Preti e gelati

Preti e gelati. Quale può essere il nesso tra questi due elementi, a parte il legittimo e innocente piacere di assaporare un sorbetto da parte di un religioso? A rendere letteralmente strano il connubio ci pensa l’ennesimo attacco alla Chiesa cattolica sul filone ossessivo dei preti gay.

Questa volta si tratta di una pubblicità. L’immagine maliziosa, diffusa in Gran Bretagna, è quella di due sacerdoti che stanno per baciarsi, accanto alla scritta: «Noi crediamo nella salivazione».

L’elemento irriverente e sacrilego sta nel pessimo gioco di parole tra “salvation”, l’opera di salvazione dell’anima, e “salivation”, la secrezione di saliva, chiara allusione ad un French kiss. Con l’aggiunta di una sola vocale sono riusciti a trasformare la provocazione in profanazione. A commissionare l’offensiva reclame è stata la società londinese che ha reso celebre il gelato italiano nel Regno Unito.

Si tratta, infatti, della Antonio Federici’s Gelato Italiano, premiata ditta che da oltre cento anni (1896) confeziona il celebre manufatto dolciario che pare sia stato inventato dagli arabi quando scoprirono, durante l’occupazione della Sicilia nel IX secolo, le neviere iblee. Sulla qualità dei prodotti della ditta londinese non v’è nulla da ridire, visto che ha persino ottenuto il primo premio per il “miglior gelato del mondo” dall’International Ice Cream Consortium (IICC) nel 2009. Sul buon gusto dell’iniziativa pubblicitaria, invece, da dire ve n’è molto. Come era prevedibile, l’empia reclame ha suscitato una veemente protesta da parte di consumatori cattolici, i quali si sono rivolti alla Advertising Standards Authority (ASA), l’ente che vigila sulla correttezza e liceità della comunicazione pubblicitaria. La provocatoria iniziativa commerciale, infatti, non può essere archiviata come una semplice caduta di stile, per quanto discutibile e di dubbio gusto. Lo dimostrano, tra l’altro, le parole di Matt O’Connor, direttore creativo dell’azienda, che nel difendere l’operazione di marketing, si è appellato espressamente all’indignazione che regna nell’opinione pubblica britannica sull’omosessualità dei preti cattolici.

O’Connor, confidando nell’influenza della potente lobby gay, è arrivato a sfidare l’ASA con un provocatorio auspicio: «Ben vengano le indagini». L’azienda è convinta, infatti, che quella pubblicità, se può far indignare qualche retrivo bigotto, in realtà «celebrates homosexuality», e inoltre «fa espresso riferimento al recente episodio dei tre preti scoperti a frequentare night club riservati ai gay». In nome della sacra laicità, i responsabili marketing della Antonio Federici’s Gelato Italiano sono arrivati addirittura a mettere in discussione il potere di decisione dell’ASA sul caso, in quanto, a detta degli stessi responsabili, tale ente non può arrogarsi il ruolo di «moral guardian». Questo sì che sarebbe un sacrilegio della politically correctness.

 Il fatto è che, approfittando cinicamente del vento anticattolico che soffia in Gran Bretagna (e non solo), la premiata gelateria ha lanciato una campagna pubblicitaria dal titolo “Il gelato è la nostra religione”, nella quale la raffigurazione dei preti gay è soltanto l’ultima delle provocazioni. Lo scorso giugno, infatti, la stessa azienda aveva fatto pubblicare l’immagine di una suora incinta nell’atto di gustarsi un gelato, accanto alla frase: «concepito immacolatamente». Furono più di quaranta i ricorsi presentati allora all’ASA da parte di cattolici profondamente indignati per la blasfema offesa del concepimento di Nostro Signore. L’ASA – che non pare brilli per solerzia e celerità – sta ancora valutando la possibilità che un simile messaggio commerciale possa ritenersi offensivo. Anche in quel caso O’Connor, forte della deriva anticattolica internazionale, (che proprio a giugno raggiunse l’apice con il blitz in Belgio), ha difeso l’iniziativa definendola una «pubblicità intelligente, provocatoria ed iconoclasta».

Nel tentativo di far breccia tra i detrattori dei papisti ed invocando le leggende nere che circolano sulla Chiesa, il direttore creativo ha precisato che quell’immagine, in realtà, «intende mostrare qualcosa di assai più profondo», ovvero «le orribili storie di migliaia di giovani donne irlandesi rinchiuse come schiave nei conventi dalla Chiesa cattolica, e a cui le suore hanno sottratto i figli, perché ritenute delle “degenerate”».

