Francis Crick, scopritore del Dna, preferisce gli extraterrestri a Dio.

Gli antichi presocratici, che non credevano ad un Dio creatore, cercavano nella realtà un principio primo, qualcosa di altro, tangibile e visibile, capace di rendere conto di tutto l’esistente: tutto deriva dall’acqua, o dall’aria, o dagli atomi….I moderni presocratici, alla Darwin, hanno provato a ripetere lo schema filosofico, non scientifico. Tutto, ma proprio tutto, deriva da altro: da un’ ameba originaria…Nella modernità che rifiuta Dio, l’acqua, o l’ameba, tornano a divenire dio, come nei tempi antichi, alla faccia dell’evoluzione, e l’uomo, di conseguenza, precipita a creatura inferiore all’acqua e all’ameba stessi, che ne sarebbero la causa! Al punto che evoluzionisti come Darwin e Spencer si oppongono alla vaccinazione, in quanto essa salva sì migliaia di uomini, ma determina anche un “impedimento al realizzarsi della libera competizione”. In realtà, da subito, molti evoluzionisti, tra cui Wallace, amico di Darwin, e per molti aspetti superiore, e Lyell, anch’egli amico e ispiratore di Darwin, si distaccano, insieme al grosso degli evoluzionisti, dal pensiero del loro celebre amico, per affermare l’esistenza di un salto evolutivo tra il bruto e l’uomo, e la presenza, nella natura, di un “disegno”, di un “piano”, di una “mente” superiore: l’esistenza di un Altro, con la maiuscola, che solo può spiegare la bellezza, la complessità, il “mistero della creazione”. Circa duecento anni più tardi, Francis Crick, scopritore della struttura a doppia elica del Dna, premio Nobel, e sostenitore di una moderna versione dell’eugenetica, deve fare i conti con qualcosa di straordinario: l’esistenza, in natura, persino nella forma di vita più meschina, di un principio informatore, di una misteriosa intelligenza intrinseca. Scrive così un’opera intitolata, in italiano, “L’origine della vita” (Garzanti), con prefazione del celebre scienziato Tullio Regge. In tale introduzione di appena tre pagine, torna almeno in due occasione il concetto di miracolo: di fronte al Dna, Regge parla di “reazioni chimiche che vengono miracolosamente regolate da una folla di enzimi specializzati la cui efficienza supera di gran lunga quella dei catalizzatori industriali”. Il Dna, insomma, secondo uno scienziato laico, oltrepassa l’opera intelligente, il disegno delle maggiori invenzioni umane. Nella seconda pagina della sua trattazione Crick, invece, esprime subito il suo atto di fede presocratico: tutto deriva da altro. Lo fa, però, introducendo un aggettivo poco scientifico, “misterioso”, al quale seguirà più volte la parola “miracolo” (ad es. a p. 52, 85…): “Il passo successivo è per ora misterioso: la formazione, a partire dalla zuppa (originaria, ma non si sa di quale provenienza, ndr), di un sistema chimico primordiale ma autoriproducentesi”. Nel capitolo intitolato “Aspetti della vita” Crick nega implicitamente la credenza darwiniana nel caso. Paragonando la struttura di una proteina, composta di tanti aminoacidi, ad una frase formata di lettere, scrive: “Anche se disponessimo di un miliardo di scimmie che sappiano scrivere a macchina è quasi nulla la possibilità che esse riescano a scrivere correttamente, durante un periodo pari all’età dell’universo, anche una sola terzina di Dante…abbiamo quindi scoperto che …esistono strutture complesse che si presentano in molte copie identiche, che hanno cioè una complessità organizzata, e che non possono essere nate per caso. La vita, da questo punto di vista, è un evento infinitamente raro, tuttavia la vediamo brulicare intorno a noi. Come è possibile che una cosa così rara sia così comune?”. A pagina 85 Crick conclude: “Un uomo onesto, munito di tutte le conoscenze attuali, può solo affermare che per ora, in un certo senso, l’origine della vita appare quasi un miracolo tante sono le condizioni che debbono essere soddisfatte perché il meccanismo si metta in moto”. Ma se la vita si è sviluppata sulla Terra, continua Crick, così “miracolosamente”, perché ciò non è avvenuto anche su altri pianeti, dove sarebbe stata più probabile, essendo essi più grandi e contenendo quantità immense di materiale organico? Non volendo ammettere l’esistenza e la necessità logica di un Altro, irriducibile a molecole di acqua o ad amebe, Crick finisce per cadere nell’assurdo: la vita non sarebbe nata sulla Terra, evento scientificamente troppo improbabile, troppo “misterioso”, ma “sarebbe arrivata non grazie ad un intervento divino bensì portata da una astronave lanciata da una superciviltà scomparsa da tempo” e abitata da “guardiani cosmici” che ci osservano senza essere visti… Che creduloni, questi scienziati “atei”!

I signori del DNA.

