Il mistero del dolore: alcune semplici riflessioni.

Il problema del dolore è, filosoficamente, il più difficile da risolvere. Per il cristiano è la via scelta da Cristo stesso, misteriosamente, per redimere l’uomo. Si può dunque cercare, solamente, di intuire qualcosa, di intravedere un senso, per quanto nascosto e velato.

E’ evidente, invece, che l’uomo aspira, con la ragione, alla Verità delle cose, e tende, col cuore, al Bene. Ma cosa è che ce lo svela? Cosa fa capire all’uomo ciò che, in ultima analisi, domanda e desidera? La chiave, lo strumento di questa conoscenza non è solo la pura ragione, capace, per assurdo, di divinizzare se stessa, bensì il dolore, nel senso più ampio possibile: il lavoro, che ci è imposto, stimola la ricerca, l’azione stessa della ragione; la mancanza di qualcosa, di un bene, di una quiete, della felicità fisica o interiore, mancanza vissuta dolorosamente, ci muove verso ciò cui aspiriamo. L’uomo dunque coglie la sua imperfezione, la sua miseria, nel dolore.

E proprio quando riconosce che "le sue mani sono vuote", solitamente, intuisce che ciò che manca alla sua limitatezza esiste, e si chiama Dio. In ogni situazione di dolore, infatti, come in una tempesta, c’è qualcosa che ti promette la quiete, il porto, la pace. Qualcosa ti dice: più avanti, aspetta, spera, non è per questo, né solo questo… Anche il peccato, come male spirituale, esige il compimento del perdono, promette la bellezza della riconciliazione, la pace dell’anima, a meno che non diventi peccato contro lo Spirito, e cioè inversione cosciente dei concetti di bene e di male. Dio dunque è esigenza di ogni nostra mancanza, e il dolore rende questo chiaro e manifesto.

Se ne desume dunque che non è mai un bene in se stesso, bensì una mancanza di bene, epperò molla del nostro comprendere e del nostro tendere. Ci svela dunque, per via d’esperienza, quello che possiamo apprendere per via di ragione: non siamo l’Essere, Assoluto, Perfetto, e cioè compiuto, ma abbiamo l’essere, un essere che tende al compimento, a colmare, per così dire, le sue mancanze. Non siamo da noi e per noi, salvezza a noi stessi, ma dipendiamo: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”, scriveva S. Agostino. Ma il dolore lascia anche capire che ciò che può colmare il nostro cuore è un Dio personale, un Dio che ama.

Così svela all’uomo, contemporaneamente, la sua mendicità, la sua miseria, e la sua grandezza, ciò che è e ciò per cui è fatto. Inoltre il significato del dolore si può in parte comprendere dalla vita morale. E’ innegabile che in esso l’uomo si purifica, come l’oro nel crogiolo: il superbo conosce l’umiltà, l’invidioso capisce il suo errore, l’egoista si apre alla carità, il lussurioso comprende il vero valore delle cose materiali…

Il dolore è così, paradossalmente, l’altra faccia dell’amore, anche quando appare come "punizione". La pensa così Manzoni, che ha perduto otto figli su dieci, allorché parla del "Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola", o quando delinea la figura di Ermengarda, quella di Napoleone, o quella di don Rodrigo che muore di peste. "Può essere castigo, o misericordia", dice fra Cristoforo a Renzo, alludendo alla possibilità che la malattia risvegli anche in don Rodrigo un desiderio di perdono. Se il paragone è lecito, castigo e misericordia, insieme, vivono anche nel dolore di due terribili dittatori, come Lenin e Stalin, che si erano innalzati al livello di Dio. Le loro morti lasciano atterriti per l’incredibile somiglianza che le caratterizza, e per l’eloquenza biblica e “metafisica” del loro male, della sopraggiunta impotenza. Nell’ultimo periodo della sua vita Lenin ebbe vari attacchi di trombosi cerebrale, paralisi del braccio e della gamba destri, grave sclerosi delle arterie cerebrali, tanto che al cervello non arrivava la necessaria quantità di sangue e di ossigeno; perse, inoltre, l’uso della parola. (R.Clark, Lenin, Bompiani). A Stalin, invece, “un ictus lo folgorerà, facendolo stramazzare al suolo, paralizzandogli il lato destro del corpo e privandolo dell’uso della parola…” (G.Rocca, Stalin, Mondatori). Castigo e misericordia, intendo, come avrebbe detto Oscar Wilde, che parlando della sua triste condizione di prigioniero, dopo una vita di piaceri consunti e di peccato, prima di convertirsi, scriveva: "Ora io trovo nascosto in qualche luogo della mia natura qualcosa che mi dice che nulla al mondo è privo di significato e men che tutto la sofferenza. Quella cosa nascosta nella mia natura, come un tesoro in un campo, è l’umiltà". E’ consolante pensare che anche a Lenin e Stalin sia stata data l’opportunità, sino all’ultimo, per attingere al tesoro.

Paolo Mieli, il Corriere, don Gelmini e il giornalismo fazioso.

Paolo Mieli, il direttore del Corriere, deve avere qualcosa in sospeso col mondo cattolico. Qualche sassolino nella scarpa, un’inveterata antipatia che gli impedisce di mantenere l’obiettività. E’ una storia lunga, da ripercorrere. Data almeno dall’auspicio, espresso in un celebre editoriale, che il partito di Pannella, con il suo "laicismo temperato", potesse crescere elettoralmente.

C’è stato poi il famoso referendum sulla legge 40, quando Mieli schierò tutto il giornale, senza scissioni di sorta nella pur nutrita redazione, sulla stessa posizione: la sua, contro la legge. All’epoca arrivò al punto di pubblicare sistematicamente le voci discordi rispetto alla propria con un titolo ambiguo, ma utile alla causa: "perchè no" a caratteri cubitali, e piccolissimo "o astensione". In realtà la gran parte degli intervistati, a volte tutti, erano appunto per l’astensione, secondo la posizione della Chiesa, ma proporre il no come vera alternativa al sì poteva essere un grazioso escamotage per far raggiungere il quorum. Poi ricordo la ricerca disperata del Corriere per rintracciare dissidenti, tra il mondo cattolico, secondo il vecchio stratagemma di mostrarlo diviso e litigioso. Nello stesso tempo, con analoga furbizia, l’opzione cattolica ortodossa doveva sempre essere incarnata da un sacerdote, quasi mai da un laico, per mettere in luce un presunto carattere clericale della posizione astensionista.

Sono seguite, in ordine cronologico, le gigantografie di Welby, per fare appello al sentimentalismo, secondo la sperimentata tattica dei casi pietosi, paginate intere sui preti pedofili in America, per finire con l’abnorme spazio dato all’accusa di violenza sessuale a don Pierino Gelmini, l’uomo, si noti la malizia, "alla testa di un impero antidroga". Un uomo potente, si dice negli articoli, con tante amicizie politiche: opportunissimo allora riportare il giudizio imparziale e ponderato di Luxuria ("che invita a non assolvere don Gelmini solo perché è un sacerdote") o di Katia Belillo ("E’ un sacerdote potente: io chiedo garanzie per chi lo ha querelato"). Poco importa che don Gelmini abbia dedicato la sua vita ai tossicodipendenti, che sia già stato accusato ingiustamente di pedofilia, che gli accusatori siano degli ex tossici, espulsi dalla comunità per furto, e quindi desiderosi di vendetta. Poco importa che don Gelmini abbia servito l’Italia per tutta la vita, e che in assenza di condanne e di prove sarebbe bene non mettere alla gogna nessuno, neppure il peggior nemico politico, o religioso.

Detto tutto questo devo esternare tutto il mio stupore anche di fronte ad alcuni articoli di Pierluigi Battista, altra firma di rilievo del Corriere, essendo il vice di Mieli, che talvolta scrive pezzi equilibrati, prendendo le distanze da certi eccessi di laicismo nostrano, quasi fossero faccenda d’altri, ma che in fondo in fondo la linea laicista del suo quotidiano deve in qualche modo condividerla. Infatti recentemente Battista ha recensito a tutta pagina, quasi in ginocchio, un testo "singolarmente intelligente" di un altro collaboratore del Corriere (ma va!), Christopher Hitchens, autore di un testo intitolato "Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa". Si tratta di un libro che rimastica luoghi comuni ridicoli, cui chi abbia studiato solo un poco la storia non dovrebbe dedicare un secondo del suo tempo, prezioso o meno che sia. Dice, il Battista, riprendendo Hitchens, che "nel nome di Dio è storicamente e statisticamente più frequente che ci si ammazzi e ci si stermini reciprocamente anziché aiutarsi solidalmente a vicenda". Per lui ogni malvagità umana, in fondo, deriva non dall’uomo, dalla sua miseria, dalla sua tendenza al male, ma dalla religiosità. E finge di non sapere che il 90 per cento della solidarietà, ad esempio nel nostro paese, nasce appunto da persone religiose, e che il 90 per cento delle cosiddette "guerre di religione", da quelle dei principi protestanti alla strage della notte di san Bartolomeo, per usare esempi scolastici, sono conflitti nati per motivi politici, economici, umani, in cui l’elemento religioso si è solo aggiunto, a posteriori, come aggravante, su un’inimicizia preesistente. Ma soprattutto dimentica che proprio "statisticamente" l’ateismo in un solo secolo ha fatto più morti di tutte le religioni del mondo in duemila anni di storia: gli oltre cento milioni di vittime del comunismo ateo, gli stermini del nazismo, ateo anch’esso, le guerre mondiali dell’Europa ormai non più cristiana, almeno nei suoi governi, per finire con i milioni di vittime dell’aborto, della droga, e del nichilismo di massa.

Basterebbe l’esempio della Cambogia, in cui Pol Pot aveva vietato per legge ogni religione. Lì, in quel paese governato da personaggi che avevano appreso il loro ateismo a Parigi, e avevano ammirato il deista Robespierre, dal 1975 al 1979 vi furono 2 milioni di morti su sette di abitanti! Lì si bruciavano i libri e gli album delle fotografie, perché scomparisse il ricordo del mondo precedente. In alcune regioni fu proibito leggere, ridere o cantare; ogni spostamento era controllato, ogni proprietà, perfino delle posate personali, proibito; le case tutte uguali. Quanto alla morale sessuale ci furono: massacri eugenetici di malati, feriti e handicappati; pena di morte per i rapporti fuori dal matrimonio; divieto di ogni segno d’affetto tra coppie, in pubblico; divieto di utilizzare le parole "padre" e "madre", anche per i bambini… Lì gli intellettuali venivano eliminati, non quando dicevano corbellerie, caro Hitchens, ma sempre, appena venivano identificati.

