La croce, la svastica e lo scienziato Fred Hoyle.

Nella Germania nazista la croce è sostituita dovunque dalla croce uncinata, o svastica, cioè da un simbolo solare induista (e non solo), che richiama l’eterno divenire delle cose, la concezione di un tempo ciclico, che si ripete di continuo, come un serpente che si morde la coda. Nell’ideologia nazista infatti confluiscono sincretisticamente filosofie e religioni precristiane, tutte, al fondo, panteiste, cioè fondate sull’idea dell’eternità e della divinità del mondo. La svastica è anche simbolo che richiama la reincarnazione: anche l’uomo non fa che ripetersi, in involucri diversi. Coerentemente Adolf Hitler, credendo nella svastica e nella reincarnazione, era un rigido vegetariano. La croce cristiana non poteva piacergli: essa non gira, stat crux dum volvitur orbis, e simboleggia il tempo lineare, l’incontro tra una verticale, Dio, e una orizzontale, la terra, l’uomo. Al centro vi è Cristo, Dio e uomo: come lui, gli uomini sono destinati non alla reincarnazione, impersonale vagabondaggio senza significato, ma alla resurrezione, glorioso trionfo della nostra unicità spirituale e corporea. Questa introduzione può aiutare a capire la discordanza che ci può essere, anche tra scienziati, su una particolare ipotesi cosmogonica, a partire da filosofie differenti. Agli inizi del Novecento un gesuita, Georges Lemaitre, teorizza la nascita dell’universo da un “atomo primordiale”. “Questa faccenda – gli dirà Einstein – somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete…”. Anche Einstein infatti fu per un certo tempo convinto che “l’universo non avesse storia, fosse eterno e infinito”, benché la stessa teoria della relatività fosse in disaccordo con una simile credenza (Franco Prattico, Dal caos…alla coscienza, Laterza). Un altro celebre scienziato, Fred Hoyle, ribattezzò la teoria di Lemaitre in modo dispregiativo col nome che tutti conosciamo: “Big bang”. “Sir Fred, ha scritto Giulio Giorello, non amava troppo la Genesi, per lui forse era meglio qualche principio (ciclico, ndr) tratto dal buddismo e dall’induismo” (Corriere della sera, 25/8/ 2001). Per questo, lasciando momentaneamente le vesti di scienziato obiettivo e indossando quelle del filosofo (quale uomo non lo è?), e volendo opporsi all’idea di una “creazione cristiana dal nulla”, inventò il cosiddetto “stato stazionario dell’universo”. Questa ipotesi “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere The Dead of Night, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava” (J.Barrow, Le origini dell’Universo, Sansoni). Così inventarono un’ ipotesi, da un film, solo per opporsi al concetto di creazione: ma nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale, e lo stesso Hoyle, con una sua scoperta, contribuì ad affossarla..
Hoyle si occupava anche di biologia, sulla scia di scienziati come il fisico Hermann von Helmholtz e Francis Crik. Come loro propose l’ipotesi della panspermia. “Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani – aveva scritto von Helmholtz-, a me pare rientri in una procedura scientifica il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa”. Il ragionamento, come si vede, è molto vero, nella sua parte prima, molto poco scientifico, nella seconda: l’unica conclusione scientifica del fatto che la materia viva non nasce da quella inanimata, è che non conosciamo, sperimentalmente, la Causa (per un credente spirituale, intangibile), di questo miracoloso apparire della vita! Hoyle partiva da questa riflessione: “sulla base del calcolo delle probabilità, perché le unità molecolari che sono alla base della vita si combinino tra loro per formare il più semplice sistema vivente occorrerebbero tempi d’una lunghezza incredibile: l’età comunemente attribuita all’Universo…è ridicolmente insufficiente. Non sarebbe sufficiente neppure a far formare attraverso processi casuali gli enzimi indispensabili per dare inizio ai primi processi vitali”. Per poter giustificare la nascita della vita, nella sua complessità e splendore, occorrerebbe quindi contraddire nuovamente il Big Bang, e ipotizzare un mondo eterno, mai nato, luogo di una “infinita serie di accoppiamenti casuali necessari a far sorgere la vita”. “In questo caso, però, non potrebbe essere la Terra la sede adatta per la sua apparizione: i suoi quattro miliardi e mezzo di anni sono una inezia davanti a processi che richiederebbero centinaia di miliardi di anni”: come per Crik, scopritore del Dna, che ipotizzò la panspermia guidata da parte di extraterrestri, anche Hoyle ritenne che la Terra fosse troppo giovane per ospitare una vita nata per caso. Non gli rimase che ipotizzare, senza fondamento, per pura ideologia, ancora una volta solo per negare la possibilità di un Creatore (ed affermare quella dogmatica del caso), che la vita fosse giunta sulla Terra dallo spazio, tramite semi della vita sparsi per l’Universo, nati per caso, non si sa bene come né dove. La realtà, invece, è che “nulla obbliga la chimica a produrre la vita” (Prattico, op.cit.), e che nulla, scientificamente, ci obbliga a credere al caso: anzi, al contrario…

Il cardinal Martini: meglio intransigenti per principio e tolleranti nella pratica, o viceversa?

Il cardinal Carlo Maria Martini, non ci sta: non vuole essere annoverato, lui, con fama di cattolico progressista, adulto, già aspirante papa, tra i cattivi, i duri di cervice, che si oppongono con fermezza all’avanzare della modernità. Tutto è in forse, per lui, dal preservativo, all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione artificiale, ai Dico: non bisogna "condannare", ma solo aprire la porta, non si sa quanto, né come, né in base a quali principi. L’importante è dire che la porta è aperta, e che tutti, in qualche modo, potranno prima o poi entrarci, in nome di questa o quella peculiarità, di questo o di quel caso pietoso. Martini affida il suo pensiero, totalmente altro da quello della Chiesa, non ad un dialogo interno ad essa, ma a interviste coram populo, all’Espresso, o a riviste simili, lì dove lo ospitano volentieri. Lì, forse, lo avrebbero voluto papa. Lì sono illuminati, e sanno dare spazio ai cattolici, basta che dicano esattamente ciò che a loro piace. Il mondo, in senso evangelico, è astuto, ma Martini non lo sa. Lui, al contrario, è solo puro come colomba, non astuto come serpente: più buono ancora di quanto Cristo stesso richieda. E’ facile, in realtà, apparire buoni. Ogni padre, ogni maestro saprebbe come fare, per non essere contestato, né ingiuriato (ma, alla fine, neppure amato). Si sa come agire, per non dover portare la fatica dell’educazione: "lasciate fare, lasciate passare"… Alla scuola di Pilato, tutti noi abbiamo imparato a non essere fastidiosi: così è se vi pare, altrimenti, fate vobis, io non me la sento… Questo il problema: la modernità ci ha insegnato che il bene è forse bello, ma sempre con misura, abilmente mescolato ad un po’ di male. Non crediamo cioè, anzitutto noi cattolici (io e Martini compresi), che il bene sia fatto per noi, per la nostra felicità: che ciò che la legge morale ci chiede sia ordinato alla nostra salvezza, non solo eterna, ma anche terrena. Non siamo più neppure pagani: la virtù è parola noiosa, evoca salite, difficoltà, sacrifici, e basta. Non esalta, non stimola il nostro spirito, non fa cantare il nostro cuore. Eppure già Cicerone scriveva che "non vi è mai alcunché di vantaggioso, se in pari tempo non sia moralmente buono; e non perché è vantaggioso è moralmente buono, ma perché moralmente buono è anche vantaggioso". "Vantaggioso", per i cattolici, dovrebbe essere tutto ciò che Cristo ci ha insegnato, anche se faticoso: "il mio giogo è leggero". Leggero perché, se lui è Padre, non può chiederci nulla che non siamo in grado di sopportare: se ci chiede la castità, la sofferenza, se non ci dona la gioia dei figli, rimane pur sempre il Salvatore, colui che dà infinitamente più di quanto prenda. Noi invece, mancando di fede, siamo spesso convinti che il giogo del mondo sia più sopportabile, più leggero, e che le strade larghe, le pianure aperte, siano più riposanti e più belle delle colline e delle montagne che portano in alto. Ma Martini, che della Chiesa è un principe, dovrebbe sapere quale è il pensiero e l’azione della sposa di Cristo. Come ha scritto qualcuno, "la Chiesa è per principio intransigente, perché crede, nella pratica è tollerante, perché ama", mentre spesso il mondo è tollerante per principio, perché non crede, e intransigente nella pratica, perché non ama. Chi è contro l’aborto? I cattolici, per lo più. E chi aiuta, ogni giorno, centinaia di donne che hanno bisogno di sostegno, non solo per partorire, ma anche per superare il dolore del post aborto? Gli stessi di cui sopra. Non è un vanto, ma una responsabilità. Non si è buoni cedendo sui principi, ma amando nella pratica: difficilissimo, terribile, e per questo nessuno può veramente sentirsi a posto, con le parole. E per il preservativo, l’Africa, l’Aids? Possiamo, senza mentire, insegnare agli africani che la loro salvezza viene dal caucciù? I missionari, più aperti di Martini nella pratica, più intransigenti di lui nei principi, sanno che ciò che conta è educare all’amore: questo è tutto. Là dove il maschio fa spesso quello che vuole, dove vigono la poligamia, la promiscuità, la mancanza di igiene, possiamo affidarci ad un po’ di plastica, da usarsi in un certo modo, con tante precauzioni, e che ha, nonostante tutto, un’alta percentuale di fallimenti? Il preservativo, prescindendo da qualsiasi degradazione accidentale, ha già di per sé fessure, plissettature, cavità, porosità, che lo rendono non di rado inefficace, anche come contraccettivo (Massimo Pelliconi, Diventerete come dei, Itaca). Come può proteggere dal virus dell’Hiv, che è 450 volte più piccolo di uno spermatozoo?