Il sociologo Edgar Morin ha recentemente affermato che c’è il rischio di nuovi, terribili totalitarismi, in cui le biotecnologie, di per sé, in molti aspetti, anche buone, potranno diventare lo strumento principale dei nuovi dittatori! Occorrono esempi concreti? Ne farò qualcuno, rifacendomi ad un testo scritto da alcuni giuristi e scienziati, intitolato “I giudici davanti alla genetica” (Ibis, Pavia, 2002). Non prima, però, di aver ricordato, a titolo esemplificativo, lo strano fatto per cui oggi in Cina, cioè in un paese ancora dittatoriale, “esistono già circa 40 cliniche di fecondazione in vitro, spesso costruite con l’assistenza dell’esercito, che, unitamente a influenti segmenti governativi, sembra profondere grande impegno a favore dello sviluppo di queste tecnologie” (Gregory Stock, “Riprogettare gli esseri umani”, Orme). Non si può non chiedersi: perché tanta attenzione alla sterilità, in un paese sovrappopolato e con la politica del figlio unico, come la Cina? Cosa importa la fecondazione artificiale all’esercito e al governo?
Lascio a voi la risposta, e ritorno al libro citato. Nel primo intervento il magistrato Amedeo Santosuosso ricorda alcuni rischi connessi alla “discriminazione su base genetica”: senza parlare della folle abitudine di scegliere i figli su misura, attraverso l’utilizzo di test genetici, della Fiv e dell’aborto selettivo, allude a questioni concernenti gli adulti. In particolare, ad esempio, cita il caso di Theresa Morelli, avvocatessa dell’Ohio: costei “si rivolge ad una compagnia di assicurazione per stipulare una polizza sanitaria, ma il contratto le viene rifiutato. Il motivo: è noto che il padre è affetto da Corea di Hungtington, malattia ereditaria che la giovane donna ha il 50% di probabilità di aver ereditato come predisposizione…Milioni di americani, al pari di Theresa, corrono il rischio di perdere la copertura assicurativa in quanto portatori di geni che sono associati ad una malattia”. Un rischio analogo può avvenire nel campo del lavoro: “la discriminazione genetica da parte dei datori di lavoro è una sorta di effetto collaterale della discriminazione genetica da parte di assicurazioni sanitarie: i datori di lavoro, infatti, sono interessati a discriminare geneticamente i dipendenti o gli aspiranti al posto di lavoro nella prospettiva di contenere i costi delle assicurazioni sanitarie, per malattie, infortuni, assenze”. Potrebbero bastare queste brevi considerazioni per comprendere che il pericolo non è tanto un nuovo “oscurantismo”, quanto, semmai, un nuovo liberismo assoluto nel campo scientifico-tecnologico! Ma il Santosuosso ci fornisce altre interessanti notizie: “il 17 dicembre 1998 il Parlamento Islandese…approva una legge che autorizza la raccolta e l’elaborazione dei dati sanitari e genetici dell’intera popolazione dell’isola da parte di imprese private a scopo di profitto”. Succede cioè che la società “deCode Genetics”, con interessi nel campo farmaceutico, viene autorizzata a accumulare “i dati che i medici raccolgono dai loro pazienti, i dati già raccolti sulla popolazione deceduta, i dettagliati alberi genealogici conservati da molto tempo presso le chiese sparse nel paese e i dati su campioni di sangue e tessuti”. La “deCode Genetics” “acquista il diritto di usare, per dodici anni, e a scopo di profitto economico” tutti questi dati! La cosa incredibile sta dunque nel fatto che uno Stato possa vendere tutte le informazioni più riservate (genetic privacy) del suo popolo ad una azienda privata, fondata con capitali americani, e quindi stranieri, che, a sua volta, senza neppure consenso informato, può elaborarli e utilizzarli “a scopo di profitto, con un pressoché totale diritto di esclusiva”! L’acceso poi, anche dello Stato, a tali “dati legati alla predizione di malattie” potrebbe aprire al strada anche alle tentazioni eugenetiche: “non bisogna mai dimenticare che tutta la legislazione eugenica di inizio Novecento, e poi quella della Germania, avevano come obiettivo dichiarato il miglioramento della società”. Il caso Islandese ci permette di toccare brevemente un altro aspetto legato alle biotecnologie. Quello degli interessi economici connessi ai brevetti. Scriveva Jacques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, nel suo “La vita in vendita”: “la vita sta per essere integralmente trasformata in capitale e in merce, ovvero in fonte di profitto e in oggetto di scambio. Negli USA la terapia genica fa parte della nuova economia ed è quotata in Borsa…Nel 1980 la Corte Suprema Americana ha dichiarato brevettabile un batterio transgenico, mangiatore di idrocarburi, manipolato da un ricercatore. Per motivi di sicurezza il microbo non è mai uscito dal laboratorio per combattere una marea nera. Ma è entrato nella storia come il primo organismo vivente brevettato. Poiché il suo genoma era stato modificato da una mano d’uomo, era passato dal mondo dei prodotti naturali (non brevettabili), a quello delle invenzioni (brevettabili). Qualche anno fa, l’ufficio americano dei brevetti aveva concesso a Incyte un brevetto su 44 geni umani. L’unico lavoro dell’azienda era consistito nello scoprire un frammento di ciascuno dei 44 geni, senza nemmeno che la loro funzione precisa fosse identificata. Ma questi geni sono ormai una sua proprietà esclusiva: nessuno potrà sfruttarli senza l’accordo, vale a dire royalties che immaginiamo alte, di Incyte…L’appropriazione dell’oggetto scoperto, che sopprime il limite tra scoperta e invenzione, è qualcosa di nuovo nella scienza. Riusciamo a immaginare Cuvier che reclama i diritti sui fossili, o Marie Curie che fa brevettare l’uranio?”. Il problema dei brevetti (per esempio sulle staminali embrionali) è dunque assai serio, anche se nella recente campagna contro la legge 40 non se ne è quasi mai discusso, forse per fingere che il denaro non c’entrasse nulla! Ne parla anche la giurista Mariachiara Tallacchini nel saggio della Ibis già citato, sottolineando come, mentre la “disciplina statunitense sui brevetti considera come fenomeni non distinguibili scoperta e invenzione”, “la Direttiva europea 98/44/EEC sulle invenzioni biotecnologiche non definisce il termine invenzione, ma indica in novità, inventività e applicabilità industriale i requisiti delle invenzioni biotecnologiche, la cui brevettabilità è ammissibile anche se esse riguardino un prodotto consistente in, o contenente, un materiale biologico o un processo in cui sia prodotto, processato o utilizzato un materiale biologico (art.3)”. A tal riguardo il già citato Santosuosso specifica: “un elemento isolato dal corpo o prodotto con un processo tecnico, ivi compresa la sequenza parziale o totale di un gene, può rappresentare una invenzione brevettabile, anche se la struttura dell’elemento riprodotto è identica a quella naturale”. E’ evidente come, anche nel caso dei brevetti, ci si trovi di fronte a qualcosa di epocale. Lo scriveva anche l’europarlamentare verde Alex Langer: “finora quello che è terapia medica era sempre stato escluso dalla brevettabilità. Come ovviamente era escluso il corpo umano. Domani saremo nelle mani di chi ha la titolarità di questi brevetti” (Il Foglio, 2/7/2005). Se così è non possiamo non gettarci a capofitto, ancora una volta, nella battaglia per impedire che il progresso divenga fonte di asservimento e di perdita della libertà, “il bene più prezioso che i cieli abbiano dato agli uomini”. In nome di questa libertà, e del diritto naturale, occorrerebbe forse stipulare una inedita alleanza, che veda coinvolte anche quelle forze ambientaliste e no global sincere, che in parte hanno colto l’estremo inganno in cui i loro leaders li hanno portati: perché non si può essere per la natura, e poi schierarsi, come i Verdi italiani, contro la legge 40 (pessima, ma per le troppe aperture, non, come dicono, per limiti, pochissimi, che impone)! E non si può essere critici verso le multinazionali e lo strapotere dell’economia, e non contrastare l’estrema commercializzazione del corpo umano e della sua salute! (Da: “Controriforme”, Fede & Cultura)

Apocalypto, la scoperta e la colonizazzione delle Americhe

A breve sarà nei cinema il nuovo film di Mel Gibson, l’autore di Passion, Braveheart… La vicenda raccontata nel film è quella della conquista spagnola dell’America Latina, e della fine dell’Impero maya e azteco. Per capirla è utile ripassare brevemente la storia, e accennare ad un altro celebre film sull’argomento, Mission, con Robert De Niro. Quando gli spagnoli iniziano a penetrare nel Nuovo Continente si presenta davanti a loro una terra affascinante per la varietà dei colori, delle piante, degli stupendi uccelli variopinti che nessuno, in Europa, ha mai visto. Con grande stupore vedono anche "strade, argini ben costruiti, ponti acquedotti, case, torri, santuari e fortezze biancheggianti, templi smisurati, tutti fatti di pietra", e oro, argento e monili preziosi in quantità.

Coloro che, giunti da lontano, conquisteranno queste terre meravigliose, sono pochi e male armati: Cortes, il conquistatore del Messico, ha con sé appena 600 uomini, sedici cavalli, trentadue balestre e qualche, primitivo, archibugio; Pizarro, conquistatore dell’ impero Inca, 62 cavalieri, 106 fanti e una dozzina di fucili. Ma i conquistadores non sono solo avventurieri assetati di ricchezze. Nella loro penetrazione nei territori americani vengono colpiti da spettacoli atroci: lungo le scalinate dei templi trovano arti e corpi di fanciulli e fanciulle massacrati e offerti in sacrificio alle divinità del luogo. Infatti, gli Aztechi, e, in misura minore, anche gli Incas, sono convinti che sia continuamente necessario sacrificare alle forze naturali, specie al dio Sole, per evitare che questo cessi la sua funzione e si spenga: "A insanguinare ogni giorno i gradini degli enormi templi era quest’ansia ossessionante di non lasciare finire il mondo, un’ansia che raggiungeva il suo culmine ogni cinquantadue anni, quando la minaccia della catastrofe si faceva più concreta e imminente" ( Bernal Diaz del Castillo, La conquista del Messico, Longanesi, Milano, 1980 (prefazione di Franco Marenco e Pietro Citati).

Così presso gli Aztechi "quattro preti afferravano la vittima scaraventandola sulla pietra sacrificale. Quindi il Gran Sacerdote piantava il coltello sotto il capezzolo sinistro facendosi largo attraverso la cassa toracica, finché, rovistando a mani nude, non riusciva a strappare il cuore ancora pulsante e a metterlo in una coppa per offrirlo agli dei. Dopodiché i corpi venivano fatti precipitare dalle scale dalla piramide: ad attenderli, al fondo, c’erano altri preti che incidevano ogni corpo sulla schiena, dalla nuca ai talloni, e ne strappavano la pelle…"; infine gli arti venivano donati, a seconda del loro pregio, a sacerdoti e guerrieri per essere mangiati (cannibalismo; Vittorio Messori, Pensare la storia, Paoline, 1992; Luigi Lunari, Cortes, Rizzoli, Milano 2000; G.C. Vailiant, La civiltà Azteca, Einaudi, Torino, 1992: in quest’ultimo testo si descrivono altre terribili usanze, quale quella di costruire "grandi rastrelliere coperte di teschi" o quella di fare a pezzi, con mazze armate di lame di ossidiana, dei prigionieri legati a pietre circolari e offerti al dio Sole).

Sotto gli Incas la situazione è analoga: specie bambini e vergini vengono sgozzati, strangolati o espiantati, alla maniera azteca, del cuore, per allontanare carestie, epidemie ecc. Si arrivano a sacrificare fino a 20.000 persone in un solo giorno. Queste vere e proprie mattanze determinano la necessità di continue guerre per procurare i sacrificandi, così che Aztechi ed Incas assoggettano e terrorizzano le popolazioni confinanti. Proprio su queste fanno leva Cortes e Pizarro, che altrimenti mai avrebbero potuto sconfiggere eserciti immensamente superiori al loro, per numero e conoscenza del territorio.