Capezzone e le menzogne sull’aborto.

Come si sapeva da tempo, Marco Pannella non mangia solo i bambini, ma anche gli adulti.

Daniele Capezzone è l’ennesimo segretario del partito radicale fatto e disfatto da Pannella, l’uomo dei digiuni, dei diritti civili, della “non violenza”, dei bambini dell’Africa da salvare e di quelli italiani da uccidere…L’uomo che ritiene che siamo troppi sulla terra, e contemporaneamente promuove fecondazione artificiale e clonazione, eutanasia e aborto. L’uomo che ha creato Francesco Rutelli, ma anche molti onorevoli che oggi siedono nel centro-destra, da Della Vedova a Taradash, o che scrivono sui giornali di destra, come Massimo Teodori…

Perdendo Daniele Capezzone, Pannella perde un abile falsificatore, un giocatore da poker, un contafrottole mondiale, un abilissimo maneggiatore di parole senza contenuti…che aveva imparato alla perfezione, ad esempio, le menzogne radicali sull’aborto.

Capezzone, recentemente, ha sostenuto, e continuerà a farlo, vista la somiglianza esistente tra un suo discorso ed il successivo, che neppure la Chiesa ha riconosciuto per secoli la dignità dell’embrione: infatti “rifiutava il battesimo a qualcosa che non avesse sembianze pienamente umane”.

Menzogna palese, dal momento che l’acqua del battesimo, come ognun sa, va spruzzata sulla testa del neonato e non sulla pancia di una donna! Con la stessa levità Capezzone in più occasioni si serve di sondaggi fasulli per dare ragione alle proprie teorie, per convincere gli oppositori che sono in minoranza. Ha sempre cifre aggiornate e precisissime su tutto. Così racconta che l’introduzione della 194 ha fatto calare gli aborti legali del 44% e quelli clandestini del 79%. Vuole cioè farci credere che si conosca il numero preciso degli aborti clandestini, sia precedenti al 1978 che attuali, come se non fossero, appunto, clandestini!

E’ una vecchia tattica, che dura da 30 anni. Infatti data almeno dal 1971. In quell’anno il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…).

Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000! Oggi sappiamo che buona parte della campagna pro choice, in Italia come in USA, si basò su menzogne premeditate.

Lo raccontano personaggi insospettabili, come Norma Mc Corvey, detta Roe, cui si deve appunto la legalizzazione dell’aborto in America. Il suo caso pietoso di donna povera, tra riformatorio e lavori precari, amanti ed Lsd, venne usato dagli abortisti con estrema spregiudicatezza per convincere l’opinione pubblica. Si puntò sul sentimentalismo, sulla sua storia personale, arricchendola di colorite invenzioni, come il fatto che fosse stata vittima nientemeno che di uno stupro di gruppo. Lo stesso uso dei casi estremi e pietosi fu fatto, in Italia, con le donne di Seveso, e viene riattualizzato oggi con Luca Coscioni. Tali strategie sono state svelate anche dal celebre Bernard Nathanson, fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano, ha riveduto le sue posizioni, ed ha tra l’altro affermato che una delle menzogne per convincere l’opinione pubblica era l’impiego di “sondaggi fittizi” e la falsificazione dei dati sugli aborti clandestini e le donne morte a causa di essi. “Purtroppo l’informazione inesatta e tendenziosa rimane per gli abortisti il metodo migliore di propaganda” (B. Nathanson, “Aborting America”, 1980).

Sempre Nathanson ricorda altre strategie utilizzate all’epoca da lui stesso e dai compagni di strada: sviare il discorso dal campo scientifico a quello ideologico, accusando la Chiesa di posizioni preconcette e moralistiche; spiegare che i cattolici debbono distinguere tra questioni puramente e solamente religiose e leggi dello Stato; affermare che tutti i mezzi di informazione sono schierati con la Chiesa, “arrogante e prepotente”… Le stessa “litanie” che ognuno può ancor oggi sentire, trent’anni dopo, ascoltando Radio Radicale.

Torna il dibattito sulla procreazione medicalmente assistita. I rischi…

Torna oggi sul Corriere, con due paginoni, la polemica sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale. Chi come me ha sempre osteggiato tale legge, come un pastrocchio pieno di compromessi e incongruenze, non si stupisce affatto del flop della legge stessa. Solo che non bisogna farsi ingannare. Anzitutto perchè la legge 40 fa danni enormi, è impraticabile, e tutto quello che si vuole…ma rappresenta comunque un enorme passo aventi rispetto al far west precedente.

Che era qualcosa di spaventoso, rispetto a cui i nazisti inoridirebbero. Ma di questo parlerò un’altra volta. Ora vorrei solo sottolienare un fatto: tutti parlano di numeri, di figli in più o in meno, come se si trattasse del Pil. Nessuno che spieghi come funziona la fecondazione artificiale e come nascono i bambini che vengono partoriti attraverso determinate tecniche. Forse non è solo la quantità dei "prodotti del concepimento", come si chiamano oggi i bambini, che conta, ma anche la loro salute psico-fisica…

Ebbene sentiamo quali sono i rischi della Fiv secondo il massimo esperto italiano, il diessino Carlo Flamigni. Infatti, prima di tante polemiche, occorre chiedersi: la fecondazione artificiale, omologa ed eterologa, funziona? Le mamme ottengono il figlio sperato? Eventuali figli nascono sani o sono solo il frutto di sperimentazioni senza certezze?

Carlo Flamigni, ginecologo dell’Università di Bologna, pioniere e strenuo difensore della fecondazione artificiale in tutte le sue forme, consulente scientifico di Tecnobios (uno dei più importanti centri al mondo di fecondazione artificiale), nel suo "La procreazione assistita", Il Mulino, 2002, ammette:

1) la iperstimolazione ovarica sulla donna può provocare una "sindrome pericolosa persino per la vita" (pag.29; il Corriere della sera del 21/4/2004 infatti annuncia: "Muore dopo la fecondazione assistita. Una casalinga di Sciacca si era sottoposta a iperstimolazione ovarica"; il mensile Le scienze, Settembre 2004, gruppo L’Espresso, sostiene che nel lungo periodo l’iperstimolazione può determinare "un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella");

2)"tutte le tecniche di procreazione assistita si caratterizzano per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati" (pag.35. Solo il 15% circa delle donne ottiene il figlio, dopo anni e migliaia e migliaia di euro);

3) riguardo ai bimbi nati con fecondazione artificiale "resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un’anomalia tardiva", specie "malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli" (pag.54; Repubblica del 19/9/2004: "…nostro figlio è nato down, con due gravissime malformazioni allo stomaco ed al cuore", dopo fecondazione artificiale ed analisi pre-impianto; Le scienze cit.: aumentano significativamente i casi di "paresi cerebrale, ritardo mentale, disturbi del comportamento", oltre a "difetti del tubo neurale, di atresia dell’esofago e di malformazioni cardiache" ecc.);

4) tra le complicazioni si segnalano: gravidanze tubariche, gravidanze multiple fino a cinque, sei, otto gemelli (con evidenti rischi per la salute della donna e probabili morti o handicap dei figli), altissima mortalità perinatale (20%), aborti ripetuti (dal 18 al 30%), parti prematuri, bambini sotto peso, parti operativi, "riduzione embrionale" (e cioè eliminazione in corso d’opera, a causa di gravidanza multipla, di embrioni dalla ottava alla dodicesima settimana, perfettamente formati) con "conseguenze drammatiche sull’equilibrio psicologico della madre". Ancora: gestosi, placente previe, lesioni vascolari, asciti, trombosi e tromboflebiti per le donne, malformazioni fetali…(pag. 65,66, 73,74) e "delusione della coppia, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole" (pag.62).

La fecondazione artificiale è infatti qualcosa di estremamente sperimentale. Flamigni, ad esempio sostiene, a pag.85, di aver fatto nascere 34 bambini con una determinata tecnica, ma "per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34 bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo…". I bimbi e le donne sono dunque cavie?

5) riguardo alla crioconservazione (congelamento) degli embrioni circa il 30% muoiono nella fase di scongelamento, mentre tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata" (pag. 81): cosa nascerà da embrioni già danneggiati impiantati in utero? Considerando infine che nella fecondazione artificiale vengono sacrificati circa 92 embrioni su 100, e che nel processo in vitro vengono a mancare tutti quei segnali ormonali e chimici (colloquio crociato) che la natura fa scattare nel momento in cui l’embrione si forma nel corpo della donna (fecondazione in vivo), è facilissimo capire perché molti medici considerino la fecondazione artificiale tout court una pratica omicida e pericolosa, in cui si sperimenta sulle donne, sui bambini e sugli embrioni, creando illusioni e speranze fasulle in chi soffre il dramma della sterilità, e ottenendo di contro grossi guadagni.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che i "fecondazionisti" ad oltranza vorrebbero che venissero permessi l’utero in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione con seme di persone morte, le "famiglie" composte da due padri o due madri, le banche del seme, più o meno pregiato, e la sperimentazione sugli embrioni. Riguardo a quest’ultima il discorso è assai lungo, ma basti pensare che ricercatori svedesi hanno messo a punto da tempo una tecnica chirurgica per aborti da effettuarsi tra la 18° e la 28° settimana con trapanazione del cranio del feto da vivo per aspirare con una cannula la substantia nigra del cervello, per una ipotetica quanto fasulla cura contro il morbo di Parkinson. Si tratta di "ricerca" scientifica o di mostruosità? Di stregoni o di scienziati?

Far crescere l’amore.

