Assaggi 31-32-33. Chiesa-mondo, la conciliazione impossibile

“Mostrerebbe di non conoscere né la Chiesa né il mondo chi pensasse che queste due realtà possono incontrarsi senza conflitto. Non sono i cristiani che si oppongono al mondo. ? il mondo che si oppone a loro quando è proclamata la verità su Dio, su Cristo, sull’uomo. Il mondo si rivolta quando il peccato e la grazia sono chiamati con il loro nome”. Card. Joseph Ratzinger

“Il solo incontro autentico e salutare della Chiesa con il mondo è quello dei confessori senza macchia, dei dottori inflessibili, delle vergini fedeli e dei martiri invincibili, ricoperti della tunica scarlatta intinta nel sangue dell’Agnello”. Roger-Thomas Calmel O.P.

“I figli delle tenebre non si conquistano sempre con i sorrisi amabili. A molta gente non possiamo offrire un principio di salvezza che a questo modo: il pugno nello stomaco”. Card. Giuseppe Siri

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C’è musica e musica: manipolazione delle coscienze o liberazione dello spirito?

Riportiamo qui parte di una lettera inviata dai Giovani del Movimento per la Vita al Direttore di un istituto superiore di Trento. La lettera può forse interessare qualcuno per i suoi contenuti, al di là della contingenza specifica che era l’organizzazione di una conferenza-concerto.

Egregio Direttore,

come anticipatoLe a voce, noi giovani del Movimento per la Vita di Trento vorremmo proporre agli alunni del triennio delle superiori della Sua Scuola una conferenza-concerto sul tema della Musica, intesa come manipolazione delle coscienze da un lato e strumento di liberazione dello spirito dall’altro.
Riteniamo che questo tema, oltre a poter interessare di per sé un pubblico di adolescenti, investa una questione antropologica fondamentale e purtroppo oggi misconosciuta, quale la vitale tripartizione (ravvisata dalla Filosofia Perenne greco-cristiana) delle facoltà umane: intelletto, volontà, passioni, in questa precisa gerarchia.
– Intelletto, ordinato da Dio alla scoperta e contemplazione del Vero, coincidente con il Buono e con il Bello;
– volontà, chiamata a valorizzare la sua libertà dirigendo pensieri e azioni al fine positivo riconosciuto dall’intelletto;
– passioni che, neutre in se stesse, debbono con tranquilla sottomissione mantenersi nel sicuro alveo in cui la volontà le sospinge.
Il potere non sottovalutabile dell’Arte musicale è, sotto questi rispetti, duplice: il ritmo, le melodie, i suoni possono bensì rapire ed elevare le facoltà più nobili e spirituali, sublimando – non rinnegando – le carnali, quasi prefigurando all’uomo la sua destinazione sopraterrena e indirizzandovelo; ma possono anche, ed è questo il dichiarato scopo di gran parte della musica rock e di altri sottogeneri “giovanili” contemporanei, eccitare le passioni inferiori e disordinate, accarezzare torbide pulsioni e frenetici istinti, evocare psichismi latenti e tenebrosi.
In questo secondo caso la gerarchia spirituale sopra delineata patisce, alla lunga, un disastroso sovvertimento:
– le passioni, irrobustite e rese turbolente, insorgono contro la volontà, torcendola a fini egoistici e bassamente materiali;
– la volontà, coartata dalle passioni, si indebolisce e atrofizza, divenendo grado a grado sempre più incapace di porre in atto le sollecitazioni residue della coscienza-intelletto;
– il quale intelletto, nelle fasi avanzate del processo, è a tal punto incalzato e dominato dalle forze inferiori da risultarne accecato e distorto, impossibilitato a rischiarare e percorrere la via del Vero e del Divino.
Nessuno in fondo ignora (anche se ne siamo tutti a tal punto abituati da fare spallucce e darlo ottusamente per “normale”) che le biografie dissolute, tristi e malamente spezzate di innumerevoli “artisti” rock e affini, nonché di turbe di loro giovani ammiratori, documentano in modo più o meno accentuato, ma sempre pressoché identico nella sua struttura di base, il processo dissolutivo della personalità che abbiamo descritto.
Crediamo dunque che sia responsabilità (anche) delle istituzioni scolastiche quella di fare luce, senza scandalismi ma anche senza ciechi giustificazionismi, su fenomeni quali:
– l’impiego delle tecniche subliminali nel rock (in senso proprio ma anche in senso lato: è infatti evidente che gli stessi ritmi ossessivi e sincopati delle canzoni esercitano sulla psiche un’azione di tipo subliminale);
– i contenuti violenti o a qualsiasi titolo immorali diffusi nel rock e in altri generi affini con incredibile frequenza e intensità;
– le suggestioni sonore, contenutistiche e anche grafico-visive più o meno velatamente ispirate al satanismo, all’esoterismo, alla “spiritualità” New Age e ad altre forme di religiosità spuria e deviata;
– gli effetti di tutto questo sulla psicologia fragile e informe degli adolescenti, come su quella dei giovani e persino degli adulti.

