L’incredibile realtà dei martiri.

Anche un cattolico non può fare a meno di chiedersi, in tanti momenti della sua vita, dove stia la santità della Chiesa.

Tutti coloro che la abitano peccano sette volte al giorno, più o meno gravemente. Il mondo se ne accorge e mentre da una parte si nutre di scandali, di volgarità, coi suoi giornaletti, le sue riviste, e gli spettacoli televisivi trasudanti fango e bassezze, dall’altra stigmatizza e condanna, non appena può, il cattolico “incoerente”, il prete che sbaglia, il religioso avido di denaro, oppure sorride e solidarizza con il sacerdote che si sposa, o con quelli disobbedienti, vanagloriosi, arroganti, che certo non mancano…. Per il mondo sono tutte piccole rivincite, gradite vendette contro il richiamo del cuore al bene e alla giustizia: vedete, dicono i maliziosi, la virtù non è possibile, l’ideale non esiste, anche i preti hanno rapporti carnali, anche i religiosi tradiscono i loro voti, non ci credono neppure loro…

Anche un cattolico può essere tentato di scandalizzarsi. Anzi, gli scandalizzati sono tantissimi, proprio tra i cattolici alla moda, sempre pronti a indignarsi, a ribellarsi, a prendere le distanze e a fare dei distinguo, rispetto alla Chiesa di cui sono figli e di cui invece si ritengono padri. Eppure, rimane il fatto che chiunque abbia frequentato e viva la vita della Chiesa, sperimenta la miseria e la povertà degli uomini che la compongono. Sono sì miseri, peccatori, segnati dal limite, ma anche innestati nella vite di Cristo: scorre, nel loro sangue, mescolata a vizi e impurità, una linfa divina, qualcosa di infinitamente grande e misterioso. Solo così si può spiegare la sopravvivenza, dopo duemila anni, di un fede che chiede ai suoi seguaci di andare contro gli istinti, i desideri, le brame della carne e del mondo. Che esige da coloro che si sposano una vita casta prima e dopo il matrimonio, e che chiede a molti di morire a se stessi, rinunciando totalmente ad una famiglia, ad un lavoro, e invitandoli ad una verginità piena, nei confronti di ogni lusinga meramente terrena.

Ogni vocazione è un miracolo, che da duemila anni si ripete, e sacerdoti e religiosi, “sterili” nella carne, da duemila anni partoriscono figli, spirituali, e continuano a riprodursi, sempre, in ogni circostanza, nonostante ogni difficoltà e sotto ogni regime! E’ già questo uno dei segni più evidenti della divinità di Cristo e della sua Chiesa, insieme alla presenza dei martiri. San Giovanni Bosco, san Camillo de Lellis, e tanti altri santi, sono stati, in vita, uomini straordinari, che hanno affascinato chiunque li avvicinasse, e continuano a stupire anche chi non abbia nessuna fede. In loro vi è l’epifania solenne del cristianesimo, in modo evidente, quotidiano, sfolgorante.

Ma accanto ad essi, nella storia, vi sono migliaia e migliaia di poveri uomini, che hanno scelto Cristo, e che non riescono, se non raramente, a dimostrare agli altri la bellezza e la grandezza della loro fede. Lottano ogni giorno con il proprio peccato e il proprio vizio, ma nessuno se ne accorge, perché soccombono più spesso di quanto non vincano, e perché nessuna luce potente rifulge dai loro sguardi e dalle loro azioni. Eppure talora Cristo chiede anche a costoro, quasi all’improvviso, di essere testimoni, di mostrare al mondo cosa sa fare un cristiano, il più misero, nel momento in cui viene chiamato. Penso ai tanti martiri di cui è ricca la storia della Chiesa, dalle sue origini, e soprattutto nei tempi moderni, dalla rivoluzione francese in avanti. Penso, in particolare, alla vicenda dei martiri di Orange, narrata in un bellissimo e documentatissimo testo di A. Reyne e D. Brehier, “Le martiri di Orange” (Il Cerchio).

E’ la storia di 32 religiose dai 24 ai 75 anni “consacratesi a Dio nella vita religiosa e rimaste fedeli sino al patibolo”. Siamo in età illuminista, epoca in cui il mondo non può ammettere la vita religiosa, specie quella claustrale. Per Diderot e gli altri, si tratta di fanatismo, e di superstizione. La rivoluzione francese, sulla scia dell’illuminismo, stabilisce la sua idea di libertà: “libertà è fare ciò che non nuoce ad altri”. Eppure, il 2 novembre 1789, su proposta di un vescovo, Talleyrand, i beni della Chiesa vengono posti “a disposizione della nazione”, e subito dopo i voti solenni religiosi vengono aboliti e gli ordini monastici soppressi, in nome del diritto naturale e della Costituzione. A tutti si chiede di sposarsi, offrendo soldi e onore a chi abbandoni l’abito, e un giuramento di fedeltà, alla Nazione, il nuovo idolo sanguinario, e all’ideologia dominante. L’Assemblea Nazionale arriva ad affermare che è importante “eliminare ogni residuo di fanatismo” e che “aumentando l’importo delle pensioni si ottiene il duplice scopo di conseguire il benessere di chi abbandona la vita comunitaria e di perseguire l’interesse nazionale all’estinzione della vita monastica”.