Il bello è che O’Connor ha affermato di essere egli stesso, da buon irlandese, un autentico cattolico. Quando ho letto queste dichiarazioni mi è subito venuta in mente la riflessione esternata da Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo verso il Portogallo lo scorso 11 maggio. Proprio in quell’occasione, infatti, il Santo Padre aveva denunciato il pericolo del “fuoco amico”, ed aveva amaramente ammesso che gli attacchi più pericolosi e subdoli sono quelli che avvengono all’interno del mondo cattolico e della stessa Chiesa. Non voglio essere profeta di sventura, ma temo che ce ne accorgeremo durante il prossimo viaggio che il Papa ha in programma di fare proprio in Gran Bretagna. Sospitet eum Deus! culturacattolica.it

Gli inquietanti elogi dell’Economist per Fini

Da tempo circolano voci su presunte affinità elettive tra il Presidente della Camera Gianfranco Fini e la massoneria.
Qualcuno parla già di un Fini in grembiule.
I più maligni hanno addirittura intravisto un richiamo subliminale nel nome scelto per i nuovi gruppi parlamentari “Futuro e Libertà”.

Troppo simile a “Giustizia e Libertà“, la celebre loggia coperta di piazza del Gesù, destinata a riunire i fratelli più in vista, e che in passato aveva accolto anche l’ex presidente del Senato e senatore a vita Cesare Merzagora, i generali Giuseppe Aloja e Giovanni De Lorenzo, e perfino il ras fascista Giulio Caradonna.
Pare che anche Cuccia, Carli e altre eminenti figure della finanza illuminata abbiano fatto parte della loggia che poi confluì nel Grande Oriente (1973), obbedienza ufficialmente riconosciuta dalla Grande Loggia Unita d’Inghilterra.

Né è passato inosservato il fatto che Fini, nel febbraio del 1995, abbia scelto proprio Londra, e non a caso la Chatam House – vero e proprio santuario massonico dei poteri fortissimi -, per celebrare il proprio autodafé laico, rinnegando le ingombranti origini fasciste e scaricando Benito Mussolini tra i detriti della Storia. Ragionavo su queste circostanze, quando lo scorso 5 agosto ho letto un interessante editoriale dell’Economist intitolato “Signor Fini, where do you stand by?“.

In quell’articolo il Presidente di Montecitorio veniva presentato come “the most able“, il più abile dei politici italiani attualmente sulla scena pubblica, un vero “liberal” e, soprattutto, “the most keen to limit the Catholic church’s influence over Italians’ lives“. Sì, proprio così, il più determinato a limitare il potere di influenza della Chiesa cattolica sulla vita degli italiani.
Beh, è davvero singolare che proprio l’Economist – prestigiosissimo foglio influenzato dalla massoneria britannica e da Chatham House – si sia sbilanciato in questo modo a favore di Fini.

Le evidenti influenze di loggia sull’Economist, peraltro, sono tali da aver costretto persino un moderato come Pier Ferdinando Casini a denunciare una “manina” della massoneria internazionale dietro gli attacchi violenti condotti contro il Vaticano e la Santa Sede proprio dal quotidiano di St. James’s Street.
Singolare anche che molte delle analisi critiche sulla situazione italiana denunciate da Fini, a partire dalla debolezza culturale della politica (“weaknesses in the political culture“), fino alla necessità di limitare l’ingerenza della Chiesa (“separation of church and State“) corrispondano esattamente alle analisi fatte dall’Economist nel 2007, quando nel formulare l’index of demo cracy ha declassato l’Italia tra le democrazie di serie B, definendola “flawed democracy“, insieme a Paesi del Sudamerica e dell’Est Europa.

Anche le posizioni finiane sulla fecondazione artificiale – business attorno al quale, in Gran Bretagna, ruota una girandola di milioni – coincidono esattamente con quelle dell’Economist. Frasi come “le leggi si devono fare senza il condizionamento dei precetti di tipo religioso” (pronunciata da Fini all’incontro con gli studenti di Monopoli del 18 maggio 2009), o “la laicità delle istituzioni significa affermazione chiara del confine che deve separare la sfera privata rispetto a quella religiosa” (discorso al Congresso di AN del 23 marzo 2009), o ancora “la differenza non è tra laici e cattolici, ma tra laici e clericali” (Festa del PD di Genova, 26 agosto 2009), sembrano tratte da un editoriale di John Micklethwait.
Il percorso della conversione laica ed illuminista del Presidente della Camera sembra non tralasciare nessuna delle priorità iscritte nell’agenda politically correct tanto cara alle lobby massoniche.
Coincidenza anche il fatto che l’accusa lanciata a freddo da Fini, nel dicembre 2008, contro i presunti silenzi della Chiesa cattolica nei confronti delle leggi razziali del 1938, abbia rappresentato un altro dei cavalli di battaglia anticattolici dell’Economist.

