Nella società di oggi il padre è sempre più un assente, “un assente inaccettabile”. E’ questa la convinzione di Claudio Risè, celebre psicoanalista, docente di scienze e politiche sociali e collaboratore del Corriere della sera, che sarà a Trento il 15 dicembre, alle ore 20.30, presso l’aula magna dell’Oratorio del Duomo, in via Madruzzo 45, invitato da Libertà e persona (www.libertaepersona.org), in collaborazione col Movimento per la vita. Per Risè siamo ormai in una “società senza padri”, che è venuta via via formandosi soprattutto in questo secolo, in concomitanza con il rifiuto, più o meno ampio, del concetto di autorità, di guida, di paternità appunto. In effetti negli anni Sessanta e Settanta abbondano i libri o gli articoli sulla “morte della famiglia”, sulla fine della società patriarcale, sulla necessità di sopprimere ogni forma di gerarchia. “Né maestro né Dio. Dio sono io”, “Quinto: uccidi tuo padre”, “famiglia è prigione”, sono alcuni degli slogans di moda, negli anni della contestazione del 1968: ora siamo rimasti a fare i conti con la realizzazione di questi auspici, con le famiglie sempre più disgregate e il continuo aumento di patologie nei giovani e negli adolescenti. Chi insegna lo sa bene, quanto siano cambiati i tempi, e non in meglio; quanto aumentino di continuo problematiche quali l’anoressia o il consumo di sostanze psicotrope per “sentirsi più in forma”. Nei giovani, infatti, si vede spesso proprio questa assenza, inaccettabile, della famiglia, e, molto spesso, proprio del padre: c’è una inquietudine enorme, una solitudine, una incertezza, in molti di loro, che può provenire solamente da un ambiente familiare che non sa più offrire calore umano, certezze, protezione e sicurezza. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno tempo, vuoi perché non sanno più cosa insegnare, vuoi perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più, e preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco, e solo quello, dei loro figli. Si mettono sullo stesso piano, hanno paura perfino di sussurrare un concetto, un ordine, un vero consiglio. Abdicano così al loro ruolo, al compito di essere guide, dolci e giuste nello stesso tempo; abdicano al compito gravoso di sostenere la crescita dei figli se necessario con la severità, e preferiscono diventare i dispensatori di beni materiali e di comodità superflue. Eppure ognuno di noi ha bisogno di un padre, un padre buono, ma anche un padre che sappia richiamarci, che sappia essere un riferimento concreto, un riferimento amato, di cui si possono apprezzare, magari in un secondo momento, anche i rimproveri. Anche le mogli, non solo i figli, hanno bisogno accanto a sé di mariti affidabili: quante volte l’arrivo di un figlio è oggi un dramma, in una famiglia, solo perché l’uomo non ha il coraggio di prendersi le sue responsabilità, di essere un vero padre e un vero marito? Invece che affascinarsi per l’avventura di padre, che li aspetta, molti si lasciano prendere dalla paura, dall’incertezza, forse dall’egoismo: non vogliono giocarsi, non vogliono abbandonare le loro piccole abitudini, i loro momenti liberi, la loro routine ben avviata, auto condannandosi così alla sterilità affettiva. Eppure ci sono anche tanti padri, oggi, che soffrono per il motivo contrario: per il fatto di non poter essere quello che sono, o quello che aspirano ad essere. Nella sola Unione Europea su un totale di 28000 maschi che si tolgono la vita ogni anno, ben 2000 sono padri separati che hanno contratto depressioni gravi e reattive a causa della lontananza dai figli. Una vera mattanza. Figli senza padri, e padri senza figli. Non è un bel panorama, e non migliorerà certo finché non si tornerà a riflettere sull’essenzialità della famiglia. Tornare a riflettere su questa verità di natura significa anche opporsi alle nuove prospettive faustiane: se fino a poco fa ogni figlio nasceva, bene o male, con un padre, salvo poi poterlo perdere lungo la strada, oggi sono sempre di più i figli che nascono già programmati, senza uno dei due genitori. Non mi riferisco solo ai casi eclatanti delle mamme nonne, o ai venditori di seme o di ovuli, che spargono in giro figli geneticamente loro, che non conosceranno mai, ma anche ad una moda sempre più diffusa: quella di programmare dei figli, con la fecondazione artificiale, pur essendo nella condizione di single. In Norvegia e in tutto il nord Europa vi sono associazioni che lucrano vendendo ai singles appositi kit per produrre bambini. Negli Usa vi sono siti internet, mannotincluded o womennotincluded, in cui si danno le indicazioni per avere dei bambini da soli, senza un marito, o una moglie, con l’ausilio della tecnica e degli euro. E non sono solo strampalerie nordiche o americanate di Hollywood: anche da noi si diffonde sempre di più questa usanza, come testimoniano le decine e decine di lettere sull’argomento, presenti sui siti italiani di fecondazione artificiale, tipo Madre Provetta. E non fanno certo bene, a nessuno, in queste condizioni, i telefilm alla Banfi, in cui l’idea di famiglia viene sostanzialmente ritenuta antiquata, o quantomeno sostituibile: la famiglia, in natura, è una sola, uno solo il padre e una sola la madre di cui abbiamo bisogno. Una madre che sia madre e un padre che faccia il padre. Checchè ne dica anche un “profeta” dei tempi nuovi come Umberto Veronesi, che nel suo ultimo “La libertà della vita” (Raffaello Cortina editore), non teme di consigliare come soluzione ottimale per l’umanità la clonazione riproduttiva. Dopo aver detto che una donna bella ed intelligente potrebbe benissimo voler un figlio senza un uomo, perché odia il genere maschile, e che in fondo non ci sarebbe motivo per opporsi, conclude: “Ha senso- chiede retoricamente Veronesi- e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).
Author: Francesco Agnoli
Coppie di fatto e Pacs: un libro per capire.
Il tema dei Pacs, anche dopo le recenti elezioni, non sembra scaduto. Anzi torna alla ribalta, e sembra capace di infiammare gli animi e il dibattito politico, al pari di altre grandi questioni. Per questo Umberto Folena, giornalista di lungo corso, ha deciso di raccogliere in un’ unica opera una messe abbondante di informazioni, di cronaca e giuridiche, orientando in modo semplice ed efficace chi voglia conoscere i termini del problema, e il panorama legislativo internazionale. Folena inizia il suo “I pacs della discordia” (Ancora, pp.111, 10 euro) col caso più eclatante, la Spagna di Zapatero, patria del divorzio veloce (appena tre mesi, senza preavviso da parte di un coniuge) e del matrimonio omosessuale, con possibilità di adozione di bambini. Il paese di Fernand Savater, Mario Vargas Llosa, e di tanti intellettuali entusiasti del nuovo corso zapatero, non è in realtà il primo ad equiparare l’unione di due persone dello stesso sesso alla famiglia tradizionale, ma è sicuramente quello che, per la sua lunga tradizione cattolica, stupisce ed influenza maggiormente il dibattito in Italia. Già nel 1986 il regista spagnolo Pedro Almodòvar nel suo “La legge del desiderio”, aveva immaginato una “famiglia” con un “transessuale ex donna, suo fratello e una bimba ereditata da una relazione precedente”. Sulla stessa lunghezza d’onda, e in perfetto accordo con la visione dei legislatori di Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Inghilterra e Canada, si colloca lo spagnolo Mario Vargas Llosa, il quale sostiene che la presunta necessità, per ogni bambino, di avere un padre ed una madre, sarebbe una “affermazione dogmatica e senza il minimo fondamento psicologico”. In Italia, in verità, il dibattito non è ancora così avanti: per ora si mette l’accento sul problema delle unioni di fatto in genere, ma sottolineando in particolare il problema dei diritti giuridici della coppia di fatto eterosessuale, o di quella omosessuale, senza però parlare, per quest’ultima, di diritto all’adozione. Riguardo all’Italia Folena si chiede quante siano veramente, al di là delle cifre propagandistiche, le coppie di fatto, e quali siano i diritti che ancora non sono loro riconosciuti. Tra i cosiddetti “diritti non garantiti” per una coppia di fatto vi è quello alla pensione di reversibilità. Perché? Folena si appella ad una sentenza della Corte Costituzionale, per la quale “diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile, di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio”. Come a dire che per la Corte italiana chi non si assume determinate responsabilità, con un matrimonio vero e proprio, non può godere dei diritti connessi, senza che questo comporti una discriminazione nei confronti di chi è coniugato. Prima di concludere con una analisi precisa di alcune proposte di legge sui Pacs e sulle varie posizioni esistenti in Italia, l’autore ci dà alcune cifre indicative, relativamente alla Francia, dove i Pacs sono stati introdotti nel 1999. Da allora a tutto il 2005 ne sono stati contratti 204.924 -tra cui molti pacs “bianchi”, cioè stipulati per puro calcolo, anche da persone tutt’altro che vicine tra loro-, a fronte di 280 mila matrimoni annui. Di questi ne sono stati sciolti, sino al 2004, 17.793. Cosa accadrà da noi? Il tentativo in atto è quello di introdurre pian piano l’idea che la famiglia eterosessuale, stabile, in cui i coniugi si assumono una responsabilità certa tra loro e nei confronti del figlio, sia solo una forma come un’altra di famiglia: l’effetto sarà l’ulteriore indebolimento dell’istituto familiare, e una società sempre più disgregata, liquida, priva di legami e di responsabilità. Poi, col tempo, avremo anche noi omosessuali che comprano un ovulo in una banca del seme, affittano un utero, si fanno un bambino, e poi lo “allevano” (salvo magari separarsi, dopo tre mesi, secondo le regole del Pacs).