Piergiorgio Odifreddi e le odifreddure.

Piergiorgio Odifreddi è professore di Logica all’Università di Torino, collaboratore di “Repubblica”, “Espresso” e “Le scienze”: per queste sue qualifiche ci aspetteremmo un dottor sottile, che lavora di fioretto, che distingue e analizza con la precisione dell’orefice. Purtroppo, leggendo il suo “Il Vangelo secondo la Scienza” (Einaudi), l’impressione è assai diversa. Ci si trova infatti di fronte ad uno sfoggio di ostentata erudizione, al di là del quale mancano approfondimento e comprensione, ma non colpi di scure, o di vanga, come questo: “il cristianesimo è parte integrante del potere capitalista, razzista e sessista, e come tale andrebbe abbandonato” (p.131). Quello che sconcerta un povero cristiano come me, non è questa avversione alla religione, quanto il disprezzo per la logica, materia che Odifreddi bistratta oltremodo, senza considerare che alle sue spalle vive, guadagna, e ha acquistato la sua notevole fama. Il florilegio di assurdità, riguardo alle religioni, è troppo vasto, ma occorre analizzare almeno qualche punto. A pagina 11 ad esempio, vengono collegate tra loro, come fossero consequenziali, la dieta non vegetariana dei cristiani, con le “ideologie di potenza e di guerra” e con i monoteismi. Non solo si dà per scontato che chi non è vegetariano sia un maledetto oppressore e un potenziale omicida, ma anche che le ideologie contemporanee, “di guerra e di potenza”, cioè il nazionalsocialismo ed il comunismo, siano corollari della fede biblica, e non, come è storicamente certo, sue mortali avversarie. Forse l’Odifreddi dimentica che lo stesso Hitler, lungi dall’essere un feroce mangiatore di bistecche, era rigorosamente vegetariano, come molti membri delle Sa, e aveva promulgato leggi in difesa degli animali, proprio mentre legalizzava aborto, eutanasia e sterilizzazioni forzate. Proseguendo nella lettura si scopre, a pagina 12, che “l’uomo dei tropici vive già nel paradiso e la reincarnazione lo condanna a rimanerci: l’unica sua speranza di liberazione può dunque essere l’uscita dal gioco, quel nirvana che non è appunto altro che lo svincolamento dal ciclo delle nascite e delle morti”. La realtà è esattamente l’opposto: per il buddismo la vita terrena è paragonabile piuttosto all’inferno, e proprio per questo la reincarnazione, costringendo l’uomo a rimanervi, è una condanna. Del resto si noti l’assurdo logico secondo cui un uomo che vive “già nel paradiso”, dovrebbe cercare una “liberazione” da esso! Dal buddismo al cristianesimo, le modalità del professore di logica sono le stesse: non conosce, ma disquisisce. A pagina 37 si legge: “il fatto è che per Agostino, Dio ha creato non solo la materia, ma anche lo spazio e il tempo: egli sta dunque oltre l’eternità, che non è altro che una durata temporale infinita”. Tralasciando l’espressione “oltre l’eternità”, che difetta di significato, occorrerebbe forse sottolineare che la visione di Sant’Agostino è perfettamente compatibile con la teoria della relatività di Einstein: il tempo e lo spazio, ritenuti eterni dai greci, e quindi assoluti, sono invece relativi, sia per il creazionismo agostiniano che per la scienza. Ma soprattutto va notato che definire l’eternità come “durata temporale infinita” significa non distinguere il panteismo di Aristotele dal cristianesimo, né conoscere l’Agostino che si sta citando. Pur tuttavia, Odifreddi dovrebbe giungere al concetto cristiano di eternità con la sola logica: se Dio infatti ha creato il tempo, ne è, per così dire, fuori. Di conseguenza l’eternità non coincide con una “durata temporale infinita”, ma con l’assenza di tempo! L’ esperienza umana può dirci qualcosa al riguardo: l’uomo infatti proietta di norma le sue speranze e desideri nel futuro, a dimostrazione del suo essere fatto per qualcosa di “oltre”. Al contrario, allorché vive quegli istanti di gioia pura che per Teresa d’Avila erano segno e pegno, quaggiù, di una eternità felice, gode e vede solo l’istante presente, senza aspirare né al passato né al futuro: agogna, inconsapevolmente, all’assenza di tempo, cioè all’eterno presente del Cielo! Per concludere, il libro di Odifreddi offre anche qualche spunto interessante. Dopo un breve cenno all’abate Lamaitre, sacerdote tomista cui dobbiamo la teoria dell'”atomo primitivo”, poi detta del Big Bang, spiega che l’avversione ad essa da parte di Fred Hoyle, creatore di un modello alternativo, non aveva motivazioni scientifiche, ma ideologiche: “il Big Bang gli sembrava fornire un illecito supporto scientifico alla religione” (lo aveva già detto Einstein: il Big Bang è similissimo al Genesi). “Illecito”, si vede, per chi ha già deciso, e costruisce a posteriori modelli e “logiche”, che con la scienza e logica non c’entrano affatto. La storia di Hoyle, infatti è molto simile a quella di Odifreddi: uno scienziato che travalica nella filosofia, e che vorrebbe presentare come scienza anch’essa. La sua storia è infatti assai interessante: egli è l’inventore di un escamotage, per negare una teoria che gli appariva troppo creazionista, in quanto presupponeva che l’universo avesse cominciato ad esistere, in un istante di tempo che ha dato vita al tempo stesso, e che non fosse sempre esistito. Hoyle infatti oppose alla teoria del Big Bang quella dello “stato stazionario dell’universo”, che il celeberrimo fisico inglese J. Barrow descrive così: essa “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere “The Dead of Night”, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava”. Così inventarono una ipotesi, da un film, per dire che l’universo non era nato una volta sola, ma continuava a rinascere, dall’eternità e per sempre, solo per opporsi al concetto di creazione, ma senza alcun fondamento: nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale (J.Barrow, “Le origini dell’universo”, Sansoni). Un’altra volta analizzerò il nuovo libro di Odifreddi, “Perché non possiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici” (Longanesi), che inizia così: “cretino” deriva etimologicamente da “cristiano”, ed effettivamente tutti i cristiani sono dei cretini.

Dalla parte del torto..conservatori e progressisti…

Ci sono dei pregiudizi enormi che dall’età delle rivoluzioni ci portiamo addosso: che la morale sia noiosa, che la logica ci ingabbi, che il bene sia banale e non appagante, che “conservare” significhi immobilità e staticità infelici. Questi pregiudizi si sono cristallizzati nella comoda classificazione che divide l’umanità in “conservatori” e “progressisti”. I primi sarebbero vecchi di spirito, misoneisti, stanchi ripetitori di idee e di azioni senza splendore. I secondi, invece, creatori vitali, intraprendenti, al passo coi tempi, verso un futuro sempre migliore del presente e del passato. I primi crederebbero in valori troppo antichi, monotoni nella loro eternità, da Antigone ai pro life; i secondi sottoporrebbero tutto al vaglio della ragione, dubitando “allegramente” perfino delle tabelline o della legge di gravità. La realtà, a me, pare diversa. Mi sembra che i conservatori, se la definizione ha un senso, potrebbero difendersi: conservare può anche significare sorprendersi dell’esistente, approfondire un dato di fatto, riscoprirlo ogni volta, spolverare di continuo una realtà positiva, spesso coperta dalla polvere dell’abitudine, per riportarla alla luce, per renderla più luminosa e via via più comprensibile ed amabile. Per il conservatore la realtà è data, ma non per questo esaurita: si ammanta di luci e di ombre, di intelligenza e di mistero. A lui tocca starci, partendo da un atto di fede, verificabile nell’esperienza: che starci, appunto, sia più bello, sia più vero, più umano; che sia il compito dell’uomo, e, nello stesso tempo, la sua realizzazione e la sua felicità. Per il conservatore il dovere e il piacere non sono disgiunti, perché la realtà non è schizofrenica: divertirsi non è devertere, ma rimanere sulla strada, on the road, cogliendo meglio il piacere del sole che ci sta davanti e dei fiori che si trovano ai bordi del cammino. Per il progressista invece la realtà non basta. Occorre sempre sfuggire, viaggiare altrove, cosmopolita e non patriota, trasgressivo e non fedele. Progredire, in questo senso, è sbarazzarsi al più presto della realtà data, in nome dell’utopia. E’ far tabula rasa, anche violentemente, per ricostruire, e, ricostruendo, cambiare il progetto, ogni momento, passando avanti. “Tutto ciò che esiste- scriveva il giovane Marx- merita di essere distrutto”: perché nulla soddisfa e nulla è degno di essere come è, di avere una precisa conformazione, una identità, una essenza stabili. In religione il progressista crede nel materialismo, o nel deismo (illuminismo), poi nella dea Ragione, o nell’Ente supremo, poi di nuovo nell’ateismo marxista, e infine nel politeismo new age: crede a tutto perché non vuole credere a nulla, così come abbraccia tutte le utopie e ideologie, intercambiabili a tempi alterni. Riesce ad essere positivista e spiritista come Doyle o Lombroso; pacifista e poi interventista, socialista massimalista e poi fascista come Mussolini; fascista e poi comunista come Curzio Malaparte e il grosso degli intellettuali italiani del dopoguerra; comunista stalinista e poi liberal-radicale, come molti Ds… Riguardo all’amore il conservatore gode e soffre della grandezza misteriosa dell’incontro con l’altro: ritiene che nell’amore vi siano non solo istinti, o reazioni chimiche di simpatia, ma una disegno più grande, che spetta anche a lui realizzare, delineare, mantenere nel suo splendore, per approfondirlo. Non gli basta una vita per capire la moglie, o il figlio, il loro essere “suoi” e altro da lui, nel contempo dono e “conquista”. Si stupisce di fronte alla nascita di un figlio, come dinanzi a qualcosa di cui è protagonista ma non l’autore, di cui è beneficiario, ma non padrone. Per questo prova un naturale senso di gratitudine nei confronti della vita. Il progressista invece crede nel “libero amore”. Crede cioè che l’amore sia libero da se stesso, un libero scorrere, fluire di emozioni, soprattutto sensibili, che vengono, passano, e magari non tornano: crede che la fedeltà sia un vincolo opprimente, che assecondare sempre il proprio desiderio sia trovare la propria felicità. Soprattutto, per concludere, il progressista crede nel progresso dell’Umanità e delle masse: è quasi generoso, nel non credere o nel non lavorare per il proprio. Il conservatore confida meno in tutto questo, e nel bene promesso dalle gazzette ufficiali: dubita di se stesso, più che della realtà, e il suo progresso è prima da dentro che da fuori, prima personale che politico, prima spirituale che materiale. Analogamente il senso della vita, per lui, va ricercato, trovato e vissuto, piuttosto che inventato, ripudiato, e, di volta in volta, reiventato.