Per non giurare contro la propria coscienza, per non pronunciare neppure a filo di labbra parole impure, 32 religiose di Orange e centinaia di altri consacrati in tutto il paese, preferiscono morire, dopo aver perso ogni diritto, ed essere state indicati al pubblico ludibrio, come Cristo sulla croce. Come nel commovente romanzo di Gertrud von le Fort, “L’ultima al patibolo”, o nei “Dialoghi delle carmelitane” di Bernanos, le suore vengono condannate a morte da un tribunale speciale, che, secondo le parole di uno dei componenti, “non ha nulla a che fare con i tribunali dell’ancien regime”, perché “non ci sono formalità da osservare, c’è la coscienza del giudice e basta”. Al patibolo si recheranno tutte, senza ripensamenti, cantando il salve Regina, il te Deum, o il Veni Creator…Il boia di Orange, Paquet, un uomo che ha trovato così il suo momento di gloria, si diverte a scoprire loro il seno, e queste “con i denti afferravano i bordi delle camice per ricoprirsi”. Un documento dell’epoca ricorda che “la gioia che si vedeva dipinta sul viso di queste sante ragazze dopo la sentenza incoraggiava le altre condannate…molti prigionieri, disperati al pensiero delle loro mogli e dei loro bambini, affrontarono coraggiosamente il supremo sacrificio per il conforto loro donato dalle dolci e pietose esortazioni di queste religiose”. Come scriveva san Paolo: “Cosa ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani, 8-35).

Morire cantando col sorriso sulla bocca e la tranquillità nel cuore…quale miracolo, in anime che forse avevano faticato, in molti momenti, a non rispondere male ad una loro consorella, a sopportare una piccola offesa, a lasciar trasparire, anche un poco, come da un velo, la soprannaturalità della loro fede!

Luigi Pirandello e la verità.

Non poggiare su nulla, vivere sospesi tra incertezza ed incertezza, pronunciare ogni parola, fare ogni gesto, d’amore o di odio, con la convinzione che non si fonda; restare di fronte alla vita e alle cose senza mai un abbraccio, uno sguardo che penetri e che frughi, alla ricerca di un nucleo positivo, di un sorriso nascosto, di un quid che sia capace di metterci, onestamente, in moto: è il relativismo totale, di un grande autore della letteratura italiana del Novecento, Luigi Pirandello.

Questo poeta siciliano, nato in una villa detta "Caos", ha cercato in molte sue opere di mettere a nudo, impietosamente, tutte le contraddizioni della realtà; ha tentato di smascherare, tramite una logica estrema, ogni apparente illogicità e assurdità della vita. Cosa c’è di vero, di oggettivo, di degno, in ciò che ci circonda? Il povero Vitangelo Moscarda, uno dei tanti alter ego dell’autore, si accorge un giorno che per la moglie il suo naso, che lui aveva sempre ritenuto perfetto, pende da un lato: ma chi sono, allora, io, si chiede? Chi sono io per gli altri, dal momento che non sono per loro quello che credevo di essere? E si accorge che sua moglie si è costruita un Vitangelo a sua immagine e somiglianza, diverso da quello vero. O forse quello vero neppure esiste. Ognuno di noi, infatti, secondo Pirandello, indossa una maschera, per sua volontà o perché gli altri la impongono. Crediamo di conoscere noi stessi e gli altri, ed invece non conosciamo nulla. Ognuno con la sua verità diversa: "così è, se vi pare". Infatti non è solo la certezza dell’esistenza di Dio che perde consistenza, in un sistema relativistico coerente: Dio non può morire, senza che muoia anche l’uomo, senza che tutta la realtà smarrisca i suoi confini e i suoi colori.