Claudio Risè e Vittorio Messori a Trento.

Nei prossimi giorni Libertà e persona avrà l’onore di ospitare due personaggi di primo piano: si parte il 15 dicembre, ore 20.30, presso l’Aula Magna del Duomo, via Madruzzo 45, per l’incontro con Claudio Risè (organizzato in collaborazione col Movimento per la Vita). Risè è un celebre psicoanalista, collabora tra le altre cose col Corriere della sera, e ci parlerà della figura del padre, "assente inaccettabile". Sarà poi la volta di Vittorio Messori, il 12 gennaio, la sera, presso l’Aula Magna dell’Arcivescovile. Messori presenterà i suoi ultimi due libri, quello sulla Madonna e Emporio cattolico. Chiediamo a tutti di aiutarci a pubblicizzare gli incontri, sin da ora. Grazie mille.
Mamma la Turco!
Il ministro Ferrero, pochi mesi orsono, propose le "camere per il buco", sollevando una discreta alzata di scudi. Oggi il ministro Turco, senza volare così in alto, si limita, per ora, a raddoppiare la quantità di cannabis detenibile ad uso “personale”… Forse non è malizia ritenere che stanno tentando di riemergere vecchie tentazioni sessantottine.
Nel 1973 nel suo "Underground, a pugno chiuso", Andrea Valcarenghi scriveva: "C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…". E continuava: "Fare capire al vecchio proletario che la musica, l’erba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere l’acido con i propri figli". Questo libro recava una introduzione di Marco Pannella: "Carissimo Andrea […] io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige ed ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere". In quegli anni si parlava già, assai spesso, di legalizzazione, anche se allora non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva solo difendere un principio, oppure una passione personale, come quella dei provos olandesi, che nel 1967 distribuivano ad Amsterdam un volantino di questo tenore: "Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…". Per restare in Italia, in un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giovanni Maria Flick, poi divenuto ministro di Grazia e Giustizia, scriveva: "Una prima alternativa ed ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità ed autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sè ed in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni". Ebbene queste idee erano momentaneamente tornate, espresse con più prudenza, all’epoca dei passati governi Prodi e D’Alema, attraverso l’attivismo dei movimenti antiproibizionisti radicali e comunisti. Proprio nell’aprile 1998, sulla rivista Cannabis, che pubblicizza e diffonde l’uso della cannabis: "Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti". Proprio in contemporanea con queste proposte il governo dell’Ulivo auspicava la depenalizzazione del "consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere", mentre il Ministro Flick, rimanendo fedele alla sua storia, proponeva la "non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale". Ecco, la paura è legittima: qualcuno è ancora convinto, trent’anni dopo, che la droga sia una “espressione di libertà”?
L’eutanasia, l’inganno della “dolce morte”
L’eutanasia: l’inganno della “dolce morte”.
A trent’anni è difficile immaginare la vecchiaia. Arridono tante speranze, tanti desideri. Anche se non si è in cerca del sol dell’avvenire, solo vivendo il presente che ci è dato e il futuro che si spera, si è già sufficientemente occupati.
E poi i vecchi, non si vedono quasi.
Il buon gusto odierno ha imparato a relegarli ai bordi, nella tristezza degli ospizi. Viviamo a compartimenti stagno, perché oggi le generazioni non durano vent’anni, ma cinque, e il dialogo tra giovani e adulti è quasi assente, quasi nullo quello con gli anziani.
Nonostante questo gli amici di Gs, Gioventù Studentesca, girano negli ospizi, il sabato pomeriggio, per rallegrare questi locali bigi, con le pareti affumicate, o bianchi, talmente bianchi che già il vecchio padron ‘Ntoni di Verga, che aveva amato tutta la vita la sua famiglia e la sua “casa del nespolo”, ne provava orrore.
Si sentiva soffocare, non dalla morte, ma dalla morte asettica, senza grandezza, senza intimità, senza il calore dei suoi cari ad accompagnarlo.
Poveri anziani, ospedalizzati, quando ancora stanno abbastanza bene, privati della gioia dei nipoti, che non ci sono, o sono troppo indaffarati, a scuola o nei mille impegni che gli abbiamo costruito intorno, quasi a forma di gabbia, per tenerli ben ben occupati!
Eppure anche la vecchiaia ha la sua bellezza, il suo profondo significato.
La hanno celebrata poeti di ogni epoca, filosofi come Cicerone, nel De Senectute, e, nel nostro tempo, due non credenti come Carducci e Pascoli.
In “Nevicata” il sanguigno poeta toscano sottolinea la lunghezza delle ore, quando si è vecchi e stanchi: “lenta fiocca la neve pel cielo cinereo…”.
E’ cinereo il cielo della vecchiaia, lento il cadere dei fiocchi ed il passare del tempo, ma ciò non toglie che il cuore del poeta non si rassegni, voglia ancora battere e pulsare: “tu calmati, indomito cuore…”.
Non è solo anagrafe, la vita, ma è anche questione di spirito. Lo ripete benissimo Pascoli, suo allievo, ne “L’ora di Barga”, quando il suo fanciullino interiore,
l’Adamo che scopre nelle cose la loro lacrima e il loro sorriso, fa sentire il suo grido tinnulo di meraviglia, di sotto alla voce roca e stanca dell’uomo ormai vecchio.
In questa poesia Pascoli, seduto alla finestra, ascolta i rintocchi del campanile, nel suo “cantuccio”, quasi assediato dalla morte, che lo ha stretto in un angolo.
Ascolta i rumori che provengono da fuori, guarda i colori, che gli giungono attutiti, attraverso gli occhi appannati e per il tramite di un vetro, “come da un velo”.
Il poeta si rivolge allora al campanile, che sembra ricordargli il momento della fine, e con voce accorata gli chiede ancora un istante di vita: “Tu dici, E’ l’ora; tu dici, E’ tardi, /voce che cadi blanda dal cielo. / Ma un poco ancora lascia che guardi /l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo, /cose che han molti secoli, o un anno,/ o un ora e quelle nubi che vanno. /Lasciami immoto qui rimanere /fra tanto moto d’ale e di fronde; e udire il gallo che da un podere/chiama, e da un altro l’altro risponde…”.
Sono le cose belle della vita, le più semplici, le più apparentemente insignificanti, quelle che hanno molti secoli, a divenire improvvisamente nuove, meravigliose, come se avessero solo un’ora: l’albero, il ragno, l’ape, lo stelo.
Dopo un cancro, superato con fatica, monsignor Alessandro Maggiolini ha scritto: ” Adesso mi sento regalato due volte: perché mi ha creato e perché mi concede ancora di vivere.
Ma il sipario delle vita eterna si è fatto liso come una carta velina…Voglio vedere negli occhi Gesù, ho una lista dei miei cari che vorrei rivedere subito…”.
Voler vivere e voler morire: è una incredibile, paradossale, comprensibile condizione dei vecchi. Voler vivere, accanto a qualcuno, per vedere la sua realizzazione e la sua storia.
Voler morire, per incontrare qualcuno. “Uccelli raminghi picchiano a vetri appannati, /gli amici spiriti reduci son, /guardano e chiamano me”, scrive Carducci, nella citata poesia, quasi commosso dal richiamo.
Analogamente Pascoli conclude così: “Sì, ritorniamo,/ dove son quelli che amano ed amo”.
Personalmente non ho ricordi più grandi, più profondamente scolpiti, dell’ultimo addio a mia nonna che moriva, stringendo le mani di sua figlia, raccomandandosi per me, che restavo; o del cadavere di un amico, morto come avrebbe voluto, nella sua fede e nei suoi affetti più cari.
Morire bene, da anziani, è una gioia, e lascia, anche in chi resta, una tristezza serena, quieta, che non esaspera lo spirito.
Morire strappando forzatamente il velo, violentemente, per scelta, suicidio o eutanasia, è come salutare sbattendo la porta, senza riconoscere, a chi ci ama, il valore della sua presenza; senza riconoscere alla nostra vita, un senso che la abbia resa sacra.
Eppure di eutanasia (“dolce morte”), intesa come suicidio assistito, come porre fine, con l’aiuto di un medico, ad una vita ritenuta ormai indegna di essere vissuta, si parla sempre più spesso.
Ma cosa c’è di “dolce”, nella scelta di morire? Scriveva Chesterton: “Per me il suicidio non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo e assoluto, il rifiuto di prendere interesse alla esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso uccide tutti gli uomini: per quanto lo riguarda distrugge il mondo…”.
Se l’eroe, o il martire, muoiono per amore della vita, o di ciò che alla vita dà sapore, perché anche gli altri ne siano partecipi, disdegnando la morte, il suicida consapevole muore per amore della morte, disdegnando la vita.
Muore senza salutare, senza girarsi indietro, disperando possa esistere qualcosa, qui o là.
E’ la cosa più triste, più tragica che possa accadere, e lascia in tutti coloro che rimangono un senso di colpa, di prostrazione, di sbigottimento.
Non c’è evidentemente nulla di “dolce”, né di “dignitoso” in tutto ciò. Eppure non si può negare, sarebbe sciocco farlo, che la vita può diventare, in alcuni casi, troppo crudele, apparentemente assurda, specie per chi non creda in Dio.
Perché allora negare ad altri il diritto di una morte assistita, con il medico a fianco? Anzitutto, penso, per un principio di buon senso: come decidere quando, e in quali circostanze, con quali limiti?