La Verità, non l’autorità, fa la legge. Considerazioni sul diritto.

Tra i valori in cui il nostro tempo afferma di riconoscersi possiamo notare che manchino di fatto sia la legge che la verità. Formalmente è accettato il principio del governo della legge – che, come si sa, è molto antico, teorizzato già da Platone e da Aristotele – dal momento che il nostro ordinamento giuridico è concepito come stato di diritto, ovvero come uno stato in cui i rapporti intersoggettivi e le manifestazioni di volontà dell’autorità costituita devono avere luogo secondo la forma stabilita o sanzionata, cioè approvata dalla legge. Legge intesa in senso formale, cioè come deliberato di un’assemblea legislativa eletta a suffragio universale. Però questo riconoscimento del governo della legge in senso formale (qui la legge è tale solo in senso formale, cioè la legge è legge per la forma in cui viene emanata), è esso stesso formale perché non sembra più avere luogo in senso sostanziale, cioè nella coscienza degli individui sottoposti alla legge. Infatti, una prima cosa da notare è questa: che la legge posta dall’autorità legittima ci obbliga e ci costringe già per il solo fatto di esistere. E questo essere obbligato dalla semplice esistenza della legge, l’uomo contemporaneo non lo vuole più accettare. Non vuole alcun limite alla propria libertà individuale per cui l’atteggiamento spirituale del mondo moderno è quello di obbedire alla legge solo se ci trova il proprio utile, la propria convenienza. Diciamo in sostanza che l’uomo contemporaneo rifiuta il principio del governo della legge così come rifiuta il principio di autorità. ? una delle cose più normali oggi sentir negare il principio di autorità: non bisogna costringere, non bisogna imporre niente a nessuno.
Ora, anche la legge in senso formale è pur sempre espressione del principio di autorità. Naturalmente questo atteggiamento dell’uomo contemporaneo è sbagliato, in quanto il principio di autorità non è incompatibile con l’idea di libertà, ma è incompatibile con l’idea di una libertà senza limiti, quale viene professata dall’uomo contemporaneo. Bisogna quindi dire che l’accettazione dell’antico principio, secondo il quale la legge posta dall’autorità legittima deve governare la nostra vita temporale, comporta l’obbedienza alla legge in quanto tale, a meno che non si dimostri che nel caso particolare la legge non è buona, cioè è incompatibile con dei princìpi più alti. Era il caso dei martiri cristiani i quali non negavano l’autorità dello Stato, come sappiamo, ma negavano la pretesa dello stato romano di divinizzarsi, rifiutavano di sacrificare all’imperatore, che l’imperatore dovesse essere considerato come Dio, tant’è vero che Tertulliano scrive, com’è noto, rivolgendosi ai pagani: “Cesare è più nostro che vostro”, ovvero: noi riconosciamo la legittimità dello stato nell’ambito delle sue funzioni ordinarie “… perché se non ci fosse l’impero romano”, dice Tertulliano, “verrebbe l’Anticristo”. Ma quando lo stato vuole farsi esso stesso Dio allora non si può più obbedire a questa pretesa.
Da cosa deduciamo dunque che la legge oggi venga osservata soprattutto se la si considera conveniente per noi stessi? Dal puntuale e sistematico verificarsi di contestazioni organizzate, in Italia – lo sappiamo bene – praticamente ad ogni legge. Cioè gli interessi che si considerano lesi si organizzano ogni giorno in forme concrete di lotta contro la legge emanata, o in procinto di esserlo, e l’opinione pubblica trova questo modo di agire del tutto normale. ? l’aspetto più impressionante che rivela che non c’è più l’idea che la legge vada innanzitutto osservata perché è legge, punto e basta, fatto salvo il caso detto in precedenza. Per l’uomo contemporaneo nella legge non c’è alcuna verità, c’è solo l’utilità, quando c’è. Perché il criterio che egli adotta per giudicare la legge non è dato dal vero (e quindi dal giusto), ma dall’utile. Il ragionamento che egli fa è dunque il seguente: se la legge non mi è utile, non accresce il mio benessere, non rispetta le mie pretese, protesto e mi ribello.
L’idea di una libertà senza limiti, che è ormai incardinata nella mentalità dell’uomo contemporaneo, ha fatto poi venir meno in quest’uomo l’idea stessa del dovere. In conseguenza di ciò non c’è più l’idea che obbedire alla legge sia innanzitutto un dovere, dovere al quale non si soddisfa che in presenza di gravi e giustificati motivi. L’idea, inoltre, di una libertà individuale illimitata nasconde una concezione violenta della libertà. Perché mancando i limiti della libertà di ciascuno, fatalmente si ha quello che gli stessi filosofi laici del tempo passato chiamavano “lo stato di natura belluino”, cioè lo stato di guerra di tutti contro tutti. Infatti se manca ogni limite sarà solo con la mia forza, perennemente vigilante, che mi difenderò dagli altri e mi imporrò loro. Dato poi che un limite deve pure esserci, perché la natura delle cose lo impone, dovrò essere io, l’individuo, a dirigere questo limite nei confronti degli altri, magari aggredendoli prima che mi attacchino. In una condizione del genere, di lotta belluina di tutti contro tutti, la regola, o norma, la legge che un’autorità voglia imporre, sarà sentita unicamente come l’espressione di puri rapporti di forza ai quali l’individuo si piegherà solo in relazione alla propria convenienza e al timore che la legge, cioè i rapporti di forza esistenti, gli incuteranno. Non è quindi la verità, ma l’utile e la forza, i criteri ai quali ci si ispira per valutare la legge.
Diciamo quindi che l’idea della verità oggi come oggi, è talmente assente dall’idea della legge che l’accostamento di legge e verità può sembrare persino assurdo. Ma la legge, dobbiamo dire, non può essere la mera espressione dei rapporti di forza dominanti, nei quali si organizzano e vengono a conflitto tutti i fini egoistici degli individui. La legge deve invece mirare a una verità obiettiva, assoluta, che può essere data solo dalla realizzazione del bene comune. Il bene comune costituisce l’unica misura obiettiva per determinare la verità della legge, infinitamente superiore a ogni sua utilità per i particolari, per gli individui.
Il bene comune, ripeto, non come somma di interessi individuali, cioè di ciò che per ognuno di noi è soggettivamente il bene, ma come valore obiettivo che risulta da ciò che è bene in sé per l’uomo, creato da Dio a Sua immagine e somiglianza e che il singolo deve saper cogliere usando l’intelletto e la volontà secondo le disposizioni al bene che Dio ha posto in essi (intelletto e volontà). Ma, detto questo, ci chiediamo: un’epoca che non crede nella verità come la nostra, come può credere nella verità che la legge deve incarnare? Il nostro tempo non crede infatti nell’esistenza di una verità assoluta. Si ritiene invece che ogni verità sia del tutto relativa, del tutto soggettiva. Ciò equivale a negare di fatto l’esistenza stessa della verità, dal momento che una verità solo soggettiva è nient’altro che un’opinione del soggetto, e quindi, per definizione, una non verità, non potendo la verità ridursi alla mera opinione. Anche in tutta la filosofia antica, nella sua componente costruttiva, cioè classica, la filosofia greca – diciamo – costruttiva, non intendendo i sistemi negativi come l’epicureismo, lo stesso stoicismo e, per vari aspetti, lo scetticismo, ma intendendo proprio il pensiero costruttivo che troviamo in Platone, in Aristotele e anche nei presocratici. C’è la lotta continua contro la doxa, l’opinione. L’opinione non è verità. La semplice opinione, o del soggetto, o del popolo, della comunità, come tale non può contenere la verità. Deve dimostrarlo. Eraclito diceva. “la doxa dimostra di avere la verità se dimostra di contenere il logos”, il principio universale che deve governare il tutto. Comunque c’è questa lotta continua, costante, del pensiero antico contro il regno dell’opinione e oggi la decadenza del mondo moderno la si vede anche da questo, che viviamo nel regno dell’opinione, della doxa organizzata attraverso i mezzi di comunicazione e le scoperte della scienza. Dire dunque che la verità è solo soggettiva è come negare la verità in quanto la verità non può ridursi all’opinione. Occorre notare come sia del tutto logico che questa negazione si accompagni alla negazione del principio di autorità, le due cose andando assieme in quanto la verità, una volta accertata, ci costringe con un’autorità indefettibile. La verità possiede in sé un’evidenza, ma si può usare un termine più forte e dire che possiede una propria autorità, un’autorità di fronte alla quale non possiamo più far valere la nostra opinione personale, dobbiamo invece inchinarci e obbedire alla verità. Quindi oggi si nega autorità alla verità e si nega l’autorità della legge. I due fenomeni sono correlati e derivano entrambi dal rifiuto che la coscienza moderna oppone alla verità assoluta, la quale, come sappiamo, è rappresentata in primo luogo da Dio e dalla Sua rivelazione. Per questa coscienza la legge non ha verità e la verità non può essere la nostra legge. Detta coscienza non riconosce alcuna autorità al di sopra di sé. L’unico principio di autorità che accetta è quello che, in maniera del tutto arbitraria, attribuisce a se stessa. Ciò significa che per questa coscienza è oggettivo solo ciò che essa considera conforme alla propria natura. Una natura però in cui non si sentono più alitare la coscienza o il logos universale, di cui ad esempio parlavano gli idealisti, ma la pura, unilaterale, volontà di potenza di Nietzsche, secondo la quale “nessuna legge può essere sacra per me”, come egli scriveva, “se non quella della mia natura”. Giusto è solo ciò che è in armonia con la mia natura, ingiusto ciò che è contro di essa.
Possiamo dire che questo noto frammento o aforisma di Nietzsche sia un po’ la divisa del modo di pensare contemporaneo in relazione alla legge e alla giustizia. Ora, diciamo che la fede contemporanea nel carattere rigorosamente soggettivo della verità e la conseguente, ostinata, negazione dell’esistenza di una verità assoluta, manifestano l’aporia, la difficoltà, la contraddizione che dir si voglia, che, sul piano dei princìpi, è stata da sempre rinfacciata ad ogni scetticismo e relativismo (e, tra l’altro, può sembrare un paradosso, ma tuttora sono sempre estremamente valide le critiche fatte da Hegel nelle sue “Lezioni sulla storia della filosofia” a tutto lo scetticismo, sia quello antico che quello moderno).