I “divieti” della Chiesa in materia sessuale, possono talora apparire assurdi, vuoto moralismo, pura forma incapace di raggiungere il cuore della verità dell’uomo. In realtà lo spirito mondano, troppo impantanato nel consumare subito ciò che incontra, nel vivere solo di emozioni su emozioni, fatica a comprenderli proprio perché sono il suo contrario, la negazione di una visione meramente terrena: affermazione, al contrario, di una virtù che è soprannaturale, celeste, la carità, l’amore. Così è, per essere chiari, per il divieto di rapporti prematrimoniali: tanti si chiedono il perché, e altri il motivo di tanta attenzione della Chiesa riguardo al sesso. Eppure, a chi osservi con occhio puro e sincero, dovrebbe apparire semplice: non è il sesso che interessa, ma ciò che dovrebbe essere implicato nella relazione sessuale, e cioè l’amore. Qualcosa di troppo grande per non avere dei segreti e dei rischi, per non abbisognare di una educazione, di un cammino, di una crescita. Come ritenere che, se qualsiasi abilità o virtù abbisogna di educazione, non avvenga altrettanto per l’amore? Senza educazione, infatti, l’impulso all’amore non porta frutto, e diviene più simile alla morte, che alla vita: quanta amara infelicità, incomparabile ad ogni altra, quando nell’amore si brucia ogni tappa, in nome di uno spontaneismo irresponsabile! Perché allora la Chiesa chiede la fatica, il sacrificio di ritardare il rapporto carnale, di considerarlo non certo un male, come in altre credenze, ma come coronamento e compimento di un amore totale? Per motivi pratici, come si è visto nel capitolo precedente (e cioè perché vi è sempre la responsabilità verso un possibile figlio, e verso il coniuge), ma anche perché l’amore possa, appunto, crescere in tutta la sua “larghezza, altezza, ampiezza e profondità”; affinché possa sin dall’inizio abituarsi a non avere altra ricompensa che in se stesso e nella sua gratuità, maturando quella solidità perseverante e quella benigna pazienza che sono la sua essenza metafisica. Solidità perseverante e benigna pazienza. Quale vetta più alta, e faticosa, per la nostra miseria, dell’amore? L’impulso naturale, non educato, infatti, è quello di trovare subito soddisfazione nell’altro, di “farsi padroni di un amore donato”, come canta Claudio Chieffo; quello di afferrare la persona amata, stringendola magari sino a soffocarla, spinti da una emotività violenta, non chiara né verificata: come una mano, diceva don Giussani, che stritola un po’ di sabbia, sino a perderla. Succede tante volte, infatti, avvicinandosi troppo, di innamorarsi di un dettaglio, di una caratteristica che non caratterizza, di illudersi. La “distanza”, invece, permette di vedere meglio i contorni, di capire con la lucidità dello spirito: di affinare la percezione, la vista, l’udito, il tatto dell’amore, proprio come i ciechi, che nell’esercizio, nella necessità, potenziano i loro sensi, sino a “vedere” più degli altri. Il rapporto fisico, invece, può falsare la prospettiva: se precede l’amore spirituale, ci illude di crearlo, per automatismo, ingannandoci coll’euforia e la dolcezza sensoriale che lo accompagnano. Così, spesso, di rapporto in rapporto, in tanti tengono in piedi relazioni basate sul piacere reciproco, senza però approfondire gli abissi dei loro spiriti e delle loro personalità, ben più profondi dello spessore dei loro corpi: ci si ferma alle forme, alle sensazioni, alle emozioni passeggere, senza rendersi conto che è propria della loro natura l’instabilità, la mutevolezza. Così l’emozione diviene lo scopo e il salvagente, momentaneo, del rapporto, e il sesso, da ricerca dell’altro, potenzialmente così forte da aprire alla vita, da generare carnalmente, diventa sterile ricerca di se stessi: le mani, il corpo, la bocca, tutto si muove a vuoto, quando lo spirito è stato messo a tacere. Poi, un giorno ci si sveglia, nello stesso letto, e ci si accorge di non essersi mai conosciuti, di non aver penetrato, col proprio abbraccio, un altro, ma di aver chiuso le braccia su se stessi, come chi si affanna, sbracciandosi in cerca di aiuto. Ecco allora che il fidanzamento cristiano, casto sino al sacrificio, non è la via degli illusi, di coloro che, superficialmente, come si dice spesso, vanno incontro al matrimonio senza conoscersi: “non avete fatto esperienze, non avete convissuto, come potete?”. E’, invece, il modo per rendere decisiva, unica ed essenziale una esperienza vera; il modo di rispettare la natura dell’uomo, la gerarchia tra anima e corpo: l’anima guida, e il corpo segue, non viceversa. Non sono i rapporti carnali, in quest’ottica, l’educazione, il cammino nel quale due persone costruiscono un rapporto vero, fondato per resistere, ma i sacrifici, le speranze, gli umori alterni, le incertezze, le attese proprie del fidanzamento, sublimati e guidati da un desiderio che si fortifica e si purifica, divenendo durevole. Solo così, nell’attesa che conosce e riconosce, che percepisce la grandezza del dono, e che se ne stupisce, il rapporto tra moglie e marito non rimane una semplice somma di due persone, un io e un tu, ma produce un rapporto, un noi, una nuova realtà, una nuova volontà. La Genesi dice “un corpo solo ed un’anima sola”. Solo così, vissuto intensamente, come gioia ma anche come responsabilità, il fidanzamento diviene un cammino vero, durante il quale si conosce il compagno di strada, si avanza con lui, e lo si mette alla “prova”, nella totale gratuità: per non doversi poi pentire, per un figlio nato “per sbaglio”, da un amore fasullo, o per un eventuale divorzio, sempre e comunque doloroso e lacerante (come scriveva Kierkegard, infatti, “meglio impiccati bene che sposati male”).
Come mai questi concetti, così umani, così ovvi, non sono più percepiti, ma appaiono spesso retrogradi ed estranei? Perché dopo due secoli di illuminismo, di marxismo e di consumismo, cioè di materialismo, abbiamo separato, da schizofrenici, l’anima dal corpo. Invece, come scrive Eugenia Roccella, già leader delle donne radicali, “quei piaceri che chiamiamo alla leggera fisici” non sono solo fisici, perché “impegnano la pelle, la mente, il cuore e fanno esplodere emozioni infantili e adulte, mescolate nelle carezze. Le emozioni erotiche quasi mai sono roba senza peso, che galleggia in superficie. In genere sono bombe a mano, da maneggiare con attenzione. Scavano crateri profondi, possono fare feriti e vittime da fuoco amico. E’ pericoloso infatti dissociare l’immenso potenziale emotivo e vitale del desiderio (buono, ndr.) dalla responsabilità, dall’amore, dal nostro essere in relazione con gli altri…Invece si è diffuso il luogo comune che il sesso sia innocente, lieve e allegro, che non vi sia peccato né male possibile. Che facendo l’amore (fare sesso, si dice, escludendo l’amore) non facciamo che il nostro piacere, naturale come quello dei gatti in cortile, e il nostro piacere non può essere il dispiacere di qualcun altro, se questi ha dato il suo consenso. Ma i corpi sono persone: da qui non si scappa. Quel che si fa ai corpi, al proprio e a quello altrui, si fa alle persone”. Detto brutalmente? Unirsi ad un’altra persona, carnalmente, non è una esperienza virtuale, asettica, astratta, ma un coinvolgimento radicale, una comunione totale, da cui non si può uscire semplicemente lavandosi sotto un getto d’acqua, per poi unirsi ancora, con un’altra persona. Ogni unione si incide nella nostra coscienza, generando solchi profondi, lasciando una memoria, imprimendo delle sensazioni e delle immagini: come si può amare una sola persona, per sempre, con una coscienza pulita, con uno sguardo limpido, con un coinvolgimento vero e totale, se quella non è l’unica, la sola, ma solamente l’ultima di una serie? Come si può amare veramente, senza scrupoli, senza rimorsi, senza che una parte di noi sia “distratta”, se parte della nostra storia, della nostra memoria, della nostra carne, rimane sospesa tra il prima e il poi, tra una persona e l’altra, tra il desiderio di totalità, di amore completo, di pienezza, e l’impossibilità di disfarsi del tutto di ciò che ormai ci ha segnato per sempre? L’unione carnale non è dunque un divertimento, un de-vertere, cioè un volgere via da, per distrarsi, per svagarsi, ma un compimento, la realizzazione tangibile dell’amore intangibile (che viene prima, logicamente e temporalmente, perché, come scriveva Saint Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”).
Concludo con alcune considerazioni sociologiche, prese da un bell’articolo del filosofo Giacomo Samek Lodovici, comparso sul “Timone” dell’Agosto 2006: “In Italia la cronaca ha registrato, dal gennaio 1994 all’aprile 2003, 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni, e cessazioni di convivenze; 39.919 (l’86,6%) hanno avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale”. Perché? Perché un matrimonio preparato male, bruciato nelle sue tappe essenziali, costruito sulla sabbia delle emozioni e delle sensazioni istintuali, lungi dall’essere l’inizio di una vita di coppia felice e feconda, diviene piuttosto una bomba ad orologeria. Storicamente la banalizzazione del matrimonio, crea il divorzio, e l’istituto del divorzio, banalizzando ancor più il matrimonio, rendendolo anche culturalmente un istituto fragile, genera un circolo vizioso senza termine, in cui l’impegno sponsale viene affrontato con superficialità, nella speranza che poi, tanto, se non va bene, vi sia il divorzio a rimediare…. Ma il divorzio, come si è visto, non rimedia nulla, bensì sancisce e cristallizza la tristezza di un fallimento.
(dal II capitolo di “Chiesa, sesso e morale”, di F. Agnoli e M. Luscia, Sugarco)

Libertà e abbandono.

Non c’è instante della vita che non sia precario: basta, come notava Pascal, una goccia d’acqua ad ucciderci. In agguato, ogni momento, ci sono le malattie, i tracolli economici, la morte stessa, nostra o di un nostro caro. Siamo qui e ogni tanto dovremmo stupirci, e ringraziare: ogni mattina di essere vivi, ed ogni sera di poter posare il capo.

Ringraziare per questo, ricordare che ogni capello della testa è contato e prezioso; vivere ogni momento della nostra vita, come se fosse nostro, sapendo che è di Dio: è la posizione dei “poveri in spirito”, l’indifferenza di Sant’Ignazio e l’abbandono fiducioso di Santa Teresina. Benessere o povertà, salute o malattia, affetti o solitudine, fertilità o sterilità: tutto può essere accettato e vissuto con quella santa rassegnazione che qualcuno ha potuto scambiare per “una morale da servi”. Qualcuno che cercava il superuomo, voleva andare “oltre”, perché non sapeva stare qui. Che diceva “oltre”, ma non sapeva indicare dove.

Perché in verità cosa ci libera dalla precarietà, dalla contingenza e dalla fugacità delle cose? Cosa dal desiderio continuo di avere o di apparire? Cosa può rendere il nostro animo più lucido, più costante, più sereno, se non la costante e ferma consapevolezza di essere e di valere più di ciò che muta, di ciò che finisce e di ciò che limita? La rassegnazione cristiana è presupposto di una vera libertà: rende l’uomo padrone, superiore ad ogni evento negativo e ad ogni accidente transeunte.

