anni». Consigliere economico di Craxi — «un freddo, mi apprezzava molto ma non l’ho mai frequentato» — e di Amato: «Gran testa, poca personalità. Gliene voglio: poteva salvare il Psi, e non l’ha fatto». Infine, Berlusconi. «Entrò in un convegno mentre stavo parlando. Gentile com’è, si scusò per avermi interrotto. Risposi che grazie a lui avevo ricominciato da capo trovando un incipit migliore.

Fu amore a prima vista. Approfondito quando, dopo la caduta del suo primo governo, mi chiese una serie di conversazioni, non lezioni, di economia. Mi chiedeva del tasso di crescita, del rapporto deficit-pil, di Maastricht. Io facevo due ore all’università, poi due ore con lui, poi lo lasciavo per tornare a lezione. E Berlusconi: "Sì, ma poi torna?". Mai visto tanta umiltà, tanta sensibilità, tanta voglia di capire. Con quella frase mi ha conquistato per sempre».

Le cronache del ricevimento al Quirinale descrivono Brunetta «mano nella mano con un’alta e giovane donna vestita di trasparenze voiles». «Sì, è la mia fidanzata. Ufficiale. Si chiama Titti ma il cognome non lo dico. È un’arredatrice d’interni. Condivide la mia passione per le case. Ne abbiamo due, a Venezia e a Todi».

Il momento magico lo induce a professioni di ottimismo. «Ma è un fatto, non una mia opinione: il declino non esiste. Non esiste la recessione, né in Italia né nel mondo: recessione è quando per due, tre trimestri di fila il pil diminuisce; invece l’Italia è sempre cresciuta, sia pure poco. Non esiste neppure la crisi dei subprime».

Come non esiste? «Esiste una crisi di crescita. E di governance. Ma i subprime non c’entrano niente. I derivati sono un aspetto virtuoso, positivo, della straordinaria crescita economica americana di questo decennio. La tensione sui subprime incide in minima parte sui bilanci delle banche. Crederà mica che la Northern Rock sia fallita per i subprime? È crollata la fiducia dei risparmiatori. Dobbiamo e possiamo recuperarla». Sì, ma in che modo? «L’economia italiana non è messa male. È in sofferenza per il prezzo del petrolio. Controllo dell’offerta, aumento della domanda: agli arabi conviene tenerlo sotto piuttosto che venderlo».

Quindi non è vero che il petrolio sta finendo. «Ma quando mai! Secondo il club di Roma del molto commemorato Peccei, il petrolio sarebbe dovuto essere finito da cinque anni. Invece ogni cinque anni le riserve raddoppiano, o comunque si rivedono al rialzo. Basterebbe un grande patto europeo per costruire 50 centrali di quarta generazione, in modo da coprire metà del fabbisogno entro il 2020, per far crollare il petrolio e il gas del 30 o del 40%. Allora i produttori avrebbero fretta di vendercelo, per paura che gli resti sul groppone».

Quanto costa costruire 50 centrali di quarta generazione? «Sei, sette miliardi di euro l’una. Moltiplicato per 50, fanno 350 miliardi di euro». Dove li troviamo? «Lanciando gli eurobond. Titoli europei, garantiti con le eccedenze auree e valutarie della Bce. Enorme risparmio, enorme investimento nella ricerca, enormi risorse per la sicurezza e le infrastrutture dal Baltico al Mediterraneo, da far impallidire il tunnel sotto la Manica e il ponte sullo Stretto: l’Europa ripartirà. È l’idea keynesiana che ho in comune con Tremonti e Delors».

Brunetta cita di continuo Tremonti. Eppure la vulgata vuole che il rapporto tra i due sia teso, al limite dell’incompatibilità. «Con Tremonti ci conosciamo da 28 anni, quando lui era un brillante giovane professore a Venezia e io ero un giovane incaricato. Tra noi c’è sempre stata una sfida a vedere chi è più bravo. Tremonti è fantasioso, io sono fantasioso. Giulio ha grandi visioni, io ho grandi visioni. Lui è geniale, io sono geniale. Ecco, il nostro è un rapporto tra due persone geniali. Tutto qui».