Chi nega infatti che esista una verità assoluta, non considera questa negazione come una verità relativa, cioè quale opinione che può essere falsa in quanto mera opinione di un soggetto, affermando quindi, di fatto, che il carattere soggettivo della verità è una verità assoluta. In tal modo egli si contraddice. E la contraddizione consiste proprio nell’essere costretto a far valere come verità assoluta la negazione stessa di ogni verità assoluta. Se i sostenitori della relatività della verità e della conseguente legittimità di tutti i punti di vista sulla verità, cioè di tutte le religioni, i costumi, le morali, le culture, fossero coerenti con se stessi, dovrebbero ammettere anche la relatività del loro punto di vista. Se il vero è sempre soggettivo perché non passibile di una dimostrazione assolutamente oggettiva, allora è soggettiva anche l’affermazione che il vero è soggettivo. Però, diciamo, che se è soggettiva, non è vera. Allora il relativismo assunto come principio assoluto, nega se stesso. Sul piano speculativo la sua negazione dell’esistenza di una verità assoluta non ha quindi valore già per il fatto che questa negazione è posta come una verità assoluta.
Ne concludiamo che la verità assoluta esiste, si tratta solo di sapere quale sia.
La contraddizione che inficia la proposizione speculativa fondamentale del relativismo fa sì che esso, ulteriore conseguenza, non possa distinguere tra verità ed errore. Allorché religioni delle quali si voglia affermare l’uguale dignità, come si dice oggi, affermano cose opposte nel dogma e nella morale, si può accettarle come ugualmente vere? Per il cristianesimo l’unico Dio è uno e trino, mentre per gli ebrei e musulmani non lo è. ? impossibile che questi due modi di concepire Dio siano entrambi veri. Dal momento che si escludono a vicenda dobbiamo dire che uno dovrà essere falso. Se Dio, come ben sappiamo è Uno e Trino, chi afferma il contrario non dice la verità, cade in errore, per cui diciamo che il cristianesimo è nel vero, mentre gli altri errano. A questa affermazione ci conduce un giudizio nel merito della cosa, cioè un giudizio mediante il quale prendiamo posizione a favore della verità, verità che non può che essere una verità assoluta, cioè una verità sentita come tale non perché posta da noi, ma perché da noi accettata nella sua obiettiva e indisputabile esistenza di verità rivelata. Come può allora il punto di vista relativistico, oggi dominante, porre tutte le religioni sullo stesso piano, riconoscendo loro pari dignità come se le loro fedi fossero ugualmente vere? Può a condizione di non addentrarsi nel merito perché il giudizio di merito obbliga a scegliere, già per il fatto di obbligare a distinguere fra proposizioni manifestamente contrapposte, con l’applicare il principio di identità e di non contraddizione. Il riconoscimento della pari dignità, come se contenessero un’uguale verità, a verità che sono fra loro antitetiche come il bene e il male si basa perciò sulla mancata applicazione dei canoni elementari della logica e il risultato ultimo è quella confusione fra verità ed errore che purtroppo è diventata la nota dominante, caratteristica, della nostra società; confusione, bisogna purtroppo dire, della quale la gerarchia cattolica ufficiale, da tempo – sappiamo – in piena crisi di fede, si è resa complice.
La contraddizione filosofica che è a fondamento del soggettivismo e del relativismo, si traduce quindi in una contraddizione pratica, ossia in quel nichilismo che pervade ormai ogni comportamento dell’uomo del nostro tempo. Possiamo fare un’annotazione ulteriore e dire che nella programmata indifferenza odierna per la verità, si cela un non detto, che è il vero nucleo del relativismo oggi dominante, e cioè che non c’è alcun Dio, alcun giudizio, alcuna vita eterna. Per questo non credono alla verità assoluta e pongono tutte le verità sullo stesso piano. E quindi l’ateismo è in realtà il segreto del soggettivismo contemporaneo, il suo articolo di fede.
Detto questo, ribadiamo il principio cattolico, del carattere rigorosamente oggettivo della verità che ho cercato di evidenziare nel mio modesto intervento: ciò che è vero lo è in sé, non perché riconosciuto come tale da noi, sia che si tratti di una mera verità di fatto, sia che si tratti dei valori. Non diventa vero per noi se non lo riconosciamo come vero, cioè, se non ne siamo convinti. Ma l’essere vero per noi nulla toglie o aggiunge a ciò che è in sé. Dio esiste e si è manifestato nella Rivelazione testimoniata nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Che noi si creda o non si creda in Lui questo cosa toglie o aggiunge alla Sua esistenza e alla Sua Rivelazione? Cosa toglie o aggiunge a questa verità?
Nel sostenere il principio del carattere assoluto e oggettivo del Vero, quindi che il Vero è tale non in quanto pensato, ma pensato – cioè fatto proprio dal soggetto – in quanto Vero. Nel sostenere quindi questo principio il pensiero cattolico, come sappiamo, da Sant’Agostino a San Tommaso, ha approfondito e rielaborato gli aspetti migliori del pensiero classico, cioè gli aspetti migliori di Platone e Aristotele, e ciò è stato rimproverato a quel pensiero ad es. dai protestanti, come una colpa, come se avesse tradito la verità rivelata. L’aristotelismo: un peccato mortale! In questa sede ci limitiamo a dire che le intuizioni – naturalmente positive – del pensiero classico, dimostrano solamente che Dio, oltre alla morale naturale, ha posto negli uomini anche un lume naturale, il quale, se ben usato, può condurre a delle verità di pensiero che vengono, diciamo, come a dissodare l’animo nostro, inaridito e piagato dalle passioni e dalla superbia, sì che poi la grazia di Dio possa piantarvi o farvi fiorire la fede. Del resto, se noi guardiamo i fatti, dobbiamo dire che essi parlano chiaro, che, appunto, gli eretici, abbandonato il principio del carattere assoluto della verità di fede (abbandonato perché? In odio alla autorità della Chiesa che ne custodiva il deposito e in odio al pensiero classico, su cui la Chiesa, indirettamente, si appoggiava) l’hanno sostituito con il principio del libero convincimento individuale e la libera coscienza di sé, che si costruisce la sua verità in apparente serietà di intenti. Quando Hegel diceva che Lutero era stato il vero profeta, il vero artefice della coscienza moderna, la libera coscienza individuale, questa libertà infinita che la coscienza riscopre, o scopre dentro di sé, ecco che la verità della fede viene a dipendere, ovviamente, dall’approvazione della coscienza individuale (eccoci al passaggio che si opera) e il rapporto fra il credente e la verità rivelata si snatura completamente, perché la verità rivelata è ciò che è in modo unico, in quanto rivelata e non perché approvata da qualcuno. I devastanti effetti di questo capovolgimento del modo di intendere la verità sono da molto tempo sotto gli occhi di tutti, dobbiamo cioè chiederci cosa è rimasto oggi dell’orgogliosa Riforma. Riforma che, sappiamo, fin dall’inizio divisa in mille sette, afflitta da mille eresie, dissoltasi nei paesi protestanti nell’indifferentismo più radicale, in pratica i culti di oggi, che possiamo definire perfino blasfemi, basti pensare ad esempio alle donne prete della chiesa anglicana. Ma i suoi frutti avvelenati, dobbiamo purtroppo dire, si colgono anche all’interno della Santa Chiesa, visto che la Gerarchia proclama sempre più spesso, oggi, che il fondamento della fede, dove va ricercato? Nella libera coscienza individuale! La Chiesa è messa così in contraddizione con se stessa poiché Nostro Signore Le ha affidato il compito, come sappiamo, di custodire il deposito della fede, di mantenere cioè la verità rivelata in sé e per sé, per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, non di adattare la verità rivelata alle mutevoli e vane esigenze della coscienza, il cui trionfo rappresenterebbe la fine della Chiesa.
E dobbiamo ricordare a noi stessi, allora, che non è la forza della nostra coscienza che ci fa diventare cristiani, ma la forza della verità rivelata custodita dalla Chiesa, che sorregge la nostra ricerca di Dio mediante la grazia. Noi, naturalmente, siamo liberi, siamo sempre liberi, ma solo di cercare Dio, cosa che possiamo anche rifiutarci di fare, come dimostra l’ateismo oggi dominante. Quanti sono a cercare Dio oggi?
Non siamo quindi liberi di costruirci Dio a nostra immagine e somiglianza seguendo i falsi ragionamenti e le passioni della nostra coscienza, la quale, lasciata alla sua libertà, quasi di istinto, cerca subito di deformare le Sacre Scritture a misura d’uomo.
E non arretrerà di fronte, aggiungiamo, a nessun sofisma. Mi ricordo un filosofo inglese del Seicento, Hobbes, che diceva: “credo, naturalmente, che Dio abbia fatto, possa fare i miracoli, perché Dio è onnipotente, ma come posso essere sicuro che i miracoli raccontati nei vangeli siano effettivamente accaduti? Devo credere nell’autorità di quelli che hanno scritto queste cose, ma gli uomini mentono, gli uomini imbrogliano continuamente, chi mi dice che non se lo siano inventato?” Tipico esempio di sofisma… ? la deformazione della Sacra Scrittura e l’interpretazione erronea in base ai sofismi per non ammettere la verità assoluta, il sovrannaturale che si manifesta.
Quindi l’unica libertà che a noi conviene è quella di ricercare Dio. E come? Come lo dicono i buddisti? Come dicono di ricercarlo i musulmani? No, cercare Dio così come si ricerca la verità che esiste di per sé ed opera in maniera in tutto indipendente da noi, quella verità che, sola, può dannarci o salvarci e che ci viene incontro se noi, dal Suo punto di vista, lo meritiamo.
L’autorità della legge si fonda sulla sua verità