Se Fini avesse studiato, però, avrebbe saputo che Pio XI è stata la sola personalità pubblica del suo tempo a opporsi apertamente a Mussolini per la sua politica antisemita, arrivando a definire pubblicamente, il 15 luglio 1938, quella politica una “vera apostasia” del cristianesimo. Così come il 21 luglio dello stesso anno, ricevendo in udienza gli assistenti ecclesiastici di Azione Cattolica, il Santo Padre ricordò che “cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico“, e che le ideologie antisemite finiscono “con non essere neppure umane“. Nella storia sono rimaste impresse pure le parole di Pio XI rivolte, il 28 luglio 1938, agli alunni di Propaganda Fide: “Il genere umano non è che una sola e universale razza di uomini. Non c’è posto per delle razze speciali (…) La dignità umana consiste nel costituire una sola e grande famiglia, il genere umano, la razza umana“.

Fini avrebbe dovuto anche sapere che in quegli anni vigeva in Italia un potere dittatoriale che non consentì, attraverso l’uso della censura, la pubblicazione di una serie di articoli di Civiltà Cattolica contro la deriva razzista dell’antisemitismo.
Tornando all’attualità, anche l’ultima boutade goliardica dell’Economist sulla ridefinizione dei confini d’Europa non pare sia stata esattamente compresa nella sua reale portata. Com’è noto, nel recente articolo intitolato “Redrawing the Map” (ridisegnando la cartina), si nota che l’Italia risulta divisa in due all’altezza di Roma, che viene accorpata al sud ed alle isole, per formare una nuova nazione dal nome poco elegante di Bordello. Si è parlato di odioso antimeridionalismo, di volgare disprezzo per il Sud del nostro Paese, di becero leghismo in salsa anglosassone.
In realtà, però, per gli esperti di cose d’Oltremanica è stato subito chiaro che l’attacco dell’Economist non riguardasse tanto il Mezzogiorno d’Italia (che la massoneria inglese ha peraltro contribuito a “liberare” dai Borboni), o il potere romanocentrico. Il vero obiettivo era lo Stato Città del Vaticano, quella aborrita Santa Sede, considerata la pestifera sentina di tutti i mali d’Italia. E’ proprio lì, nella Babilonia luterana che non è stata purificata dalla Riforma, che per i soloni dell’Economist si insedia il maggiore ostacolo ad una completa evoluzione illuministica e liberale del nostro Paese.

Basti pensare che lo stesso giorno in cui è stato pubblicato l’elogio di Fini, lo scorso 5 agosto, l’Economist ha dato spazio ad un ennesimo articolo al vetriolo contro la Chiesa cattolica, dal titolo “The Void within“, il vuoto all’interno, denunciando uno stato di “quasi teocracy“, un inspiegabile “attaccamento atavico” alle gerarchie vaticane, e arrivando ad evidenziare la differenza tra “cattolicesimo” e “cattolicismo”; per concludere con una riflessione filosofica: “l’Illuminismo europeo può aver posto fine a quella sorta di formale teocrazia nella quale i papi guidavano gli eserciti e i re governavano per diritto divino, ma per un’intricata combinazione di circostanze l’autorità della Chiesa e quella dello Stato, in Europa, sono rimaste intrecciate”. Quando ho letto le lodi sperticate dell’Economist a Gianfranco Fini, considerato il più abile e deciso politico italiano, capace di contrastare lo strapotere vaticano e la nefasta influenza della Chiesa cattolica nella vita degli italiani, mi sono fatto qualche idea in più sulla svolta politico-esistenziale del Presidente della Camera. Dalle parti di Chatham House non amano sprecare parole.
Lì, davvero, nulla è casuale (http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=18930 )

Per far notizia serve sempre “giocare” con le staminali embrionali?

Continua la mistificazione mediatica sulla ricerca delle cellule staminali embrionali. La diversa modalità di divulgazione di due notizie contemporanee rende bene l’idea dell’uso ideologico e fazioso della comunicazione in questo campo.