Entrambi spiegano agli indigeni di adorare un Dio che non richiede sacrifici umani e crudeltà e ottengono così il sostegno di intere tribù. D’altra parte sia Montezuma, imperatore degli Aztechi, che Atahualpa, imperatore degli Incas, considerato il figlio del Sole e proprietario di tutta la terra, reagiscono in modo altalenante ed ambiguo di fronte agli spagnoli: a momenti decisi a difendersi, appaiono invece, per lo più, sconfortati e rassegnati. Infatti, per rimanere a Montezuma, di cui abbiamo maggiori notizie, egli è convinto, secondo una tradizione antica, che il 1519, proprio l’anno in cui Cortes ha toccato la terra ferma americana, sia l’anno "della Canna", quello stabilito da secoli per il ritorno del dio Quetzalcoatl, il Serpente Piumato, l’unico dio che non vuole sacrifici umani, "dalla carnagione chiara, i lunghi capelli e lunga la barba": ora Cortes si presenta proprio così, con la carnagione chiara, così diversa da quella degli indigeni, e fieramente contrario ai sacrifici umani. Non può che essere un dio, e Montezuma, atterrito, non sa come affrontarlo e si lascia addirittura catturare senza opporre resistenza! La conquista del Nuovo Mondo da parte degli spagnoli non fu dunque quella descritta dalla storiografia illuminista prima (si pensi ai "generosi Incassi" del Parini) e da quella anglosassone poi: non fu lo scontro tra i cattivi Europei, da una parte, e "selvaggi buoni", ma anche civilizzati, dall’altra. Questo è tanto vero che nei territori sotto la Spagna le popolazioni che avevano accolto benevolmente i conquistadores per liberarsi dall’oppressione azteca e incas, si amalgamarono piuttosto bene con i nuovi venuti. La Chiesa, tramite i suoi missionari, sollecitò il matrimonio misto e una pacifica convivenza, sforzandosi di limitare eventuali prevaricazioni e prepotenze, sempre presenti nell’agire umano.

La apparizione delle Vergine "morenita", una Madonna di colore, identica alle donne indie fin nell’abbigliamento, nel 1531, contribuì enormemente ad unire i due popoli (Guadalupe è il santuario più frequentato al mondo). Ancora oggi questo si può vedere nella composizione etnica degli stati dell’America Latina che furono sotto la Spagna dei "re cattolicissimi", Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia: infatti in Messico, in Bolivia, in Perù eccetera, "quasi il 90% della popolazione o discende direttamente dagli antichi abitanti o è il frutto di incroci tra indigeni e nuovi arrivati", laddove negli Stati Uniti, dove giunsero gli inglesi anglicani e puritani, la popolazione del luogo, i cosiddetti pellerossa, sono stati quasi tutti sterminati. Certo, come appare anche nel film "Mission", vi furono, tra i colonizzatori, di quelli che approfittarono degli indigeni per farli schiavi, ma questo contro il volere della corona di Spagna e della Chiesa. Nei territori dominati dai Portoghesi, invece, e in specie nel Brasile, la schiavitù era non solo praticata da alcuni, ma anche permessa per legge. Mentre i missionari gesuiti realizzano la cosiddetta "Repubblica del Guaranì", vero modello di società cristiana e di armonizzazione pacifica tra due diverse culture, l’Europa è percorsa dalla dirompente vitalità del pensiero illuminista. I filosofi inglesi e, soprattutto, francesi, diffondono nel vecchio continente ideali nuovi e una critica piuttosto aspra nei confronti della Chiesa. Se è vero, infatti, che tolleranza e libertà religiosa divengono i capisaldi di questa nuova cultura, è altrettanto vero che, nella pratica, teoria e prassi, principi ed applicazioni, spesso, non si corrispondono: lo stesso Voltaire, acceso sostenitore della libertà di pensiero, ma in segreto partner economico di trafficanti di schiavi, afferma senza esitazione la necessità di combattere in ogni modo la Chiesa (il celebre motto "schiacciate l’infame").

Il pensiero cristiano viene infatti denigrato e ripudiato sotto molti aspetti: l’illuminista Diderot, ad esempio, contrappone alla morale cristiana il modello del buon selvaggio tahitiano, che pratica, senza alcun falso scrupolo, l’incesto, l’adulterio, l’accoppiamento libero e casuale. Sulla stessa lunghezza d’onda si muovono le riflessioni di Morelly, Dom Deschamps e Restif de la Bretonne, che, "in omaggio alla dottrina settecentesca che considerava il tabù dell’incesto alla stregua di un pregiudizio religioso", arrivò ad avere rapporti con le sue stesse figlie. In campo economico poi, il pensiero illuminista francese era tributario del liberismo inglese, il quale rintracciava nella riforma anglicana e nella separazione dell’Inghilterra dalla Roma cattolica ad opera di Enrico VIII, l’origine del suo processo di modernizzazione economica. Così ai filosofi illuministi e ai "despoti illuminati" del Settecento (Maria Teresa d’Austria, Federico II di Prussia; Caterina II di Russia…) sembrava che, da una parte, fosse necessario assoggettare la Chiesa al potere politico (dottrina del giurisdizionalismo); dall’altra che occorresse sopprimere il più possibile gli ordini religiosi, per incamerarne i beni al fine di arricchire il potere statale e di rifornire di terre e di capitali la ricca borghesia imprenditrice. Succedeva insomma quello che era avvenuto in Inghilterra ai tempi di Enrico VIII e di Elisabetta, con l’esproprio massiccio dei terreni della Chiesa, affidati di solito ai più poveri, e quindi poco produttivi, e con la loro privatizzazione. E’ facile capire che, in questo clima, il potente ordine dei Gesuiti non fosse visto di buon occhio nelle corti europee, che, come dice il cardinale protagonista del film, apparivano a quell’epoca giungle insidiose e terribili. Infatti, oltre che proprietari di scuole e di beni appetibili per i vari Stati, i gesuiti si ergevano a difesa degli interessi degli indigeni nei paesi dell’America Latina sottomessa agli europei.

In Portogallo, il primo ministro, il marchese di Pombal, sostenne una vera e propria campagna di denigrazione contro la Compagnia di Gesù, cercando addirittura di instillare nel pontefice Clemente XIV il sospetto di poter essere avvelenato da un sicario gesuita. Tra le altre cose, "fece persino coniare delle monete con l’effige di un gesuita che si definiva re del Portogallo con il nome di Nicola I". Così, quando nella notte del 3 settembre 1758 il sovrano portoghese rimase leggermente ferito nel corso di un attentato da parte di ignoti, Pombal colse l’occasione per far sopprimere l’Ordine dei Gesuiti, da lui accusati di essere i mandanti. Ne sequestrò poi i beni, ne condannò alcuni a morte ed espulse gli altri dal paese. Similmente avvenne in Francia dove si giunse allo scioglimento dell’Ordine nel 1762. In Spagna invece l’espulsione dei 5000 gesuiti "durò lo spazio di un mattino": molti si imbarcarono su zattere di fortuna per raggiungere Roma ma morirono per mare. La persecuzione si estese ad altri paesi europei, finché papa Clemente XIV, coartato dai potenti dell’epoca, soppresse egli stesso la Compagnia fondata da S. Ignazio, nell’agosto del 1773. Ovunque, naturalmente, le terre e i beni dell’Ordine furono incamerati dagli Stati, che li rivendettero alla ricca borghesia, mentre le scuole gestite dai gesuiti divennero tra le prime scuole statali dell’età contemporanea. Se ora facciamo un passo indietro di pochi anni, al 1750, cioè all’epoca in cui è ambientato il film, possiamo comprendere il dramma interiore del cardinale gesuita protagonista: da una parte la sua volontà di salvare le missioni guaranì, dall’altra la paura che un gesto simile avrebbe provocato le ire del marchese di Pombal nei confronti della Chiesa in generale e del suo Ordine in particolare. Ma, come si è visto, il suo cedimento non valse a nulla, perché l’Ordine fu ugualmente travolto e gli indigeni finirono come, nelle corti, si era deciso ( C.Lugon, La rèpublique des Guaranis, Foi Vivante, Paris, 1949; Guido Sommavilla, La compagnia di Gesù, Rizzoli, Milano 1985).

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Gli esordi di Prodi all’Iri e le importanti amicizie.