Una volta violato il principio della sacralità della vita, come decidere sugli accidenti? La tecnica dei propugnatori dell’eutanasia, infatti, è la solita: presentare casi estremi, per aprire la breccia, per abbattere le resistenze psicologiche ( magari dimenticando di spiegare che ad esempio il rifiuto dell’accanimento terapeutico non coincide con l’eutanasia).
Michel Schooyans la ha chiamata la “tecnica del salame”: “si erode il rispetto che si deve a un principio dando alla legge il compito di moltiplicare e di banalizzare i casi in cui il diritto positivo giustifica che vi sia fatta eccezione” (“Bioetica e popolazione”, Ares).
Ma poi, passato il principio, chi vieterà al giovane depresso, all’adulto squattrinato, all’uomo o la donna in crisi per motivi amorosi, di ricorrere, nella angoscia e debolezza del momento, alla mutua; di chiedere alla collettività e ad un uomo in camice bianco di farsi carico della sua eliminazione?
Come fermare una deriva nichilista ed individualista, per cui la vita e la morte diventano possesso personale di ognuno, così che anche i valori più umani, di carità, di assistenza, di compassione, vengono svuotati dall’interno?
Non bisogna farsi illusioni: l’eutanasia passerà, perché è figlia di una società che ha già infranto il principio della sacralità della vita.
Ha già abolito il senso del dolore, la portata immensa del destino umano, il sacrificio come legge dell’esistenza.
A mio parere occorre opporsi all’eutanasia per fermare la caduta, rallentare la corsa del masso che rotola, ben sapendo però che ad ogni causa corrispondono determinate conseguenze, ancor più nella vita morale che in quella fisica.
Una società che non fa figli, che non si stupisce di fronte al mistero della vita nascente, non può farlo di fronte ad un mistero velato, nascosto tra rughe e debolezza.
Una società che non si fa carico della famiglia, dell’aiuto ai genitori, non può farsi carico, a lungo, degli anziani, semplicemente perché non è economicamente possibile. Può solo chiuderli in un ospizio, in attesa magari di disfarsene un giorno, come è successo tante volte, per tirarli giù dalle spese.
Ha scritto Jacques Attali, già “consigliere speciale” del presidente francese Mitterand, nel suo “L’avenir de la vie”: “Quando si sorpassano i 60-65 anni, l’uomo vive più a lungo di quanto non produca e costa caro alla società…
L’eutanasia sarà uno degli strumenti essenziali delle società future… Macchine per sopprimere permetteranno di eliminare la vita allorchè essa sarà insopportabile o economicamente troppo costosa”.
Lo stesso concetto è ribadito nel suo “Dizionario del XXI secolo” (Armando editore): ” Alcune delle democrazie più avanzate sceglieranno di fare della morte un atto di libertà e di legalizzare l’eutanasia. Altre fisseranno dei limiti precisi alle proprie spese per la sanità…”.
Del resto è cosa che è successa già innumerevoli volte, in molti paesi ed anche in Italia.
Recentemente ad esempio il dottor Ivan Villa ha affermato proprio a riguardo dell’eutanasia:” I rimborsi regionali per questo tipo di malati (gravi, ndr.) sono sempre modesti, non sono remunerativi, e molti ospedali tendono a liberarsene” (“Corriere della Sera”, 18/12/2004)
Sono solo alcune riflessioni, le mie, che non voglio concludere prima di aver notato un dato, “storico”, non filosofico: il poveretto che soffre, che non riesce ad affrontare la vita, un momento della vita, da che mondo e mondo si suicida, senza tante filosofie, senza rivendicare nulla. Sente di aver perso e non cerca alibi, solo compassione.
Nella storia invece coloro che hanno lottato e lottano ogni giorno, dopo i nazisti, perché questo suicidio divenga benedetto, ipocritamente “dolce”, falsamente “dignitoso”, follemente “caritatevole”, sono di solito consapevoli nemici della vita, nichilisti orgogliosi, che vogliono urlare la loro ribellione con la grinta e la violenza di Capaneo; oppure persone che riflettono su altri il loro male di vivere, che attribuiscono ad altri una disperazione, di fronte al dolore, che è anzitutto loro. Sono persone che alla vita, loro per primi, non riconoscono nulla.
Basterebbe ricordarne qualcuno, per aver timore di tutto ciò che propongono.
I due medici sostenitori dell’eutanasia più famosi sono il celebre dottore americano Kevorkian, ribattezzato “dottor morte”, e il medico inglese Harold Shipman, anch’egli noto nel suo paese con lo stesso appellativo.
Del primo ci parla Fabrizio Del Noce, descrivendo la sua “ossessione tanatologica, che lo aveva portato ad assistere ad esecuzioni capitali e successivamente a proporre di utilizzare i condannati a morte per esperimenti medici.
Aveva addirittura tentato di fotografare gli occhi di un morente, per fissare con l’obiettivo quell’attimo in cui la vita si spegne”. “Il guaio della medicina- ha detto Kevorkian a Del Noce-è che è sempre stata dominata dalla religione”, mentre “la vita e la morte in questo mondo sono competenza dei medici…” (“Non uccidere”, Mondadori).
Per i suoi assistiti il dottor Morte propone poi, a conclusione dell’ “assistenza”, l’ espianto degli organi.
C’è poi il dottor Shipman, inglese, un medico che già agli inizi della carriera si presenta come un tipo non particolarmente brillante ma volitivo.
I colleghi lo considerano sgarbato e strano.
Poi si accorgono delle sue improvvise crisi, in cui arriva a perdere conoscenza: fa infatti uso di petidina, un analgesico simile alla morfina, fino ad intossicarsi.
Nel 1977 lavora all’ospedale di Hyde, nel nord dell’Inghilterra e qui, dopo poco, qualcuno nota l’eccessivo numero di pazienti deceduti sotto le sue cure.
Ama recarsi in casa di anziane signore, spesso sole, di solito all’ora del the, o quando ritiene che in casa non vi sia nessun altro.
Un giorno la figlia di una sua assistita, Angela Grundy, decide di andare a fondo riguardo alla morte della madre, Kathleen, una donna ancora troppo vispa e vitale per aver scelto autonomamente di morire.
Si scopre che Kathleen è morta per una overdose di morfina e che nel suo testamento c’è uno strano lascito, proprio al dottor Shipman.
Nel 1999 al tribunale di Preston si apre il processo e Shipman viene riconosciuto colpevole di almeno 15 omicidi.
Nessuna delle vittime era gravemente malata.
Col tempo la Commissione del Ministero della Sanità riconosce la sua probabile responsabilità in almeno 236 decessi in 24 anni, di persone tra i 41 e i 93 anni: sarebbe uno dei serial killer più terribili della storia.
Solo che, a parte il caso della Grundy, manca sempre un movente preciso: un sadico desiderio di morte? Follia? Odio per gli anziani, riguardo a cui aveva detto più volte che sono capaci soltanto di dissanguare il servizio sanitario?
Anche in Italia abbiamo qualche episodio balzato agli onori della cronaca. Si può ricordare ad esempio la storia di Giorgio Conciani, medico vicino ai radicali, autore di aborti clandestini, sostenitore dell’eutanasia, radiato dall’Ordine dei medici per istigazione al suicidio, che drammaticamente pose fini ai suoi giorni impiccandosi a una trave in cantina.
Conciani faceva tutto per una sorta di perversa convinzione, ma si faceva pagare: alla sua morte i magistrati trovarono a suo nome “conti cospicui, depositi di preziosi, tra cui, particolare singolare, un quintale d’argento in grani” (Carlo Casini, Sul fronte della vita, LDC).
Vi è poi il caso, ancora, di Guido Tassinari, radicale, morto a Milano agli inizi dell’ottobre 1993, impegnato per la legalizzazione del divorzio, dell’aborto, della sterilizzazione volontaria, dell’eutanasia, e fondatore della Associazione per lo sbattezzo.
Una vita intera dedicata ad una strana forma di carità “inversa”.
Nel maggio 1989 venne condannato a quattro anni per aver assistito il suicidio di Umberto Santangelo, un cameriere di 33 anni. Nel 1995, per proseguire nel breve elenco, fece un certo scalpore la vicenda di Alfonso De Martino, infermiere di professione, condannato a quattro ergastoli per omicidio plurimo volontario, aggravato e continuato.
Era un personaggio singolare, sempre vestito di nero, addobbato con strani monili e teschi, dedito a forme di satanismo: si riteneva titolare della facoltà sovrannaturale di poter disporre della vita e della morte dei malati sottoposti alle sue cure.
Infine per arrivare a fatti di questi giorni, si continua a parlare delle vicende di Sonia Caleffi, una povera infermiera anoressica, con una vita infelice, accusata di aver eliminato lei, di sua solitaria iniziativa, almeno cinque persone, forse anche suggestionata dalla lettura di libri sulla “dolce morte”. Accusata, neppure ricordava più i nomi delle vittime che aveva eliminato, e si limitava a definirli, nei suoi scritti, “pazienti”, con la abbreviazione (“p.ti), come fossero pratiche da sbrigare.(da : “Voglio una vita manipolata”, Ares).
Il papa in Germania: il peggior nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso
Se ho compreso bene la lezione di papa Benedetto XVI in Germania, mi sembra che abbia voluto dire questo: Dio, oltre che Amore, Caritas, è anche Logos, Ragione.
Da un punto di vista religioso il discorso è chiaro: amare, senza ragione, vuol dire non amare, o meglio, amare ciò che non va amato. Anche l’amore, infatti deve essere razionale, logico, indirizzato al Bene.