L’identità personale scompare, perché sarebbe la verità di una persona e di una storia; così anche l’altro, inconoscibile ed inconosciuto, perde consistenza e concretezza. Il risultato, drammatico e terribile, è la solitudine, l’incomunicabilità totale. Se io non sono io, se l’altro non è l’altro, anche il rapporto più forte, quello tra marito e sposa, quello tra Vitangelo e sua moglie, è in realtà inesistente: non l’uno carne della carne dell’altro, ma atomi isolati e impenetrabili. Perché se non esiste la Verità anche baciarsi diventa un assurdo: il bacio non è più, infatti, il segno di una cercata unità tra due identità differenti che si incontrano e si amano, che si conoscono ma cercano un rapporto ed una conoscenza più profondi, che giunga, tentativamente, ad attingere al mistero buono dell’ altro. Chi agisce, infatti, chi bacia, per Pirandello, non conosce se stesso e non conosce l’oggetto del suo bacio! Tutto scompare nel relativismo assoluto: la realtà, l’amore, il senso stesso delle parole. Anch’esse, infatti, non sono affatto il nostro tentativo di afferrare l’intima realtà delle cose, gli universali oggettivi che significano una realtà esistente. Al contrario sono solo contenitori vuoti: “Le parole sono vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Se la Verità non esiste, dunque, come nel relativismo pirandelliano, tutto sprofonda nell’assurdo. A rigore non ci dovrebbe essere permesso nulla: né parlare, né amare, né se stessi né il prossimo! Così la prospettiva finale rimane solo quella di annullarsi: Vitangelo decide di farlo. Lascia ogni affetto e ogni cosa e si ritira a vivere in un ospizio: “Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri… Sono quest’albero, nuvola; domani, libro, vento: il libro che leggo, il vento che bevo…muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi…”. Eppure, anche all’interno di questo pessimismo assoluto, necessaria conseguenza di un relativismo coerente, Pirandello lascia capire, talora, che l’unica "follia" razionale, l’unica che faccia giustizia delle apparenti assurdità della vita, conciliandole in una sorta di logica sovra-umana, è la follia della Fede, simboleggiata da una lanternuccia ad olio. Qualcuno continua ancora ad alimentarla, dentro di sé, anche nell’era del progresso e del positivismo: "Il fioco ma placido lume di queste lanternucce desta certo invidia angosciosa in molti di noi; a certi altri, invece, che si credono armati, come tanti Giove, del fulmine domato dalla scienza, e, in luogo di quelle lanternucce, recano in trionfo le lampadine elettriche, ispira una sdegnosa commiserazione". Ma è la lampadina elettrica, simbolo della scienza divinizzata, ad essere, per Pirandello, uno strumento troppo idiota, troppo “fioco”, per esplorare la possibile esistenza di una Verità che salvi.

Pensieri sparsi, sulle chimere e il motu proprio.

-Gli embrioni-chimera sono una mostruosità: perfettamente coerenti con le posizioni del nostro Museo di scienze naturali e la sua mostra sulla Scimmia nuda.

Se siamo solo bestie, perchè non produrre ibridi, tra l’uomo e la bestia? (qui si vede l’attualità di certe nostre battaglie…).

 -Domani entra in vigore il motu proprio con cui il papa riconosce la validità della messa che è stata ascoltata dai nostri genitori, dai nostri nonni, e che è stata celebrata dai grandi santi sacerdoti, da Giovanni Bosco, a Padre Pio… Anzi: padre Pio non volle accettare neppure le prime lievi modifiche alla liturgia fatte ai suoi tempi, prima della riforma del 1970.

Ebbene, per il mondo si tratta di una vittoria della destra. Così sostanzialmente il vaticanista Zizola su L’Adige di ieri.Poveretti questi cattolici che misurano tutto alla luce della politica. Per loro non esiste il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, ma la destra, il centro o la sinistra. Per fortuna per i cattolici non tutto si riduce a queste meschine categorie. E’ di destra la messa antica? Non lo so. So che Alessio II patriarca di tutte le Russie ha espresso il suo compiacimento. E gli ortodossi non sono pochi e certo non sono comunisti. Ai protestanti invece il motu proprio non piace: ma i protestanti esistono ancora? Abbandonare riti e canti tradizionali non li ha ridotti a una massa di migliaia e migliaia di sette, ognuna differente? I protestanti sono di destra o di sinistra? Quelli che aspettano la fine del mondo, quelli che considerano il papa l’Anticristo, quelli che credono, come in Svezia, che i ricchi siano benedetti dal Signore, quelli che credono che il denaro sia il premio di Dio, sono di destra o di sinistra?

Non perdiamo tempo con queste categorie: il mondo è un po’ più complesso…La realtà è che la riforma liturgica del 1970 è stata opera di pochi, Annibale Bugnini e la sua commissione. Non fu il Concilio a deciderla, Il popolo non fu contento, e non lo furono gli intellettuali: Guareschi, Montale, Quasimodo, Bassani, Paratore, Del Noce, eDe Chirico e molti altri espressero il loro amore per l’antica liturgia…Sarebbe "progressista" riconoscerlo, a meno che non valga l’antico detto illuminista: tutto per il popolo, nulla attraverso il popolo. Della serie: quello che vuole la gente lo sappiamo noi…

La clonazione e le sue implicazioni filosofiche e teologiche.