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Emergenza a Gaza.

Chiuse negli ultimi anni 35 mila imprese. Tasso di disoccupazione al 50 per cento DAL NOSTRO INVIATO GAZA ?

Cioccolata e sigarette a Gaza sono beni di lusso. “Questa, per esempio ? Hazem estrae una barretta di KitKat dalle scorte nascoste sotto al bancone dell’emporio ? ora costa 6 shekels, prima la vendevo a 2,5”. Da 45 centesimi a poco più di un euro. Quanto al fumo, meglio smettere: un pacchetto di Marlboro rosse in poche settimane è passato dai 12 ai 25 shekels, 4 euro e mezzo. Merce egiziana, che né ora né in futuro supererà l’embargo israeliano perché non è considerata di prima necessità, filtra clandestina dai tunnel sotterranei al confine. E costa cara. Da quando, giovedì, il governo dello Stato ebraico ha bloccato i valichi con la Striscia, fermando l’afflusso di carburante e alimenti, tutti i prezzi a Gaza sono impazziti. Il valore delle mele è triplicato, le cipolle costano il doppio. Hazem Hassouna, il proprietario dello spaccio alimentare, calcola che domani avrà esaurito la farina, e anche di latte gliene resta al massimo per due giorni. Al panificio di Rami Shehada c’è la fila. Lunedì la produzione si era fermata per mancanza di gas e in molti erano rimasti senza pane. “Ho dovuto chiamare la polizia per allontanare la folla.

Ma il problema ora è la farina. Mi basta solo per oggi “. Già molti forni hanno chiuso. Il ministro della Difesa Ehud Barak ha permesso ieri l’arrivo di combustibile e gas da cucina (oltre che di medicine) e la centrale elettrica della Striscia, che alimenta Gaza City, ha potuto riprendere a funzionare. Da oggi l’embargo torna totale. Finché, dice lo Stato ebraico, non cesseranno del tutto i tiri di razzi Qassam. Il Consiglio di sicurezza Onu ha affrontato il rischio emergenza umanitaria in una sessione straordinaria, su iniziativa dei Paesi arabi. Gli Usa sostengono il diritto di Israele all’ “autodifesa” e con il segretario di Stato Condoleezza Rice rilanciano l’idea di un coinvolgimento dell’Anp di Abu Mazen nella gestione dei valichi (mentre Gaza è controllata da Hamas). Nella sede dell’associazione palestinese per i diritti umani Al Dameer ? ancora niente luce e un ascensore rotto ? il direttore Khalil Abu Shammala fa i conti con il gasolio arrivato: “Due milioni di litri che devono bastare per una settimana. Significa che dovremo usarne 300 mila al giorno invece dei 450 mila che ci servono…”. Sul perché Israele abbia deciso ieri di allentare il blocco, Khalil racconta di aver avuto una discussione al telefono con il portavoce di Hamas, Fawzy Barhoum. “Lui sosteneva che il merito è stato delle proteste dei palestinesi e dei “fratelli” arabi”. Cortei in Libano, Yemen, Sudan, Giordania; una manifestazione di donne al valico di Rafah dispersa con idranti e spari dalla polizia egiziana. “Io gli ho detto che si sbaglia ? continua Khalil ?, che se Israele ha allentato per un giorno il blocco è merito dei media, che hanno mostrato quello che sta succedendo “. Un’emergenza, con le acque nere che si riversano in strada per il sistema fognario in tilt, la luce razionata, le scorte alimentari in esaurimento, gli ospedali in difficoltà con i pazienti più gravi. Ma anche la sensazione che la crisi sia innescata da tempo. Che sia più profonda, strutturale.