Dalle brevi considerazioni fatte risulta che il carattere oggettivo della verità comporta il riconoscimento del principio di autorità come principio inerente alla cosa stessa, cioè alla verità. Come si diceva la verità nella sua oggettività, nel suo valore assoluto, possiede autorità, cioè la capacità di imporsi nei nostri confronti. Dobbiamo solo riconoscerla, anche se già questo solo riconoscere richiede tutta la partecipazione del nostro intelletto. Questa capacità, o potere, la verità ce l’ha solo da se stessa, quindi diciamo che la verità vale, e può, per ciò che è in sé. Infatti la verità non si limita ad essere, ad esistere come qualcosa di separato e lontano: essa agisce nel senso che provoca un determinato modo di essere nel soggetto che la conosce. Ben diversi sono infatti il pensare e l’agire di chi crede in Dio da quelli di chi non ci crede. Ora il termine autorità è spesso usato come sinonimo di potere. Tuttavia nel concetto del potere c’è sempre l’idea di una forza che si impone esercitando una determinata pressione fisica o psichica. Una coercizione, una minaccia. Mentre nel concetto dell’autorità in senso proprio si ha l’idea di una superiorità che si impone senza costrizioni, comprimere o minacciare in alcun modo, ma solo con la forza della propria evidenza, alla quale non possiamo in alcun modo sottrarci. Questo è proprio della verità, la cui autorità è, appunto, indiscutibile, della verità nella sua obiettività; quindi tutto ciò che ha verità possiede autorità. Ora, anche l’autorità della legge, in senso proprio, è quella della verità e non è l’autorità della mera forza, del potere che si manifesta nella legge. Il principio di autorità che la legge incarna non può perciò essere solo quello che gli può essere conferito dalla forza. In esso deve apparire anche quell’autorità, non sorretta da alcun potere, che è tipica della verità. Per il pensiero moderno il principio di autorità si riscontra esclusivamente nell’autorità che è stata costituita mediante determinate regole, garantite da un potere, o che si è costituita da se stessa, autolegittimandosi mediante la propria forza materiale. Inteso in tal modo il principio di autorità esprime non la verità, ma solo il potere, perché l’autorità costituita o autocostituitasi, non è che l’espressione di rapporti di potere, che si fanno valere con la minaccia dell’uso della forza. ? anzi l’efficacia di questa minaccia a rendere non solo efficace, ma anche valida l’autorità costituita. Diciamo però che questa è una nozione formale del principio di autorità, perché lo concepisce solo come forma in cui si articola il potere, come vestigia di meri rapporti di fatto, rapporti che si legittimano finché possiedono la forza di imporsi. In quest’ottica l’autorità della legge è esclusivamente quella del potere che sostiene la legge, riducendosi così quest’ultima al mero comando dell’autorità costituita senza considerazioni del suo contenuto. Non si può negare, naturalmente, che la legge sia anche comando, voluntas, avendo bisogno di una volontà mediante la quale manifestarsi e che una volontà che si manifesti per uno scopo – non si può negare – abbia bisogno di un potere mediante il quale esercitarsi, altrimenti sarebbe una volontà impotente. Tuttavia la volontà mediante la quale la legge si attua non è propriamente la legge, ma è il suo veicolo, è lo strumento mediante il quale la legge si mostra per ciò che è.
Per quanto la legge è in sé ricava dalla propria verità la sua autorità, e la verità della legge è quella di essere, come già diceva Aristotele, “ordine e ragione senza passione”. Quest’idea della legge come ordo e come ratio c’è, come è noto, già in Platone, successivamente ripresa, sviluppata e approfondita in San Tommaso. La legge deve mostrare di avere colto l’ordine (ordo taxis) delle cose, dei rapporti cui si riferisce. Deve mostrare in altre parole di essere giusta. In ciò è la sua verità. Quindi la legge non è tale solo per la fonte che la promulga, per l’autorità che possiede in senso formale, per essere cioè un comando, lo è soprattutto perché manifesta quell’ordine che è nelle cose come loro verità intrinseca. Un ordine non creato quindi arbitrariamente dal legislatore, ma che esiste già nella realtà fisica e soprattutto morale. Un ordine che il legislatore deve riconoscere, far crescere, mantenere e infine imporre. Non si tratta quindi di una nozione meramente formale di ordine, ma sostanziale, alla quale non può che concorrere la ratio, una ratio – come opportunamente chiosa Aristotele – senza passione, perché l’ordine che la ragione rappresenta nella legge non è quello del soggetto, in preda alle proprie passioni, non è quello che appare al limitato punto di vista di ciascuno, ma è l’essenza stessa delle cose, il loro valore che, indipendentemente da ciò che ne pensi il singolo, la ratio deve cogliere considerando il fine per il quale la realtà stessa è.
Secondo questa prospettiva una legge formalmente valida, ma che non esprima nel suo contenuto né l’ordo, né la ratio, non può ritenersi una vera legge. Sarebbe infatti una legge priva di verità, una norma del tutto falsa che, anziché concorrere al mantenimento dell’ordine morale e materiale, diciamo pure, del mondo, concorrerebbe a distruggerlo. Il prototipo di questa legge lo si è sempre visto nella norma posta in essere dal tiranno, cioè colui che non ha di mira il vero fine per cui l’uomo è in società, cioè il bene comune, ma solo l’utile suo personale. Perciò quella norma emanata dal tiranno inteso in quel senso, anche se formalmente valida, come dice San Tommaso, poiché è contro la ragione, non è neanche una legge, ma piuttosto una sorta di perversione della legge; e la perversitas legis non la si può limitare alla fattispecie della tirannide. Si riscontra ogni volta che una legge sia fatta per favorire – diciamo – l’interesse di parte, l’interesse di una fazione, un partito, una classe, contro il bene comune o per violare uno dei dieci Comandamenti. In quest’ultima categoria, ad esempio, rientrerebbe l’obbrobriosa normativa per il riconoscimento del cosiddetto “matrimonio” omosessuale, di recente auspicata da alcuni in Europa, dato che non si limiterebbe ad essere una semplice negazione del bene comune, sarebbe qualcosa di ancora più grave.
Quindi se nella legge manca la ordonatio rationis ad bonum communem, cioè è come dire che ad essa manca la verità, perché l’ordinarsi della ragione al fine che le è proprio, cioè il bene comune, costituisce per la ragione quella obiettiva conformità alla cosa, al proprio oggetto, che è caratteristica della verità. La definizione tomistica della legge, che mira a coglierne il senso sostanziale, elabora il rapporto fra ordine e ragione, già chiaramente visto in essa dal pensiero classico, alla luce di una concezione della verità che riposa sul principio dell’oggettività del vero, principio che è alla base del vero pensiero cattolico. La perversione della legge consiste dunque nella sua falsità, nel non essere il suo contenuto conforme a quella verità oggettiva la quale giustifica non solo il contenuto, ma anche la fonte della legge, costituita dall’autorità, dal potere che la pone, partecipa di quella verità che la legge autentica deve dimostrare. Dare vita a una legge conforme a verità non sarà possibile se il potere che la pone non avrà riconosciuto la verità della propria origine, che non è umana, ma divina, come ci insegna San Paolo “non est enim potestas nisi a Deo”. Tale è la verità dell’autorità costituita, di derivare da Dio, cioè di essere stata permessa e costituita da Dio. Dio è perciò il fondamento ultimo della legge posta dall’autorità e la sua verità. Nell’attuazione delle sue funzioni ordinarie mediante le leggi – ho fatto un cenno prima: punire i malvagi, proteggere e premiare i buoni, mantenere l’ordine, salvaguardare i costumi, riscuotere i tributi, difendere dai nemici esterni – l’autorità costituita agisce come minister Dei, e a questo titolo autorizzata, dice ancora San Paolo, a portare la spada. Essa attua i decreti dell’ira divina – ancora San Paolo – contro chi fa il male. L’autorità, impersonata al più alto grado dallo Stato, non si giustifica quindi mai da se stessa, o in conseguenza di un atto di volontà dei sottoposti, di una delega di poteri racchiusa in un contratto, ma è giustificata da Dio, che la vuole e la permette per la salvezza delle anime, perché l’uomo, corrotto dal peccato originale, ha bisogno di un’autorità terrena, di una potestas che gli impedisca di corrompersi definitivamente, disciplinandone le azioni con le leggi e con il mantenimento dei buoni costumi. Questa autorità, perciò, si fonda sulla verità rappresentata dal decreto divino che l’autorizza, affinché contribuisca con i suoi mezzi e nel suo ambito, alla salvezza delle anime. E ciò significa che la sua efficacia non dipende dalla forza materiale, dal mero potere, dai rapporti di fatto, ma dal suo mantenersi nella verità, ossia mantenersi conforme in ogni sua azione e intenzione, alla volontà di Dio, cioè ai dieci Comandamenti e alla fede in Gesù, Nostro Signore, Seconda Persona della SS. Trinità.
Conclusione
Contro le tenebre dominanti siamo perciò giunti a ribadire un’altra verità cattolica: che la vera forza dei poteri costituiti non consiste nella potenza materiale, né nella capacità di incutere timore e di imporsi con la forza, cose che pure devono saper fare, né nel consenso, pur esso indispensabile, ma nella loro capacità di mantenersi fedeli alla verità, non ad una verità umana qualsiasi, ma alla verità rivelata da Dio e, come per i poteri costituiti, così per la legge, che ne è la manifestazione tipica. Entrambi, poteri e leggi, ricavano la loro autorità dalla verità che rappresentano. Perciò la legge non è un mero rispecchiamento dell’esistente, come oggi si suol dire – è questa ormai una nozione comune nella filosofia del diritto – che la legge cioè fotografa la realtà, rispecchia l’esistente. ? questa una concezione del tutto fuorviante, volendo qui intendere che il legislatore deve essere semplice notaio della realtà sociale, limitarsi a recepire nella legge i rapporti sociali nel loro cosiddetto dinamismo spontaneo, anche se tale dinamismo, se tali rapporti, giungano a mostrare le contraddizioni più incredibili o addirittura si ispirino a palesi non valori.
Un simile modo di concepire la legge, tipico di un’epoca che non crede più nella verità, non vede nella legge né ordo, né ratio e la legge diventa allora il semplice riflesso del disordine sociale dominante, un frammento dell’universale caos e quindi un’autentica perversitas legis. Invece la verità che deve apparire nella legge e che sola può conferire alla legge l’autorità che le spetta, quella che si suol dire la maestà della legge, è la verità dei valori nei quali si realizza oggettivamente il bene comune. Questi valori, che vengono da Dio, possono essere negati dal cosiddetto dinamismo di una società in piena decadenza – società come la nostra, che sembra addirittura non in decomposizione, ma decomposta – ma la legge li deve ugualmente comprendere nel proprio dettato e, se necessario, imporli, mostrando in tal modo di essere la legge, il contenuto di un atto di volontà non casuale, ma veramente consapevole della propria origine.(prof Pasqualucci, filosofia del diritto, università di perugia)