“Il cattolicesimo è l’unica religione sulla terra che ha insegnato alle genti che nessun uomo ha diritto sull’uomo, perché ogni autorità viene da Dio”. Così scriveva Donoso Cortes in un passo della sua lettera al cardinal Fornari del 1852. Cortes, che è senza dubbio uno dei più grandi pensatori cattolici moderni, sapeva che non vi è nulla che non sia riconducibile alla teologia. Ogni pensiero, ogni azione, ogni ideologia è in qualche modo frutto di una teologia, di una idea fondativa su cui l’uomo costruisce il suo sguardo sulla realtà. Il panteismo, spiegava molto correttamente, produce il socialismo, mentre il deismo genera il liberalismo. Entrambe queste filosofie, escludendo un Dio personale, che ama direttamente ogni creatura, che giudicherà singolarmente ogni uomo, sfociano nel relativismo. E’ facilissimo constatare oggi, oltre un secolo e mezzo dopo, che Cortes aveva ragione. Ogni violazione della morale naturale si è affermata, in Italia, tramite l’alleanza tra il pensiero socialista e marxista e il pensiero liberale radicale, apparentemente così diversi, in realtà così simili. Ma torniamo alla frase dell’incipit: anch’essa purtroppo sta mostrando la sua veridicità. L’uomo moderno, che considera ogni legge in balia del principio democratico, socialista e liberale, ha legittimato l’arbitrio dell’uomo sull’uomo, con le dittature novecentesche, e poi nel campo dell’etica, con il divorzio, l’aborto e la fecondazione artificiale. Tutto si tiene. Una volta violato il principio, il resto ne deriva automaticamente. La nostra società ha legalizzato l’aborto: legalizzerà l’eutanasia. Ha legittimato la separazione tra sesso e riproduzione, legittimerà a breve anche il matrimonio omosessuale, che è la scissione tra il sesso e il suo fine, oltre che l’espressione evidente di un “diritto dell’uomo sull’uomo”, dal momento che impone ad una creatura indifesa di nascere e crescere al di fuori del contesto naturale e psicologico di cui ha assoluto bisogno. Una violenza, dunque, spacciata per diritto, che ne prepara, coerentemente, un’altra: la clonazione. Quest’ultima infatti, essendo una forma di riproduzione asessuata, non è che la consacrazione assoluta di un principio ormai affermatosi: la già citata scissione, divenuta totale, completa, tra sesso e riproduzione. Dal punto di vista teologico la clonazione è un urlo contro Dio, una bestemmia senza precedenti, dal momento che tenta di negare la creazione dell’uomo da parte Dio, cioè la dipendenza dell’uomo, e la Trinità, e cioè la relazione come aspetto costitutivo dell’essere…tutto in perfetta sintonia col pensiero panteista e deista. Si tratta però, di un tentativo destinato a fallire. Il fallimento è insito nella speranza, infondata teologicamente, di poter creare, di poter infrangere la morte attraverso un tecnica di duplicazione di se stessi, che però non è in grado di riprodurre altro che l’aspetto fisico, l’involucro esterno dell’uomo. Come due gemelli sono geneticamente identici, ma rimangono due persone diverse, così accadrebbe qualora arrivassimo veramente a realizzare processi di clonazione. C’è un quid, l’anima, su cui la tecnica non ha alcun potere. E’ così evidente! Ma non a tutti: i riduzionisti credono che tutto stia nel Dna, e si affannano a ritenere di aver esaurito il mistero della vita tramite la sua decifrazione. Interessante a questo proposito il fatto che il primo manifesto a favore della clonazione, pubblicato nel 1977 e firmato da biologi come Crick e Dawkins e umanisti come Isaiah Berlin, affonda le sue radici nell’evoluzionismo darwiniano, e in particolare nella affermazione riduzionista di Darwin secondo cui non esisterebbe differenza di qualità ma solo di quantità tra l’uomo e l’animale. Recita il manifesto: “Per quel che la scienza può stabilire le capacità umane sembrano diverse per grado, non per tipo, da quelle riscontrabili negli animali superiori. Il ricco repertorio umano di pensieri, sentimenti, aspirazioni sembra derivare da processi elettrochimici del cervello e non da un’anima immateriale…”. Il primo passo, dunque, è ancora teologico: negare l’anima in base ai “sembra”; il secondo, è già la violenza: il concepire un uomo al di fuori della sua originalità e irripetibilità e indipendentemente dalla sua necessità di essere per natura anello di una relazione padre-madre-figlio, che è essenziale e non accidentale. L’ultimo passo è ancora un atto violento: la sperimentazione sull’uomo, per arrivare a produrlo, attraverso l’uccisione di migliaia di creature umane, a cui sono stati tolti, arbitrariamente, modificando nominalisticamente una definizione, i loro diritti. Afferma infatti Lewis Wolpert, professore di biologia a Londra, in occasione del Congresso mondiale per la ricerca scientifica organizzato dal partito radicale italiano nel febbraio 2006: “La mia linea di condotta è che un embrione diventa un essere umano quando può sopravvivere al di fuori dell’utero senza un grande supporto esterno” (Atti, p. 68). E’ a tutti chiara l’assurdità: diverremmo esseri umani, quindi degni di rispetto, solo dopo la nascita, anzi, parecchio tempo dopo, visto che nessun neonato può dirsi autonomo da un “supporto esterno”. E’ così aperta, evidentemente, la strada alla clonazione….
Aveva ragione Nicola Abbagnano a dichiarare: “Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall’immanenza, sul trono rimasto deserto si è assiso non l’uomo concreto, ma una entità astratta che ha usurpato il suo nome. E’ allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all’irrompere nella storia di ogni ignominia”.