Lo scorso 30 luglio, infatti, è stata annunciata al mondo la notizia che l’agenzia statunitense Food and Drug Administration (FDA) ha autorizzato, per la prima volta in assoluto, la sperimentazione di cellule staminali embrionali sugli uomini. Il test sarà effettuato iniettando in pazienti affetti da gravi lesioni al midollo spinale una sostanza denominata GRNOPC1, ricavata, appunto, da cellule staminali embrionali, progenitrici degli oligodendrociti. Obiettivo dell’esperimento sarebbe quello di riparare le lesioni della spina dorsale, ripristinando la piena funzionalità delle connessioni nervose. In realtà, se si ha la pazienza di dare un’occhiata al sito web della Geron Corporation – la società biotech californiana autorizzata alla sperimentazione – e di leggere il clinical program sul GRNOPC1, si può agevolmente comprendere come lo scopo principale della ricerca sia verificare la sicurezza della tecnica, prima ancora che la sua efficacia. Le cautele, anche di ordine legale, e le prescrizioni imposte ai protocolli sono tali e tante da vanificare, di fatto, la portata sensazionalistica con cui è stato annunciato un esperimento, che, peraltro, è tutto ancora da eseguire.

Anzi, a questo proposito, si è pure aggiunta una punta di macabro cinismo. Poiché, infatti, la sperimentazione non può essere effettuata oltre la seconda settimana da un evento traumatico alla spina dorsale, i ricercatori della Geron stanno ansiosamente attendendo – come impazienti avvoltoi – la prima vittima di qualche grave incidente, disponibile e sottoporsi ai loro test. Altri aspetti, comunque, appaiono inquietanti in questa vicenda. Nel 2009 una precedente autorizzazione rilasciata alla stessa Geron Corporation per eseguire test del GRNOPC1 sui topi è stata successivamente revocata perché gli animali presentavano delle cisti sospette. Non si ha certezza scientifica che il problema sia stato risolto e che non si ripresenterà, quindi, sulle cavie umane. Nel frattempo, però, anche le proteste degli animalisti sono state superate, perché si è passati dai topi agli esseri umani. Non poche sono, inoltre, le perplessità circa il consenso informato che i volontari devono sottoscrivere prima di sottoporsi all’esperimento. Quanto possa considerarsi davvero libero e scevro da ogni condizionamento psicologico tale consenso, è questione bioetica ancora aperta e tutt’altro che pacifica nel complesso campo della sperimentazione biotecnologica. Sta di fatto, comunque, che a tutt’oggi nessun laboratorio al mondo è ancora riuscito a ottenere un solo risultato positivo dall’utilizzo delle cellule staminali embrionali, e per quanto riguarda il caso della Geron Corporation, la mia modesta impressione è che quella società biotech sia semplicemente interessata a ottenere un brevetto industriale per la produzione di tali cellule. Ad onta di tutte le mirabolanti promesse di guarigione delle patologie più disperate. Questa è la cruda realtà, e nonostante tutto ciò, la notizia dell’autorizzazione alla prima sperimentazione umana delle cellule embrionali è stata lanciata al mondo intero con un’enfasi roboante, quasi si trattasse di un passo epocale nella storia della ricerca scientifica e del progresso dell’umanità.

Di converso, la comprensibile e giustificata reazione negativa della Chiesa cattolica è stata presentata come l’ennesimo tentativo reazionario e oscurantista di impedire l’inarrestabile processo evolutivo della Scienza. Il bello è che lo stesso giorno del sensazionale annuncio sulla sperimentazione del CRNOPC1, il 30 luglio 2010, è passata in sordina un’altra notizia relativa a un prodigioso risultato ottenuto attraverso l’utilizzo di cellule staminali adulte. Si tratta di due trapianti di trachea in soggetti affetti da tumore maligno (una giovane inglese di circa vent’anni e una donna trentenne di nazionalità ceca) eseguiti presso l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi di Firenze, dall’equipe del Prof. Paolo Macchiarini. Tra chirurghi, anestesisti, infermieri, biologi e tecnici sono stati più di quaranta i soggetti che hanno partecipato alle due operazioni, durate complessivamente una ventina di ore, nelle quali sono state utilizzate per la prima volta delle trachee bioingegnerizzate. In pratica, grazie proprio alle cellule staminali adulte prelevate dalle stesse pazienti è stato possibile ripavimentare la trachea e favorire la ricostruzione del tessuto interno.