Sembrerebbe semplice ma non lo è così tanto: non mancano preti o opinionisti che spiegano che in fondo la prostituzione è un altro modo di amare, o che uccidere un figlio, con l’aborto, perché non si può mantenere “decentemente”, è un modo, un altro ancora, per dimostrare il proprio amore.
Politicamente il discorso del papa mi sembra sintetizzabile in questi termini: il nemico dell’Occidente è l’Occidente stesso, nel momento in cui rinnega la sua storia, piena di umane miserie, ma anche di greco-romana e biblica grandezza.
L’Europa cristiana è patria dell’arte, dell’astronomia, della medicina, di tutte le scienze: è il luogo in cui si realizza la vocazione naturale della nostra ragione a indagare la realtà. Ma tutta la realtà, secondo la sua ampiezza, la sua altezza, larghezza, e profondità.
L’Occidente è nemico di se stesso quando imbriglia la ragione, imponendogli dei confini (il regno delle cose materiali), e spacciandoli per orizzonti.
E’ incredibile come sia stato notato poco spesso questo paradosso: l’Illuminismo non nasce come esaltazione della ragione, ma come limitazione della stessa al fenomenico, al tangibile, ai singoli e piccolissimi perché, in una parola, a ciò che all’uomo interessa meno.
L’Illuminismo prostra la ragione, come fa Kant, quando la fa a spezzatino, sminuzzandola come fosse un pezzo di carne; quando fa uscire Dio da una finestra della ragione (la ragion pura), e ne crea un’altra (la ragion pratica), per farLo entrare di nuovo, ma non compiutamente; quando, infine, spiega che tutto l’ordine esistente, quello che ogni ragione desidera, e miracolosamente trova, è soltanto un ordine fittizio, soggettivo, che non appartiene al noumeno, cioè alla realtà vera (terribile, incredibilmente irrazionale, questa distinzione razionalistica tra realtà “vera” e realtà “falsa”).
L’Occidente, ancora, è nemico di se stesso, come Cronos con i suoi figli, quando nega il diritto naturale, cioè la legge fondata sulla ragionevolezza, e non sull’arbitrio dei numeri, delle cangianti assemblee parlamentari; quando sostiene che la libertà può coincidere con l’auto-distruzione, con il suicidio, l’eutanasia, la clonazione, la manipolazione genetica, l’adozione di bambini a copie omosessuali, la possibilità di drogarsi (mentre la libertà è legata alla ragione, in quanto è la Verità a farci liberi, e non viceversa).
Che poi un mondo che è nemico di se stesso crolli, non è una novità: lo temevano a suo tempo i “laudatores temporis acti”, i catoniani sostenitori del “mos maiorum”. Rispettare il costume dei padri, la Tradizione, significa rimanere lungo una strada che prosegue, ma che è partita da un punto e ha raggiunto parecchi obiettivi.
Invece noi rigettiamo il Dio dei Padri, e il costume dei padri, come Lucifero col suo non serviam, come Adamo ed Eva con la loro idea di poter fare loro la realtà, di essere padroni del bene e del male. Fare bambini in vitro, cos’è, prima che una azione immorale?
La negazione violenta, irrazionale, della nostra figliolanza, umana e divina, e la negazione di un ordine razionale, che si protrae nella storia. L’Occidente, inoltre, fa ridere, sorridere, amaramente, quando si difende dallo straniero mostrandogli videocassette, come in Olanda, dove vi sono donne o uomini che si baciano tra loro.
Ride, con sarcasmo, dentro di sé, l’asiatico o l’africano, che potrà anche adorare un dio che non esiste, ma non è ancora arrivato al punto di negare totalmente la realtà dei rapporti naturali, il diritto naturale di cui sopra.
Solo fastidio possiamo suscitare, e senso di disgusto, quando proponiamo ad altri qualcosa che è ancora peggio di ciò che essi stessi già hanno.
Li confortiamo nel loro disprezzo, non guadagniamo la loro stima, perché ci mostriamo deprecabili, non come singoli uomini, che poco importa, ma come civiltà.
In queste condizioni l’Occidente, già scientifico e poi scientista, si riempie di maghi, indovini, new agers, credenze orientaleggianti; intanto uomini terrorizzati dal vuoto abbracciano altre religioni, che sembrano piene di spiritualità, come il buddismo, o che offrono certezze rassicuranti, e un po’ di rigore, come l’Islam.
Anche qui, a causa di un malinteso immenso: da due secoli ci insegnano che la ragione è una certa, misera cosa, che vola solo basso, ma che va bene così, e che la fede è una bruttissima faccenda, il contrario della ragione.
Perché allora non provare il contrario, anche l’irrazionalismo più esasperato, scambiato per spiritualità, si chiede qualcuno, se i frutti del razionalismo sono questi?
E mentre le credenze più strane fanno i loro proseliti, molti sacerdoti, vescovi, e talora cardinali, si danno da fare non per insegnare Cristo, il Logos, ma per fare cerimonie sincretiste, multireligiose, come se si potesse dialogare adorando insieme dei diversi, e non attraverso il riconoscimento di un comune denominatore, la ragione, che può aprire alla adorazione di un Dio razionale e misteriosamente grande.
Dobbiamo batterci il petto, come prima arma di difesa.
Del resto il primo nemico dell’uomo, ciò che lo porta alla morte spirituale definitiva, per un male interno, o esterno, è il peccato, cioè l’azione che noi compiamo contro noi stessi e contro il nostro bene.
Quando invece un cristiano identifica il suo primo nemico nell’altro, che sia un uomo, un popolo o un sistema religioso o politico, è già finito, a piè pari, nell’ideologia: il mondo lo cambiamo a partire da noi stessi. E’ questo l’insegnamento di Cristo.
Il disegno intelligente
Alla fine del suo reportage sul Disegno Intelligente, comparso recentemente sul Foglio, Stefano Pistolini ha intervistato Piergiorgio Oddifreddi, dell’Unione degli Atei e degli Agnostici. Oddifreddi ha anzitutto dichiarato che la teoria del Big Bang “puzza” di Genesi, e che la Chiesa lo ha subito messo in luce, già all’epoca di Pio XII. E’ vero: non solo il Big Bang si accorda con il Genesi, ma è stato teorizzato da cattolici, e nel Novecento, per la prima volta, da un gesuita. Detto questo Odifreddi, per non ammettere l’evidenza, spiega che in realtà no, il big bang si adatta bene all’idea di creazione, ma la Bibbia non parla di creazione, bensì di un dio demiurgo, che plasma una materia già esistente.
Non è così. La prima parola del Genesi, infatti, è “ber?shit”, cioè “all’inizio del tempo”, mentre la seconda è “b?r?”, cioè “creò”. L’espressione “all’inizio del tempo” ci può far riflettere: come scrive un commentatore medievale indica che ci fu un “istante che diede inizio al tempo”, che non fu “continuazione del passato verso il futuro, ma solo inizio del futuro”. Non è intuizione da poco, in quanto contrasta con la teoria dell’eternità del tempo, del moto e dello spazio, di Aristotele e di Platone – che quindi non avrebbero creduto al Big Bang, cioè ad un inizio-, ed anticipa il concetto scientifico di relatività di tempo e spazio, introdotta da Einstein. Infatti nel Genesi tempo e spazio, per la prima volta nella storia, non sono assoluti, esistenti da sempre, in quanto sono iniziati in un determinato istante, quello della creazione. Il loro essere relativi è conciliabile con il loro essere creature, mentre al contrario Dio è fuori del tempo e dello spazio: non è forse vero che se l’universo collassasse, spazio e tempo si annullerebbero? In tal caso il demiurgo platonico, e il mondo-dio dei panteisti, scomparirebbero, mentre il Dio cristiano “rimarrebbe”. Egli infatti si è definito così: “Io sono colui che è”, eterno presente, eternità a-temporale.
Tornando al nostro Odifreddi, egli non si stupisce del fatto che la vita sulla terra sia permessa da una serie incredibile di circostanze “fortunate”: “questo universo non è stato fatto perché ci fossimo noi, ma dal momento che è fatto così, possiamo esserci”. L’affermazione significa che ci siamo per caso, quasi ospiti abusivi, e che l’ordine che ci permette di esistere è un incidente o un accidente, e che quindi noi stessi siamo un incidente e un accidente, di significato nullo. Si tratta di una affermazione che vuole essere logica, intelligente, ma dopo aver fatto, anche dell’intelligenza umana, un incidente, un caso accidentale! I padri della scienza non la pensavano così. Per costoro tutto nasce dalla meraviglia, dalla “fede in una razionalità del mondo”, come scriveva il cattolico Max Planck, o dalla constatazione di una “progettualità e disegno”, come afferma Allan rex Sandage, scopritore del primo quasar, veramente “miracolosi”.
Copernico parlava di “divina providentia opificis universorum” e Keplero diceva che “il cosmo non è prodotto del caso, ma una creazione di Dio, e Dio, certamente, non l’ha creato a caso (temere)”. Non solo perché dal caso non nasce l’ordine, ma perché ciò che ci circonda non solo funziona, ma è anche bello, gratuitamente bello: come l’uccello che canta per cantare, senza altro scopo, o l’elegante e sinuoso procedere dei ghepardi; come i colori sgargianti dei pesci, il volo subacqueo dei delfini, la sovrabbondante bellezza dei pavoni…. Questa bellezza è anche, persino, nelle leggi fisiche. Scriveva Werner Heisenberg: “Se la natura ci conduce a forme matematiche di grande semplicità e bellezza non possiamo fare a meno di ritenere che esse siano vere…devo ammettere francamente di essere molto attratto dalla semplicità e dalla bellezza degli schemi matematici che la natura ci presenta”.