Riguardo alla ru 486

Riporto questa lettera scritta a L’Adige da don Matteo Graziola: “Della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Sono parole scritte nelle prime pagine della Bibbia, pronunciate dal Creatore del mondo, prima della Legge mosaica: stabiliscono una legge universale, basilare per qualsiasi popolo, cultura, società, età storica. Sono parole che dovrebbero trovare una eco immediata in ciascuno di noi e che hanno dettato quel senso della giustizia che nel corso della storia ha mosso tutti coloro che hanno cercato di realizzare società più giuste e libere. Queste parole hanno segnato la coscienza di un popolo che è vissuto in queste valli per secoli.
Che ne è ora di questo popolo? Che ne è della sua coscienza? Quando alcuni politici riescono a far compiere ad una intera comunità la trasformazione di un delitto in un diritto, e quando altri politici o cittadini lo permettono per non compromettere il loro potere o il loro posto o la loro tranquillità di vita, e quando alcuni medici trasformano la loro professione da soccorso alla vita a soppressione della persona più indifesa, e quando centinaia di donne credono di essere aiutate così ad affrontare la loro maternità distruggendola ‘volontariamente’… Può un popolo assistere a questo sopruso senza sentire alcunché nella sua coscienza personale e collettiva? Possiamo restare indifferenti di fronte a questo genocidio silenzioso che avviene a casa nostra? Possiamo davvero essere giustificati affermando che non sono cose di nostra competenza?
Non si creda che sia un problema secondario o una necessità storica cui rassegnarsi per realismo socio-politico. L’intelligenza e la coscienza di un popolo si rivelano soprattutto quando smascherano il pericolo e il male la dove si nascondano in forme non appariscenti o nell’ipocrisia di falsi proclami di democrazia e libertà. In gioco è in realtà il valore e la vita della persona umana in quanto tale, chiunque essa sia e qualunque sia la sua condizione sociale, economica, biologica.
Se c’è ancora un popolo trentino, erede di una grande tradizione solidaristica e ideale, se c’è ancora una qualche coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male, se almeno il fondamento di ogni civiltà -e cioè la difesa del più debole- è ancora riconosciuto tra noi, io spero che questo popolo dica basta e ponga subito fine a questo orrore. Prima che sia troppo tardi per tutti, perché questi fatti sono i più gravi in assoluto agli occhi di chi ci chiederà conto di quello che abbiamo fatto “al più piccolo” dei suoi fratelli.

Seppellire i morti.

Recentemente la Regione Lombardia, guidata da Roberto Formigoni, ha votato all’unanimità il diritto alla sepoltura per i feti abortiti, spontaneamente o meno, definiti dalla legge “prodotti del concepimento”. Chi vuole può dunque provvedere personalmente alla sepoltura del proprio figlio, mentre, per chi non ha interesse a farlo, non cambia nulla: ci penserà l’ospedale a occuparsi dell’inumazione, in una volgarissima “fossa comune”. La notizia è di quelle che consolano: c’è ancora qualcuno che crede nella dignità dell’uomo, che ritiene doveroso tributare un ultimo saluto, un ultimo onore, ad un membro della specie umana, ucciso dalla natura o dai ferri di un chirurgo. Eppure non mancano gli scandalizzati. Marina Terragni, su “Io donna”, urla la sua rabbia e il suo rancore verso tutti coloro che volessero “indietro il feto per il funeralino”, mentre manifesta la sua ammirazione per “quei pochi medici pietosi che non hanno mai smesso di applicare la legge 194 e di praticare aborti”. E’ anche spaventata dall’onere fiscale che ne deriverà al contribuente: “chi provvederà concretamente? Pagheranno gli addetti? O sarà il Movimento per la vita a farsene carico, con dei ‘volontari della sepoltura?'”. L’allarme, cara Terragni, è ingiustificato: se ha letto bene, i mostri feroci del Movimento per la Vita, quasi tutte donne, potrebbero al più prodigarsi per dare una sepoltura a bambini già morti, non per ucciderne di nuovi, e neppure per eliminare violentemente coloro che avessero abortito. Rimanga pure della sua idea, racconti pure che la sepoltura dei feti ricaccerà le donne nel “percorso ad ostacoli” dei “cucchiai d’oro” e delle “mammane”. Saranno in pochi a crederle, benché lei scriva su giornali importanti: le menzogne ripetute all’infinito, sino ad un certo punto funzionano, poi perdono interesse, diventano monotone e risibili. Certo, Lei non è l’unica ad spaventarsi: se i morti possono essere seppelliti, infatti, benché il loro corpicino sia straziato e irriconoscibile, significa che erano vivi, e che sono stati uccisi. Alla logica, alla realtà, non si scappa. Per questo Augusto Colombo, responsabile della Mangiagalli per la 194, interviene deciso: “Per chi si sottomette all’interruzione di gravidanza non è rilevante conoscere la sorte dell’embrione”. Meglio dunque occultare il cadavere, continuare a bruciarlo nell’inceneritore dell’ospedale, come fosse immondizia. Anche Colombo tira in ballo l’economia: “E’ un provvedimento anche oneroso dal punto di vista economico”. Non si dice, però, quanto sia più onerosa per lo Stato ogni interruzione violenta di gravidanza! Quante spese ci siano, per il contribuente, ogni volta che negli ospedali italiani si pratica un aborto, mentre, negli stessi, le donne in gravidanza devono pagarsi l’ecografia per il figlio che vogliono amare. Anche Dacia Maraini, l’amica degli alberi e degli animali, ha voluto affidare al Corriere la sua indignazione: “Immagino che presto saranno proposti funerali per gli embrioni e perché no, per gli spermatozoi o per gli ovuli fecondati ma non andati a termine”. Così, con questa ironia mal riuscita, si vuol far finta di credere che un embrione della specie umana, con 46 cromosomi, o un feto con mani, piedi, cuore e sistema nervoso, che sente rumori ed odori, siano la stessa cosa di un ovulo e di uno spermatozoo! Che falsità! Personalmente, invece, sono felice: forse in Lombardia non succederà più come a Roma, dove sino a pochi anni fa i feti abortiti venivano gettati nel Tevere; non succederà come in Francia, dove l’Istituto cosmetico Merieux di Lione lavora tonnellate di materiale umano, in buona parte proveniente dalla Russia, per creme di bellezza o amenità simili; non succederà, come in molte regioni italiane, dove i bambini abortiti divengono “rifiuti speciali ospedalieri”, “residui di sala operatoria”, “prodotti abortivi”, o, come ho sentito dire su radio radicale, “materiale infettivo, pericoloso” che deve essere assolutamente bruciato, non seppellito, per motivi igienici. Per essere liberi occorre che mettiamo da parte le perifrasi, i giri di parole, e torniamo a chiamare le cose e le persone con il loro nome. Come è accaduto, anni orsono, in Francia. Dove il dottor Xavier Dor, medico e professore universitario, aveva deciso di piazzarsi davanti alle cliniche abortiste, regalando a chi ci entrava due piccolissime calzette, fatte su misura per i piedini dei neonati. Dor è stato picchiato, caricato dalla polizia, incarcerato: quelle calzette, come le piccole bare, fanno male, nella loro incredibile forza espressiva, a chi osa mentire persino a se stesso.