E dopo questa vita, al dà dei muri di questo mondo?

Riprto le considerazioni sull’aldilà da me svolte su richiesta di Giuliano Ferrara.

Un giornale quotidiano, di solito, se non è un po’ particolare, è il luogo meno adatto per parlare del dopo, dell’aldilà. Il quotidiano, infatti, è il regno del qui ed ora. E’ nato per questo: per parlare di ieri, di oggi, per influire sulla realtà, immediatamente, subito, senza indugi. La notizia ancora calda è già "compresa", discussa, sviscerata. Se non è più calda è scaduta, non interessa più. Durante la rivoluzione francese nascono circa cinquemila giornali in pochi anni: ognuno vuole dire come costruire il mondo, ognuno ha una idea, una proposta, una promessa politica da fare.

La buona novella è per domani, massimo dopodomani. L’importante è rimboccarsi le maniche, agire nel breve periodo, sconfiggere il nemico, e poi gustare la vittoria, in fretta, come si gusta un pasto veloce, al fast food. Il giornale, diceva Hegel, è la preghiera mattutina del laico: serve a tenerlo ben ben radicato nella terra, nella cronaca, nei fatti, nelle res, senza mai permettergli di spiccare il volo, di liberare lo spirito, di alzare gli occhi al cielo. Di novità in novità, di scoop in scoop, di affermazione in smentita, rimaniamo imbrigliati nelle contingenze, occupata la mente e distratto il cuore.

Viviamo della vita degli altri, delle vicende degli altri, di riflesso, senza penetrare nella nostra vita e nella nostra storia, interamente fuori, aldilà di noi stessi. In fondo tutta la modernità è questa congiura: contro la possibilità di fermarsi a pensare, di assaporare il silenzio, immagine dell’eternità, di rientrare in noi stessi per cercare la voce di Dio, che risuona lì dove non ci sono altri rumori, altri interessi, altre preoccupazioni; che ci parla solo nella quiete, quando i sensi sono placati, quando i desideri e le bramosie mondane sono acquietate da una volontà che si impone e che si afferma.

Oggi la "torma delle cure" ci assale ogni momento, e ogni istante libero è occupato da giornali, televisioni, radio, cellulari e musichette: oltre c’è l’abisso, "il vuoto ad ogni gradino", la paura di cadere, non si sa dove. L’oltre è negato, perché richiede un passo diverso. Viviamo nel culto dell’effimero, nell’ansia delle novità, e difficilmente possiamo pensare a ciò che dura, che rimane, che non scade. Siamo figli del primato fichtiano dell’azione sull’essere: in principio è l’azione, non il Logos. Anche in Chiesa ormai ci spiegano che l’importante non è pregare, o andare a messa, ma "fare del bene al nostro prossimo". Come se fosse facile, riconoscerlo, il nostro prossimo, a volte così "fastidioso", senza pensare all’oltre, senza andare al di là delle apparenze, senza una preghiera pronunciata, a labbra chiuse, per chiedere quella capacità di amare che ci manca. Figli di questo rifiuto del Logos, di questa civiltà dell’agire, non sappiamo neanche più ragionare su ciò che è essenzialmente, eternamente vero, giusto, ingiusto: si sentono le persone trattare dei massimi problemi dell’uomo, dell’essenza umana, e riferirsi non a principi, non a idee, non ai fondamenti, non al cuore della loro esperienza, ma alle legislazioni cangianti di altri paesi, ad usi e abitudini mutevoli, a luoghi comuni. La famiglia? Non si indaga neppure cosa essa sia. Si dice semplicemente: bisogna adattarsi ai tempi…in Europa fanno così, i tempi cambiano…faccia ognuno come vuole…

Se solo la parola Verità compare sulle labbra di qualcuno, tutti si spaventano, come fosse qualcosa di troppo aspro, di troppo duro, di troppo eterno. Così anche la parola morte sembra eccessivamente crudele, difficile, impopolare. Personalmente, invece, mi diverto talora a scherzare sulla morte, "sorella nostra morte corporale", sfidando i tabù dominanti: ne parlo per vedere le reazioni, e le paure. Paure di chi abita su questa terra come cittadino di questa terra, come se fosse una dimora perenne, da addobbare e da sistemare per sempre, da non lasciare mai.

E invece qui, su questa terra, ci stiamo poche ore. "Questa vita mortal che ‘n una o ‘n due brevi e notturne ore trapassa": così scriveva il Della Casa, l’uomo del Galateo e delle belle maniere. "La vita fugge, et non s’ arresta un’ora/ et la morte viene dietro a gran giornate,/ et le cose presenti et le passate/ mi danno guerra, et le future ancora": questo invece è il buon Francesco Patrarca, il poeta che si innamora di Laura e dell’alloro, delle cose che svaniscono, e che medita nello stesso tempo su come "tutto al mondo passa, e quasi orma non lassa". La nostra letteratura è piena di riflessioni sulla morte: da "Quando t’aliegre, omo d’altura", di Jacopone da Todi, in cui si invita il superbo ad umiliarsi, osservando un cadavere, sino a "Quid est homo?", del Sempronio: "E’ fior, che nell’april nasce e languisce; è balen, che nell’aria arde e trapassa; è fumo, che nel ciel s’alza e svanisce".