E Roger Penrose, parlando della relatività generale, affermava: “E’ proprio un mistero che qualcosa che appare bello possa avere più probabilità di essere vero di qualcosa che appare brutto”. Così Einstein, “non appena una equazione gli pareva brutta, sembrava perdere interesse nei suoi confronti. Egli era profondamente convinto che la bellezza fosse un principio guida nella ricerca di risultati di rilievo nella fisica teorica” (Bondi). Aggiunge suo figlio: “Aveva un carattere più da artista che da scienziato…per lui l’elogio più alto per una buona teoria non era che fosse corretta o esatta, ma che fosse bella”.
Se a Odifreddi la vita e la natura piacessero un po’ di più, se ne cogliesse maggiormente ordine e bellezza, forse sarebbe meno triste, e contemplando l’essere, che miracolosamente c’è, meno superbo.
Dio e il logos.
Leggo spesso con simpatia gli articoli di Angiolo Bandinelli. In particolare, quello di mercoledì 18 gennaio mi spinge ad alcune riflessioni, riguardo a ciò che gli appare oscuro: l’interesse cattolico per la Genesi, e l’origine fisica del cosmo. Si tratta di un interesse antico, che è all’origine della scuola di Chartres e di quella di Oxford, e che corrisponde all’importanza che il cattolicesimo attribuisce alla ragione. Infatti la tradizione della Chiesa ha sempre sottolineato l’importanza dei praeambula fidei, cioè di quegli aspetti razionali che contribuiscono a dare alla Fede una base concreta, razionale appunto.
Saranno solo il pensiero della Riforma, o la reazione squilibrata al cosiddetto razionalismo moderno, a generare l’erronea posizione fideista. Bandinelli si chiede cosa interessino Darwin e la disputa sull’ “intelligenza” nel creato, a chi crede in Cristo Salvatore, e cerca una salvezza personale. E aggiunge che il mondo, che a noi appare ordinato e armonioso, potrebbe essere invece creato a misura delle mosche, del loro modo di vedere la realtà. Infine, citando Pasolini, collega il senso religioso del Mistero con qualcosa di “irrazionale”, per poi fare appello al “credo quia absurdum” attribuito, erroneamente, a Tertulliano.
Di fronte a queste considerazioni la tradizione cattolica oppone un’obiezione: il Mistero non coincide con l’irrazionale, ma oltrepassa, nella sua infinitezza, la nostra ragione, limitata e decaduta. Il Mistero non è l’Inintelliggibile, l’assurdo, ma l’Inesprimibile, l’Incomprensibile, ciò che non può essere completamente compreso, esaurito: funge da stimolo alla nostra ragione per andare sempre oltre, e ci strappa, con l’ammirazione, l’esigenza di Adorare. La razionalità infatti è presente in ogni aspetto della realtà, come riflesso del Verbo, del Logos che tutto pervade. E’ vero che l’universo appare fatto per l’uomo, a noi, e per la mosca, a lei, ma proprio perché Dio possiede, per così dire, una razionalità non settoriale, ma assoluta: il mondo è per l’uomo, ma anche per il fiore, la mosca, il lombrico…Che sia anche per loro non toglie, ma aggiunge, alla razionalità generale, e dell’autore. Ogni opera dell’uomo, invece, in quanto frutto di una ragione finita, risponde, e solo parzialmente, alle sue sole esigenze. Così un quadro, un disegno intelligente di un pittore, può essere letto, a diversi gradi, dall’esperto e dal profano, ed è tanto più razionale, cioè universale, se parla a tutti, da ogni prospettiva, benché non possa mai essere compreso da nessuno allo stesso modo in cui lo comprende chi ne è autore.
L’universo, dunque, è opera di una razionalità più che umana: “assurda”, quindi, soltanto per la nostra incapacità di abbracciare ciò che non ha confini.
La ragione umana indaga la realtà e scopre una legge qua ed là; legge la realtà ad un livello macroscopico e ad uno subatomico, separatamente; vede la materia come forma e come energia…tutto da un’ottica limitata, incompleta. Ha cioè la nostra visione ristretta, parziale, che tende talora, quasi per ripicca, ad assolutizzare un punto, perché non coglie il tutto. Non abbraccia l’armonia globale, l’unità logica che esiste in ogni cosa, e tra le cose nel loro insieme, come spiegava Einstein, parlando dell’unica legge fisica che le riassume tutte, e che l’uomo cercherà sempre, senza mai raggiungerla. In questo senso anche gli errori del pensiero nascono dalla ragione, quella parziale e limitata: razionale vorrebbe essere, senza successo, l’illuminismo, nel suo dare assolutezza alla ragione umana, relativa; razionale il marxismo, nel suo cogliere l’importanza della materia; razionale persino l’astrologia, sostenendo un rapporto tra uomini ed astri… Eppure sono tutti errori, per difetto di ragione, perché il primo non tiene conto della metafisica, il secondo della natura anche spirituale dell’uomo, la terza della libertà… La Fede, invece, coglie tutti i singoli aspetti razionalmente e umanamente apprezzabili, ma li unifica alla luce del Logos. Per questo permette l’equilibrio più razionale che esista, tra ciò che è solo apparentemente assurdo, contrastante: ragione e sentimento, anima e corpo, tempo ed eternità, amore e dolore…Infine, poiché la ragione caratterizza l’uomo, un Dio che violasse la ragione, nel suo modo di creare, per noi, il mondo, non corrisponderebbe al nostro bisogno di conoscenza; e un Dio che avesse creato senza la razionalità, e la ponesse nell’uomo, sarebbe un pazzo, un sadico che si diverte nel vedere le sue creature che cercano, assurdamente, in ogni cosa, quel senso, quella razionalità, che non esiste.
(Il Foglio).
E’ esistito in Italia il far west della provetta? Quali sono i rischi della PMA?
E’ opportuno iniziare questo studio sulla bioetica in generale partendo dalla discussione attualmente più calda e partecipata: quella sulla fecondazione in vitro (Fiv), detta anche fecondazione extracorporea. o procreazione medicalmente assistita
Lo farò anzitutto in una prospettiva storica, facilmente accostabile da tutti, ed in particolare servendomi di un’opera di impostazione completamente antitetica rispetto alla mia, e cioè “La fecondazione proibita” di Chiara Valentini, giornalista de "L’Espresso" (Feltrinelli, 2004). La Valentini si propone di raccontare la storia della fecondazione in vitro in Italia, ma anche, e soprattutto, di far “capire le ferite imposte da una legge giudicata da molti la peggiore d’Europa”, ovvero la legge 40 sulla fecondazione assistita, contro la quale si è mossa la macchina referendaria di buona parte della sinistra, oltre a quella radicale. Succede, però, che a volte le intenzioni vengano sopraffatte dalla realtà. E la Valentini, giornalista di lungo corso, raccontando la realtà della procreazione assistita, finisce paradossalmente per dar ragione a chi la legge 40 la sostiene, se non, addirittura, a chi la ritiene eccessivamente permissiva. Vediamo come. Il suo testo si presenta come una storia degli esperimenti, delle prove, degli smacchi e dei successi di medici e intrallazzoni di tutta Italia, oltre che di altri paesi dell’Occidente. Paradossalmente, infatti, la critica alla legge 40 è relegata nello spazio di poche, acide pagine, e questo permette al lettore di capire da un punto di vista storico, e quindi oggettivo, cosa sia veramente successo (mi permetterò, qua e là, qualche aggiunta).
Nel 1978 nasce in Inghilterra la prima bambina fecondata in vitro, Louise Brown. In quello stesso anno un intellettuale comunista convertito, André Frossard scrive: "Il giorno, e vi dico che non tarderà, in cui i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone". Effettivamente da quella bambina in poi avviene qualcosa di nuovo, qualcosa che prima era assolutamente inimmaginabile. Medici intraprendenti, biologi specializzati nella fecondazione in vitro di vacche e conigli, come il francese Testart, dottori esperti in aborti come Patrick Steptoe, un "socialista accanitamente ateo" come il biologo Robert Edwards, e tanti altri, si dedicano a scoprire modalità di ogni tipo per rendere possibile la fecondazione umana extracorporea. Tutto avviene nel segreto delle cliniche, di solito private, e viene alla luce soltanto nei casi più clamorosi.
In Italia si distinguono i dottori Daniele Petrucci, Ettore Cittadini e Vincenzo Abate. Quest’ultimi due si contendono a colpi di stampa il primato del primo bambino realizzato in provetta: Abate, che poi rinnegherà il suo passato per scrupoli morali, rivendica a suo merito la nascita di Alessandra Abbisogno, nella clinica Posillipo di Napoli, mentre Cittadini fa venire al mondo, nel
Non di questo si tratta, ma comunque, di certo, di un giro enorme d’affari. E’ infatti evidente che, dopo i primi "successi" della Fiv, la voce si sparge, e le coppie sterili, sempre di più, cercano un conforto alla loro tristezza e un aiuto da chi promette di darglielo. Sono disposte, evidentemente, a mantenere riservatezza su ciò che viene loro chiesto, e a pagare profumatamente, se necessario ipotecando la casa o vendendo dei beni. Sono disposte a tacere riguardo a ciò che viene loro fatto, sia nel campo delle sperimentazione di nuove tecniche, sia sotto ogni altro aspetto: "il corpo di quelle donne veniva usato come una cosa inanimata e senza volontà, come se la situazione di medico che può far partorire un figlio gli desse un diritto speciale" (p.107).