Non paralizza, ma libera, perché non scaturisce dallo spavento, dalla paura, dall’ansia per il presente o il futuro, ma dalla assenza di terrene preoccupazioni, alla luce dell’eternità. Garante e padre della nostra libertà è Dio, che provvede ad ogni nostro bisogno, soccorre ad ogni prova, sovviene ad ogni necessità, lasciando alla libertà umana di accoglierlo o meno.
Non servono allora, in questa ottica, strategie di emancipazione, di liberazione, modalità artificiali di finto ed illusorio controllo sulla vita o sulla morte, nascite artificiali o morti procurate, diritti sempre nuovi e innaturali. Questo indaffararsi a riplasmare il mondo, infatti, è una tendenza prometeica, che oppone la libertà come ribellione alla rassegnazione fiduciosa.

Liberazione” diviene così la parola d’ordine dei movimenti beat, hippy, e di tutto il Sessantotto: liberazione dai tabù sessuali, dalla religione, dalla natura, dal pensiero… Sono molto chiari, al riguardo, gli slogans dell’epoca. Ne ricorda alcuni un protagonista come Aldo Ricci, scrittore e fotografo che studiò a Trento: “Né maestro né Dio, Dio sono io”; Il sesso è tuo, liberalo”; “Lotta dura contro natura”; “Fate saltare le menti meccaniche con l’acido santo”; “Vitamine al vostro cervello: Lsd”; “Freedom for Satana”; “Inventate nuove perversioni”… Di cosa sono espressione questi pensieri, liberi perché slegati, sradicati, e cioè pazzi (“a pensar senza imbarazzi/chi più liberi dei pazzi?”), se non di una fortissima incapacità di stare nella realtà, nella natura, in ciò che ci è dato? Di cosa, se non di una mancanza di libertà, che esplode in tutte le direzioni, perfino contro se stessi, con l’esaltazione del suicidio e della droga? L’ex ministro della Giustizia, Giovanni Flick, proprio in quegli anni, parlando della “liberalizzazione totale” delle droghe, arrivava a scrivere che la droga è “espressione di autodeterminazione…di libertà morale…una scelta individuale di ricerca del piacere, di rifiuto della sofferenza, di sottrazione alle convenzioni”(“Droga e legge penale”, Giuffrè). Liberazione, in questo senso, non significa più libertà di muoversi nelle infinite possibilità offerte dalla realtà, né capacità di esprimere la propria originalità ed unicità in un percorso personale attraverso la vita, ma, al contrario, libertà da tutto ciò che esiste, dal nostro corpo, dalla razionalità, dalla nostra stessa personalità, sino all’annullamento nirvanico, al “vuoto mentale”, alla “droga rabbiosa” e alle visioni infernali di Allen Ginsberg, ai viaggi in India o in Brasile di Mauro Rostagno e compagnia, a sperimentare i funghi allucinogeni e l’evocazione di spiriti…Al fondo c’è sempre l’insoddisfazione gnostica, l’odio per la vita: “Chi odia me- dice la Sapienza- ama la morte”. Lo sapeva bene anche Jack Kerouac, che nella prefazione al suo “Le città delle notti rosse”, scriveva: “questo libro è dedicato agli Antichi, al Signore delle Abominazioni…Angelo Oscuro di tutto ciò che è escrezione e corruzione, Signore della Decomposizione… a Ix Tab, patrona di coloro che si impiccano….al Distruttore…al Signore degli Assassini. Niente è vero. Tutto è permesso”.

La Controriforma, il peccato, il perdono…

Il cattolicesimo della Controriforma, lo si dice spesso, è una religiosità triste e cupa, perché pone l’accento sul concetto di peccato. Eppure, all’epoca, i cupi per eccellenza non sono certo i cattolici. Ben più di loro lo sono i protestanti, con la convinzione che l’uomo sia assolutamente incapace di compiere il bene e che Dio non sia pronto, in ogni momento, a perdonarlo, con il sacramento della Confessione. Se l’uomo è soltanto peccatore, i santi vanno ripudiati e le loro statue abbattute: così le chiese protestanti divengono luoghi tristi, spogli, e senza gioia, esattamente il contrario delle chiese cattoliche barocche. Per Lutero, inoltre, nel suo “Servo arbitrio”, ogni creatura è semplicemente schiava di Dio o del demonio, senza libera scelta, come un cavallo conteso, suo malgrado, tra due cavalieri. L’esito politico immediato della Riforma luterana è la rivolta dei contadini. Dopo averli in qualche modo illusi, l’ex monaco agostiniano invita i principi ad ucciderli: “verso i contadini testardi…nessuno abbia un po’ di compassione, ma percuota, ferisca, sgozzi, uccida come se fossero cani arrabbiati” (“Scritti politici”, Utet, 1978). Così il 15 maggio 1525 più di centomila contadini vengono sterminati.
Cupo, dunque, Lutero, ma ancora di più Calvino. Secondo la sua posizione, infatti, si è già salvi o dannati ab aeterno, indipendentemente dalla propria vita, dalle proprie opere e dalla propria libertà. Dio infatti non crea tutti gli uomini nella “medesima condizione, ma ordina gli uni alla vita eterna, gli altri all’eterna condanna”, e tutti non desiderano, non intraprendono se non “cose malvagie, perverse, inique e sozze”. Uno spirito analogo caratterizzerà anche i giansenisti: il loro Cristo in croce non unisce la verticalità del cielo con l’orizzontalità della terra, non sta con le braccia aperte, ad abbracciare il mondo, ma le tiene alte e strette, a significare il piccolissimo numero dei salvati.
In tempi non lontani dal Concilio di Trento, anche due “laici” come Machiavelli e Hobbes partono dalla constatazione dell’esistenza del male, per affermare poi che l’uomo è naturalmente cattivo, “lupo per l’altro uomo”. Non si parla più di peccato, in senso cristiano, ma di una malvagità congenita e non redimibile. Scrive infatti il filosofo fiorentino: “è necessario a chi dispone una repubblica ed ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità dello animo loro qualunque volta ne abbiano libera occasione” (“Discorsi”). Non c’è spazio quindi, come ha notato Eugenio Garin, per l’azione della libertà, per l’ideale, per la tensione al dover essere. La legge perde così ogni umanità, ogni funzione di guida ed aiuto alla debolezza umana, per divenire rigido e freddo volere di un sovrano o di uno Stato. L’uomo naturalmente cattivo, che non sa neppure aspirare al bene, va bastonato e ingannato, se necessario, dal Principe o dal Leviatano di turno. Siamo solo uno zoo, in cui vi è bisogno di un guardiano; occorrono perciò le gabbie, le galere, non la conversione ed il pentimento. Così tutto è ridotto ad un potere che metta un po’ d’ordine, almeno formale, nella “foresta di belve”.
Secoli più tardi, dopo questo pessimismo antropologico, arriverà la concezione ottimistica di Rousseau: l’uomo senza peccato originale. Egli non deve crescere, essere educato, correggersi: il bene è divenuto banale, la bontà scontata, la libertà, nello stato di natura, già data, sin dall’inizio. L’uomo non è più peccatore, ma i codici e i tribunali rimangono, eccome. Anzi, i primi si formano ed i secondi diventano sanguinari con la Rivoluzione giacobina, e poi con le dittature comuniste. Anch’esse infatti partono dal dogma della naturale bontà umana, come ha ben compreso André Frossard, figlio del fondatore del partito comunista francese: “Il socialismo era una fede: l’uomo era buono, benchè gli uomini non lo fossero sempre, ed aveva preso in mano proprio lui il problema della salvezza… Karl Marx…ci avrebbe irresistibilmente portati verso il mondo della riconciliazione di cui aveva predetto l’avvento… L’avidità, la volontà d’accaparramento e di dominio sarebbero periti d’inazione; scomparsi gli antagonismi economici e sociali con le cause che li rendevano inevitabili, la guerra non avrebbe avuto più motivo d’essere e sarebbe scomparsa dalla superficie della terra”. Eppure, continua, “una delle sorprese della mia infanzia sarà quella di venire a sapere che la Russia sovietica aveva la sua armata”, i suoi tribunali e la sua polizia segreta!
Non sono dunque cupi i cattolici controriformisti, perché constatano l’esistenza del male. Non lo sono perché ritengono che Qualcuno abbia redento l’uomo. Per loro il peccato ha qualcosa di dolce, di “tenero”, paradossalmente di grande, perché implica la Redenzione: la rinascita, il perdono, il battesimo e la confessione. E’ sempre un nuovo inizio, una nuova alba: felix culpa! Lo possono dire, senza elevare il peccato ad unica realtà, come Lutero e Calvino; senza limitarsi a constatare la malvagità, e a cercare gli scaltri mezzi per eluderla “furbescamente”, come Machiavelli e Hobbes; senza cadere nel ridicolo o nella ferocia, misconoscendo l’evidenza del male, come Rousseau e i suoi epigoni.

Appuntamenti vari….

Ricordo, per chi volesse, alcuni appuntamenti: il 3 maggio il Mpv organizza un incontro intitolato “Ru 486: la favola dell’aborto facile”, alle 17.30 al Museo di Scienze naturali. Parlerà Assuntina Morresi; sono stati invitati anche il dottor Arisi e Margherita Cogo, per un dibattito. Il 4 maggio sera, alle 20.30, il MpV organizzza un incontro su eutanasia e testamento biologico, con Massimo Micaletti (istituto salesiano, disponibilità parcheggio).Per chi volesse un posto in pullman, per il dies familae, si può telefonare a Giovanna: 338 5680565

Gioiosi nella speranza.