Spiega così l’importanza dell’evento lo stesso Prof. Macchiarini: «Con i tumori alla trachea, inoperabili, la prospettiva di vita era di cinque o sei anni, mentre ora si passa da interventi palliativi alla cura». «Si aprono prospettive straordinarie», continua Macchiarini, «e per il futuro è possibile ipotizzare l’applicazione della stessa tecnica ad altri organi: penso alla laringe o a interventi a livello polmonare». «Sono eventi come questi», ha proseguito il luminare, «che devono dare fiducia alle persone». E già è stato annunciato un prossimo utilizzo di quella stessa tecnica nei confronti di due donne toscane. Anche dal punto di vista etico Macchiarini ha tenuto a precisare che non è stata eseguita alcuna «manipolazione cellulare», perché «le cellule proprie non sono state nemmeno toccate, ma semplicemente attivate con fattori di accrescimento», e ciò grazie al fatto di essere riusciti a identificare, in laboratorio, i recettori per queste cellule. Si tratta, sempre secondo il chirurgo viareggino, di «una scoperta fantastica» dal punto di vista scientifico, perché «consente di conoscere dove vanno ad agire i recettori», e l’innovazione che introduce è tale da implicare «una revisione dei regolamenti a livello europeo». Anche Alessandro Nanni Costa, Direttore del centro nazionale Trapianti, ha espresso la propria soddisfazione, sottolineando come i due straordinari interventi siano riusciti a combinare la tecnica chirurgica con quella biotecnologica legata all’utilizzo di cellule staminali adulte. La notizia, però, non riguardando cellule embrionali ma cellule adulte, non ha avuto l’ampia diffusione mediatica che è stata riservata, invece, al GRNOPC1.

 Ecco due modi diversi di fare comunicazione scientifica. Da una parte il sensazionale battage di livello planetario per l’autorizzazione a una ricerca dai risvolti discutibili e tutta ancora da verificare. Dall’altra, la coltre di silenzio sui mirabili successi dovuti all’applicazione pratica delle ricerche sulle cellule staminali adulte. Non ci vuole molto a capire quale di questi due modi sia ideologico e fazioso. (ilsussidiario.it)

Povera Inghilterra!

Cinquecento aborti al giorno. Questa è la drammatica media delle interruzioni di gravidanza in Gran Bretagna. Il dato è di quelli destinati a lasciare il segno nei flussi demografici, soprattutto se si raffronta con la cifra complessiva dei 2.000 neonati che vengono quotidianamente al mondo nel Regno Unito.

A lanciare l’allarme è stato Lord Alton of Liverpool, membro della Camera dei Lord, il quale ha invocato un dibattito nazionale sull’entità di un fenomeno che ha ormai ampiamente superato i limiti della soglia di guardia. L’Abortion Act del 1967, la legge che ha introdotto l’aborto in Gran Bretagna, era stata prevista per consentire legalmente l’interruzione di una gravidanza, in caso di serio rischio per la salute della donna. Le cifre ufficiali, rilasciate da fonti governative, parlano di 6.1 milioni di aborti procurati negli ultimi quarant’anni.

Di questi, soltanto 24.100, ovvero lo 0,4 per cento, sono stati giustificati dalla previsione normativa di tutelare la salute fisica e mentale della madre. Tutti gli altri aborti, infatti, sono stati praticati sulla base di motivazioni di carattere sociale ed economico. Quelle motivazioni che hanno finito, poi, per costituire il pretesto del ricorso agli aborti selettivi. Lord Alton non ha usato mezzi termini nel denunciare il tradimento dello spirito della legge del 1967, e nell’evidenziare come il numero impressionante di 500 aborti quotidiani significhi che una gravidanza su cinque finisce per essere interrotta. Tutto questo, secondo il nobile parlamentare, rappresenta una vera e propria “bizzarria”.

E’ singolare, infatti, la presenza di un tasso di aborti così drammaticamente elevato in un Paese dove molte donne spendono migliaia di sterline per diventare mamme grazie alla fecondazione artificiale, o per adottare bambini dall’estero, visto che in Gran Bretagna non esistono più minori da dare in adozione. Non poteva mancare la replica. Kate Smurthwaite, vice presidente dell’associazione pro-choice Abortion Rights, ha contestato le considerazioni di Lord Alton, affermando che non esiste un numero “giusto” di aborti, in quanto “il numero giusto è quello che ogni donna decide o necessita di avere”. Io aggiungerei un’ulteriore bizzarria rispetto a quella segnalata da Lord Alton.