Nascono dovunque laboratori improvvisati, perché, a differenza che per qualsiasi altra specialità medica, non è richiesto alcun permesso nè alcuna specializzazione: un dentista di Firenze la sera, deposto il trapano, trasforma il suo studio in un centro di Fiv; altri dottori, poco attrezzati e poco esperti, improvvisano improbabili tecniche o si limitano a spillare quattrini, senza alcun risultato. Sorgono addirittura "finanziarie collegate a studi medici pronte ad erogare prestiti ad aspiranti genitori": un "businesss per decine di miliardi e senza regole" ("Panorama", 11/12/1997). "Chi operava nel privato – scrive la Valentini – non aveva regole specifiche da rispettare…Non c’era alcun obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori del ministero. Non c’erano limiti alle tariffe e non esisteva neanche un registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria, come in molti altri paesi" (p.100).
Le tecniche infatti sono ancora molto sperimentali e molto costose: basti pensare che oggi un ciclo di Fiv può costare anche diecimila euro, esclusi annessi e connessi (solitamente viene ripetuto più e più volte), e che una donazione di ovociti arriva a ottomila euro. Si sa di coppie, in America, che spendono tuttora sino a trecentomila dollari per realizzare il sogno di un bambino tutto loro: del resto si tratta di un sacrificio che, dal punto di vista umano, è perfettamente "comprensibile" (“la Repubblica delle donne”, 16/10/2004). Il fatto triste è che in queste cliniche private e non, a cui lo Stato italiano non porrà alcun limite fino al 2004, succede un po’ di tutto: siamo nella fase iniziale, e occorre sperimentare, come per ogni procedimento scientifico.
Di quello che è successo, in realtà, sappiamo ben poco, perché tutto è rimasto a lungo nell’ombra. Per questo si è parlato per anni di “far west della provetta”, di sperimentazione selvaggia sul corpo delle donne e sulla speranza delle coppie. Ne parlavano, già negli anni Ottanta, non solo i cattolici, ma anche alcuni movimenti di sinistra, specie femministe e ambientalisti. Lo ricorda la Valentini, accennando qua e là ad alcuni nomi di personalità della sinistra italiana che dimostravano in quegli anni una certa preoccupazione per un fenomeno così grave e così assolutamente deregolamentato: il verde Alex Langer, Nilde Jotti, Livia Turco, la sociologa Franca Pizzini e la psicoanalista Marisa Fiumanò. Soprattutto in ambienti ecologisti e femministi ci si poneva il problema molto chiaramente: cosa è questa fecondazione in vitro? Che effetti ha sulla donna la tempesta di ormoni destinata a favorire l’iperstimolazione ovarica, preliminare ad ogni fiv? Come nasceranno gli eventuali bambini? Saranno sani o no? C’è il rischio di pratiche eugenetiche? E gli embrioni?
Del resto è ovvio chiederselo: siamo veramente in grado di controllare la vita?
Oggi, nell’anno
Lo scrive il professor Flamigni: "Non c’è mai stato nessun far west" ("Io donna", settembre 2004). Eppure la Valentini ci offre un ventaglio di storie da vero far west, raccapriccianti. In un capitolo intitolato "Benvenuti al circo Barnum" descrive le prodezze del ginecologo romano Severino Antinori, famoso anche perchè portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei testicoli dei topi. L’Antinori ha reso possibile, negli anni, la gravidanza di "decine di donne over sessanta", la più famosa delle quali è senz’altro Rosanna Della Corte, di anni 63. Questa donna "si sarebbe presentata nello studio romano di Antinori tenendo tra le mani un piccolo contenitore di azoto liquido" contenente lo sperma del marito, morto dieci anni prima (p.80). Sempre Antinori ha fatto partorire due gemelli ad una "imprenditrice inglese miliardaria di 59 anni", ed ha fatto sì che una ragazza siciliana, Manuela, portasse "in grembo l’embrione frutto degli ovociti della madre e degli spermatozoi del patrigno" (p.85). E’ successo anche il contrario: una mamma napoletana, Regina Bianchi, "aveva accettato di portare la gravidanza al posto della figlia", ma aveva perso il bambino. In più occasioni, in questi anni di sperimentazione selvaggia, venivano concepiti con Fiv, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali, spesso per l’impianto di troppi embrioni, 5, 6, addirittura 8 gemelli: con conseguenze gravi sulle mamme, con uteri che arrivavano a pesare 16 chili, mentre i bimbi in gran parte morivano, o nascevano prematuri, sottopeso, con gravi menomazioni fisiche e mentali (otto gemelli: a Napoli nel
Il problema dei troppi embrioni che i medici impiantavano, per maggior "efficienza", viene affrontato dalla Valentini anche a pagina 140 e 141, con una malizia che è stata spesso utilizzata in questi mesi da parte del fronte referendario. Si legge infatti a pagina 140 che una donna di 38 anni, dopo l’entrata in vigore della legge 40, è rimasta incinta di ben tre gemelli "a causa dell’obbligo di impiantare comunque tre embrioni": la colpa sarebbe dunque della legge, che impone l’impianto di troppi embrioni (ma prima non se ne impiantavano anche dieci?). A pagina 141 si parla invece di un’altra donna, le cui speranze di avere un figlio sarebbero pochissime causa l’ "obbligo di impiantare massimo tre embrioni": la colpa sarebbe dunque ancora della legge, questa volta perché permette l’impianto di troppo pochi embrioni! La verità è che la Legge 40 prescrive di impiantare un numero di embrioni "comunque non superiore a tre", e quindi anche inferiore, anche perché non si verifichino più casi come quelli degli otto gemelli citati.
Un altro fenomeno orribile di cui la Valentini dà conto è quello degli uteri in affitto. La Fiv senza regole infatti crea una sorta di nuovo lavoro: affittare il proprio utero per realizzare il desiderio di maternità di una coppia. In tutta Europa e in America nascono agenzie specializzate. Fabrizio Del Noce, nel suo "Non uccidere" (Mondadori), racconta che nel
In vari punti la Valentini parla della fecondazione eterologa, dichiarandosi ovviamente a favore. Ciò non le impedisce di raccontare che in molti paesi in cui l’eterologa è permessa vi sono dei registri col nome dei "donatori", affinchè il futuro bambino o bambina possa un giorno conoscere la sua origine genetica, per evitargli gravi danni psicologici. I genitori che non dicono subito ai figli che sono stati generati con gameti altrui, sostiene la Valentini, "danneggiano i figli", come dimostrano quattro casi da lei riportati: Heidi, nata da donatore, "ha gravi problemi psichici"; Peter racconta di aver finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; Robert, venuto a sapere per caso di essere nato da donatore, afferma: "E’ come essere stato investito da un treno"; Susannh, invece, spiega: "appena sarò più grande cercherò di sapere chi è l’uomo che ha dato alla mamma il seme che mi ha fatto nascere. E’ duro crescere senza sapere niente di metà del proprio patrimonio genetico". In Australia, scrive ancora la Valentini, in un "documentario andato in onda nel 2000 viene seguito passo dopo passo il viaggio di una ragazza di 17 anni alla ricerca del donatore che le aveva dato la vita" (p.168.169). Non si capisce, dopo questi esempi, dove stia la positività dell’eterologa (anche l’ovodonazione tra parenti viene definita "un disastro" a p.77).
Tanto più che essa richiede la crioconservazione (con il conseguente degrado biologico) e l’esistenza di banche del seme e degli embrioni: ne nascono alcune in questi anni di far west in Italia, tra cui quella di Roma, fondata da Emanuele Lauricella. Esse effettuano di solito la vendita di sperma e ovociti per corrispondenza, senza alcun controllo sanitario. C’è addirittura "un vero e proprio mercato di ovociti rubati e anche molti embrioni cambiavano proprietario" (p.102). Abbondano i "donatori", come li chiamano con un eufemismo i medici che fanno la Fiv (espertissimi nella neolingua orwelliana): si tratta di uomini e donne che vendono il seme o gli ovuli, di continuo, anche una volta al mese, spargendo a destra e a manca figli, che magari un giorno potrebbero anche incontrarsi senza saperlo. La Valentini nel suo libro ne intervista due, un maschio e una femmina: l’uomo è un tipo "colto, di sinistra", che vende il suo seme per 100.000 lire una volta al mese, affermando di provare un "generico senso di potenza". La donna è un’aspirante attrice, che mette insieme qualche soldo "donando" (ma in realtà vendendo) ovuli (pratica comunque pericolosa per la sua salute): anche lei provava, scrive la Valentini, "una specie di sensazione di potenza" all’idea di quanti bambini aveva fatto nascere nel suo quartiere.
La cosa incredibile è che alla fine gli autori di queste nefandezze, intendo soprattutto i medici, non hanno mai pagato. Sempre la Valentini sostiene che delle cinquanta donne da lei intervistate "quasi la metà ha riferito di episodi di malasanità in genere": molestie sessuali, impianto di embrioni altrui, eterologhe fatte senza permesso della coppia, stimolazioni ovariche eccessive, impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, aborti procurati per errori medici (p.101-102-103)… Eppure quasi nessuna coppia si arrischiava a denunciare i medici responsabili. Anche se lo avesse fatto, in assenza di legge, non sarebbe successo nulla. E’ emblematico a riguardo il caso del dottor Giovanni Mencaglia (p.108): costui "si era inventato la vendita dello sperma per corrispondenza". Nei suoi affari aveva venduto a vari centri di fecondazione artificiale un migliaio di dosi di seme di un solo donatore, affetto per di più da epatite C. Scoperto dalla polizia nel 1997, indagato per tentata epidemia, non aveva subito alcuna conseguenza ed era potuto tornare tranquillamente ai suoi esperimenti di fecondazione artificiale.