Dopo la crisi del 1929, che getta nel panico i risparmiatori del Nuovo Mondo e quelli della vecchia Europa, vi sono ovunque banche e aziende che chiudono e disoccupati che vagano.
La soluzione al dramma economico, pressochè dappertutto, è costituita dall’intervento degli Stati in economia: negli Stati Uniti viene adottato il New Deal, in Germania, di fronte a 6 milioni di disoccupati, Hitler investe soldi pubblici nell’industria bellica, nelle autostrade e nella ricostruzione.
Anche in Italia la situazione è difficile, con 1.300.000 disoccupati, l’industria e l’agricoltura in crisi.
Il regime fascista cerca di porvi rimedio istituendo l’IMI nel novembre 1931 e l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, nel gennaio 1933. All’Istituto, inizialmente, vengono affidate le seguenti funzioni: “il finanziamento a lungo termine di aziende industriali; l’assistenza finanziaria a banche in situazioni di immobilizzo e la gestione di valori mobiliari attribuiti allo Stato a seguito di salvataggi e risanamenti bancari”(Mario Cataldo, Storia dell’industria italiana, Newton, 1996).
Col tempo l’IRI, passato da ente provvisorio ad ente permanente, si trova ad avere partecipazioni nei settori più disparati: dalla telefonia alle armi, dalla chimica all’agricoltura, dal tessile alla meccanica: “alla vigilia della II guerra mondiale l’IRI si troverà a detenere oltre il 44% del capitale azionario allora esistente in Italia” (op.cit.).
L’Italia ha così un settore pubblico inferiore soltanto all’URSS, cioè al paese in cui la rivoluzione comunista del 1917 aveva portato lo Stato ad essere proprietario non solo della libertà dei suoi sudditi, ma anche di tutti i “mezzi di produzione”, dalle industrie alle banche alla terra.
Il nostro diventa uno “Stato banchiere ed imprenditore” in cui, secondo una definizione dei maligni, si privatizzano gli utili e si socializzano le perdite.
Nel dopoguerra lo Stato italiano decide di non smantellare il patrimonio industriale pubblico e l’IRI rimane il colosso dell’era fascista. L’enciclopedia Motta nel 1961 afferma che all’epoca l’IRI ” comprende 119 aziende nel settore delle industrie siderurgiche (tra cui Dalmine, Ilva, Terni), metallurgiche, cementizie e meccaniche (Alfa Romeo, Filotecnica, Motomeccanica, San Giorgio); 21 nelle industrie navali (Ansaldo, Cantieri Riuniti dell’Adriatico…); 18 società di navigazione (Adriatica, Italia, Lloyd Triestino, Tirrenia); 9 nelle industrie chimiche, 5 in quelle di costruzione e 8 nei trasporti; 32 società elettriche (tutto il gruppo Sip e Società Meridionale Elettrica); 18 società telefoniche; 25 società immobiliari, 5 agricole e 8 industrie varie. Controlla pure 26 enti bancari (tra cui la Banca Commerciale, il Banco di Roma e il Credito Italiano, le cosiddette Bin, banche di interesse nazionale ndr.) e 8 società finanziarie italiane; partecipa inoltre a 19 società estere. Anche dall’IRI dipendono alcune industrie turistiche, alimentari e della pesca. Di alcune società le azioni possedute dall’IRI costituiscono la totalità, di altre la maggioranza, di altre infine una minoranza ma che talvolta rappresenta la più valida partecipazione finanziaria”. All’IRI appartengono anche Alitalia e Rai. Nel 1990 l’IRI conta 419.559 dipendenti.
Si tratta insomma di un impero economico straordinario, colossale, che nel 1994, ultimo anno di gestione Prodi, pur dopo parecchie privatizzazioni-svendite, è ancora il principale datore di lavoro del sistema Italia. A tale data infatti l’IRI può contare su 292.689 dipendenti, contro i 268.956 dell’IFI degli Agnelli, e i 27.363 di Fininvest ( poi Mediaset), di proprietà di Silvio Berlusconi. Quanto al fatturato si parla di 73.155 miliardi di lire per l’IRI, contro i 10.360 della Fininvest.
Ma chi ha creato e controllato, in circa 70 anni di storia, questo immenso patrimonio umano ed economico? E come ha fatto a sciogliersi come neve al sole in pochi anni, dal 1992 al 2000?
Il fondatore e il primo padrone dell’IRI è Alberto Beneduce un casertano, massone, seguace del socialismo interventista di Bissolati, nel 1914-15, poi parlamentare ed infine vicino a Mussolini, pur non aderendo mai con decisione al fascismo. La sua carriera, per la quale ha meritato il titolo di “padrone dell’economia italiana”, è brillantissima e tutta dietro le quinte: in epoca fascista è soprattutto fondatore e presidente dell’IRI, ma anche presidente del Consorzio Navale, presidente delle Ferrovie Meridionali Bastogi, presidente della Meridionale di elettricità, presidente del Consorzio di Credito per le opere pubbliche, dell’Istituto per il credito navale…e tutto alla faccia del divieto fascista di accumulo delle cariche. Nel suo libro I giorni dell’IRI. Storie e misfatti da Beneduce a Prodi (Mondadori, 2000) Massimo Pini scrive: “Alberto de Stefani ricorda che Beneduce possedeva una dote singolare, la misteriosità, che gli consentiva di essere presente in tutti i passaggi obbligati dell’alta finanza e di avviarla verso i suoi meditati fini”.
Beneduce muore nel 1944 a Roma: era stato il vero duce dell’economia italiana, in un’epoca in cui un ex giornalista divenuto dittatore, Benito Mussolini, pur dominando politicamente il paese, non era riuscito, come dimostrerà la guerra, a controllare settori importantissimi della vita italiana, dall’economia, all’esercito, alla grande industria privata. La figlia di Beneduce, Idea Socialista, diviene intanto la moglie di un siciliano che diverrà potentissimo: Enrico Cuccia. Come a dire che i regimi passano, ma le dinastie familiari restano.
Questo è ancora più vero negli anni della Repubblica: mentre i governi durano anche meno di un anno e si alternano di continuo, solo alcuni uomini rimangono saldamente e con continuità al controllo di realtà politicamente ed economicamente significative. Tra questi, oltre agli Agnelli, ci sono appunto alcuni presidenti dell’IRI (Prodi durerà in carica dal 1982 al 1989, durante ben otto governi diversi) ed Enrico Cuccia, l’erede di Beneduce. Come il suocero è avvolto da un grande mistero: mentre è in vita quasi nessun giornale ne parla; non rilascia interviste, non compare in televisione, cammina ogni mattina presto, a testa bassa, verso il suo ufficio di via Filodrammatici, oggi piazzetta Cuccia, in cui, nei momenti difficili, si decidono le sorti dei grandi gruppi industriali privati, della Pirelli, della Fiat, dell’Olivetti… Ma quando muore, quasi solo ora si potesse dirlo, tutti i giornali spiegano che è deceduto “il signore della finanza italiana”, “il grande vecchio della finanza italiana” e cose simili (Quotidiano.net 23/6/2000; la Repubblica 24/6/2000). Eppure anche la morte è all’insegna della segretezza: i funerali sono in forma rigidamente privata (vi partecipano solo Fazio, Romiti, Geronzi, Maranghi e Cingano, tutti banchieri, e un solo politico, La Malfa figlio).
La creatura di Cuccia, Mediobanca, di cui sarà per lunghissimi anni dirigente e, alla morte, presidente onorario, è il forziere dell’industria italiana: è nata nel 1946 come ente specializzato per i finanziamenti a medio e lungo termine, per iniziativa delle già citate banche d’interesse nazionale dell’IRI, le cosiddette Bin (la Commerciale italiana – Comit; il Credito italiano- Credit; il Banco di Roma) e di una piccola quota di capitale privato. Cuccia viene subito nominato direttore generale: può infatti contare sulla parentela acquisita con Beneduce e sull’amicizia con importantissimi personaggi del Partito d’Azione, e poi del Partito Repubblicano, Ugo La Malfa e Adolfo Tino, presidente di Mediobanca sino alla morte. Amicizie importantissime per i legami che hanno con gli Agnelli, gli Usa e la massoneria internazionale.