Negli ultimi anni, con la seconda intifada dal 2000, e poi soprattutto con la chiusura di Gaza dal ritiro israeliano nel 2005 e con l’embargo imposto dopo la conquista di Hamas lo scorso giugno, 35 mila tra piccole, medie e grandi imprese della Striscia sono fallite, lasciando senza lavoro almeno 60 mila persone. Il tasso di disoccupazione è ormai oltre il 50%, con 8 nuclei familiari su 10 considerati dall’Onu sotto la soglia di povertà (meno di 420 euro al mese). Una delle poche imprese in funzione è la fabbrica di biscotti Awda. Fino a ieri. “Anche se arriva il gas per i forni ? spiega la direttrice Manal Hassan ?, non abbiamo più materie prime né cartoni per le confezioni, esauriti i prodotti chimici che si aggiungono all’impasto e non sono assolutamente autorizzati a passare. Impossibile lavorare così”. La sospensione della produzione, dice, è ormai frequente e in un mese gli operai prendono sì e no dieci giorni di stipendio. La fabbrica di mobili in vimini dei fratelli Awad Allah, invece, ha chiuso da anni. “I nostri non sono prodotti necessari ? racconta Jamal ?, la gente in difficoltà ne ha fatto presto a meno”. Fondata dal padre negli anni Cinquanta, l’impresa ha avuto anni d’oro con 42 dipendenti ed esportazioni dallo Stato ebraico all’Egitto. “Speravamo in una ripresa dopo il ritiro”. Così non è stato, e del negozio dei fratelli Awad Allah resta una moquette gialla e polverosa con le chiazze scolorite accanto ai muri che indicano che qui, una volta, era pieno di mobili. ❜❜ “Questa barretta di cioccolato ora costa 6 shekels, prima la vendevo a 2,5. Domani avrò esaurito la farina e di latte me ne resta per due giorni” (Hazem Hassouna, proprietario di uno spaccio alimentare) ❜❜ Ieri sono rimasto chiuso per mancanza di gas, oggi ho dovuto chiamare la polizia per allontanare la folla. Ma il problema ora è la farina. Mi basta solo per oggi (Rami Shehada, panettiere) Prigione a cielo aperto Bambini di Gaza fanno rifornimento d’acqua: le condizioni igienico-sanitarie nella Striscia si sono severamente deteriorate. Al valico di Rafah con l’Egitto

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Assaggi n. 30: Messori sul “pensiero debole”

“E’ drammatico che qualcuno – visto che la ragione, da sola, dopo due secoli di tentativi, non è riuscita a dare un ordine a quel puzzle che è la vita (e anche, per dirla col Manzoni, a “quel gran guazzabuglio che è il cuore umano”) – ripieghi su quell’altra ideologia che è il rifiuto di tutte le ideologie. Non è forse questo il “pensiero debole”, questa ideologia del post-moderno travestita da anti-ideologia, che predica che dobbiamo accontentarci delle “mezze verità”, del chiaroscuro, che teorizza il rifiuto programmatico del porsi domande, che demonizza ogni tentativo di risposta? Ma questa sarebbe la fine della dignità dell’uomo, la sua morte stessa: per ogni cultura, ciò che distingueva l’uomo dal bruto era proprio lo sforzo per interpretare, il pungolo continuo a porsi domande e a cercare risposte” (Vittorio Messori, “Pensare la storia”, pagina 425).

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Dietro l’omicidio della Butto…

So di andare controcorrente, ma sin dall’inizio ho avuto l’impressione che dietro l’omicidio di Benazir Bhutto non ci sia Al Qaida, per queste ragioni:

1) Al Qaida di solito non rivendica, ma preferisce tacere, sapendo che in questo modo si alimenta l’interesse per l’attentato terroristico compiuto e dunque se ne rafforza l’effetto.

2) Al Qaida ha perso gran parte della propria efficacia. Dopo l’11 settembre non è più un’organizzazione strutturata, ma un gruppo le cui capacità operative sono state ridotte e la Bhutto non era un obiettivo prioritario; semmai lo era Musharraf. 3) Raramente un’organizzazione terroristica smentisce la propria responsabilità. E’ successo in Spagna con l’Eta l’11 marzo, ora anche il leader taleban Baitullah Mehsud, considerato il luogotenente di al Qaida in Pakistan e ritenuto dal governo pakistano l’architetto dell’attentato che è costato la vita a Benazir Bhutto, ha negato ogni coinvolgimento nell’assassinio della ex premier. 4) Ai governi e ai servizi segreti di tutto il mondo fa comodo attribuire attentati ad Al Qaida, perché è un’attenuante straordinaria,rendendo il terrorismo un fenomeno mondiale, anziché nazionale. E allora chi è stato? E’ molto verosimile che il colpevole vada cercato in Pakistan e per ragioni politiche locali. Questa vicenda rappresenta purtroppo l’ennesimo fallimento della disastrosa Condolezza Rice: sono stati gli Stati Uniti a imporre il ritorno della Bhutto, la quale, poche settimane prima di morire, aveva rivelato in un’intervista a France 1 che i dispositivi per individuare la presenza di esplosivi nella folla non funzionavano. Uccidere la Bhutto era un’impresa facilissima. Possibile che la Cia non fosse in grado di prevenire offrendo un’adeguata protezione?