I Longobardi e il sacrificio rituale.

Nel 568 l’Italia subisce l’ennesima invasione: poche migliaia di Longobardi, “la più feroce delle genti germaniche”, invadono il paese, già prostrato dalla durissima guerra greco-gotica. Seguono saccheggi, devastazioni, pestilenze. A guidarli è il terribile Alboino, il re che ha sconfitto i Gepidi e che si è fatto una coppa col cranio del suo nemico, Cunimond. Il loro dio è Odino, figura assai utile per un popolo di migratori, coinvolti in uno stato di guerra permanente. Qual è la cultura longobarda? Assomiglia a quella degli altri popoli germanici: hanno un diritto molto barbarico, risolvono i conflitti tramite i giudizi di dio o sacri duelli, praticano l’antropofagia rituale e l’immolazione dei teschi agli dei…Sono per lo più politeisti, o ariani, di recente conversione. Sappiamo, ad esempio, che il duca di Benevento, intorno al 660, adora un idolo raffigurante una vipera, e partecipa ad una cerimonia intorno ad un albero, che si conclude con un pasto sacro, solitamente di animale. Questo albero sacro è testimoniato anche presso altri popoli germanici: i Sassoni adorano l’Irminsul, un tronco che funge da sostegno simbolico dell’universo, universalis columna quasi sustinens omnia. Accanto ad esso appendono uomini e animali immolati ad Odino, oppure “bruciavano uomini come stregoni o li mangiavano”. Il popolo longobardo si converte al cattolicesimo nel 603, grazie alla regina Teodolinda, figlia del duca cattolico di Baviera, e moglie del re Autari. Nel 643 il re Rothari emana il celebre “Edictum langobardorum”, davanti ai suoi guerrieri che percuotono gli scudi in segno di approvazione. Possiamo notare, in esso, la prima presenza dell’influenza cattolica e romana. Nell’editto, infatti, si legge, in latino, la seguente affermazione: “per menti cristiane non è possibile che una donna possa mangiare un uomo vivo….(hominem vivum comedere)”. Per la prima volta viene così condannata una usanza presente presso longobardi, sassoni, franchi, alamanni e visigoti prima della conversione: quella di uccidere delle donne accusate di divorare gli uomini. Iniziano così pian piano a scomparire, o forse sarebbe meglio dire a diminuire, due terribili consuetudini: le pratiche cannibalistiche a scopo magico, e l’uccisione di donne accusate, non sempre a torto, di simili azioni. Inoltre Rothari, rimanendo fedele, in questo, alle tradizioni del suo popolo, vieta alle donne longobarde di “donare o vendere alcuna cosa”, in opposizione alla legge cristiana (Codice di Teodosio), che invece aveva liberato le donne romano-cattoliche da ogni tutela, permettendo loro di donare o vendere senza l’autorizzazione di alcuno. La svolta cristiana è segnata soprattutto dal re longobardo Liutprando, rex christianus e catholicus, che introduce disposizioni punitive nei confronti della stregoneria, delle arte divinatrici, stabilisce la legittimità della liberazione dei servi affrancati circa sacrum altarem, impone leggi a tutela della donna, dei minori, dei servi. Il matrimonio longobardo, infatti, consisteva in una compravendita della donna, considerata semplicemente una cosa, mentre Liutprando introduce il principio della sacralità del matrimonio e il rito dell’anello nuziale con il quale l’uomo “impegna la donna e la fa sua”. Così, gradualmente, un popolo barbaro diviene cattolico, e civile. Così, soprattutto, cessa di praticare i sacrifici umani e l’antropofagia. Sacrifici che oggi possono scandalizzare l’uomo post-cristiano, che non si avvede di essere, in verità, anch’egli promotore di una forma secolarizzata di schiavitù e di omicidio rituale: l’aborto e la clonazione. E che invece non indignano lo storico, che sa come tutti i popoli dell’antichità, prima di Cristo, avevano tali consuetudini, che fossero cretesi, greci, romani, aztechi o germanici….Se lo storico sa che le cose stavano così, l’uomo di fede conosce il perché. Che mi sembra questo. Gli antichi sacrificavano agli dei perché intuivano l’esistenza di una colpa primitiva, e credevano coi sacrifici di scontare i loro peccati, di propiziare la divinità, vista come un Padrone esigente, terribilmente giusto, sempre da placare. Solo il cristianesimo avrebbe insegnato all’umanità che la colpa primitiva si chiama peccato originale; che l’incommensurabilità tra Creatore e creatura implica l’incapacità di una sacrifico, persino umano, di gratificare Dio; che Dio, infine, non è padrone, ma Padre, giusto, ma anche misericordioso, che non chiede, per sé, sacrifici, ma che offre se stesso in sacrificio. Così da Cristo in poi l’unico sacrificio “perfetto e a Dio gradito” è quello della Santa Messa.

Vivaio di Messori….