Riporto la trascrizione che l’amico Claudio Forti ha fatto di una trasmissione di Gianpaolo Barra, sulla speranza.
Lo spunto per la trasmissione di questa sera mi è stato offerto da alcuni amici di Sassuolo, provincia di Modena, e questi amici mi hanno invitato nella loro bella cittadina alla fine del mese di marzo a tenere una conferenza dal titolo “Gioiosi nella speranza”. E così a Sassuolo ho vissuto un’esperienza davvero ricca, interessante, profonda, vuoi per la bella accoglienza che mi è stata riservata, da chi mi ha invitato, l’amico Angelo Gatti (che tra l’altro mi ha fatto conoscere un gruppo agguerrito di persone che vivono una fede limpida, una fede fresca, coraggiosa), vuoi anche per la bella, numerosa partecipazione del pubblico che ha ascoltato con attenzione le mie parole. E allora, vista l’esperienza positiva, ho pensato che le cose dette in quella occasione meritassero una replica a Radio Maria per metterle a disposizione di un pubblico più vasto. Nella speranza, come faccio sempre, di risultare in qualche modo utile agli amici che sono in ascolto da ogni parte d’Italia.
Affronterò perciò lo stesso tema: “Gioiosi nella speranza”. Ma se ci pensiamo bene, questo argomento si ricollega in qualche modo al naturale proseguimento alle cose che ci siamo detti nella conversazione del mese scorso., nella quale abbiamo commentato alcuni dati che illustravano la presenza dei cattolici in Italia. E abbiamo visto che non tutto è perduto, che ci sono motivi per rinsaldare la nostra speranza, che ci sono motivi per continuare incoraggiati nella nostra buona battaglia. Abbiamo visto che in Italia la fede, pur subendo attacchi davvero possenti, resiste ancora in tante persone, in tanti fratelli. Anzi, abbiamo visto che in qualche caso guadagna addirittura consensi. Visto che oggi il numero di quelli che si dicono atei, privi di Dio, sta sempre diminuendo. ? anche vero – e questo lo abbiamo detto nella scorsa conversazione – che questi segni di speranza non possono però farci dimenticare che l’opera di evangelizzazione deve essere perseguita con tenacia, perché questa è certamente la missione che Gesù ha affidato alla Chiesa, e dunque ha affidato a ciascuno di noi. Ma anche perché l’evangelizzazione, cioè la trasmissione e la testimonianza della verità di Cristo e della personali Cristo, affinché tutti ne diventino discepoli, è la più alta forma di carità cristiana che noi possiamo offrire al nostro prossimo, Quindi anche la conversazione di questa sera, pur trattando della speranza, anzi dell’annuncio gioioso della speranza, non deve farci dimenticare che la speranza non ci fa sedere, non disarma il nostro entusiasmo, anzi, lo incoraggia, lo accresce, lo nutre, lo stimola, lo indirizza verso il bene.
E, prima di entrare nel vivo di questo argomento, io devo fare però due premesse. La prima premessa è questa. Il tema della speranza è un tema complesso e difficile. ? un tema che avrebbe meritato – lo dico con la massima semplicità – un commentatore molto più esperto di chi vi sta parlando da questi microfoni. La speranza è una delle tre virtù teologali che un esperto, per esempio un pastore della Chiesa, un teologo avrebbe esposto in maniera più profonda. La seconda premessa è consequenziale alla prima. Non aspettatevi una lezione perché non ho i titoli e le competenze necessarie per dare lezioni su questi argomenti.
Allora cosa farò stasera? Quello che ho fatto a Sassuolo. Mi limiterò ad alcune riflessioni e considerazioni che sono emerse dentro di me mentre mi preparavo a svolgere questo tema. E queste riflessioni, questi pensieri, queste considerazioni le affido principalmente al Signore, li affido alla bontà di sua Madre perché possano fruttificare nel nostro animo e nella nostra mente e possano giovare, essere utili alla nostra vita di cristiani.
Allora veniamo subito all’argomento “Gioiosi nella speranza”. E, riflettendo sul titolo che abbiamo scelto emergono subito due domande alle quali tenteremo di dare una risposta.
La prima domanda: Che cosa dobbiamo intendere per speranza? Ecco, speranza è una parola che noi pronunciamo spesso, ma della quale anche noi cristiani abbiamo perso di vista il vero significato. Che cos’è dunque la speranza? Questa è una prima domanda. La seconda, che emerge sempre da una riflessione sul titolo. Emerge spontaneamente, direi, dal titolo stesso, ed è questa: per quale motivo dovremmo essere gioiosi? Questa domanda oggi suona un po’ provocatoria, visto il tempo che stiamo vivendo. Viviamo in tempi in cui si manifestano tante, tante preoccupazioni. E allora può sorgere spontanea la domanda: come possiamo essere gioiosi se ogni giorno, se ogni momento della nostra esistenza ci giungono notizie tragiche di guerre, di morte, di disperazione? Oppure anche, come possiamo essere gioiosi se noi stessi, nella nostra esistenza di tutti i giorni, sperimentiamo la croce? Sperimentiamo tanti dolori, tante delusioni, tradimenti, amarezze. Ancora, come possiamo essere gioiosi se vediamo, se constatiamo nei fatti che, anche impegnandoci, sforzandoci di vivere una vita cristiana coerente con la fede che noi professiamo, ogni giorno facciamo esperienza però della nostra miseria, delle nostre cadute? Noi ci accorgiamo che il peccato continua ad albergare nel nostro cuore, e, nonostante gli sforzi non riusciamo – almeno così ci pare – a fare progressi. E come allora si può essere gioiosi, se quello che ci circonda e se quello che vediamo dentro di noi mostra questi segni di preoccupazione? Ecco, queste sono domande alle quali noi dobbiamo tentare di rispondere, e questa risposta sarà certamente una risposta che parte innanzitutto dalla fede che noi professiamo, dalle verità di fede che noi professiamo, perché ci sono state rivelate.
Però, come è caratteristica delle nostre trasmissioni, vuole essere una risposta che mette anche in rilievo alcuni elementi, alcuni dati che si sposano con un discorso apologetico. Quindi alcuni dati, alcuni elementi che contribuiscono a rinsaldare la nostra fede ed eventualmente possono essere utilizzati anche per rispondere a domande, a dubbi, a osservazioni, a obiezioni, a contestazioni che possono emergere anche in questo campo. Naturalmente se la nostra risposta parte dalla fede è chiaro che la nostra risposta non toccherà, non avrà come via principale a cui attingere le verità – che ne so? – la storia, la politica, la filosofia… No, la nostra sarà innanzitutto una risposta da cristiani, che parte dalla fede. Però è una risposta che, pur partendo dalla fede, viene offerta all’intelligenza di chi ci sta ad ascoltare. Viene offerta anche alla nostra intelligenza naturalmente, perché porti frutto, perché susciti una risposta.
Allora poniamoci subito la prima domanda: che cosa si intende per speranza? Poiché non vogliamo dare risposte che sembrano o sono un po’ soggettive, appoggiamoci subito, ancoriamoci subito al “Molo saldo, indistruttibile della dottrina cattolica”. Nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, alla domanda, che cos’è la speranza?, noi possiamo leggere questa risposta. La leggo lentamente. Sono poche righe, ma è ricchissima! La risposta è questa: “La speranza è la virtù teologale per la quale noi desideriamo e aspettiamo da Dio la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci all’aiuto della Grazia dello Spirito Santo per meritarla e per perseverare sino alla fine della vita terrena”. ? una risposta ricchissima, strabiliante!
Ho detto agli amici di Sassuolo: “Qui, a questo punto, un maestro di dottrina, un teologo, ma anche un bravo catechista avrebbero certamente cose molto più belle, più profonde, più ricche da dire di quelle che vi posso dire io. Comunque ci provo anch’io a rispondere. E comincerò percorrendo la strada più facile, la strada che consiste nel dire prima quello che la speranza cristiana non è. ? più facile seguire questa strada. Come abbiamo sentito, la speranza non riguarda l’attesa di una felicità terrena. Questo è un primo dato da imprimere bene nella nostra anima e nella nostra mente. La speranza cristiana non riguarda l’attesa di una felicità terrena. La speranza cristiana non riposa sulle cose di questo mondo: sulla ricchezza, sulla salute, sul lavoro, sull’amore di una persona, sulle gratificazioni della vita. Se ci pensiamo bene, la speranza cristiana non riposa nemmeno su progetti, su programmi, su strategie politiche, economiche, sociali, militari… E allora, attenti bene, amici, il cristiano sa che tutte queste cose non sono cattive, non sono in se stesse cattive, anzi, possono essere addirittura buone. Il cristiano vive in questo mondo. il cristiano sa che tutte queste cose, il benessere, la salute, la gratificazione possono essere cose certamente buone e debbono essere cose umanamente e giustamente anche sperabili, certo. Però la speranza cristiana riguarda qualcos’altro. Queste cose non sono l’oggetto della speranza cristiana. Questa riguarda qualcosa di più importante. E il Compendio, nella risposta che ci ha dato ce l’ha detto. “La speranza cristiana è “il desiderio della vita eterna”. E noi la speriamo e la attendiamo da Dio! Quindi il Paradiso! Come sapete, noi viviamo in un’epoca nella quale quelli che si chiamavano “Novissimi”: (morte, giudizio, inferno, paradiso), sono stati praticamente dimenticati. E sono stati dimenticati, emarginati, anche in casa nostra, in casa cattolica. Qualcuno di voi ricorderà che proprio poche settimane fa Papa Benedetto XVI, in visita ad una parrocchia romana, ha parlato dell’inferno, e ha detto proprio che si trattava di una realtà dimenticata. E che il papa avesse ragione non è difficile per noi dirlo, perché ne abbiamo esperienza. Non ce ne parla più nessuno! Ma guardate che anche il paradiso non gode di salute migliore! Allora noi prendiamo subito una decisione utile alla nostra vita cristiana. Se noi vogliamo radicare in noi la speranza cristiana, se noi vogliamo radicare in noi questa virtù teologale – perché viene da Dio! Non ce la possiamo dare da soli. Possiamo soltanto coltivarla. – allora, se vogliamo radicarla, se vogliamo coltivarla, noi dobbiamo ritornare a pensare e a vivere cristianamente, cattolicamente, tenendo rivolto il nostro sguardo, la nostra attenzione, la nostra mente, la nostra anima verso le realtà ultime della nostra esistenza. Dio innanzitutto, e i novissimi.
Però attenti bene eh, perché la vita eterna noi la speriamo da Dio! La attendiamo da Lui! E questo vuol dire che se noi non apriamo il nostro cuore ad accogliere questo dono, se noi non ci inchiniamo umilmente dinnanzi al Creatore per domandargli le grazie che sono necessarie per guadagnare la vita eterna, guardate amici, noi non la conquisteremo mai! Certo, certo, va detto nelle riflessioni che seguono… certo che il Signore vuole la nostra collaborazione! Il Signore non fa senza di noi! Non ci salva senza la nostra collaborazione! Però noi dobbiamo avere ben chiaro che è Lui che ci salva. E che è Lui che ci dona la speranza con la quale noi desideriamo il Paradiso.
Proseguiamo nella nostra riflessione sulla speranza cristiana, e chiediamoci come possiamo operare per accrescerla in noi, come possiamo coltivarla e nutrirla. Quando mi sono posto queste domande ho trovato una splendida, straordinaria risposta in una preghiera che ho imparato fin da piccolo e che oggi temo non si insegni più neanche nelle lezioni di catechismo per i nostri bambini nelle nostre parrocchie. C’era una preghiera che era conosciuta con il nome di “Atto di speranza”. E questa preghiera diceva così: “Mio Dio, spero dalla bontà vostra, per le vostre promesse e per i meriti di Gesù Cristo nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare. Signore, che io non resti confuso in eterno!”. ? una preghiera illuminante! Sono parole depositate da secoli che sintetizzano in modo direi insuperabile ciò che dobbiamo chiedere a Dio con la speranza, e cosa dobbiamo fare per accrescere questa speranza.