Marcello Foa, il Giornale

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Non esiste una parte buona della 194!

1. In questo periodo, dopo il fallimento del referendum abrogativo della legge sulla procreazione assistita, molti denunciano un attacco da parte dei cattolici al diritto di aborto sancito nel 1978.

Dalla parte opposta si risponde sostanzialmente con due affermazioni: a) non vi è alcuna intenzione di modificare la legge n. 194; b) l’applicazione della legge in questi anni è avvenuta contro lo spirito e la lettera della legge stessa; la disciplina dovrebbe, quindi, essere integralmente e correttamente applicata anche nelle parti in cui prevede misure che dissuadano le donne che intendono abortire e le aiutino a prendere la decisione opposta, quella cioè di portare a termine la gravidanza.

In realtà lo stato di attuazione della legge n. 194 corrisponde integralmente alla volontà del legislatore del 1978 così come espressa nel testo legislativo.

2. Prima dell’analisi giuridica, si possono avanzare due considerazioni generali di carattere logico. a) Se una legge è stata attuata in un certo modo per quasi trenta anni (1978 – 2005) è molto difficile dimostrare che ciò non sia stata la conseguenza di quanto voluto dal legislatore; si può, cioè, presumere (almeno in prima battuta) che l’attuazione concreta di qualsiasi provvedimento legislativo sia conforme al testo approvato e alla volontà del Parlamento: affermare il contrario comporta l’onere di dimostrare che l’attuazione che si ritiene difforme rispetto al dettato legislativo derivi da fattori diversi ed estranei che, ovviamente, occorre individuare.

L’operazione appare difficoltosa: ad esempio, quanto alle modalità di intervento dei consultori pubblici, si dovrebbe dimostrare che vi è stata la volontà non di una o due persone, ma di una grande quantità di gruppi di persone sparsi su tutto il territorio nazionale di agire contra legem: quindi una sorta di complotto contro la legge 194; si dovrebbe poi spiegare il motivo per cui le istituzioni pubbliche non hanno reagito in questi anni con gli strumenti a disposizione (sanzioni penali, sanzioni amministrative, chiusura dei consultori riottosi ad applicare la legge e così via …).

b) Non può sorprendere che le misure dissuasive e preventive non abbiano sortito, nel loro complesso, l’efficacia sperata se si tiene conto che la condotta che si voleva evitare – l’interruzione volontaria della gravidanza – veniva contestualmente resa lecita dalla legge. La prevenzione di determinate condotte da parte della legge è di solito accompagnata al loro divieto e alla repressione delle eventuali violazioni. I potenziali destinatari ricevono, cioè, un messaggio chiaro: questa condotta non è ammessa ed è punita; lo Stato (o gli enti preposti) fornisce strumenti per evitare la condotta vietata. Se invece la condotta che si vuole prevenire è dichiarata lecita (anzi: è riconosciuta come un diritto) l’opera delle autorità pubbliche di prevenzione e dissuasione sarà inevitabilmente indebolita: per quale motivo astenersi dall’esercizio di un diritto?

3. Ricordiamo brevemente quale sia l’iter previsto per giungere all’aborto volontario. Nei primi 90 giorni dall’inizio della gravidanza la donna che intende abortire può rivolgersi alternativamente ad un consultorio pubblico, ad una struttura socio-sanitaria o a un medico di fiducia e ivi sostiene un colloquio. Se il medico del consultorio o della struttura o di fiducia riscontra l’esistenza di condizioni che rendono urgente l’intervento rilascia un certificato alla donna che le permette di abortire e che costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento; nel caso contrario, se la donna chiede di abortire gli stessi medici le rilasciano un documento che attesta la gravidanza e l’avvenuto colloquio: dopo sette giorni la donna può presentarsi in una struttura sanitaria per sottoporsi all’intervento (articoli 4 e 5 della legge). Dopo i primi 90 giorni l’aborto può essere eseguito solo in caso di grave pericolo per la vita della donna derivanti dalla gravidanza o dal parto oppure quando processi patologici determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna: entrambi i casi devono essere accertati dal medico del servizio ostetrico ginecologico dell’ospedale dove deve praticarsi l’intervento. Nel caso sussista la possibilità di vita autonoma del feto, però, l’aborto può essere praticato solo in caso di pericolo di vita per la donna e il medico che esegue l’intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto.