Corriere della Sera

La fabbrica degli asini è colpa dei genitori

Finita la scuola, da un tg nazionale apprendo che non solo i ragazzini ma anche i loro genitori non ne possono più dei compiti delle vacanze. ? rivolta.
Ecco una notizia veramente interessante. Si apre una finestrina piccola sulla vera tragedia dell’Italia, però al tempo stesso viene da ridere.
Chi di noi non ha odiato i compiti delle vacanze? Trenta versioni di latino, trenta di greco, cinquanta esercizi di algebra, cinquanta di geometria, e in più leggere “I Malavoglia”, “Il fu Mattia Pascal”, “La luna e i falò”, “Dubliners”, “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, “L’apologia di Socrate”.
Ma come faremo a goderci le vacanze? Lo dicevamo già noi, che senza andare al mare o ai monti ci accontentavamo delle feste di paese, delle scorribande per la campagna, delle avventure per fiumi e stagni, di un bacio estorto dietro il carrozzone di una fiera itinerante o il ticket office di un autoscontro.
I compiti delle vacanze erano relegati alle ore impossibili, dalle due alle cinque del pomeriggio, dentro il solo spicchio di luce che filtrava ronzando tra le ante della persiana semichiusa “per tenere fuori il caldo”.
Il fastidio di tutte quelle ascisse e ordinate, consecutio temporum, aoristi, considerazioni scritte sui moti del ’20 e ’21, coseni e semprecaromifù diventa, una volta cresciuti, un ricordo caro, un segnavia di un cammino che, bene o male, abbiamo compiuto.
E i genitori a controllare. Non che sapessero un’acca di latino, però ci tenevano. E la versione di oggi dove sarebbe?, ah sarebbe questa? Com’è che sembra tutta quella di ieri? Oppure: è arrivata la nipote della vecchia signora Pullini, sai la professoressa? E mi ha detto che ti vedrebbe tanto volentieri per capire a che punto sei col greco.
Ma tutto questo è archivio, storia, trapassato remoto. Il genitore adesso sta dalla parte del figlio. Ma cos’è questa storia dei compiti? La prima quindicina di luglio lo mandiamo in America per perfezionare l’inglese, poi si parte tutti per le Seychelles, al dieci di agosto cominciano le gare sportive: dove li mettiamo i compiti?
Aiutarli? Figuriamoci. Dove la chiudiamo questa parentesi tonda? Diobono, ma perché poi tutte queste parentesi? Viene prima la quadra o la graffa? A me per fare i soldi bastano le due operazioni, addizione e moltiplicazione (le altre due le lascio al mio commercialista). Eccetera.
? cambiata la vita. La scuola è diventata una scomodità, e in una società in cui la comodità è un valore primario, la scuola somiglia sempre più a un rudere del passato. Un’incongruenza. Questo Paese non vuole proprio saperne di modernizzarsi.
Già. E la vecchiezza, la decrepitezza, dove stanno? Stanno in questo: che la scuola, da che esiste, ha senso perché continua, in altro modo e con altri mezzi, l’operazione educativa della famiglia, che è – semplicemente – quella di tirare su il bambino e aiutarlo a diventare un uomo.
Da un certo punto in avanti, la famiglia da sola non è più sufficiente, i problemi inerenti all’educazione si fanno più complessi, la trasmissione del sapere richiede nuove energie. Perciò si mandano i figli a scuola. Che ha, tra i suoi compiti, quello di costruire un argine all’istintività, non per eliminarla ma per renderla costruttiva. Si chiama moralità.
Se però i genitori, in nome della comodità, si mettono a difendere l’istintività contro quell’argine, allora la scuola non ha più nessuna ragione di esistere. Se il familismo amorale domina, la scuola non ha più armi educative: diventa un parcheggio. Meglio chiudere.
E voi, ch’avete li ‘ntelletti sani, guardate a questa storiella come a una parabola. Prendetene il succo e applicatelo ad altri nostri scandali quotidiani, dallo smaltimento dei rifiuti tossici ai casi di malasanità, e capirete che esiste un problema antropologico di fondo, che va ben oltre le competenze della politica. Il Papa ha parlato di “emergenza educativa”, che è esattamente come dire “emergenza umana”.
Luca Doninelli
Il Giornale – 11 giugno 2008