Ma non è vero che solo i cristiani hanno sviluppato un’ampia riflessione sulla morte, come accusavano gli illuministi, che la morte la mettevano tra parentesi, per non rovinare le loro costruzioni filosofiche, per non dover fare i conti col mistero e col giudizio finale. Seneca ricordava spesso che "moriamo un poco ogni giorno" (Cotidie morimur) e che nasciamo diversi ma moriamo uguali (Impares nascimur, pares morimur). E Orazio diceva che la morte eguaglia gli scettri alle zappe (Sceptra ligonibus aequat). Egualmente la letteratura e la filosofia greca ci tramandano riflessioni ed exempla sulla morte molto significativi. Si racconta ad esempio che Diogene stesse cercando qualcosa, tutto affannato, tra un insieme di cadaveri. Alessandro Magno gli chiese cosa facesse e lui rispose che cercava il teschio di suo padre, il re Filippo, ma che non sapeva distinguerlo tra tutti gli altri: "Mostramelo tu, se sai". Sì, benché oggi si preferisca ignorarlo, qui non ci staremo per sempre.

Questa è la realtà, una realtà che non spaventa chi crede nel dopo. Una realtà su cui riflettere, perché il pensiero dell’aldilà è sempre stato considerato il miglior antidoto alla venerazione degli idoli del potere, della fama, della ricchezza. Idoli che ci precludono l’aldilà, che rendono corto e piccino il nostro sguardo, triste, inutile, tormentata, anche la vita su questa terra. Idoli a causa dei quali barattiamo l’infinito con il finito, l’eternità con il tempo, i piaceri con la Felicità. Nella famosa lettera a Diogneto, in cui si descrivono le peculiarità dei cristiani, si legge: "Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, ma sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera".

Sì, per credere nell’aldilà bisogna vivere un paradosso: un ottimismo incrollabile, una fiducia assoluta, e, insieme, una chiara idea del nostro essere pellegrini, di passaggio, in esilio in una patria non nostra. Amore per ogni patria, dunque, e desiderio intenso dell’unica patria vera. Lo stesso paradosso di Gesù, che ci dice di aver offerto la sua vita per il mondo, pur non essendo del mondo. Scriveva Sant’Agostino: "Nelle tenebre di questa vita, dunque, nelle quali ci aggiriamo come in esilio lontani dal Signore, finchè camminiamo col sostegno della Fede, non di una visione diretta, l’anima del cristiano deve ritenersi derelitta, affinchè non cessi di pregare e di fissare l’occhio della fede sulla parola delle divine e sante scritture come su di una lampada posta in un luogo tenebroso, finchè non risplenda il giorno e la stella mattutina sorga nei nostri cuori…Allora, dopo la morte, sarà la vera vita e, dopo l’abbandono, la consolazione vera: quella vita strapperà alla morte la nostra anima, quella consolazione libererà i nostri occhi dalle lacrime…giacchè là non vi sarà più l’attesa di un bene promesso, ma la contemplazione di un bene dato".

E W. F. Schlegel, qualche centinaio di anni più tardi: "Presso i Greci la natura umana bastava a se stessa, non presentiva alcun vuoto, e si contentava d’aspirare al genere di perfezione che le sue proprie forze possono realmente farle conseguire. Ma quanto a noi, una più alta dottrina ci insegna che il genere umano, avendo perduto per un gran fallo il posto che gli era stato originariamente destinato, non ha sulla terra altro fine che di recuperarlo; al che tuttavia non può giungere, s’egli resta abbandonato a se stesso. La religione sensuale dei greci non prometteva che beni esteriori e temporali: l’immortalità, seppur vi credevano, non era da essi che appena appena scorta in lontananza, come un’ombra, come un leggier sogno che altro non presentava se non una languida immagine della vita, e spariva dinanzi alla sua luce sfolgorante. Sotto il punto cristiano, tutto è precisamente l’opposto: la contemplazione dell’infinito ha rivelato il nulla di tutto ciò che ha dei limiti; la vita presente si è sepolta nella notte; e sol di là dalla tomba risplende l’interminabile giorno dell’esistenza reale… E perciò la poesia degli antichi era quella del godimento; la nostra è quella del desiderio; l’una si restringeva al presente, l’altra si libra tra la ricordanza del passato e il presentimento dell’avvenire". In esilio, dunque: cioè in attesa di "cieli nuovi e terra nuova", di una partenza, sempre con i bagagli pronti, con la speranza di un futuro diverso, di un completamento dei nostri desideri di Felicità, di Bene, di Giustizia, di Bellezza, così spesso conculcati su questa terra. "Tristi", dunque, per la consapevolezza di un bene assente, ma non disperati, come se questo bene non esistesse per nulla.