Del giro di amici, e che amici, fa parte anche Tonino Maccanico, nipote di Adolfo Tino e membro anch’egli del partito repubblicano. Maccanico è un personaggio singolare anch’egli: senza bisogno di presentarsi alle elezioni, di fare manifesti o proclami, fa il segretario generale al Quirinale, assistente di La Malfa al Bilancio e in altri incarichi, segretario del Presidente della Repubblica e solo poi il senatore del PRI prima e della Margherita prodiana poi. Panorama lo definisce “uno di quei personaggi che si perpetua per vie misteriose ed elitarie dentro la pubblica amministrazione, e che vive a strettissimo contatto con la politica”.
Ebbene nel 1987-8, mentre Prodi è a capo dell’IRI, Maccanico viene chiamato temporaneamente a sostituire Cuccia al vertice di Mediobanca e pilota la privatizzazione dell’Istituto svincolandolo dal controllo dell’IRI e delle banche pubbliche. Racconta lui stesso: ” Quando il primo patto andò in scadenza, nel 1987, le tre bin non lo volevano rinnovare. Allora fui nominato io alla presidenza perché trovassi una soluzione. Chiamando a raccolta forze economiche nuove, come Giancarlo Cerruti, Carlo De Benedetti, Alberto Pecci e Pietro Ferrero, rinnovai la compagine azionaria e stipulai un nuovo patto di sindacato: da una parte le tre bin con il 25%, dall’altra con un uguale pacchetto del 25% i privati…L’obiettivo era sempre di garantire, con la presenza dei privati, l’autonomia di Mediobanca dalle bin”. (intervista a Panorama 29/3/03).
Maccanico, dunque, mentre Prodi gestisce l’IRI, prende dentro De Benedetti, il padrone di la Repubblica e de l’Espresso:: tutti e tre, Maccanico, De Benedetti e Prodi rimarranno insieme anche in politica, e riorganizzano oggi la rivincita contro Berlusconi. Che parte, appunto, dalla difesa, tramite i giornali la Repubblica e l’Espresso, delle privatizzazioni fatte da Prodi, e in particolare proprio di quelle a favore di De Benedetti (caso SME)!
Ma torniamo a Maccanico. Secondo un giornalista di “Avvenire”, “Maccanico è anche un talent scout. Nel 1982 è stato lui a scoprire e presentare nel salotto buono della finanza italo-lazardiana il politico del futuro, democristiano ma laico quanto l’oligarchia lo vorrebbe: De Mita Ciriaco. L’avellinese, invitato per l’esame in casa De Benedetti (presenti Agnelli, Scalfari…) convince, nonostante l’accento. E viene cooptato. A patto s’intende, che lui coopti Maccanico nel prossimo governo, che lui presiederà e di cui Eugenio Scalfari s’incaricherà di cantare le lodi al di là di ogni verosimiglianza. Infine nel 1989 ecco Maccanico alle costole del Presidente del Consiglio De Mita, nei panni di ministro delle Riforme Istituzionali”. Poi, vista la mala parata dei repubblicani, Maccanico esce dal partito repubblicano e trova posto, in un collegio blindato, nella Margherita prodiana; nel governo Prodi diventa ministro delle Poste. Ciriaco De Mita: segretario della DC per quasi sette anni, dal 1982 al 1988, “un record straordinario per un partito che faceva ruotare gli incarichi direttivi come la biancheria” (Bruno Vespa), è rappresentante dell’ala sinistra del partito.
Se ricordiamo che De Mita è colui che sceglie Prodi, sempre nel 1982, il cerchio si chiude: il cerchio delle amicizie, in politica e negli affari, che continuano a girare!
Ma prima di cambiare argomento vale la pena di spendere qualche ulteriore parolina su De Benedetti: il finanziere torinese è editore, insieme al principe Caracciolo, di la Repubblica dell’Espresso, di Limes, Micromega, di 15 quotidiani locali, un bisettimanale, due mensili, due trimestrali, tre emittenti radio nazionali, Dee Jay TV ecc.ecc.(www.quotidianiespresso.it). La sua carriera è descritta così dall’economista Giano Accame: “Troppi i regali di Stato su cui ha costruito la fortuna industriale: dalla legge del suo socio Bruno Visentini, ministro delle Finanze, che rese obbligatori i registratori per cassa per i commercianti (l’Olivetti, guarda caso, li stava producendo), ai discutibili acquisti delle poste, che gli hanno svuotato i magazzini dei telex, invendibili perchè superati dai fax, agli esuberi di personale scaricati a spese di enti pubblici”(Lo Stato 20/1/’98). Mentre Vittorio Feltri scrive: “Ex Fiat. Ex Olivetti. EX Omnitel. Ex tutto”, a significare le tormentate vicende di un finanziere che continua a cambiare, senza riuscire a far decollare nulla, ma che pure rimane un potentissimo personaggio grazie al suo potere mediatico. De Benedetti è uno di quei grandi mai toccati dalle indagini di Tangentopoli: mentre la DC e il PSI vengono decapitati a partire dal 1992, mentre deputati e senatori finiscono nelle patrie galere, lui, Agnelli e Prodi, rimangono incredibilmente illesi. La Repubblica, in quegli anni, urla alla corruzione dei politici e degli industriali italiani, e massacra chiunque, a qualunque titolo abbia alimentato il mercato delle tangenti. Oggi fa lo stesso con Berlusconi. Eppure il suo editore, De Benedetti, “a Roma fu costretto a riconoscere di aver fatto larghissimo uso di strumenti di corruzione”; consegnò poi “a Di Pietro un memoriale in cui sosteneva di essere stato costretto a pagare, tra il 1987 e il 1991, per ottenere lavori alle Poste e più in generale per non fare uscire la Olivetti dal mercato internazionale dei computer. I suoi giornali ne uscirono con una intervista di Giampaolo Pansa all’ingegnere: ‘ Perché non hai mai detto niente, Carlo? Lo sai che siamo molto incazzati con te?’ Pansa glielo disse con la bocca a cuore, tanto che Prima Comunicazione, giornale specializzato in media, la interpretò così: ‘Carlo, sono incazzato. Sono talmente incazzato che…baciami’…De Benedetti, per fortuna, incontrò magistrati garantisti, sia a Milano che a Roma…(però) fu arrestato e tenuto a Regina Coeli per sole dodici ore, poiché ottenne immediatamente gli arresti domiciliari…Poco dopo confessò per iscritto di aver dato ai funzionari delle Poste dieci miliardi. Nel ’94 il giudice Cordova (di Roma) acquisì documenti che provavano a suo giudizio la vendita di telex malfunzionanti a prezzi più alti di quelli di mercato. Per la logica degli accoppiamenti tra pubblico ministero e Gip, che ogni tanto variano, cambiò il giudice per le indagini preliminari che seguiva il caso. Trascorsero quattro anni e il nuovo Gip che aveva ereditato l’inchiesta si accorse, nel ’98, di non essere competente. La pratica passò al Tribunale dei ministri, dove la fine del secolo la trovò sonnecchiante, in attesa dell’ormai certa prescrizione”(Bruno Vespa, Dieci anni che hanno sconvolto l’Italia, pp.187-189, Mondadori, 2000).
E’ sempre Vespa, nell’opera citata, a ricordarci che Bettino Craxi, in un colloquio con Di Pietro “ricordò di aver vietato a Balzamo di accettare un contributo elettorale della Olivetti (di De Benedetti) in cambio di affari con l’IRI” (p.175), e che Severino Citaristi, segretario amministrativo della DC dal 1986 al 1993, pluricondannato per Tangentopoli, ebbe a confidargli: ” Mi sono mosso soltanto per tre persone. Andai a trovare De Benedetti nei suoi uffici romani a piazza di Spagna, Sama nella sede della Montedison all’Ara Coeli, Gardini al Grand Hotel. Sama mi consegnò i contributi: una volta tre miliardi, una volta uno. De Benedetti e Gradini ce li accreditarono su conti esteri: il primo poco più di un miliardo, il secondo due” (p.178). Per queste affermazioni, riportate in un’opera che ha venduto oltre 150.000 copie, Vespa non è mai stato processato né smentito. Potremmo continuare l’antologia di prodezze dell’ingegnere ancora molto a lungo, ma ci accontentiamo di chiudere con due brevi citazioni. La prima è di Gianni De Michelis, sul Corriere della Sera del 6/5/2003: “Per capire la posizione di De Benedetti nei nostri (dei socialisti, ndr) confronti le racconto questo aneddoto. C’erano da rinnovare i vertici di Eni e Iri e un giorno l’Ingegnere mi prese da parte e mi disse: ‘Vi serve un bravo presidente dell’Iri? Io sono disponibile…'”. L’altra dell’ex ministro democristiano Cirino Pomicino: “E’ il marzo 1991. Carlo De Benedetti viene a trovarmi al ministero del Bilancio. Mi espone un progetto che sta elaborando con diversi amici, industriali e giornalisti, per affidarlo poi ad alcuni uomini politici. A bruciapelo mi chiede: ‘vuoi essere mio ministro?'”. (Geronimo, Strettamente riservato, Mondadori 2000).