Quella sfida educativa che il Paese deve vincere

Tempo di fine scuola, tempo di prese di posizione del ministro della Pubblica Istruzione: è quasi un rito, che però assume un particolare rilievo quando il titolare del Dicastero è al suo esordio nel ruolo. Aggiungiamo subito che di questi tempi l’attesa è quasi palpitante, perché la scuola si rivela, una volta di più, un sensibile termometro delle difficoltà sociali. Del resto educare significa trasmettere valori e stili di vita, e quando non si riesce a tenere sotto controllo questi ambiti, i primi a risentirne sono, come è ovvio, i ragazzi.
Ha fatto dunque bene la ministro Gelmini a parlare da subito forte e chiaro: la sua proclamata decisione di “aggredire le iniquità del sistema, mediocre nell’erogazione dei compensi, mediocre nei risultati, mediocre nelle speranze” è quanto ci si attende.
Il ministro prende di petto la questione salariale e fa bene, purché non si trasformi in una demagogica ricerca del consenso, peggio, promettendo senza avere la forza di mantenere. Sono anni che si nota quanto gli insegnanti siano malpagati e giustamente il responsabile della Pubblica Istruzione ha richiamato il parallelo con i livelli salariali dei Paesi Ocse. In una società come la nostra, in cui il valore di una posizione e il suo prestigio si misurano anche dalla remunerazione che le viene attribuita, non affrontare questo tema significa mettere in difficoltà la stessa credibilità della funzione pedagogica.
Però bisogna anche essere onesti e dire che non si deve pagare una “uniforme”, un “grado”, come si direbbe “a prescindere”, cioè senza tenere conto della qualità e dell’impegno che i singoli mettono nell’assolvere al loro compito. Senza generalizzare e anzi riconoscendo il lavoro umile e appassionato di tanti, va ricordato che non mancano, né sono pochi, i casi di rifugio nell’insegnamento di gente con scarsa vocazione, i casi di assenteismo e lassismo, i casi di scuole dove di educazione e di preparazione non se ne acquisisce molta.
Il ministro ha giustamente detto che quel rigore nel misurare il merito che si pretende verso gli studenti (e la Gelmini ha fatto bene a tenere duro in tema di recupero dei debiti) va applicato anche verso i professori, che hanno il diritto ad essere trattati molto meglio, ma da cui si deve esigere un servizio all’altezza dei bisogni dell’istruzione in un mondo complicato come il nostro (per esempio con un aggiornamento continuo: questo è davvero un punto dolente, a cui è dovuta non in ultimo molta impreparazione dei nostri ragazzi).
E qui naturalmente cominciano i problemi, perché per dare in base al merito bisogna essere in grado di valutare e di farlo con tutte le garanzie di obiettività. Purtroppo su questo terreno in Italia siamo messi male. Nessuno si fida di essere sottoposto ad un esame, perché lo ritiene viziato in partenza, sicché si montano macchine complicatissime ed ipergarantiste che danno come risultato giudizi farraginosi e piatti. Così si finisce quasi sempre con il distribuire un po’ di benefici a pioggia.
Naturalmente tutti speriamo che questa volta non sia così, perché davvero non ce lo possiamo più permettere. La promozione del merito non è più solo un imperativo morale (e già sarebbe una cosa piuttosto importante), ma è ormai la condizione per far sopravvivere la competitività del Paese in un contesto di crisi generalizzata. Senza punte di eccellenza che trainano poi inevitabilmente con un sé un alto standard medio, non si salva quella posizione di primo piano che la fatica delle generazioni precedenti ha conquistato per l’Italia.
Il ministro ha parlato anche di bullismo ed ha promesso tolleranza zero. Sembrerebbe un’altra questione, ma invece stiamo sempre parlando della stessa cosa. Il bullismo è la ricerca di protagonismo da parte della noia di vivere, la creazione di prepotenza quando non si è più capaci di sviluppare potenza, la riduzione dell’esperienza alla ripetizione del videogioco alla moda perché cosa sia una vera, intensa esperienza di vita non lo si sa più.
Il ritrovare la dimensione della “serietà” dello studio, come il ministro ha detto citando con un po’ di civetteria Gramsci, è la premessa per ritrovare la serietà della vita, che è poi quello che dà senso allo studio e lo toglie dalla dimensione del “nozionismo”, che non è dato dall’imparare delle nozioni anche a memoria (è utile e a volte necessario), ma dall’imparare nozioni che non si sa più a cosa servano se non a rispondere alle regole di un gioco frusto che ci si ostina a chiamare scuola.
Tutti diciamo che così non si può andare avanti. Forse potremmo cominciare a darci tutti una mano per iniziare il cammino di un cambiamento.-
Paolo Pombeni
Il Messaggero 11 giugno 2008

Roghi di Vangeli in Israele.

Il 15 maggio 2008 nella città israeliana di Or Yehuda, dalle parti di Tel Aviv, si è svolto uno strano rito. Il sindaco Uzi Aharon, secondo quanto riportato dal quotidiano Maariv, ha fatto bruciare pubblicamente centinaia di copie dei Vangeli. Intervistato dallo stesso quotidiano, il sindaco ha detto di star conducendo una lotta serrata contro i missionari cristiani. Saputo che questi Vangeli erano stati distribuiti, ha mandato a ritirarli casa per casa e li ha fatti bruciare mentre, attorno, centinaia di allievi della locale scuola ebraica ortodossa assistevano. L’episodio induce a porsi alcune domande. Come mai i possessori di quei Vangeli li hanno consegnati senza fiatare? Perché i media dei Paesi occidentali hanno dato scarsissimo rilievo alla notizia? Perché gli opinionisti degli stessi Paesi, soliti a ricordarci ogni volta che i roghi dei libri sono sempre l’inizio di qualcosa di peggio, hanno taciuto? Le autorità comunali di Or Yehuda fanno lo stesso col Corano? Cosa sarebbe successo se un sindaco leghista italiano avesse escogitato uno spettacolo del genere? Eh, domande… domande…
(Fonte: www.rinocammilleri.it/ antitodi del 2.06.2008)