Dove sta allora l’ottimismo cristiano? Per il cristiano l’uomo non è un parassita, né una scimmia, nè il cancro dell’universo, né materia che si trasforma, né figlio del caso, né semplice componente di una razza o di una classe sociale: qui sta il suo umanesimo. Per lui ogni momento vissuto, ogni incontro fatto, ogni azione compiuta ha una risonanza eterna, proprio a causa dell’aldilà: cioè nulla va perso, nulla è inutile, nessuna parola buona, nessun sorriso, nessun sacrificio, nessun pianto è sprecato. Gli alunni che ho conosciuto, e che ho salutato a fatica, gli amici che ho incontrato e che poi ho perso, le persone con cui si sono condivise storie e pensieri, ritorneranno tutti, in un abbraccio universale. Sulla maglietta di una mia alunna di quinta, che forse non rivedrò più, quaggiù, ho scritto: "Finisce una storia, ne inizia un’altra: ma nulla si perde di ciò che abbiamo vissuto". Lo può scrivere chi crede nell’aldilà: non oso pensare cosa proverei, quale sarebbe la mia desolante malinconia, se non fossi sicuro di questo.

Ogni mio capello è contato, ogni capello dei miei fratelli è guardato e vegliato da Dio stesso. Non c’è ottimismo più grande, non c’è tranquillità, serenità, certezza più splendida di questa. Di essa hanno vissuto i santi, cittadini di questa terra più di ogni altro, pellegrini di passaggio, senza sandali né bisaccia, più di ogni altro. Per questo, dopo di loro, io so che non andrà buttato nulla, che potrò fermarmi a ricordare, tra venti o quarant’anni, le cose fatte e le persone incontrate, senza che la malinconia diventi disperazione, senza che il velo di tristezza che accompagna ogni fine, ogni evento svanito, ogni limite, diventi domanda inevasa di significato, rabbia, rancore, senso di impotenza. Solo con i piedi ben piantati nell’aldilà, che è già qui, "ora e non ancora", possiamo amare tranquillamente e per sempre i nostri genitori, i nostri amici, nostra moglie e i nostri figli. Solo così non dovremo mai pensarla come Zeno Cosini, ne "La Coscienza di Zeno", quando, parlando della moglie, dice: "Essa sapeva che tutti dovevamo morire, ma ciò non toglieva che ormai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non si intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per una altro infinito tempo". Al contrario, ragionare in termini di eternità, sapersi da sempre e per sempre nella mente e nel cuore di Dio, ridona senso alle cose e agli eventi, e nello stesso tempo li colloca tutti nella giusta prospettiva: non c’è ansia, agitazione, premura, in chi vede ogni fatto alla luce dell’eternità.

Ognuno di quei problemi che attanagliano e angustiano chi limita la sua vita a se stesso e al tempo presente, si ridimensiona, se osservato con occhio spirituale, con la consapevolezza dell’aldilà. L’unico grande problema che rimane è quello di essere pronti, al momento della morte. Per questo i nostri padri, che erano stati educati fin da bambini, anche nella liturgia, a considerarsi polvere, paradossalmente polvere e immortalità, pregavano come l’uomo d’oggi non farebbe più: "A improvvisa et subitanea morte libera nos Domine". Liberaci Signore dalla morte improvvisa e subitanea. La morte è dunque bene guardarla in faccia, prepararla, viverla sino alla fine, come un momento stesso della vita, un momento di passaggio. Solo la "morte secunda" può farci male.

Il mistero del dolore: alcune semplici riflessioni.

Il problema del dolore è, filosoficamente, il più difficile da risolvere. Per il cristiano è la via scelta da Cristo stesso, misteriosamente, per redimere l’uomo. Si può dunque cercare, solamente, di intuire qualcosa, di intravedere un senso, per quanto nascosto e velato.

E’ evidente, invece, che l’uomo aspira, con la ragione, alla Verità delle cose, e tende, col cuore, al Bene. Ma cosa è che ce lo svela? Cosa fa capire all’uomo ciò che, in ultima analisi, domanda e desidera? La chiave, lo strumento di questa conoscenza non è solo la pura ragione, capace, per assurdo, di divinizzare se stessa, bensì il dolore, nel senso più ampio possibile: il lavoro, che ci è imposto, stimola la ricerca, l’azione stessa della ragione; la mancanza di qualcosa, di un bene, di una quiete, della felicità fisica o interiore, mancanza vissuta dolorosamente, ci muove verso ciò cui aspiriamo. L’uomo dunque coglie la sua imperfezione, la sua miseria, nel dolore.

E proprio quando riconosce che "le sue mani sono vuote", solitamente, intuisce che ciò che manca alla sua limitatezza esiste, e si chiama Dio. In ogni situazione di dolore, infatti, come in una tempesta, c’è qualcosa che ti promette la quiete, il porto, la pace. Qualcosa ti dice: più avanti, aspetta, spera, non è per questo, né solo questo… Anche il peccato, come male spirituale, esige il compimento del perdono, promette la bellezza della riconciliazione, la pace dell’anima, a meno che non diventi peccato contro lo Spirito, e cioè inversione cosciente dei concetti di bene e di male. Dio dunque è esigenza di ogni nostra mancanza, e il dolore rende questo chiaro e manifesto.