L’ultimo aneddoto istruttivo che citerò è quello di Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2, sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica per avere un figlio con Fiv. La Valentini racconta che durante una conferenza stampa la Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?". E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione artificiale" (p.95).
Infine, riguardo a tutta la problematica sulla sanità o meno dei bimbi nati da Fiv, la Valentini non ritiene opportuno parlare. Sfaterebbe il mito scientista, così ben costruito dalla stampa, a dispetto della realtà. Con la leggerezza di un uccello in volo si limita a scrivere, a pagina 160, che i trigemini, l’8% dei nati da Fiv, corrono vari rischi di "disagi fisici o mentali". Inoltre "si può ipotizzare che alcune tecniche danneggino la buona salute e la crescita regolare del bambino". Riguardo all’Icsi, conclude, "alcuni studiosi parlavano di lievi ritardi mentali nel primo anno di vita. Altri sostenevano che poteva provocare anomalie dei cromosomi sessuali"… ma non paiono problemi degni di approfondimento!
Eppure vi sono decine e decine di studi, non necessariamente contrari alla Fiv, che sottolineano le controindicazioni insite in queste nuove tecniche scientifiche.
Nel suo "Procreazione medicalmente assistita" (Armando editore, Roma, 2004), ad esempio, Manuela Ceccotti riporta uno schemino tratto da alcune indagini italiane ad opera di Eurispes (1990), Flamigni (1998), Sismer (1998), in cui risulta che in seguito a Fiv gli aborti vanno addirittura dal 18 al 30%; le prematurità dal 9 al 18%; i parti gemmellari, che sono sempre classificabili come complicazioni serie, dal 20 al 35 %; i parti trigemini, che sappiamo associati a rischio morte per la madre e a deficit fisici e/o mentali per i bimbi, dallo 0.5 al 6 %; la mortalità perinatale dal 13 al 17%; il basso peso alla nascita, con evidenti conseguenze sulla salute, dal 5 al 10%…
Si tratta per chiunque abbia un minimo di onestà di un bilancio angosciante, testimoniato da personalità e centri favorevoli alla Fiv, del resto perfettamente in accordo con quanto scriveva il già citato dottor Cittadini, pioniere della Fiv in Italia, nel suo "Il tempo del sogno", Sellerio. A pagina 31 ad esempio affermava: "Nel 1982 abbiamo trattato con Fivet 18 donne, avendone due gravidanze, entrambe esitate in aborto. Nel 1983 su 51 tentativi abbiamo avuto quattro gravidanze, delle quali due sono oggi presso il termine e due sono esitate in aborti…".
Ma torniamo al libro della Ceccotti. A pagina 111 si dice: "La mortalità materna è tre volte superiore nelle gravidanze multiple rispetto alle gravidanze singole, prevalentemente come conseguenza del maggior rischio di preeclampsia e di emorragia al parto (Nicolini e Hall). Per quanto riguarda i feti/neonati, molti sono i problemi derivati dalla prematurità. L’epoca gestazionale media per il parto è pari in media a 37 settimane per gravidanze bigemellari e 33.5 per trigemellari. La percentuale di nati di peso inferiore ai 1500g è del 10% per gemelli, 25% per trigemelli e maggiore del 50% per nati da gravidanze con quattro o più gemelli. Come conseguenza la mortalità perinatale è 4-5 volte superiore nelle gravidanze bigemellari e 9 volte superiore nelle gravidanze trigemellari… La probabilità di morte trascorso il periodo neonatale è 3 volte superiore nei gemelli rispetto ai singoli nati e quella della mortalità infantile 5 volte più elevata. Il rischio di paralisi cerebrale è del 7% nei gemelli e del 28% nei neonati da gravidanza trigemellare. Anche quando i bambini sopravvivono sono comuni i problemi di ritardo del linguaggio e le difficoltà di apprendimento. L’impatto sulla famiglia è inoltre importante: sono comuni infatti i problemi comportamentali nei fratelli maggiori dei gemelli e la depressione è più frequente nelle madri di gemelli che in quelle di nati singoli…". La Ceccotti prosegue ricordando che "il rischio di anomalie cromosomiche è aumentato", e che "esiste comunque un eccesso di rischio pari ad un fattore di circa tre volte per alcune malformazioni: difetti del tubo neurale, occlusioni del tratto gastroenterico, onfalocele ed ipospadia".
In conclusione, dopo aver letto il libro della Valentini, nonostante le strane omissioni, non è ben chiaro perché, per sentirsi buoni e amici della scienza, occorra essere intransigenti avversari di una legge che vieta le mamme-nonne, gli uteri in affitto, le banche del seme, l’impianto di troppi embrioni, e che istituisce per la prima volta in Italia un registro nazionale dei centri di Fiv e l’obbligo del consenso informato alle coppie. Consenso che spieghi le spese cui si va incontro, i rischi della iperstimolazione ovarica e quelli per la salute degli eventuali nascituri. Del resto è la stessa giornalista a dire, ad un certo punto, che il danno più grave non è quello fatto alle coppie sterili ma quello agli operatori del settore: "La categoria che forse più esce con le ossa rotte dalle nuove norme sono i medici della fecondazione assistita" (p.135). E questo può dispiacere a lei, che a fine libro ringrazia soprattutto loro, uno per uno, da Flamigni a Gianaroli a La Sala, ma non certo a chi crede che anche la scienza, come tutto, sia vincolata alla verità, alla giustizia e al bene delle persone.
Aveva quindi ragione il già citato Frossard, allorché proponeva Ponzio Pilato come patrono di quegli scienziati che si ritengono al di là del bene e del male, che non si pongono il problema riguardo alla bontà o meno di ciò che fanno: “Non ho sentito dire – concludeva – che gli alchimisti di Los Alamos abbiano perso il sonno dopo Hiroshima e Nagasaki. E’ stato un aviatore ad entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba; quelli che gliela avevano fornita non l’hanno neppure accompagnato fino alla porta del convento”.
Bisognerebbe sempre ricordarsi che sono esistiti gli psichiatri alla Lewis Yealland, che nella I guerra mondiale sperimentavano le scosse elettriche e le molle arroventate sui soldati in preda a crisi nervose; che è esistito il dottor Mengele, con la sua accolita di dottori nazionalsocialisti; che il neurochirurgo Egas Moniz vinse il premio Nobel nel 1949 per aver inventato la lobotomia, cioè perché tagliava i lombi frontali del cervello dei malati psichici trasformandoli in zombie. Bisognerebbe ricordare che in questi nostri anni il dottor Kevorkian si fa paladino dell’eutanasia per poi espiantare gli organi dei suoi assistiti; che centinaia di bambini sono stati rapiti ed espiantati, in Brasile, in Madagascar, nei paesi dell’est, da medici che lucravano sui loro organi… "Mors tua vita mea": è una filosofia troppo diffusa, per non andare coi piedi di piombo di fronte a fenomeni nuovi ed inquietanti come la Fiv.
(tratto da: Francesco Agnoli, "Voglio una vita manipolata", Ares)
Le strane battaglie di Umberto Veronesi.
Sul numero del Novembre-Dicembre 2004 del bimestrale scientifico “Darwin”, l’ex ministro Umberto Veronesi introduceva con un suo editoriale un corposo dossier sulla fecondazione artificiale, improntato sostanzialmente alla demolizione della legge 40/2004 e all’esaltazione del “progresso civile” che troppe forze oscure tenterebbero di frenare. Il paragone buttato lì dall’illustre scienziato è tra la nostra epoca ed il Seicento, secolo in cui “Newton, Cartesio e Galileo” convivevano insieme agli spietati bruciatori di streghe. L’armamentario, insomma, è quello solito della retorica più grossolana e anti-storica che possa esistere, aggravato dall’aver accostato in un ordine assurdo, cronologicamente e logicamente, i tre personaggi citati.
Per intenderci: Galilei muore nel 1642, anno in cui Newton è appena nato! Ma la cosa non stupisce chi ricordi alcune prodezze del personaggio in questione. Veronesi, infatti, fu il ministro della Salute che introdusse le prime grosse limitazioni sul fumo “nei luoghi chiusi, pubblici e privati”. “La scelta -affermava allora- è stata quella di essere integralisti per difendere i 44 milioni di non fumatori”. “Integralista”, e però, contemporaneamente, con ragionamenti non proprio coerenti, né punto brillanti, manifestava una certa antipatia per altri proibizionismi, non da lui ugualmente condivisi, in materia di droga. Riguardo all’ecstasy, per fare un esempio, sosteneva che “nessuno può dire che sia una cosa di grande benessere, però fortunatamente non è mortale e non dà grande dipendenza”. Come a dire che, in fondo, è sicuramente meglio delle sigarette, che fanno invece ben “50.000 morti all’anno in Italia”. Si sa invece che l’ecstasy è una droga sintetica euforizzante con effetti imprevedibili, che non andrebbero mai sminuiti, tantomeno da un ministro della Sanità. Può infatti non provocare nulla di immediatamente riscontrabile, in molte circostanze, ma essere addirittura mortale, nell’arco di poche ore, in altre. Può generare inoltre irritabilità, stati depressivi e gravi conseguenze di tipo psichiatrico.