Abbiamo sentito che la speranza cristiana per essere coltivata e accresciuta esige da noi il compimento delle buone opere. E queste buone opere – recitava l’atto di speranza – scandalosamente, si potrebbe dire oggi, sono innanzitutto un dovere. Un dovere! Siamo nell’epoca in cui si parla solo di diritti!… Tutti hanno diritti. I doveri sono sconosciuti.
Allora la nostra esistenza terrena deve essere vissuta volendo e facendo e dovendo fare opere buone. Queste opere buone ci fanno diventare cristiani migliori, alimentano la nostra speranza di guadagnarci il paradiso, e alimentano la nostra speranza di far guadagnare il paradiso anche ai nostri fratelli. E le opere buone sono evidentemente quelle che Dio e la Chiesa ci indicano, ci illustrano, ci insegnano. L’amore per Dio, innanzitutto! L’amore per gli uomini. L’amore per dio e l’amore per gli uomini suscitano il rispetto e l’obbedienza alla legge di Dio. Quindi le opere buone sono quelle che i comandamenti e i precetti della Chiesa riassumono con chiarezza e con mirabile sintesi. Le opere buone sono quelle che il Vangelo ricorda ad ogni pagina. Le opere buone sono buone, amici, anche quando tutti pensano, dicono e fanno il contrario!
Pensate all’oggi, quando sentiamo uomini di Chiesa difendere quel bene prezioso che è la famiglia, e vediamo contemporaneamente che quasi tutti i mezzi di informazione attaccano la famiglia, la contestano, ne contestano l’originalità, l’unicità.
Però il titolo della nostra conversazione non parlava soltanto di speranza, parlava di speranza gioiosa, o meglio, ci si chiedeva come noi possiamo essere gioiosi nella speranza. Come possiamo essere gioiosi oggi? Il quadro all’interno del quale si svolge la nostra esistenza non è confortante. E alcune delle cose che vi sto per dire le avete già sentite perché più di una volta in passato mi è capitato di fare riflessioni su questo argomento. Il quadro non è confortante perché la stessa Parola di Dio, la Scrittura, ci disegna una situazione preoccupante – almeno a prima vista – nella quale è destinata l’esistenza di ogni uomo, anche la nostra. E la Sacra Scrittura ci disegna un quadro di un conflitto permanente, di un conflitto duraturo. Duraturo fino alla fine dei tempi. La Sacra Scrittura parla di una guerra tra la Donna e il “serpente”, al capitolo terzo della Genesi. Di una guerra tra il bene e il male, tra la vita e la morte, tra la cultura della vita e la cultura della morte. E, ci siamo detti che questo conflitto è stato voluto addirittura da Dio stesso. Nella Genesi si legge molto chiaramente. “Io – ed è Dio che parla – porrò inimicizia tra te e la donna”. Io, ed e Dio che parla, stabilirò un conflitto, una inimicizia… E ciò che ci può affliggere – badate bene – ci può affliggere, ma non lo deve fare, è che questo conflitto ci riguarda direttamente, ci vede obbligatoriamente coinvolti. Non passa sopra le nostre teste. Non ci si partecipa volontariamente. Tutti siamo coinvolti. Lo diceva Giovanni Paolo II nella enciclica Evangelium vitae al paragrafo 28. “Ci troviamo di fronte aduno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la cultura della morte e la cultura della vita”, scriveva quel papa. Ci troviamo, non solo di fronte, ma necessariamente in mezzo a tale conflitto. Tutti siamo coinvolti. Scriveva proprio così il papa, eh? Ci siamo coinvolti!
Ciò che ci può affliggere è anche il fatto che questo conflitto, questa guerra in cui siamo immersi e che ci riguarda direttamente non avrà mai fine. O meglio, durerà fino alla fine del mondo. quindi non avrà fine nella nostra esistenza terrena. Lo insegna molto bene il Concilio Vaticano II nella costituzione Gaudium etspes, capitolo 37, paragrafo 2. ascoltiamolo: “Tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre. Lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene”. Vedete, dobbiamo combattere “senza soste” dice il Concilio, “per poter restare uniti al bene”. Non è scontato. Non è definitivamente acquisita la nostra partecipazione al bene. Il nostro stare dalla parte della Donna. Ogni giorno richiede da noi uno sforzo.
E allora, la domanda è provocatoria, ma se le cose stanno così, come possiamo essere gioiosi? Ma quali elementi abbiamo per avere, non solo una speranza, ma una speranza gioiosa? Prima di rispondere voglio ancora un po’ calcare la mano e approfondire meglio il quadro drammatico che ci è annunciato dalla Sacra Scrittura e insegnato dalla Chiesa. Si è parlato di un conflitto, ma dobbiamo capire bene dove si sta svolgendo questo conflitto, in quale campo? In quale campo di battaglia si affrontano i due eserciti? Quello di dio, della donna, e quello del “serpente”, di Satana.
Guardate, questo conflitto è chiaro, si svolge nei fatti, negli eventi. Però noi non dobbiamo dimenticare che in una prospettiva cristiana – e noi siamo cristiani – il terreno privilegiato di questo conflitto siamo noi. ? l’uomo stesso! ? la nostra anima! Lì si svolge innanzitutto, non esclusivamente, ma innanzitutto, questo conflitto. Il demonio non può fare niente di male a Dio. Il demonio odia Dio, ma non gli può fare nulla. Il demonio conosce bene la superiorità infinita di Dio. E sa che lui, dinnanzi a Dio, sparisce con un soffio. Allora, per odio a Dio, rivolge la sua attenzione malvagia, perversa, cattiva, distruttrice, la rivolge verso la creazione. E all’interno della creazione la rivolge a quelle creature che Dio ha posto a capo del creato. In cima alla piramide del creato: gli uomini.
Odiando gli uomini, in modo maggiore di tutti gli altri, il demonio odia Maria Santissima (e la Chiesa. Nota di Claudio). Ma sa bene, sa molto bene, perché lo ha provato sulla sua pelle, si potrebbe dire, che anche con Maria non può scherzare. A Maria il Demonio non può fare nulla. Nulla! Nella sacra Scrittura è scritto che “Maria gli schiaccerà la testa”. La stirpe di Maria e lo stesso Gesù, schiacceranno la testa al Demonio. Quindi è sconfitto in partenza. Allora il demonio si rivolge, odiandoli, ai figli di Maria, ai prediletti di Maria. Ed è davvero impressionante, amici, pensare al fatto che uno dei protagonisti di questo conflitto “l’angelo del male”, è stato quasi dimenticato, anche in casa nostra. Se ne parla pochissimo (ma i suoi effetti nefasti si vedono chiaramente. Nota di Claudio). Nelle prediche dei nostri sacerdoti la domenica è praticamente quasi del tutto assente. Se poi se ne parla , a volte si viene facilmente accusati di catastrofismo, di generare paura, di creare tensioni. Ricordo che proprio di questi tempi, lo scorso anno, in una trasmissione qui a Radio Maria mi capitò di parlare dell’inferno, e ricevetti qualche telefonata di persone buonissime, eh, badate bene, ma preoccupate che io avessi spaventato gli ascoltatori.
Eh, un po’ di spavento – diciamocelo francamente – non ci farebbe male, visto che spesso abbiamo l’animo così allegro, così superficiale. Ecco invece noi dobbiamo avere il coraggio di andare contro corrente. Tenendo fermo – badate bene, amici – non la nostra opinione personale, tenendo fermo non le nostre manie, ma l’insegnamento bimillenario della Chiesa, che non ha mai dimenticato, nel suo Pastore supremo, di avvertire noi che siamo i suoi figli, della presenza e dell’azione del demonio, del diavolo, di Satana e degli angeli che lo servono.
E satana, per odio a Dio cerca di sviare la nostra anima per condurla a una meta diversa da quella che dio ha stabilito, da quella che Dio ha preparato per noi. E allora vedete, se il terreno privilegiato di questo conflitto non è tanto il mondo che ci circonda – si svolge anche lì, e lo vediamo – ma è il mondo che abbiamo dentro di noi, è noi stessi, allora capite bene che la posta in gioco di questo conflitto è addirittura la vita eterna che ci aspetta dopo la morte. E qui ci ricolleghiamo alla speranza. Perché noi speriamo la vita eterna! E il Demonio ce la vuole togliere!
Se noi non sapremo vincere questa battaglia, se per colpa nostra il demonio dovesse renderci suoi schiavi, allora la vita eterna che ci aspetta è quella disperata e dolorosissima dell’inferno. Tragicamente dolorosa. Se invece, al contrario, con l’aiuto di Dio, con l’aiuto della grazia di Dio, invocando sempre la sua misericordia per noi, risultassimo vincitori, allora la vita eterna che ci aspetta è quella indescrivibile del paradiso, della gioia eterna senza fine.
Attenti, perché le armi che usa il nemico, armi che utilizza per ridurci in schiavitù, sono note, ed è bene conoscerle. Proprio per porre loro un ostacolo, una resistenza. Per disarmarlo. Sono learmi della menzogna, le armi dell’omicidio, le armi della tentazione. Menzogna, omicidio e tentazione sono i termini utilizzati dalla Sacra Scrittura per parlarci anche della natura del Demonio: “Menzognero e omicida fin dal principio”. Queste armi le abbiamo viste – diciamolo – dentro di noi: anche noi cediamo alle tentazioni. E l’omicidio non è solo quello fisico, cioè la eliminazione della vita fisica. A volte si nuoce anche con la parola, con lo sguardo, col silenzio, con lo sgarbo, con le offese. Si fa del male, si attenta alla vita altrui, o all’onore altrui. Abbiamo visto all’opera queste armi e le stiamo vedendo all’opera anche in questi giorni, dentro di noi e fuori di noi.
Abbiamo visto il progetto di costruire un mondo senza Dio, specialmente nel secolo scorso, ma lo stiamo vedendo anche adesso. Il secolo scorso ci ha “regalato” due guerre mondiali, ci ha regalato i campi di concentramento e sterminio nazionalsocialisti. Ci ha “regalato” il totalitarismo comunista con il suo arcipelago Gulag. Ci ha regalato – e lo stiamo vedendo ancora ai nostri giorni – una strage immensa di bambini che vengono uccisi nel grembo delle loro madri. Pensate, lo abbiamo già detto qualche volta, nel secolo scorso si sono contati un miliardo di aborti volontari. Un miliardo! Mille milioni di bambini uccisi, innocenti. E ancora oggi stiamo assistendo al tentativo da parte dell’uomo di impadronirsi, senza volere rispondere a nessuno, dei meccanismi che danno origine alla vita umana. Tentativo che si vuole portare a compimento indipendentemente dal numero di vittime che richiede. Una strage veramente! Un’altra strage.
E qui resta allora provocatoria la domanda: ma in che modo possiamo essere gioiosi oggi? Beh, io penso che si possa rispondere, dopo aver dato un quadro abbastanza fosco della situazione nella quale stiamo vivendo (e non si è parlato delle miriadi di vittime del sottosviluppo, frutto delle ingiustizie planetarie. Nota di Claudio), penso che si possa rispondere positivamente. Noi, nonostante tutto questo abbiamo motivi fondati per essere speranzosi, per essere gioiosi. Noi possiamo parlare di speranza perché abbiamo la certezza indubitabile, la certezza incrollabile, la certezza invincibile, che nella battaglia tra la Donna e il “serpente”, nella battaglia tra il bene e il male, tra la vita e la morte, la cultura della vita e la cultura della morte, il “serpente non avrà l’ultima parola! Il male non trionferà! La morte non sarà la fine di tutto! Abbiamo questa certezza! Dove poggia questacertezza! Guai adire che poggia nelleee nostre convinzioni, nella nostra mente, nel nostro ragionamento… cambiano i tempi, cambiamo anche noi… vien giù tutto…! Ma per nessun motivo! Questa certezza posa su qualche cosa che sta fuori di noi, e che non crolla. Poggia su un Fatto accaduto nella storia! E quale è questo fatto? Lo abbiamo ricordato pochissimi giorni fa: poggia sulla Risurrezione di Gesù! Un fatto accaduto nella storia.