Il miracolo del piccolo Finley il bambino nato tre volte

La madre prendeva la pillola. Quando ha scoperto di essere incinta ha provato ad abortire: però il bimbo è sopravvissuto
La prima cosa che il mondo ha saputo, a proposito di Finley Crampton, è che ha le orecchie a sventola. Le ha prese da papà. Dalla mamma ha preso invece il colore chiaro degli occhi.
Finley non si trova qui da ieri. Ha già sei mesi, sta piuttosto bene ed è cittadino inglese. E, se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo stare certi che di lui sentiremo parlare ancora.
Finley infatti è vivo perché né la pillola anticoncezionale né un aborto terapeutico sono riusciti a sradicarlo dal grembo nel quale aveva cominciato a esistere, 19 settimane prima di apparire davanti agli occhi stupefatti dei medici di un ospedale del Nottinghamshire, gli stessi che 11 settimane prima avevano cercato di toglierlo di mezzo.
Quella di Jodie, la mamma, è una storia dolorosa. Jodie è portatrice di una malattia genetica che le è costata la perdita del primo figlio, a solo venti minuti dalla nascita, e la grave menomazione del secondo, di un anno maggiore di Finley. Per questo aveva deciso di non avere più figli, cominciando ad assumere sistematicamente la pillola.
Accortasi, con stupore, di essere nuovamente incinta, era tornata in ospedale per abortire, ci ha provato e il risultato di tutta questa vicenda è che Finley è qui.
Non si tratta, come si vede, di una storia di accanimento terapeutico, ma solo di una storia dolorosa con un inaspettato lieto fine, e questo non è perciò un articolo antiabortista, nel senso che la vita va ben oltre l’antiabortismo. La vita, che tendiamo a dare per scontata, e che richiede viceversa la nostra massima attenzione.
Quello che Finley ha da insegnarci, è per tutti. Ci insegna che la vita non è un “principio”, un’idea, un’astrazione, ma un fatto, una cosa. Ricordate – dice Finley – che la vita è questa cosa che i medici del Nottinghamshire si son trovati davanti, restando con un palmo di naso dopo aver fatto il possibile per eliminarla. Certo, l’aborto può essere stato eseguito male, e il dosaggio delle pillole mal calibrato. Posso spingermi a pensare che la regolarità di Jodie nell’assunzione della pillola non sia stata esemplare, e che Jodie, nel fondo del cuore, desiderasse ardentemente altri figli dopo i primi due.
Nulla toglie però che si debba fare chapeau davanti alla vita, che diventa non solo trifoglio o mosca o gallina, ma uomo: alla sua tenacia, alla sua dura volontà, alla sua irriducibilità. La vita non coincide con i nostri programmi, è quello che è. Dirle di sì è l’accettazione di quello che tutta la cultura in cui siamo immersi ci insegna a odiare, perché la cultura in cui siamo immersi ci dice che la vita ha un senso solo se è come noi vogliamo.
E in questo, scusatemi se insisto, fa poca differenza l’ideologia di riferimento. Un cattolico sa bene, se non ha perso il cervello, com’è facile anche per lui accontentarsi della sua vita cattolica “bell’e fatta”, come diceva Péguy. E la cultura dominante non si esprime tanto nell’abortismo (che è solo una conseguenza), quanto piuttosto in questa mediocrità, che spesso rimane anche quando ci si trasforma in fanatici e urlanti difensori dei più sacri principi.
La vita è il contrario di questo. Soprattutto in quello che è, come si diceva, il suo esito più inimmaginabile e in qualche modo più inaccettabile: l’uomo (un bel gattino è molto più accettabile).
Scrisse Hannah Arendt: “Gli uomini, nella misura in cui sono qualcosa in più che un fascio di reazioni animali e un adempimento di funzioni, sono del tutto superflui per il regime. Questo infatti non mira a un governo dispotico sugli uomini, bensì appunto a un sistema che li renda superflui”.
Perciò che Dio benedica te e le tue orecchie a sventola, Finley, e con te questa cosa imperfetta, sporca, piena di guai, ma tenace e invincibile, che è la vita. Il solo augurio umano che possiamo fare a noi stessi è di riuscire ad affrontare fatiche e dolori nello stesso modo in cui tu hai affrontato i tuoi.
di Luca Doninelli – Il Giornale, 09/06/2008

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