Umberto Veronesi ci vorrebbe tutti ermafroditi

Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell’aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione.

Se editori diversi continuano a pubblicare, benché tante volte anche le frasi e le espressioni ritornano uguali, un significato e un riscontro di vendite ci deve essere. Per cui vale la pena analizzare il fenomeno. Ebbene l’ultima fatica di Veronesi si intitola “La libertà della vita”, ed è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell’amore. La presenza di Girello garantisce una cosa: l’assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l’Impero romano che era “in decadenza” nel VII secolo).

Ma veniamo al sodo. Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l’affermazione secondo cui la Chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l’utilizzo di fermaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all’invenzione degli occhiali per i miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l’idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.

Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall’evoluzione all’uomo (animale senz’anima) è solo quello di fare figli: “dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri”, per cui “bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant’anni sparissero” (p.39).

Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell’uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto “anche gli elefanti pregano” (p.47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura…(evidentemente permane, purtroppo, anche nell’era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo. Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell’ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. “E perché non provare a immaginare per i tempi futuri- si chiede l’illustre oncologo- piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione?” (p.83).

A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l’innocente o il debole che vi è coinvolto): “A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l’intero genere maschile?”. E Veronesi risponde: “Non credo che di per sé la mancanza dell’eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione” (p.89).

E prosegue: “ Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).

 Detto questo Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana, perché “il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner”. Nascerebbe così una società “quasi felice”, in cui ognuno vivrebbe “quell’ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi”, e “avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre”. Finisce così, con questa splendida promessa l’ennesima filippica dello “scienziato” laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l’amore tra uomini e donne. Poi dicono che la Chiesa è sessuofobica…

La Chiesa e la cultura.

L’uomo moderno, che vive dopo l’assolutismo illuminato, Napoleone, e le dittature del Novecento, è abituato a ragionare sempre in termini di Stato: tutto per lo Stato, nello Stato e con la benedizione dello Stato… Ma per secoli non è stato così: le società nascevano dal basso, spesso dalla libera iniziativa delle persone, dei gruppi, delle associazioni, insomma dei cosiddetti corpi intermedi. Questo significava, evidentemente, una maggior vita comunitaria, un più ampio coinvolgimento della gente di fronte alla realtà, ai bisogni, alle circostanze… Così, per secoli, la Chiesa, come gerarchia e come popolo di Dio, ha affrontato le singole urgenze, le specifiche situazioni, nel modo che sembrava più opportuno, e più cristiano.
I monaci, nei primi secoli dopo la caduta di Roma, cercano di contrastare il dissolversi di un mondo che a qualcuno sembra debba finire per sempre. Nei loro orti selezionano le erbe curative e gli elisir; negli scriptoria salvano un patrimonio culturale di secoli; negli xenodochi danno vita ai primi tentativi di creare istituzioni ospedaliere e caritative. Poi ci saranno gli anni difficili dell’alto medioevo, con le incursioni musulmane, da sud, e le invasioni di popoli barbari, da nord, sino alla rinascita dell’anno Mille. Una rinascita che vede in primo piano l’opera della Chiesa, soprattutto nel campo della cultura. Basti pensare al fatto che l’atto di nascita della nostra letteratura è il “Cantico di frate sole” di San Francesco: mentre la lingua ufficiale, della cultura, dei dotti, della liturgia, rimane, giustamente, il latino, la vitalità del popolo cristiano produce i “laudari”, iniziando così a plasmare una nuova lingua, per renderla più ricca, più degna, più nobile. L’università, l’arte, le cattedrali fioriscono dovunque, con la benedizione ed il patrocinio della Chiesa, accanto ai primi studi naturalistici della scuola di Chartres o dei francescano di Oxford. L’amore per la natura di San Francesco, infatti, sollecita lo studio delle realtà naturali, ritenute impronte e segni della grandezza di Dio: apre alla pittura “francescana” di Giotto, con i primi paesaggi naturali e una prima prospettiva empirica, ed alle scienze naturali. Nel XIII secolo si segnala la figura di un grandissimo religioso, che diverrà amico dei francescani e vescovo di Oxford: Roberto Grossatesta. Studioso di lenti, di specchi, dell’arcobaleno e della luce, considerato da molti uno degli inventori degli occhiali (“fu il primo a suggerire l’uso delle lenti per ingrandire gli oggetti piccoli e avvicinare quelli lontani”), Grossatesta dà vita ad una filosofia della luce in base alla quale l’universo sarebbe nato da una esplosione di luce-energia posta in essere, all’origine del tempo e dello spazio, dal divino Creatore. Questa teoria, che gli appare plausibile naturalisticamente e corretta filosoficamente, in quanto sottolinea la atemporalità e aspazialità di Dio, è estremamente simile a quella odierna del Big bang, e viene intuita dal Grossatesta studiando la natura e leggendo la Genesi; in particolare riflettendo sulle prime parole della Bibbia: “all’inizio del tempo” e “sia fatta la luce” (fiat lux). Non è un caso che una simile ipotesi cosmogonica venga poi ripresa da Galileo Galilei, in una lettera a mons. Pietro Dini, nel 1615, con un esplicito riferimento, anche qui, al “fiat lux” della Genesi, e poi, in età moderna, con la teoria dell'”atomo primordiale”, ribattezzata poi “big bang”, dell’abate gesuita Lemaitre. Ancor oggi astrofisici famosissimi, come ad esempio John Barrow, professore di astronomia al Gresham College di Londra, la più antica cattedra scientifica del mondo, e docente di scienze matematiche a Cambrige, riconoscono nel Big bang una teoria capace di conciliare molto bene scienza e fede, conoscenze fisiche e concetto di creazione (“Newton”, ottobre 2006). A Grossatesta, considerato da alcuni studiosi inglesi come il Crombie, uno dei padri, alla lontana, del pensiero scientifico moderno, seguono grandi naturalisti, tutti religiosi, come Ruggero Bacone, Buridano, Giovanni Peckam, che fanno rivivere, come scrive il Panofsky, l’ottica e la prospettiva antiche. Poi, sempre in età medievale, si segnala la figura di Nicola di Oresme, vescovo di Lisieux, che da una parte combatte la magia, e dall’altra, nel suo “De Coelo”, afferma che “non si potrebbe provare con nessuna esperienza che il cielo si muove di movimento diurno e la terra no”, e che vi sono “diverse belle ragioni per mostrare che la terra si muove di movimento diurno ed il cielo no”. Mentre vari religiosi pongono le basi per quella che sarà la rivoluzione scientifica, l’Italia, patria per eccellenza della Chiesa e del cattolicesimo, vede un’importante fiorire di studi di medicina e di anatomia, spesso legati alle università di Bologna, Ferrara (entrambe città dello Stato pontificio) e di Padova. In queste città muovono i loro passi Guglielmo da Saliceto e Mondino de’ Liuzzi, veri padri dell’anatomia moderna, insieme al celebre Andrea Vesalius, un fiammingo venuto a studiare in Italia anche perché qui, a differenza di altrove, era possibile, grazie all’autorizzazione della Chiesa, sezionare i cadaveri per gli studi anatomici. Tra i pionieri negli studi medici si segnalano vari medici, professori nelle università pontificie di Roma o archiatri pontifici come Bartolomeo Eustachio, Realdo Colombo, Marcello Malpighi e Giorgio Baglivi.
Mentre nel campo scientifico compare sulla scena Niccolò Copernico, ultimogenito di quattro fratelli, due dei quali ecclesiastici come lui, e protetto dello zio vescovo Lucas Watzelrode e degli amici Tiedemann Giese, vescovo di Culm, e Niccolò Sch?nberg, arcivescovo di Capua, la Chiesa inizia a rifiorire, dopo la Riforma protestante, con una esplosione di carità, che vuole contrapporsi alla dottrina luterana della “sola fides”. Per questo nel mondo cattolico nascono a ritmo continuo, in tutto il Cinquecento, ospedali, scuole, case per le prostitute, orfanatrofi e quant’altro… Si pensi agli ospedali camilliani, di san Camillo De Lellis, ai Fatebenefratelli, di Giovanni di Dio, e ai numerosi ordini dediti alla scuola e all’infanzia (barnabiti, scolopi ecc.). Straordinario sarà il sistema scolastico dei Gesuiti, da cui usciranno personalità come Cartesio, Corneille, Moliére, Voltaire, Joyce, ma anche grandi esploratori e benefattori come padre Eusebio Chini, Tommaso Ricci (fondatore della moderna sinologia) e Martino Martini. Benché dimenticati dal mondo, e spesso dai gesuiti stessi, si tratta di personaggi che hanno veramente fatto la storia. Il primo è un illustre scienziato che rifiuta la cattedra di scienze ed arti offertagli dai duchi di Baviera, e che viene considerato uno dei padri fondatori dell’Arizona, per avervi portato, oltre alla difesa degli indigeni dalle prepotenze europee, la fede, l’arte del coltivare, dell’allevare il bestiame, la distillazione dei liquori, la medicina, la cartografia e alcuni strumenti scientifici…Agli altri due, invece, si devono i primi veri rapporti tra Europa e Cina: dialogano con quel grande popolo, portando conoscenze scientifiche sconosciute (dall’orologio automatico all’atlante, dalla matematica alla geometria occidentali) e guadagnandosi il favore e la venerazione delle autorità locali. A Martino Martini si deve ad esempio il Novus Atlas Sinensis, cioè il primo grande atlante della Cina che gli europei poterono consultare. E mentre i Gesuiti coprono l’Europa con i loro collegi, un sacerdote spagnolo, san Giuseppe Calasanzio, fonda nel 1600 le “scuole pie”, dando così vita a quella che è considerata la “prima scuola popolare dei tempi moderni” (Geymonat), in cui i figli dei ricchi e dei poveri siedono allo stesso banco, e imparano discipline scientifiche e tecnico-professionali. Sulla scia del Calasanzio, nel Seicento inoltrato, si pone san Giovan Battista de la Salle, creatore delle “scuole cristiane”, anch’egli considerato dai pedagogisti moderni uno dei “fondatori della scuola popolare”. L’amore per i poveri e per il popolo in genere porta i “fratelli” di Giovan Battista a dedicare tutta la vita, gratuitamente, all’insegnamento dei fanciulli indigenti ed abbandonati, sino al martirio, durante la rivoluzione francese, dopo che nel 1792 la Costituente, dopo averne tessute le lodi, provvede a sopprimere l’ordine del de la Salle, perché dichiara “sciolte tutte le associazioni religiose, anche quelle che dedicandosi all’insegnamento del popolo, hanno meritato la riconoscenza della patria”! Dopo il Calasanzio e il de la Salle, tanti altri educatori ed educatrici, tra Settecento e Ottocento, quando lo Stato non si occupa ancora della scuola (quando lo farà, provvederà, come prima cosa, a sopprimere ed incamerare le scuole cristiane), cercheranno di formare ed istruire i giovani, specie quelli poveri ed abbandonati delle grandi città. Bisogna ricordare almeno i nomi di santa Teresa Verzeri, straordinaria educatrice di fanciulle, e di don Ludovico Pavoni, un nobile bresciano promotore, all’inizio dell’Ottocento, delle scuole degli “Artigianelli”, “ove almeno gli orfani ed abbandonati potessero aver ricovero e crescere educati con sicurezza nella Religione e nella arti onorate”. A lui si deve la Tipografia “Tirocinium Typographicum”, che può essere considerata la prima scuola grafica d’Italia. All’incirca negli stessi anni, un altro sacerdote, in quel di Torino, si trova ad affrontare le emergenze della nuova società industrializzata: urbanizzazione, sfruttamento minorile, povertà… Risponde dando vita all’ordine del Salesiani, a laboratori e scuole professionali di ogni genere (sartorie, legatorie, falegnamerie….). Oltre a tutto ciò, nell’era del liberismo materialista, lotta per esigere dai padroni regolari contratti di lavoro per i suoi ragazzi, e garanzie sul riposo festivo, le ferie annuali, le malattie, ed il tempo necessario per imparare a leggere e scrivere…