Va rimarcato moltissimo questo elemento, perché la tentazione di pensare alla risurrezione come a una bella tavoletta per anime delicate, per spiriti scoraggiati affinché si incoraggino,.. la tentazione c’è, eh? Veramente Gesù Cristo è risorto! Veramente lo hanno inchiodato alla croce, lo hanno massacrato, lo hanno ammazzato, e quando erano convinti di aver chiuso i conti con lui, Lui tre giorni dopo era ancora in giro vivo e vegeto! E con la sua risurrezione, non solo ha vinto definitivamente la morte, ma ha dimostrato in modo invincibile, insuperabile, che la sua promessa di far risorgere anche noi, con il suo potere, quella promessa è vera! Lui ci ha garantito che toccherà anche a noi risorgere! E se tocca anche a noi risorgere, qualunque cosa succeda a noi, la morte non sarà l’ultima parola. Non sarà l’ultima parola! Questo è un fatto accaduto nella storia, non un’idea. Non è una dottrina. Non è una aspirazione. Non è un desiderio. Non è un’utopia. Non è una speranza campata per aria! ? un fatto che ci consente di sperare la vita eterna.
Questo Fatto ci consente di vivere questi tempi, che sono tempi cupi, nella gioia. Attenti! Nella gioia più vera, più profonda! Perché siamo stati informati, ci è stato svelato, ci è stata data una notizia, la Buona Notizia, la Buona Novella! E chi ci ha dato questa informazione, questo avviso, merita la nostra fiducia! Anche noi siamo destinati alla vita eterna del paradiso! Ecco perché possiamo essere gioiosi nella speranza! Perché quello che ci circonda, quello che sperimentiamo anche dentro di noi: le cadute, le miserie, il peccato, se stiamo uniti a Dio, non avrà il sopravvento!
? chiaro, amici, che se noi eliminiamo dal nostro orizzonte una lettura cattolica della nostra avventura umana, della nostra storia, allora è vero, non abbiamo molti motivi per essere gioiosi, eh? Ma noi non dobbiamo eliminare dal nostro orizzonte la lettura cattolica della vita umana.
D’altro canto è vero – e qui andiamo avanti nella nostra riflessione, perché non dobbiamo nemmeno di mancare di generosità nei confronti del Signore – perché il Signore non si è limitato soltanto alla risurrezione, che è il fatto più grande che sia accaduto, ma ci ha lasciato tanti altri fatti, tanti altri segni nella storia che alimentano la nostra speranza. Che alimentano la nostra gioiosa speranza. Vediamone alcuni di questi fatti. E qui, anche chi si occupa di apologetica, li può utilizzare, proprio a radicamento a consolidamento della propria fede e a dimostrazione, di fronte a chi dovesse porre delle domande, dubbi, contestazioni, a dimostrazione della verità della fede stessa che professiamo.
Un primo fatto: la vita e l’esempio dei santi che hanno riempito i secoli della storia della Chiesa. Che cosa impariamo dalla vita e dall’esempio di questi santi? Badate, vite che sono sto-ri-ca-men-te documentate. Non vi parlo di tavolette, di storielle, vi parlo di fatti accaduti. Che cosa impariamo? La vita e l’esempio dei santi ci insegnano che sperare non è una chimera, non è un’utopia, non è una illusione. A tenti fratelli nella fede – badate amici! – che non erano diversi da noi. Erano come noi! Beh, a tanti fratelli nella fede è accaduto davvero di poter realizzare la loro speranza. Si sono guadagnati il cielo! ? già accaduto! Sono già in Cielo! Questa esperienza fondata su dei fatti deve accrescere la nostra speranza. La nostra speranza quindi non è vana! E siccome la speranza del Cielo è una speranza gioiosa, quella è la nostra felicità! (San Francesco diceva: “Tento è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto…”. Nota di Claudio).
Vediamo un altro fatto. ? vero che noi siamo circondati da tanto male, però, quanto è il bene che pure esiste e che noi non vediamo? O meglio, che vediamo in piccola parte. Ed è proprio anche questa piccola parte che è un segno che Dio ci lascia per alimentare la nostra speranza. Guardate che non parlo solo del bene in grande. Eppure ci sono esempi nella storia della Chiesa passata e presente illuminanti. Pensate a quanto bene ha fatto Madre Teresa di Calcutta (e le migliaia di sorelle che l’hanno seguita. Nota di Claudio). Quanto bene ha fato padre Werenfrieed Vanstraten, il famoso Padrelardo, il fondatore di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, eccetera.
Parlo però anche di quel bene, nascosto ai più, ma che pure è presente nella nostra vita, perché noi lo sperimentiamo su di noi. Proviamo a porci una domanda. Abbiamo mai pensato al bene che riceviamo? ? più facile pensare al bene che facciamo, eh? Più facile. Ma proviamo a pensare al bene che riceviamo. Anche questi sono fatti, eh? Oppure vediamo anche dei parenti, degli amici, delle persone che conosciamo, fare del bene. Allora, non tutto è perduto. Non tutto è male. La speranza si alimenta, si nutre. La speranza che la strada per il paradiso sia ancora aperta e che ci sia gente che la sta percorrendo… non ci rende forse gioiosi questo dato!
Avanti ancora con un altro fatto. Un altro fatto sul quale riflettiamo molto poco. Abbiamo detto che la morte non avrà l’ultima parola. Benissimo! Però, attenti! Non avrà l’ultima parola nemmeno sulla Chiesa, eh? Vi ricordate quella promessa del Signore: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Allora non prevarranno sul Papa, sulla Chiesa, non prevarranno sui battezzati che alla Chiesa resteranno fedeli. Nella nostra società, nella situazione odierna, quando ci sono forze immense che stanno operando per la disgregazione dell’uomo e della società, noi vediamo che si alza coraggiosa la voce del Papa, la voce della Chiesa. E questa voce è per noi un punto di riferimento che ci aiuta a non confonderci, a non perdere la bussola, a non essere ingannati. Questa voce, la voce della Chiesa, la voce del Papa, ci fa capire che noi non siamo soli. Che Dio ci ha dato una casa dove trovare rifugio. Questa casa è la Chiesa! E questo non alimenta forse la nostra speranza? (perché tanti cristiani, anche praticanti, hanno spesso da ridire e da lamentarsi di questa “casa”?. Nota di Claudio).
Andiamo avanti ancora. Un ultimo episodio, un ultimo fatto. Abbiamo visto cadere – la storia ce lo ha dimostrato – immensi progetti, immense costruzioni sociali, immensi tentativi di cancellare Dio, che sembravano, al momento del loro massimo fulgore, invincibili. Hitler sembrava inarrestabile. Il suo esercito pareva invincibile. Un mondo nuovo sembrava ormai dietro l’angolo. Chi lo poteva fermare? E quanto è durato? Dodici anni! Nel 1933 prende il potere. Nel 1945 si spara, si uccide, lasciando dietro di sé rovine e lutti immensi. Finito! Finito così!
Il comunismo sembrava anch’esso invincibile, inarrestabile… eppure? C’è stato il 1989, la caduta del muro di Berlino… rimane purtroppo ancora qualche sacca… ma quanto durerà? E anche le correnti di moda oggi: il relativismo, il nichilismo, quanto dureranno?
La storia ci dà una sentenza chiarissima, lampante. Le cose di questo mondo passano, la Chiesa no! E anche questa constatazione, constatazione di fatti, eh?, badate bene!, alimenta la nostra speranza. E ci fa capire che noi non viviamo un’illusione, non viviamo un’utopia, una consolazione. Noi speriamo qualche cosa che certamente si realizzerà: LA VITA ETERNA! Ad alcune condizioni… Bene, alcune di queste condizioni… certamente la prima, amici, è quella di vivere un’esistenza in amicizia con Dio. E l’amicizia con Dio è la vita della grazia. Come di alimenta la grazia? Con la preghiera! La prima arma in questa battaglia è la preghiera. La frequenza ai sacramenti, alla confessione e alla Santa Comunione. Perché la grazia di Dio deve così fortificare la nostra anima. La rende inaccessibile. La rende inattaccabile. La rende invincibile!
Suggerisco sempre, quando faccio conferenze – e l’ho detto anche agli amici di Sassuolo – di curare bene anche la propria formazione spirituale, magari servendosi dell’opera, dell’aiuto, del sostegno di un direttore spirituale. Ricordiamoci, nella preghiera, specialmente il Rosario. Il Santo Rosario. Noi parliamo dai microfoni di una radio che contribuisce ogni giorno ad innalzare a Maria da questa terra il profumo soave di un numero sbalorditivo di preghiere, un numero sbalorditivo di Ave Maria!… La preghiera e la vita di grazia sono la nostra prima risposta per alimentare la fede, la speranza e la carità.
La seconda arma, la seconda risposta, è la formazione. Dobbiamo curare bene la nostra formazione. Dobbiamo conoscere le ragioni della fede. Dobbiamo saperle proporre al prossimo. Dobbiamo conoscere gli errori e le strategie del “nemico”, per smascherarlo. Uno degli agnostici più conosciuti del secolo scorso, che si è convertito praticamente pochi mesi prima di morire: Leo Moulin, era docente all’Università fondata dalla Massoneria, a Bruxelles, scriveva, ancora quando non credeva in Dio, rispondendo a una domanda che gli aveva posto Vittorio Messori. Leo Moulin diceva così: “Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende, il capolavoro della propaganda anticristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza. A instillargli l’imbarazzo, se non la vergogna per la loro storia. A furia di insistere, dalla Riforma protestante, fino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi tutti i mali del mondo. vi hanno paralizzati nell’autocritica masochistica per neutralizzare la critica di quello che ha preso il vostro posto” E si legge ancora nel libro d Messori: “Femministe, omosessuali, terzomondiali, pacifisti, esponenti di tutte le minoranze, contestatori e scontenti di ogni risma, scienziati, umanisti, filosofi, ecologisti, animalisti, moralisti laici, da tutti vi siete lasciati presentare il conto – spesso truccato – senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza della storia che non vi siano stati addebitati. E voi – sta parlando a noi cattolici – così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci. Magari per dar loro manforte. Invece io, agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo, vi dico che dovete reagire in nome della Verità. Spesso infatti non è vero. E se talvolta del vero c’è, è anche vero che in un bilancio di 20 secoli di cristianesimo le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre!”
E termina così. Polemicamente, ma a mio avviso con massima ragione: “Ma poi, perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate – contriti – certe prediche?”. Anche uno come Leo Moulin si era accorto di quanto fosse importante la formazione. Perché sennò ci raccontano quello che vogliono. E la nostra fede viene minata, la speranza viene indebolita, la carità si affievolisce. (Faccio notare che io ho trascritto tutto il bellissimo colloquio che Vittorio Messori ha avuto con LeoMoulin dai microfono di Radio Maria nel 1993. Io lo posseggo il file che però si può trovare anche nel sito della radio su “Documenti”. Nota di Claudio).
E prosegue il prof. Barra: E tra gli strumenti di formazione è giusto questa sera nominare Radio Maria. Quanto bene sta facendo, anche nel campo della formazione culturale. Vogliamo prenderci un duplice impegno. Vogliamo prendere l’impegno di far conoscere Radio Maria a chi non la conosce? Redio Maria è uno strumento di cui la Madonna si serve per la buona battaglia. Vogliamo sostenerla? Mi permetto di aggiungere sommessamente accanto a Radio Maria, anche la rivista che dirigo: “il Timone”. Tanti di voi la conoscono. Tanti conduttori di Radio Maria scrivono anche su “il Timone”. (per esempio Messori. Nota di Claudio). Anche il Timone è uno strumento di formazione sempre più apprezzato.
Preghiera, formazione, e ultima cosa naturalmente, azione, apostolato concreto, efficace. Con lo scopo di alimentare la speranza. Facendo buone opere. Ecco, ci resta una considerazione sulla grazia che ci è stata fatta, sul dono che abbiamo ricevuto. Ecco, è una considerazione, meglio, è una assicurazione che per noi diventa – pur nella drammaticità dei tempi che stiamo vivendo – diventa una consolazione. Gesù ha detto: “Le porte degli inferi non prevarranno”. Ecco, la nostra speranza si fonda anche su questa invincibile promessa.
Grazie per il vostro ascolto! E dopo la pausa musicale siamo pronti a ricevere le vostre telefonate.
Non le trascrivo, per quanto interessanti, in quanto il file è già di 8 pagine.