4. A leggere l’articolo 4 potrebbe sembrare che, nei primi 90 giorni, solo un “serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna” renda lecito l’aborto: ma così non è. Infatti non solo le ipotesi previste sono così ampie e variegate da poter escludere che possano incidere sulla “salute” della donna (condizioni economiche, sociali, familiari, circostanze del concepimento, previsioni di anomalie o malformazioni del concepito), ma soprattutto la legge si limita a pretendere: a) che la donna “accusi” tale circostanze (cioè affermi che esse esistono); b) richieda di procedere all’aborto; c) attenda sette giorni; d) si presenti all’ospedale per abortire. Il medico, nel documento che consegnerà alla donna, non certificherà l’esistenza di tali circostanze, ma si limiterà ad attestare lo stato di gravidanza e la richiesta di abortire. Si tratta di una piena applicazione del principio di autodeterminazione della donna: nessuno può impedire ad una donna maggiorenne non interdetta di non abortire se ella lo vuole, qualunque siano i motivi della sua richiesta. Come si vede l’articolo 4 è stato scritto per essere in buona parte disapplicato.

5. Veniamo, allora, all’opera di dissuasione dall’aborto che dovrebbero svolgere i consultori familiari: l’articolo 2 prevede che essi assistano la donna in stato di gravidanza, informandola sui diritti spettanti, attuando o proponendo interventi diretti di aiuto e contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurla all’interruzione della gravidanza; per questi compiti l’articolo 3 prevedeva uno stanziamento annuale di lire 50 miliardi. L’intervento del consultorio è richiamato anche dall’articolo 5: se la donna si rivolge al consultorio perché intende abortire, nel colloquio devono essere esaminate le possibili soluzioni dei problemi proposti e il consultorio deve offrire tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto. In che misura queste previsioni sono destinate ad essere efficaci? In misura minima: in primo luogo perché la donna che intende abortire non è obbligata a rivolgersi al consultorio, potendo, invece ottenere il documento che le permetterà l’intervento anche da una struttura socio-sanitaria o da un medico di sua fiducia; in secondo luogo perché il contenuto del colloquio tra donna e personale del consultorio è irrilevante ai fini del rilascio del documento che deve essere emesso al termine del colloquio. In definitiva: nell’ambito di una specifica procedura di interruzione volontaria della gravidanza l’intervento dissuasivo del consultorio è volutamente reso irrilevante e quindi tendenzialmente inefficace; restano poi i compiti generali (quelli dell’articolo 2) il cui mancato rispetto da parte del consultorio non è in nessun modo sanzionato.

6. Si potrà obbiettare che l’opera di dissuasione potrà essere compiuta dal medico cui si rivolge la donna: ma l’intervento del medico è irrilevante per gli stessi motivi; inoltre la legge è molto attenta a prevedere che la donna possa rivolgersi “ad un medico di sua fiducia”: quindi non un determinato professionista, ma a qualsiasi medico. Se, quindi, la donna si troverà di fronte ad un primo rifiuto avrà la possibilità di rivolgersi ad un numero indeterminato di altri professionisti.

7. Tornando ai consultori, un inciso: l’azione dei consultori diventa improvvisamente efficace quando si tratta di minorenni. Non solo, infatti, la legge (art. 2 ultimo comma) permette di somministrare alle ragazze minori “i mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile” (cioè i contraccettivi, tra i quali è compresa anche la cd. pillola del giorno dopo, con effetto abortivo), si intende all’insaputa dei genitori; ma il consultorio può intervenire per aiutare la minorenne ad abortire nei primi 90 giorni, anche in questo caso all’insaputa dei genitori, quando vi sono “seri motivi che impediscano o sconsiglino” la loro consultazione, trasmettendo direttamente la propria relazione al giudice tutelare.