Il padre, l’assente inaccettabile.

Nella società di oggi il padre è sempre più un assente, “un assente inaccettabile”. E’ questa la convinzione di Claudio Risè, celebre psicoanalista, docente di scienze e politiche sociali e collaboratore del Corriere della sera, che sarà a Trento il 15 dicembre, alle ore 20.30, presso l’aula magna dell’Oratorio del Duomo, in via Madruzzo 45, invitato da Libertà e persona (www.libertaepersona.org), in collaborazione col Movimento per la vita. Per Risè siamo ormai in una “società senza padri”, che è venuta via via formandosi soprattutto in questo secolo, in concomitanza con il rifiuto, più o meno ampio, del concetto di autorità, di guida, di paternità appunto. In effetti negli anni Sessanta e Settanta abbondano i libri o gli articoli sulla “morte della famiglia”, sulla fine della società patriarcale, sulla necessità di sopprimere ogni forma di gerarchia. “Né maestro né Dio. Dio sono io”, “Quinto: uccidi tuo padre”, “famiglia è prigione”, sono alcuni degli slogans di moda, negli anni della contestazione del 1968: ora siamo rimasti a fare i conti con la realizzazione di questi auspici, con le famiglie sempre più disgregate e il continuo aumento di patologie nei giovani e negli adolescenti. Chi insegna lo sa bene, quanto siano cambiati i tempi, e non in meglio; quanto aumentino di continuo problematiche quali l’anoressia o il consumo di sostanze psicotrope per “sentirsi più in forma”. Nei giovani, infatti, si vede spesso proprio questa assenza, inaccettabile, della famiglia, e, molto spesso, proprio del padre: c’è una inquietudine enorme, una solitudine, una incertezza, in molti di loro, che può provenire solamente da un ambiente familiare che non sa più offrire calore umano, certezze, protezione e sicurezza. Mancano i padri, nel senso che mancano i maestri: vuoi perché non hanno tempo, vuoi perché non sanno più cosa insegnare, vuoi perché molti padri si sono adeguati all’idea di non esserci più, e preferiscono fare gli amiconi, i complici, i compagni di gioco, e solo quello, dei loro figli. Si mettono sullo stesso piano, hanno paura perfino di sussurrare un concetto, un ordine, un vero consiglio. Abdicano così al loro ruolo, al compito di essere guide, dolci e giuste nello stesso tempo; abdicano al compito gravoso di sostenere la crescita dei figli se necessario con la severità, e preferiscono diventare i dispensatori di beni materiali e di comodità superflue. Eppure ognuno di noi ha bisogno di un padre, un padre buono, ma anche un padre che sappia richiamarci, che sappia essere un riferimento concreto, un riferimento amato, di cui si possono apprezzare, magari in un secondo momento, anche i rimproveri. Anche le mogli, non solo i figli, hanno bisogno accanto a sé di mariti affidabili: quante volte l’arrivo di un figlio è oggi un dramma, in una famiglia, solo perché l’uomo non ha il coraggio di prendersi le sue responsabilità, di essere un vero padre e un vero marito? Invece che affascinarsi per l’avventura di padre, che li aspetta, molti si lasciano prendere dalla paura, dall’incertezza, forse dall’egoismo: non vogliono giocarsi, non vogliono abbandonare le loro piccole abitudini, i loro momenti liberi, la loro routine ben avviata, auto condannandosi così alla sterilità affettiva. Eppure ci sono anche tanti padri, oggi, che soffrono per il motivo contrario: per il fatto di non poter essere quello che sono, o quello che aspirano ad essere. Nella sola Unione Europea su un totale di 28000 maschi che si tolgono la vita ogni anno, ben 2000 sono padri separati che hanno contratto depressioni gravi e reattive a causa della lontananza dai figli. Una vera mattanza. Figli senza padri, e padri senza figli. Non è un bel panorama, e non migliorerà certo finché non si tornerà a riflettere sull’essenzialità della famiglia. Tornare a riflettere su questa verità di natura significa anche opporsi alle nuove prospettive faustiane: se fino a poco fa ogni figlio nasceva, bene o male, con un padre, salvo poi poterlo perdere lungo la strada, oggi sono sempre di più i figli che nascono già programmati, senza uno dei due genitori. Non mi riferisco solo ai casi eclatanti delle mamme nonne, o ai venditori di seme o di ovuli, che spargono in giro figli geneticamente loro, che non conosceranno mai, ma anche ad una moda sempre più diffusa: quella di programmare dei figli, con la fecondazione artificiale, pur essendo nella condizione di single. In Norvegia e in tutto il nord Europa vi sono associazioni che lucrano vendendo ai singles appositi kit per produrre bambini. Negli Usa vi sono siti internet, mannotincluded o womennotincluded, in cui si danno le indicazioni per avere dei bambini da soli, senza un marito, o una moglie, con l’ausilio della tecnica e degli euro. E non sono solo strampalerie nordiche o americanate di Hollywood: anche da noi si diffonde sempre di più questa usanza, come testimoniano le decine e decine di lettere sull’argomento, presenti sui siti italiani di fecondazione artificiale, tipo Madre Provetta. E non fanno certo bene, a nessuno, in queste condizioni, i telefilm alla Banfi, in cui l’idea di famiglia viene sostanzialmente ritenuta antiquata, o quantomeno sostituibile: la famiglia, in natura, è una sola, uno solo il padre e una sola la madre di cui abbiamo bisogno. Una madre che sia madre e un padre che faccia il padre. Checchè ne dica anche un “profeta” dei tempi nuovi come Umberto Veronesi, che nel suo ultimo “La libertà della vita” (Raffaello Cortina editore), non teme di consigliare come soluzione ottimale per l’umanità la clonazione riproduttiva. Dopo aver detto che una donna bella ed intelligente potrebbe benissimo voler un figlio senza un uomo, perché odia il genere maschile, e che in fondo non ci sarebbe motivo per opporsi, conclude: “Ha senso- chiede retoricamente Veronesi- e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?…Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Cero per specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perchè tanta paura della clonazione se l’abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di clonare se stesse?” (p.91).

Coppie di fatto e Pacs: un libro per capire.