La croce, la svastica e lo scienziato Fred Hoyle.

Nella Germania nazista la croce è sostituita dovunque dalla croce uncinata, o svastica, cioè da un simbolo solare induista (e non solo), che richiama l’eterno divenire delle cose, la concezione di un tempo ciclico, che si ripete di continuo, come un serpente che si morde la coda. Nell’ideologia nazista infatti confluiscono sincretisticamente filosofie e religioni precristiane, tutte, al fondo, panteiste, cioè fondate sull’idea dell’eternità e della divinità del mondo. La svastica è anche simbolo che richiama la reincarnazione: anche l’uomo non fa che ripetersi, in involucri diversi. Coerentemente Adolf Hitler, credendo nella svastica e nella reincarnazione, era un rigido vegetariano. La croce cristiana non poteva piacergli: essa non gira, stat crux dum volvitur orbis, e simboleggia il tempo lineare, l’incontro tra una verticale, Dio, e una orizzontale, la terra, l’uomo. Al centro vi è Cristo, Dio e uomo: come lui, gli uomini sono destinati non alla reincarnazione, impersonale vagabondaggio senza significato, ma alla resurrezione, glorioso trionfo della nostra unicità spirituale e corporea. Questa introduzione può aiutare a capire la discordanza che ci può essere, anche tra scienziati, su una particolare ipotesi cosmogonica, a partire da filosofie differenti. Agli inizi del Novecento un gesuita, Georges Lemaitre, teorizza la nascita dell’universo da un “atomo primordiale”. “Questa faccenda – gli dirà Einstein – somiglia troppo alla Genesi, si vede bene che siete un prete…”. Anche Einstein infatti fu per un certo tempo convinto che “l’universo non avesse storia, fosse eterno e infinito”, benché la stessa teoria della relatività fosse in disaccordo con una simile credenza (Franco Prattico, Dal caos…alla coscienza, Laterza). Un altro celebre scienziato, Fred Hoyle, ribattezzò la teoria di Lemaitre in modo dispregiativo col nome che tutti conosciamo: “Big bang”. “Sir Fred, ha scritto Giulio Giorello, non amava troppo la Genesi, per lui forse era meglio qualche principio (ciclico, ndr) tratto dal buddismo e dall’induismo” (Corriere della sera, 25/8/ 2001). Per questo, lasciando momentaneamente le vesti di scienziato obiettivo e indossando quelle del filosofo (quale uomo non lo è?), e volendo opporsi all’idea di una “creazione cristiana dal nulla”, inventò il cosiddetto “stato stazionario dell’universo”. Questa ipotesi “fu il prodotto dell’immaginazione degli astrofisici T.Gold, H. Bondi e F. Hoyle, i quali cominciarono a pensarci sopra dopo essere andati a vedere The Dead of Night, un film che finisce ritornando al punto di partenza. E se l’universo fosse così? si chiesero i tre studiosi. Essi sapevano che l’universo si sta espandendo, ma non amavano l’idea che il cosmo avesse avuto un principio, come l’espansione implicava” (J.Barrow, Le origini dell’Universo, Sansoni). Così inventarono un’ ipotesi, da un film, solo per opporsi al concetto di creazione: ma nel 1965 la loro ipotesi si rivelò definitivamente falsa e strumentale, e lo stesso Hoyle, con una sua scoperta, contribuì ad affossarla..
Hoyle si occupava anche di biologia, sulla scia di scienziati come il fisico Hermann von Helmholtz e Francis Crik. Come loro propose l’ipotesi della panspermia. “Una volta che tutti i nostri tentativi di ottenere materia vivente da materia inanimata risultino vani – aveva scritto von Helmholtz-, a me pare rientri in una procedura scientifica il domandarsi se la vita abbia in realtà mai avuto un’origine, se non sia vecchia quanto la materia stessa”. Il ragionamento, come si vede, è molto vero, nella sua parte prima, molto poco scientifico, nella seconda: l’unica conclusione scientifica del fatto che la materia viva non nasce da quella inanimata, è che non conosciamo, sperimentalmente, la Causa (per un credente spirituale, intangibile), di questo miracoloso apparire della vita! Hoyle partiva da questa riflessione: “sulla base del calcolo delle probabilità, perché le unità molecolari che sono alla base della vita si combinino tra loro per formare il più semplice sistema vivente occorrerebbero tempi d’una lunghezza incredibile: l’età comunemente attribuita all’Universo…è ridicolmente insufficiente. Non sarebbe sufficiente neppure a far formare attraverso processi casuali gli enzimi indispensabili per dare inizio ai primi processi vitali”. Per poter giustificare la nascita della vita, nella sua complessità e splendore, occorrerebbe quindi contraddire nuovamente il Big Bang, e ipotizzare un mondo eterno, mai nato, luogo di una “infinita serie di accoppiamenti casuali necessari a far sorgere la vita”. “In questo caso, però, non potrebbe essere la Terra la sede adatta per la sua apparizione: i suoi quattro miliardi e mezzo di anni sono una inezia davanti a processi che richiederebbero centinaia di miliardi di anni”: come per Crik, scopritore del Dna, che ipotizzò la panspermia guidata da parte di extraterrestri, anche Hoyle ritenne che la Terra fosse troppo giovane per ospitare una vita nata per caso. Non gli rimase che ipotizzare, senza fondamento, per pura ideologia, ancora una volta solo per negare la possibilità di un Creatore (ed affermare quella dogmatica del caso), che la vita fosse giunta sulla Terra dallo spazio, tramite semi della vita sparsi per l’Universo, nati per caso, non si sa bene come né dove. La realtà, invece, è che “nulla obbliga la chimica a produrre la vita” (Prattico, op.cit.), e che nulla, scientificamente, ci obbliga a credere al caso: anzi, al contrario…

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