8. Quanto al tema della collaborazione tra i consultori e le associazioni di volontariato, oggetto di una specifica polemica in questi giorni: l’art. 2 comma 2 della legge prevede che i consultori, sulla base di appositi regolamenti o convenzioni, possono avvalersi della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato. Come si vede la norma permette tale collaborazione ma non obbliga i consultori ad farne ricorso: essi possono avvalersi ma anche non avvalersi della collaborazione. Nessun consultorio, quindi, potrà essere ritenuto inadempiente alla legge se non si avvale della collaborazione del volontariato: i responsabili hanno una piena discrezionalità su questo punto, potendo addirittura valutare come non idonee le formazioni sociali di base e le associazioni di volontariato …

9. Quale efficacia hanno i principi generali stabiliti dall’articolo 1 della legge? “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile”: si è già visto che il principio è attuato nel senso della massima diffusione possibile dei contraccettivi, anche ai minorenni. “(Lo Stato) riconosce il valore sociale della maternità”: la norma non ha nessuna attuazione concreta nel testo della legge. “(Lo Stato) tutela la vita umana dal suo inizio”: si tratta di previsione volutamente inefficace: in primo luogo perché generica quanto al momento in cui inizia la vita umana (così da non sottoporre alle procedure della legge l’uso dei medicinali di “contraccezione di emergenza”, che hanno l’effetto di uccidere il concepito impedendone l’annidamento nell’utero materno); in secondo luogo perché, trattandosi di norma dal contenuto programmatico presente in una legge ordinaria non ha alcuna efficacia vincolante e può quindi essere disapplicata da questa o da altre leggi. Ne consegue che la “tutela” (sic!) della vita umana nascente è quella disegnata dalle norme di diretta applicazione: e quindi – quanto meno nei primi 90 giorni di gravidanza – è rimessa esclusivamente alla volontà della madre (il principio di autodeterminazione viene, non a caso, sostenuto affermandosi che è la madre, nella sua libertà, a potere adottare la migliore tutela possibile del bambino). Vi era, fra l’altro, un ambito diverso in cui il legislatore del 1978 avrebbe potuto effettivamente tutelare la vita umana fin dal suo inizio: quello delle pratiche di diagnosi prenatale, i cui abusi sono ben noti e che conducono spesso a morte o a lesioni al feto; ma nessuna limitazione è dettata. Anzi, la legge presuppone, se non sollecita, l’utilizzo di tali pratiche alla ricerca di “anomalie o malformazioni del concepito”. “L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo di controllo delle nascite”: l’aborto, quindi, non dovrebbe essere usato come un contraccettivo. Il legislatore fornisce qui una definizione dell’aborto volontario palesemente priva di efficacia: il singolo aborto sarà o meno usato come mezzo di controllo delle nascite in conseguenza delle scelte della donna che liberamente vi si sottoporrà. Il legislatore, cioè, non può essere in grado di conoscere quale sarà il comportamento delle donne che, nel futuro, utilizzeranno le procedure previste: piuttosto avrebbe dovuto creare procedure che impedissero l’utilizzo dell’aborto come contraccettivo. Le procedure create, al contrario, permettono proprio un utilizzo in questo senso: nei primi novanta giorni di gravidanza, che sono quelli in cui l’aborto può essere utilizzato come alternativa ai contraccettivi o come rimedio al loro fallimento, come si è visto la decisione di interrompere la gravidanza è lasciata alla discrezionalità della donna (che, addirittura, potrebbe avanzare la richiesta in relazione a “circostanze in cui è avvenuto il concepimento”, riferimento generico che comprende, sì, una violenza sessuale subita, ma anche malfunzionamenti o dimenticanze concernenti l’uso di contraccettivi). Si è poi visto come la legge abbia voluto liberalizzare i cd. contraccettivi di emergenza, che spesso hanno effetto abortivo. Insomma: le donne sono libere di usare l’aborto come unico contraccettivo o come contraccettivo “di rincalzo” senza che nessun ostacolo venga loro frapposto, anche se dovranno, forse, sorbirsi la ramanzina del medico che (art. 14) deve fornire loro “le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite” (“la prossima volta stia più attenta …”).

10. Da parte di alcuno ci si lamenta che, in questi decenni, l’aborto sia stato usato con finalità eugenetiche contro la lettera e lo spirito della legge n. 194. Al contrario l’utilizzo dell’aborto per sopprimere embrioni malati o malformati è esplicitamente autorizzato dalla legge. Già nei primi novanta giorni una delle cause che legittimano la richiesta di interrompere la gravidanza è la “previsione di anomalie o malformazioni del concepito”: si noti la parola “previsione”, che non significa “accertamento”; basta, quindi, che la donna tema che il figlio sia malato o malformato per giustificare il ricorso all’aborto. Ma l’ispirazione eugenetica della legge si ricava ancora più esplicitamente dall’articolo 6, che regola l’interruzione della gravidanza nel periodo successivo: in caso di rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro sarà possibile l’aborto nel caso sussista un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. In sostanza il medico non dovrà accertare se le malattie del feto siano o meno curabili, ma concentrarsi sulla salute psichica della donna (si ricordi che il concetto di salute è inteso come benessere psicofisico) e valutare se la consapevolezza di portare in grembo un figlio malato o anche di doverlo, poi, allevare possa incidere su di essa.