Secondo la legge coranica l’aborto è un atto intrinsecamente ingiusto e viene considerato dai musulmani come har?m, cioè proibito. E’ ancora più ingiusto – insegna l’islam -quando viene praticato adducendo motivazioni sociali o cause economiche, perché in questo caso si trasgredirebbe la parola stessa del Corano, ed in particolare il versetto 31 della sura 17: “Non uccidete i vostri figli per timore della miseria (…). Ucciderli è veramente un peccato gravissimo“.

I cinquecento innocenti che vengono giornalmente eliminati sono, infatti, pressoché tutti figli di donne occidentali. Nel frattempo, mentre la strage erodiana si ripete quotidianamente, Mohamed è diventato il nome più diffuso tra i neonati maschi di Londra. E’ due volte più popolare di Daniel, il secondo nome in graduatoria.

Le statistiche demografiche, inoltre, registrano che il tasso di natalità delle donne inglesi è di 1.1, mentre quello delle donne musulmane è di 3.4. I dati ufficiali dell’Office for National Statistics evidenziano che la popolazione musulmana in Gran Bretagna è cresciuta, in quattro anni, di 500.000 persone, passando dal 1.870.000 del 2004 ai 2.400.000 del 2008. Sempre secondo l’O.N.S. la presenza musulmana nel Regno Unito è aumentata ad un ritmo dieci volte superiore rispetto al resto della società, mentre nello stesso periodo il numero dei cristiani è diminuito di 2.000.000 di individui. Esistono previsioni sull’incremento della popolazione musulmana britannica per il 2023, che spingono alcuni commentatori a parlare di emergenza demografica, se non addirittura di una “demopraphic time bomb“.

Alle ultime elezioni politiche tenute lo scorso 6 maggio il numero dei musulmani nel parlamento britannico è raddoppiato. Il governo sovvenziona ed elargisce fondi pubblici a sette scuole islamiche, tra cui l’Al Furqan School di Birmingham, l’Islamia School di Londra ed il Feversham College di Bradford. Il municipio londinese Harrow Council ha appena sottoscritto con la società di catering Harrison’s contratti per la somministrazione di cibo halal, cioè preparato con ingredienti e modalità prescritte dalla legge coranica, per tutti gli studenti, compresi i non musulmani, delle nove scuole elementari pubbliche del circondario. Sono ufficialmente censite, in tutto il Regno Unito, più di cinquecento moschee, alle quali vengono concesse agevolazioni fiscali, mentre si considera che siano molte di più le moschee non ufficialmente riconosciute.

Dei circa mille imam che predicano l’islam, soltanto trenta hanno ricevuto una formazione religiosa in Gran Bretagna. I matrimoni celebrati secondo il rito islamico sono ufficialmente riconosciuti dall’ordinamento giuridico britannico, così come vengono riconosciuti i riti funebri per i defunti musulmani, ai quali viene riservata, nei cimiteri pubblici, un’area particolare e separata. E’ in progetto la costruzione della controversa megamoschea di Abbey Mills, finanziata dal gruppo missionario islamico radicale Tablighi Jamaat, nel quartiere londinese di Newham, zona East End, a cinquecento metri di distanza da dove sorgerà il villaggio Olimpico per i Giochi del 2012. Lo scopo dell’iniziativa, infatti, è di dare una visibilità internazionale alla presenza islamica in Gran Bretagna, attraverso quella che dovrebbe essere la più grande moschea del mondo occidentale, costituita da un edificio principale, una madrassa, residenze per studenti, una biblioteca, un giardino e un centro di accoglienza, per una capienza complessiva di settanta mila fedeli. Questi dati rendono una semplice evidenza.

Mentre da una parte un’intera generazione finisce tra i rifiuti speciali ospedalieri, dall’altra una nuova generazione portatrice di una cultura allogena, avanza a ritmi esponenziali. Forse ha ragione David Coleman, docente di demografia alla Oxford University, quando spiega che una popolazione in crescita, caratterizzata da una spiccata propensione culturale per la vita, “tende ad esprimere una voce sempre più forte in termini politici, quanto meno perché viviamo in una democrazia dove gruppi religiosi e radicali detengono un forte controllo del consenso e, quindi, dei voti“. E conterà sempre di più rispetto ad una popolazione che vive una fase calante della propria parabola demografica, e che sembra caratterizzata – tra aborto, contraccezione, eutanasia – da una sorta di necrofilia culturale. I politici britannici sono avvertiti.

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