Il tema dei Pacs, anche dopo le recenti elezioni, non sembra scaduto. Anzi torna alla ribalta, e sembra capace di infiammare gli animi e il dibattito politico, al pari di altre grandi questioni. Per questo Umberto Folena, giornalista di lungo corso, ha deciso di raccogliere in un’ unica opera una messe abbondante di informazioni, di cronaca e giuridiche, orientando in modo semplice ed efficace chi voglia conoscere i termini del problema, e il panorama legislativo internazionale. Folena inizia il suo “I pacs della discordia” (Ancora, pp.111, 10 euro) col caso più eclatante, la Spagna di Zapatero, patria del divorzio veloce (appena tre mesi, senza preavviso da parte di un coniuge) e del matrimonio omosessuale, con possibilità di adozione di bambini. Il paese di Fernand Savater, Mario Vargas Llosa, e di tanti intellettuali entusiasti del nuovo corso zapatero, non è in realtà il primo ad equiparare l’unione di due persone dello stesso sesso alla famiglia tradizionale, ma è sicuramente quello che, per la sua lunga tradizione cattolica, stupisce ed influenza maggiormente il dibattito in Italia. Già nel 1986 il regista spagnolo Pedro Almodòvar nel suo “La legge del desiderio”, aveva immaginato una “famiglia” con un “transessuale ex donna, suo fratello e una bimba ereditata da una relazione precedente”. Sulla stessa lunghezza d’onda, e in perfetto accordo con la visione dei legislatori di Danimarca, Norvegia, Svezia, Olanda, Belgio, Inghilterra e Canada, si colloca lo spagnolo Mario Vargas Llosa, il quale sostiene che la presunta necessità, per ogni bambino, di avere un padre ed una madre, sarebbe una “affermazione dogmatica e senza il minimo fondamento psicologico”. In Italia, in verità, il dibattito non è ancora così avanti: per ora si mette l’accento sul problema delle unioni di fatto in genere, ma sottolineando in particolare il problema dei diritti giuridici della coppia di fatto eterosessuale, o di quella omosessuale, senza però parlare, per quest’ultima, di diritto all’adozione. Riguardo all’Italia Folena si chiede quante siano veramente, al di là delle cifre propagandistiche, le coppie di fatto, e quali siano i diritti che ancora non sono loro riconosciuti. Tra i cosiddetti “diritti non garantiti” per una coppia di fatto vi è quello alla pensione di reversibilità. Perché? Folena si appella ad una sentenza della Corte Costituzionale, per la quale “diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile, di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio”. Come a dire che per la Corte italiana chi non si assume determinate responsabilità, con un matrimonio vero e proprio, non può godere dei diritti connessi, senza che questo comporti una discriminazione nei confronti di chi è coniugato. Prima di concludere con una analisi precisa di alcune proposte di legge sui Pacs e sulle varie posizioni esistenti in Italia, l’autore ci dà alcune cifre indicative, relativamente alla Francia, dove i Pacs sono stati introdotti nel 1999. Da allora a tutto il 2005 ne sono stati contratti 204.924 -tra cui molti pacs “bianchi”, cioè stipulati per puro calcolo, anche da persone tutt’altro che vicine tra loro-, a fronte di 280 mila matrimoni annui. Di questi ne sono stati sciolti, sino al 2004, 17.793. Cosa accadrà da noi? Il tentativo in atto è quello di introdurre pian piano l’idea che la famiglia eterosessuale, stabile, in cui i coniugi si assumono una responsabilità certa tra loro e nei confronti del figlio, sia solo una forma come un’altra di famiglia: l’effetto sarà l’ulteriore indebolimento dell’istituto familiare, e una società sempre più disgregata, liquida, priva di legami e di responsabilità. Poi, col tempo, avremo anche noi omosessuali che comprano un ovulo in una banca del seme, affittano un utero, si fanno un bambino, e poi lo “allevano” (salvo magari separarsi, dopo tre mesi, secondo le regole del Pacs).

Claudio Risè e Vittorio Messori a Trento.

Nei prossimi giorni Libertà e persona avrà l’onore di ospitare due personaggi di primo piano: si parte il 15 dicembre, ore 20.30, presso l’Aula Magna del Duomo, via Madruzzo 45, per l’incontro con Claudio Risè (organizzato in collaborazione col Movimento per la Vita). Risè è un celebre psicoanalista, collabora tra le altre cose col Corriere della sera, e ci parlerà della figura del padre, "assente inaccettabile". Sarà poi la volta di Vittorio Messori, il 12 gennaio, la sera, presso l’Aula Magna dell’Arcivescovile. Messori presenterà i suoi ultimi due libri, quello sulla Madonna e Emporio cattolico. Chiediamo a tutti di aiutarci a pubblicizzare gli incontri, sin da ora. Grazie mille.

Mamma la Turco!

Il ministro Ferrero, pochi mesi orsono, propose le "camere per il buco", sollevando una discreta alzata di scudi. Oggi il ministro Turco, senza volare così in alto, si limita, per ora, a raddoppiare la quantità di cannabis detenibile ad uso “personale”… Forse non è malizia ritenere che stanno tentando di riemergere vecchie tentazioni sessantottine.

Nel 1973 nel suo "Underground, a pugno chiuso", Andrea Valcarenghi scriveva: "C’è una storia del movimento degli anni Settanta che è stata dimenticata in ogni rievocazione. è la componente che veniva chiamata underground, quella che ha fatto emergere bisogni, ansie che gran parte della generazione del ’68 ha poi saputo esprimere attraverso il movimento delle donne, degli omosessuali […] l’esperienza delle comuni, del fumo, del viaggio in India…". E continuava: "Fare capire al vecchio proletario che la musica, l’erba, la comune […] sono roba comunista, è fondamentale […]. Noi dovremo diventare i genitori che dovranno sentirsi in grado di prendere l’acido con i propri figli". Questo libro recava una introduzione di Marco Pannella: "Carissimo Andrea […] io amo gli obiettori, i fuori legge del matrimonio, i cappelloni sottoproletari amfetaminizzati […]. Fumare erba non m’interessa per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige ed ottiene. Mi par logico, certo, fumare altra erba meno nociva, se piace, e rifiutare di pagarla troppo cara, sul mercato […] in carcere". In quegli anni si parlava già, assai spesso, di legalizzazione, anche se allora non appariva affatto centrale il voler sconfiggere lo spaccio illegale, ma si voleva solo difendere un principio, oppure una passione personale, come quella dei provos olandesi, che nel 1967 distribuivano ad Amsterdam un volantino di questo tenore: "Noi, Liberi e Illuminati. Noi i Giovani Insofferenti delle Restrizioni, dei Tabù, dei Divieti, Noi Amanti della Pace e dell’Amore […] rendiamo oggi legale per tutto il pianeta la coltivazione e il consumo della Marijuana…". Per restare in Italia, in un suo saggio del 1979 intitolato Droga e legge penale. Miti e realtà di una repressione, Giovanni Maria Flick, poi divenuto ministro di Grazia e Giustizia, scriveva: "Una prima alternativa ed ipotesi di lavoro è rappresentata dalla possibile liberalizzazione totale del fenomeno droga in senso ampio […]. L’ipotesi non è forse così paradossale e aberrante, come potrebbe sembrare a prima vista, per la possibilità di prospettare una serie di argomentazioni non trascurabili a favore di essa. In effetti, ove si abbiano presenti le motivazioni poc’anzi accennate del ricorso alla droga in chiave, in ultima analisi, di ricerca di una propria identità ed autenticità, si affaccia quanto meno il dubbio sull’accettabilità di una repressione delle manifestazioni di tale ricerca […]. Da un lato, il ricorso alla sostanza stupefacente o psicotropa può, di per sè ed in linea di principio, considerarsi una espressione di autodeterminazione (ancorché più o meno cosciente) e quindi in ultima analisi una espressione di libertà morale. La droga è espressione di libertà morale […], una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni". Ebbene queste idee erano momentaneamente tornate, espresse con più prudenza, all’epoca dei passati governi Prodi e D’Alema, attraverso l’attivismo dei movimenti antiproibizionisti radicali e comunisti. Proprio nell’aprile 1998, sulla rivista Cannabis, che pubblicizza e diffonde l’uso della cannabis: "Depenalizzazione della coltivazione della canapa da fiore e per la cessione di piccole quantità ad uso individuale o comunitario […]. Depenalizzazione di tutti i reati (minori) per lo più connessi all’uso o piccolo spaccio di qualsiasi droga esistente sul mercato […]. Distribuzione/legalizzazione controllata delle varie droghe dette pesanti". Proprio in contemporanea con queste proposte il governo dell’Ulivo auspicava la depenalizzazione del "consumo di gruppo, autoproduzione e cessione gratuita di droghe leggere", mentre il Ministro Flick, rimanendo fedele alla sua storia, proponeva la "non punibilità del consumo domestico di cannabis: la cosiddetta marijuana sul davanzale". Ecco, la paura è legittima: qualcuno è ancora convinto, trent’anni dopo, che la droga sia una “espressione di libertà”?

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