11. Limitandosi a queste considerazioni, le conclusioni paiono evidenti: il legislatore ha voluto che l’aborto nei primi tre mesi fosse assolutamente libero e che la donna intenzionata ad abortire non incontrasse nessun ostacolo riguardante i motivi della sua decisione e potesse anche evitare l’opera dissuasiva svolta da enti o soggetti pubblici o privati. Il legislatore si è, quindi, preoccupato affinché la procedura fosse rapida ed efficiente: il documento costituisce titolo per ottenere l’intervento in via d’urgenza (art. 8 ultimo comma) e l’intervento è gratuito (articolo 10); alla donna è garantito l’anonimato (art. 11 e articolo 21). In questa ottica di efficienza deve essere purtroppo vista la regolamentazione dell’obiezione di coscienza, senza dubbio doverosa da parte del legislatore, ma che presenta il “vantaggio” di togliere di mezzo gli obbiettori dalle procedure che devono, comunque, essere garantite.

12. Le parti della legge in cui si auspica che l’aborto sia limitato a determinate ipotesi o si stabiliscono aiuti e interventi a favore delle donne in difficoltà in conseguenza della gravidanza restano, quindi, meri auspici di un legislatore ipocrita che non credeva affatto ad essi e che ha reso tali parti inevitabilmente inefficaci. La tutela della vita umana nascente non può, quindi, che passare da una abrogazione o comunque da una modifica della legge n. 194 e non certo da una sua piena applicazione che, non solo vi è già stata e che non può che indirizzarsi verso un uso – se possibile – ancora più libero e diffuso dell’aborto. Non sbagliarono, quindi, i promotori del referendum abrogativo – quello massimale, non ammesso dalla Corte Costituzionale con motivazione assai discutibile; non sbagliarono i cittadini che, sia pure sconfitti, affermarono con decisione che la legge n. 194 era gravemente ingiusta. Dott. Giacomo Rocchi Magistrato del Tribunale di Firenze

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Usa, sindrome da Napoleone?

Grattacapi da superpotenza. Il prezzo che uno Stato deve pagare alla supremazia mondiale è innanzitutto un dubbio amletico: essere o non essere i do­minatori assoluti del pianeta? Com­portarsi da imperatori o fungere da Stato guida per la costruzione di un ordine internazionale più condivi­so? Gli Usa nei panni di Amleto. Sembra questa l’immagine sugge­rita da John Ikenberry nel libro Il di­lemma dell’egemone. Gli Stati Uni­ti tra ordine liberale e tentazione im­periale ( Vita e Pensiero, pagine 358, euro 20).

Docente di politica e affa­ri internazionali alla Princeton U­niversity, tra i massimi analisti mon­diali, Ikenberry vede gli Usa a un bi­vio delicato. Nel corso della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno assicu­rato al mondo un ordine liberale. Ma dopo l’11 settembre sembrano aver imboccato l’altra strada: l’«im­perialismo ».

Professor Ikenberry, perché è così preoccupato? «All’ombra della guerra al terrori­smo si sta affermando una visione neoimperiale, nella quale gli Stati Uniti si arrogano il ruolo globale di determinare le minacce, usare la forza e amministrare la giustizia. Ma la guerra al terrorismo è stata fino­ra un fallimento: con l’intervento preventivo in Iraq si è persa l’op­portunità di costruire un sistema di collaborazione con gli altri Paesi. La tentazione di confondere guerra in Iraq e guerra al terrorismo era trop­po grande. Ma l’amministrazione Bush la sta pagando in credibilità».

Ma l’«imperialismo» degli Usa è na­to con Bush? «No. In ogni era storica, gli Stati U­niti hanno mostrato il desiderio di rigettare i trattati, violare le regole, ignorare gli alleati e usare la forza militare da soli. Anche l’ammini­strazione Clinton non attese l’Onu per bombardare l’Iraq nel 1998 o la Serbia nel 1999. Ma molti osserva­tori vedono l’unilateralismo Usa di oggi come qualcosa di molto più ra­dicale: non una decisione politica ad hoc e occasionale, ma un nuovo orientamento strategico». Dopo l’11 settembre, però, il terro­rismo fa paura. Si continua a te­mere che stati dispotici possano produrre armi di distruzione di massa e metterle nelle mani dei ter­roristi… «L’amministrazione Bush ha eleva­to la minaccia delle armi di distru­zione di massa, senza investire il proprio potere nel far rispettare gli impegni di non proliferazione. Una politica americana che lascia gli Sta­ti Uniti a decidere quali Stati rap­presentino delle minacce porterà a un impoverimento dei meccanismi multilaterali. Così Stati che non stanno violando alcuna regola in­ternazionale possono ugualmente essere obiettivo dalla forza ameri­cana. E poi niente fermerà gli altri Paesi dal fare lo stesso: gli Usa vo­gliono che la dottrina dell’azione preventiva sia messa in atto dal Pakistan, o dalla Cina, o dalla Rus­sia? ».