Riporto l’ultimo Vivaio di Messori, interessante come sempre: “Ho sempre avuto il sospetto che i cattolici avrebbero qualcosa da imparare da Pannella Giacinto detto Marco e dai suoi radicali.
Aspettate, per favore, prima di scandalizzarvi. In effetti, sono del tutto consapevole che quell’ abruzzese ormai più vicino agli ottanta che ai settanta ( i digiuni, anche se simulati, fanno bene alla salute ) risponde a molte delle caratteristiche di un ” anticristo ” così come è delineato da scrittori credenti alla Benson . L’anticristo, cioè, in doppio petto , dal volto umano , dalle apparenze evangeliche, astuto nel nascondere gli artigli sotto un guanto di pacifismo, di buonismo, di non violenza. Un ” diavolo ” che predica l’amore , che si dice accanto ad ogni sofferente, che si batte per la libertà e per i diritti di tutti. Talvolta ha tentato di coinvolgere anche me , strumentalizzando il ” cattolico ” che sono col coinvolgermi nelle sue infinite iniziative. Naturalmente è stato mandato a quel paese, ma devo avvertire che il torrente di parole delle sue telefonate era talmente suadente , i suoi argomenti tanto apparentemente evangelici che altri , meno scafati, ci sarebbero cascati.
A differenza di quanto credono quelli che vedono il rosso dappertutto , i radicali non hanno nulla a che fare con i comunisti : questi ultimi, spesso , vengono strumentalizzati anch’essi ma il radicalismo è liberalismo, seppur di sinistra , è individualismo , rappresenta cioè il contrario dell’utopia comunitaria comunista. In questa prospettiva, ogni desiderio deve diventare un diritto, ogni capriccio ha diritto di cittadinanza , ogni legge morale va scardinata perchè oppressiva , ogni verità deve far posto alla infinità delle opinioni, tutte egualmente rispettabili anche se aberranti e asociali.
Storicamente , il radicalismo è stato espressione della piccola, talvolta grande, borghesia, quella che assai spesso si riuniva nelle logge massoniche. Ma , nell’accezione panelliana , non ha neppure più lo schema etico – di derivazione cristiana – che sorreggeva , malgrado tutto, la prospettiva dei ” liberi muratori ” all’antica. Il libertarismo radicale , l’individualismo ossessivo portano, lo si voglia o no, al nichilismo.
Sta di fatto che , scrivendo nel 1982 Scommessa sulla morte , prevedevo ( e non perché fossi profeta ma perchè c’è, nelle cose, una logica ineluttabile ) che dopo divorzio e aborto sarebbe seguita l’eutanasia . E che, ancora una volta, le cose – pur inserite in un trend che coinvolge tutto l’Occidente postcristiano – sarebbero state accelerate dall’attivismo radicale. Ci sono voluti 25 anni ma ecco che ci siamo, ecco che Pannella strumentalizza il caso di un povero invalido, come già aveva strumentalizzato le vittime dell’incidente chimico di Seveso per la legalizzazione dell’aborto o aveva taroccato, per il divorzio, le statistiche dei reati commessi in famiglia . Ma questa ” collana gloriosa con tre gemme “, come la chiamano loro , non è che la più appariscente, visto che ci sono i radicali dietro a tutte le campagne libertarie di questi decenni : alcune , va riconosciuto, anche comprensibili e magari – in qualche caso – addirittura meritorie . E’ avvenuto, ad esempio , per certe vittime del giustizialismo giacobino di una certa magistratura . Ma , in maggioranza , sono state, e sono, campagne permeate da una visione dell’uomo , della società, della storia che poco o nulla hanno a che fare – magari malgrado le apparenze – con la prospettiva cristiana . E cattolica in particolare.
Non entro qui, in altri particolari . Qui, ciò che mi importa è solo giustificare una convinzione : ci sarebbe, cioè, da imparare dalla forsennata, instancabile , totalitaria dedizione del Giacinto-Marco alla sua Weltanschauung. Come credenti , in questa fine di cristianità di massa e di dissoluzione della religiosità sociologica , dobbiamo riprendere sul serio il ruolo assegnatoci dal vangelo e di cui ci siamo spesso dimenticati : il granello di senape, il piccolo gregge, il pizzico di sale, il misurino di lievito. Dobbiamo essere consapevoli che, per vocazione siamo minoritari . Ma dobbiamo anche renderci conto che si può essere minoritari senza essere marginali.
Questa è, occorre riconoscerlo, la lezione impartitaci da un Pannella che – sorretto soltanto da un piccolo gruppetto, con pochi mezzi, un’organizzazione risibile rispetto a quella dei grandi partiti, senza media propri ma riuscendo ad attrarre quelli degli altri – ce l’ha fatta più e più volte a imporre all’intero Paese l’agenda a lui gradita. Quel teramano ci ha dato conferma di una realtà che ben conoscono gli storici : nel bene e nel male, le cose sono decise e imposte da minoranze attive, decise , spregiudicate che finiscono col trascinare dietro di loro le masse, spesso amorfe e conformiste . Non fecero così anche quei quattro gatti, ma fanaticamente motivati, dei giacobini, che inocularono nella storia dei virus che ancora agiscono e sono anzi divenuti patrimonio comune di tutto l’Occidente ? Sicuramente altrettanto minoritari anche i radicali italiani , ma di certo non marginali. Come confermano in questi mesi, per l’ennesima volta, con la campagna – tanto cinica quanto instancabile – per la cosiddetta ” buona morte “.
E’ un esempio sul quale noi credenti dovremmo riflettere , magari per impararne le tattiche e le strategie , naturalmente in quanto hanno di lecito in una dimensione di fede. Uso, comunque il condizionale . La nostra riflessione, infatti, dovrebbe centrarsi innanzitutto sulla difficoltà maggiore : i pochi possono trascinare i molti , certo; ma solo se quei pochi hanno un pensiero , una prospettiva, una visione del mondo , una passione di convincere . Proprio ciò che manca , ormai da decenni, a troppo cattolicesimo , ridottosi a una melassa che ricicla, per giunta in ritardo e con un surplus di moralismo e di sentimentalismo , il pensiero egemone politicamente corretto. Bien penser pour bien agir , diceva Pascal : è il pensiero che guida l’azione . Solo l’ortodossia può sorreggere l’ortoprassi. Ma quale è il pensiero di troppi di noi , che dovremmo riscoprire e realizzare la nostra vocazione di sale, di lievito ?
Diciamocelo chiaro : non è marginale , oltre che ormai minoritaria, buona parte della stampa che ancora viene detta e si dice ” cattolica ” e che non sa far altro che ripetere la vulgata del conformista ” corretto ” , un brodino tiepido e insipido che non può di certo suscitare energie ma indurre alla sonnolenza ? Come e quanto incidono sul vissuto le 25.000 omelie pronunciate in Italia ogni domenica ? Come riscoprire quel che un tempo si chiamava, e deve ritornare a chiamarsi apostolato , se il kérygma non c’è più , se nulla di appassionante , di chiaro, di preciso sappiamo annunciare ? Come passare dalla difesa, spesso lagnosa e vittimista, all’azione che fermenti la società, se non a riusciamo a proferire altro che moralismi ed auspici edificanti quanto impotenti , roba da messaggio di fine anno di Presidente della Repubblica ?
Da questi ” scristianizzatori ” che sono stati, e tuttora sono , i radicali dovremmo imparare molto quanto alle tecniche ; ma imparare prima di tutto che queste sono inutilizzabili se manca il messaggio chiaro e forte che queste tecniche devono sorreggere e diffondere.
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A proposito di quella mentalità ” da piccolo gregge ” che dobbiamo acquisire , volenti o nolenti . Vedo l’ultima edizione del Leading Catholic Indicators, una sorta di periodico manuale statistico della Chiesa americana. Le cifre sono implacabili . Per scegliere qualche esempio tra i moltissimi e per limitarsi all’ educazione, si scopre che i seminaristi dei Fratelli delle Scuole Cristiane erano 912 nel 1965 e l’anno scorso erano ridotti a 6, dicesi sei ; che i Gesuiti sono scesi nello stesso periodo da 3.559 a 389; che in vent’anni è stata chiusa negli Usa la metà delle scuole cattoliche, con una discesa degli studenti da oltre 700.000 a 300.0000 .
Ma , forse, è meglio così : non dimentichiamo mai che è molto meglio non sapere che sapere in modo sbagliato. In effetti , si riportano i risultati dei sondaggi quanto ai contenuti. Si scopre così che solo il 10 per cento degli insegnanti di religione ( anche se frati e suore ) segue l’insegnamento della Chiesa , che la grande maggioranza ammette la liceità di divorzio , di aborto, di omosessualità. Non sorprende, dunque che – stando questa volta a un’inchiesta del New York Times – il 70 per cento di coloro che in America si dicono Roman Catholics consideri l’eucaristia solo a Jesus simbolic reminder , un ricordo simbolico di Gesù. Ancor meno, cioè, della prospettiva del protestantesimo classico.
La crisi della Chiesa , non ci stancheremo di ripeterlo, non è una crisi di strutture ; e una crisi di fede.
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Impiccagione di Saddam Hussein . La goffaggine dei registi dell’operazione- gli americani – riesce addirittura a farci sentire compassione per quel tiranno brutale e sanguinario, abbandonato impotente a carnefici incappucciati e manifestamente lieti di mettergli al collo un capestro di dimensioni impressionanti. Sono volontari , hanno insistito per fare i boia . C’è sempre qualcosa di sconcio negli eroi di ogni piazzale Loreto , in coloro che scalciano contro chi è cascato per terra. << Giustizia è fatta >> , dice il presidente Bush in abiti sportivi, lasciando per un attimo la partita di golf cui è intento nella tenuta di campagna.
Oddìo, una strana giustizia : l’impiccato era considerato responsabile di 300.000 morti, ma sono più del doppio, e aumentano ogni giorno, i morti provocati dagli invasori yankees , legittimati da ” armi di distruzione di massa ” che in realtà non c’erano. Poichè, nel sotterraneo di Baghdad dove è stato appeso Saddam , le forche erano due, è forte la tentazione di pensare che all’altra poteva esserci una corda per chi di morti ne aveva fatto 600.000, in nome di una menzogna.
Ma strana giustizia anche per quanto osservato da un liberale equilibrato e non fazioso come Sergio Romano, già ambasciatore a Washington , oltre che a Mosca . Negli anni Novanta del secolo scorso , un gran numero di nazioni ha creato il Tribunale penale internazionale , istituito per giudicare i politici caduti in disgrazia e considerati rei di ” delitti contro l’umanità “. Lasciamo pur stare le perplessità e i sospetti che suscitano queste iniziative : per fare un solo esempio, si processa un serbo che non conta nulla, ma chi si sogna di portare in giudizio la Nomenklatura cinese , pur composta ancora da molti compici degli orrori di Mao ? Chi ha chiesto la consegna di altri complici, quelli di Stalin ma anche di Kruscev e di Breznev, dopo la caduta dell’Urss ?
Lasciamo stare, dicevo. Dobbiamo pur saperlo che solo gli stracci vanno per aria. Torniamo, piuttosto a Sergio Romano, che ricorda come proprio gli americani abbiano rifiutato di ratificare quel Tribunale internazionale non per il cattivo odore di ipocrisia che emana , ma perchè non vogliono che un giorno un qualche loro militare possa sedere sul banco degli accusati. Tutti sono giudicabili e condannabili. Tutti, ma non gli yankees : la Old Glory, la bandiera a stelle e strisce, è immacolata . E che nessuno si permetta di processare chi sta sotto a quello stendardo : sinonimo, lo si sa, di cristallina democrazia e di generosa umanità. Come si vide , del resto, anche a Norimberga , dove ( lo ricorda lo stesso Romano ) americani e russi si accordarono previamente , stabilendo che gli imputati tedeschi non avrebbero avuto il diritto di accusare le potenze vincitrici di avere commesso gli stessi crimini . Condanna inesorabile, dunque, per il bombardamento germanico di Coventry , ma divieto di ricordare gli orrori di Dresda, Amburgo, Hiroshima, Nagasaki. Orrore per i lager nazisti, ma vietato parlare di quelli sovietici o anche di quelli americani dove , dopo la resa della Germania, si lasciarono morire di fame e di stenti decine di migliaia di prigionieri tedeschi, chiusi dietro a reticolati su campi aperti, senza alcun riparo né servizio. Lo stesso Joseph Ratzinger ha raccontato, nelle sue memorie, che cosa fossero questi campi americani in cui – seppure per poco tempo , per fortuna sua e nostra – fu rinchiuso giovanissimo con la sua divisa raffazzonata ( mancava ormai la stoffa ) della Flak, la contraerea tedesca
Insomma , come dice Bush , con l’impiccagione dell’odiato Saddam , davvero << giustizia è fatta >>.
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I pastori luterani , in Danimarca, sono funzionari pubblici, secondo il concetto protestante di Chiesa di Stato. Alcuni di quei pastori sono gay , o lesbiche , e convivono nelle case canoniche con i loro compagni e compagne. Molti sono i divorziati risposati . Gli altri hanno ” regolare ” moglie e, naturalmente, figli.
Proprio questo è il problema . Il sindacato dei pastori ( hanno anche questo ) da tempo è in trattative serrate col ministro del culto, che è il loro datore di lavoro , per avere libero il week end . O, almeno, la domenica . Ma non è proprio quello il ” giorno del Signore “, quello in cui maggiore deve essere l’impegno dell’uomo di Chiesa ? D’accordo, concedono i rappresentanti di quei funzionari clericali , ma anche noi teniamo famiglia, moglie e figli si arrabbiano se non siamo liberi, nel fine settimana, di fare come ogni altra famiglia. Tutt’al più , i sindacalisti sono disposti a un compromesso , simile a quello dei farmacisti, dei tabaccai, degli edicolanti : qualche tempio aperto ” per turno ” alla domenica . Comunque, niente di drammatico : è da molto che , in quei templi luterani , di danesi non se ne vede praticamente nessuno. Del resto, che ci andrebbero a fare ? Il culto protestante, lo si sa, consiste in un sermone : ma quale predica può venire da simili pulpiti ?
Vittorio Messori

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