Con la stessa leggerezza ideologica con cui si schierava contro il fumo e a difesa dell’antiproibizionismo in materia di droghe leggere, Veronesi si è più volte pronunciato per la clonazione terapeutica, spiegando che è solo il mondo cattolico ad aver deciso “di chiamare embrione la cellula dopo l’incontro tra spermatozoo e ovocita”, mentre “per esserci un embrione deve esserci lo spermatozoo, l’uovo e l’utero” (La Stampa 29/11/2001). Si tratta evidentemente di una affermazione ridicola, purtroppo ripresa recentemente anche dal celebre filosofo cattolico Giovanni Reale: “qualcuno dovrebbe spiegarmi come si può considerare persona sia pure in potenza un embrione che non si trova ancora nel luogo giusto, cioè nel ventre materno” (L’Espresso, 3/2/2005). Se occorre spiegarlo, dunque, lo spieghiamo. L’embrione non è appendice di nessuno, ma un nuovo organismo che si sviluppa senza soluzione di continuità, senza salti, e che “conserverà sempre la sua singolarità genetica, perché non usufruirà di nessun apporto di materiale genetico organizzato che intervenga dall’esterno a modificarlo”. Inoltre sarà “sempre geneticamente autonomo dal controllo genetico della madre e meccanicamente isolato dall’organismo materno grazie ad una membrana mucopolisaccaridica prima e al trofoblasto poi” (Giorgio Carbone, “L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?”, ESD). Non importa quindi che cresca nell’utero della madre o in quello della nonna, in un utero con affitto gratuito o a pagamento, in una mamma bianca o nera, come nella nostra epoca è successo e succederà: le sue caratteristiche genetiche, fisiche, sono già scritte, indipendentemente da colei che lo accoglierà. L’embrione non è, infatti, come la statua fatta da un falegname, plasmata a suo piacere, nel tempo voluto e secondo un suo personale disegno, che può essere tranquillamente considerata una proprietà e un “brevetto” del falegname stesso. E’ qualcosa di autonomo, affidato all’ospitalità generosa del grembo materno: la donna lo accoglie, non per plasmarlo o determinarlo, ma per assisterlo, per aiutarne lo sviluppo, perché l’embrione non è suo, ma dipende da lei “sotto l’aspetto metabolico funzionale per l’apporto dell’ossigeno e del materiale”. Dipende da lei similmente a come il pesce dipende dall’acqua e noi dall’ossigeno: nessuno può dunque dire che il pesce fuor d’acqua, cioè fuori dal suo “luogo giusto”, non è un pesce! Tanto più assurdo dunque il discorso di Veronesi e di Reale riguardo alla Fiv o alla clonazione terapeutica. Infatti l’embrione scientemente prodotto viene “coltivato” in vitro, cioè in un ambiente che vuole sostituire l’utero materno: è possibile creare l’embrione, per poterne sfruttare le caratteristiche, e dire al tempo stesso che non esiste, perché manca l’utero?
In altra occasione, presentando a Milano un libro di Giacomo Properzi, “C’erano una volta i laici”, Veronesi esponeva teorie assai simili a quelle di Francis Galton, l’inventore della moderna eugenetica, e a quelle di alcune personalità del nazismo. Occorre infatti realizzare, affermava, “il controllo dell’evoluzione dell’umanità”. Nientemeno. Infatti “l’evoluzione del mondo è una evoluzione moralmente cieca. La selezione naturale è il risultato di due grandi fattori. La casualità delle mutazioni che occorrono in milioni ogni giorno, tra di noi, e che sono puramente cieche e casuali, e l’ambiente che permette o non permette alle nuove mutazioni di sopravvivere o meno. In questa condizione abbastanza disastrosa di pura casualità di tutti gli eventi, per cui, come dice un grande teologo protestante, il mondo è pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli dove tutti sono contro tutti, come dice Engelhardt, dove l’evoluzione è priva di una normativa etica intrinseca, forse incominciamo a delineare di intervenire geneticamente, almeno ad ideare, ad immaginare anche l’utilizzo della genetica ai fini di un miglior controllo di queste assurdità evolutive”. Proponeva cioè, con uno stile più involuto che evoluto, che alla casta sacrale degli scienziati, cui lui appartiene, sia affidato il compito di guidare, di controllare l’evoluzione umana, attraverso la manipolazione genetica; il compito di mettere ordine là dove, in natura, si trova solo disordine; di eliminare presunte mostruosità ed errori, e cioè creature umane malriuscite, per creare l’uomo, che non sia più figlio della “pura casualità”. Un delirio di onnipotenza che ha qualcosa di terrificante: il mondo che evolve ciecamente, raddrizzato, regolato, riprogrammato dai conoscitori del Dna, per conto del mondo intero! Ma in base a quali principi? Con quali giustificazioni etiche? Veronesi lo lascia capire qualche riga più sotto, quando cita Engelhardt, definendolo “il più grande bioetico del mondo”. E chi è costui? Trattasi di un famoso medico filosofo statunitense che sostiene che né l’embrione, né il feto, né l’infante, sino ad una certa data sono da considerarsi persone, essendo in realtà il loro “status morale” inferiore a quello dei mammiferi adulti!
Ma passiamo al dossier in questione. Ci aspetteremmo che gli “amici” dell’illustre Ministro ci raccontino gli splendori della scienza, la sua capacità di ridurre le mostruosità e gli errori della natura, di portare alla causalità ordinata, logica e benigna, la casualità assurda della natura. Invece no, a leggere attentamente non è proprio così. Sembra, anzi, che le mostruosità le compiano gli uomini, nei loro laboratori. Andiamo con ordine. Il primo articolo, a firma Arne Sunde, definisce la legge 40 “disastrosa per le coppie infertili e per le cliniche di fecondazione assistita”, anche se, almeno, lascia aperta la porta al congelamento degli ovociti: “quest’ultima è una tecnica che è ancora nella sua infanzia e ha dato vita a un numero di bambini troppo modesto perché possa essere considerata sicura”. Non è sicura, quindi, ma intanto la adottiamo! Altri articoli presentano contraddizioni ed assurdità patenti, che è meglio non analizzare, per giungere subito all’esposizione di Annapia Ferraretti, Maria Cristina Magli, Arianna D’Angelo, tre operatrici nel campo della fecondazione artificiale. Costoro dicono chiaramente che la gravidanza multipla “è oggi riconosciuta come la complicanza più frequente dei trattamenti per l’infertilità”, sia che si tratti di gravidanza gemellare che plurigemellare. “L’unica misura preventiva sarebbe il trasferimento del minor numero possibile di embrioni”, cosa che non avviene in Italia: il nostro infatti “è tra i paesi con la più alta incidenza di gravidanze multiple”, per via della consuetudine di impiantare troppi embrioni. Il registro mondiale del 1998 segnala che ogni 100 bambini nati con Pma, 30 sono gemelli e 9 trigemini, “mentre nella popolazione normale la gravidanza gemellare incide per 1 su 80 e quella trigemina per 1 su 6.400”. Cosa significa tutto ciò? “E’ noto da tempo che le gravidanze multiple comportano un alto rischio di complicanze sia per la madre sia per i neonati. Ma solo più recentemente è risultato chiaro come queste gravidanze possano avere ripercussioni a lungo termine sulla salute dei nati. E’ infatti ben documentato come la gravidanza multipla sia associata a una serie di rischi per la salute della madre, quali ipertensione, fenomeni tromboembolici, infezioni urinarie, anemia, distacco di placenta. In questi casi la gestante necessita più frequentemente di riposo assoluto, di ospedalizzazione, di cure mediche, di tagli cesarei ed è ad alto rischio di parti prematuri con conseguenze sulla salute dei nati…La maggior parte dei rischi per la salute dei neonati, sia per la mortalità che per la morbilità, è legata al fatto che nascono più frequentemente da parti pretermine e con un peso più basso rispetto ai nati da gravidanze singole…La prematurità aumenta inoltre il rischio di complicanze neonatali quali l’emorragia intraventricolare, la sindrome da distress respiratorio, la sepsi, la retinopatia, raggiungendo percentuali con incidenza variabile tra il 10% e il 40% nei nati da gravidanze plurigemellari…Per quanto riguarda le complicanze pediatriche i nati da gravidanze multiple, che sopravvivono al periodo post-natale, hanno un maggior rischio di complicanze nello sviluppo fisico e psichico. Rispetto alle gravidanze singole il rischio di handicap è quasi il doppio nei nati da gravidanza gemellare e triplo nei nati da gravidanze plurigemellari. Le complicanze più frequenti compaiono a carico del sistema neurologico e possono variare da lievi anomalie, come ritardo nello sviluppo del linguaggio, a deficit mentali veri e propri. Oltre a quanto descritto la gravidanza multipla sembra avere un impatto anche a livello psicologico nel contesto familiare. Uno studio eseguito nel
Lo status della questione è poi chiarito da uno schemino, che riporta la situazione italiana: nel 1997, con un numero medio di 3,5 embrioni trasferiti, vi è stato un 20% di parti gemellari, un 5% di parti trigemini, ed un 1% di quadrigemini; nell’anno 2000 su 2.841 parti vi sono state 533 gravidanze interrotte, 571 parti gemellari, 97 parti trigemini e 8 parti quadrigemini… Se ne desume, ad occhio, che la fecondazione artificiale è una sorta di roulette russa, e che “il mondo pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli” di cui parlava il Veronesi non è il nostro, attuale, ma quello che i manipolatori della vita stanno apparecchiandoci, seppure con la loro rassicurante, immensa e grassa prosopopea.