Non crede che gli Usa siano stati la­sciati soli nella lotta al terrorismo? «Il mondo ha visto Washington compiere passi determinati per combattere il terrorismo, ma l’opi­nione prevalente è che gli Stati Uni­ti sembrano pronti ad usare il pro­prio potere per inseguire terroristi e regimi malevoli e non per costruire un ordine mondiale più stabile e pa­cifico. E sull’Iraq non hanno voluto ascoltare le ragioni dell’Europa. La guerra afgana e quella irachena so­no state sostenute in parte dai nuo­vi fondamentalisti per restaurare la paura del potere americano».

In che senso? «I nuovi fondamentalisti hanno fat­to proprio il consiglio di Machia­velli: ‘Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coe­sistere, se dobbiamo scegliere tra u­no dei due, è molto più sicuro esse­re temuti che amati’. Ma la paura è una strategia pericolosa e distrutti­va. Non vi è nessuna prova persua­siva che l’effetto dimostrativo della guerra in Iraq stia funzionando con la Corea del Nord, l’Iran o altri Stati problematici. Il risultato più proba­bile è che questi regimi continue­ranno a cercare e a possedere armi nucleari, in modo da creare una cer­ta deterrenza nei confronti di una possibile invasione americana».

La Cina o la Russia di Putin non hanno sfidato apertamente gli Usa, ma possono essere considerate u­na minaccia? «La Cina non rappresenta un mon­do a sé, come l’Urss al tempo della Guerra fredda, ma è inserita nel si­stema economico mondiale. Non è un nemico, ci sono comuni interes­si economici. Dal punto di vista po­litico non viene considerata un pe­ricolo. Ma si è persa l’occasione per integrarla in un sistema democrati­co che garantisca i diritti umani. Preoccupa la Russia perché detiene risorse fondamentali come gas na­turale e petrolio».

Eppure negli ultimi tempi la situa­zione sembra migliorare in Iraq, meno in Afghanistan… «È vero, l’Iraq è molto più stabile di quanto lo fosse prima. Ma questo non vuol dire che sia vicina una so­luzione politica, la riconciliazione è ancora lontana. In Afghanistan c’è il problema di garantire i confini con il Pakistan: ci vorranno ancora de­cenni di sforzi delle Nazioni Unite per darle finalmente stabilità. Quan­to alla questione israelo-palestine­se la strada è lunga ma il ruolo de­gli Usa è quello di continuare a far pressione su entrambe le parti per favorire il compromesso. Annapolis è stato solo un primo passo».

Nel 2008 gli Usa andranno alle ele­zioni. Che cosa attende il prossimo presidente? «Dovrà lavorare per restaurare l’im­magine degli Usa. Sul piatto ci sono le questioni ambientali, come il ri­scaldamento globale, e i diritti u­mani anche nel caso di Guantana­mo. Con l’Europa sarà difficile ri­tornare alla sintonia di un tempo. Confido però molto nei candidati democratici. Gli Stati Uniti dovreb­bero rinvigorire le vecchie strategie: dopo la seconda guerra mondiale riuscirono a combinare il proprio potere con altri Paesi democratici, aiutando a creare democrazia e al­tre istituzioni. Tutti gli ordini impe­riali, da Carlo V a Luigi XIV, a Napo­leone, vennero abbattuti quando cercarono di imporre un ordine coercitivo sugli altri. Oggi gli obiet­tivi imperiali dell’America sono molto più limitati, ma con una gran­de strategia imperiale si corre il ri­schio che la storia si ripeta».

«In ogni era storica gli Stati Uniti hanno mostrato il desiderio di rigettare i trattati, violare le regole, ignorare gli alleati e usare la forza militare da soli» «Il prossimo Presidente dovrà lavorare per restaurare l’immagine del Paese. Con l’Europa sarà difficile ritornare alla sintonia di un tempo» Avvenire, 2 gennaio 2008

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