Se ne desume dunque che non è mai un bene in se stesso, bensì una mancanza di bene, epperò molla del nostro comprendere e del nostro tendere. Ci svela dunque, per via d’esperienza, quello che possiamo apprendere per via di ragione: non siamo l’Essere, Assoluto, Perfetto, e cioè compiuto, ma abbiamo l’essere, un essere che tende al compimento, a colmare, per così dire, le sue mancanze. Non siamo da noi e per noi, salvezza a noi stessi, ma dipendiamo: “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”, scriveva S. Agostino. Ma il dolore lascia anche capire che ciò che può colmare il nostro cuore è un Dio personale, un Dio che ama.

Così svela all’uomo, contemporaneamente, la sua mendicità, la sua miseria, e la sua grandezza, ciò che è e ciò per cui è fatto. Inoltre il significato del dolore si può in parte comprendere dalla vita morale. E’ innegabile che in esso l’uomo si purifica, come l’oro nel crogiolo: il superbo conosce l’umiltà, l’invidioso capisce il suo errore, l’egoista si apre alla carità, il lussurioso comprende il vero valore delle cose materiali…

Il dolore è così, paradossalmente, l’altra faccia dell’amore, anche quando appare come "punizione". La pensa così Manzoni, che ha perduto otto figli su dieci, allorché parla del "Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola", o quando delinea la figura di Ermengarda, quella di Napoleone, o quella di don Rodrigo che muore di peste. "Può essere castigo, o misericordia", dice fra Cristoforo a Renzo, alludendo alla possibilità che la malattia risvegli anche in don Rodrigo un desiderio di perdono. Se il paragone è lecito, castigo e misericordia, insieme, vivono anche nel dolore di due terribili dittatori, come Lenin e Stalin, che si erano innalzati al livello di Dio. Le loro morti lasciano atterriti per l’incredibile somiglianza che le caratterizza, e per l’eloquenza biblica e “metafisica” del loro male, della sopraggiunta impotenza. Nell’ultimo periodo della sua vita Lenin ebbe vari attacchi di trombosi cerebrale, paralisi del braccio e della gamba destri, grave sclerosi delle arterie cerebrali, tanto che al cervello non arrivava la necessaria quantità di sangue e di ossigeno; perse, inoltre, l’uso della parola. (R.Clark, Lenin, Bompiani). A Stalin, invece, “un ictus lo folgorerà, facendolo stramazzare al suolo, paralizzandogli il lato destro del corpo e privandolo dell’uso della parola…” (G.Rocca, Stalin, Mondatori). Castigo e misericordia, intendo, come avrebbe detto Oscar Wilde, che parlando della sua triste condizione di prigioniero, dopo una vita di piaceri consunti e di peccato, prima di convertirsi, scriveva: "Ora io trovo nascosto in qualche luogo della mia natura qualcosa che mi dice che nulla al mondo è privo di significato e men che tutto la sofferenza. Quella cosa nascosta nella mia natura, come un tesoro in un campo, è l’umiltà". E’ consolante pensare che anche a Lenin e Stalin sia stata data l’opportunità, sino all’ultimo, per attingere al tesoro.

Paolo Mieli, il Corriere, don Gelmini e il giornalismo fazioso.

Paolo Mieli, il direttore del Corriere, deve avere qualcosa in sospeso col mondo cattolico. Qualche sassolino nella scarpa, un’inveterata antipatia che gli impedisce di mantenere l’obiettività. E’ una storia lunga, da ripercorrere. Data almeno dall’auspicio, espresso in un celebre editoriale, che il partito di Pannella, con il suo "laicismo temperato", potesse crescere elettoralmente.

C’è stato poi il famoso referendum sulla legge 40, quando Mieli schierò tutto il giornale, senza scissioni di sorta nella pur nutrita redazione, sulla stessa posizione: la sua, contro la legge. All’epoca arrivò al punto di pubblicare sistematicamente le voci discordi rispetto alla propria con un titolo ambiguo, ma utile alla causa: "perchè no" a caratteri cubitali, e piccolissimo "o astensione". In realtà la gran parte degli intervistati, a volte tutti, erano appunto per l’astensione, secondo la posizione della Chiesa, ma proporre il no come vera alternativa al sì poteva essere un grazioso escamotage per far raggiungere il quorum. Poi ricordo la ricerca disperata del Corriere per rintracciare dissidenti, tra il mondo cattolico, secondo il vecchio stratagemma di mostrarlo diviso e litigioso. Nello stesso tempo, con analoga furbizia, l’opzione cattolica ortodossa doveva sempre essere incarnata da un sacerdote, quasi mai da un laico, per mettere in luce un presunto carattere clericale della posizione astensionista.

Sono seguite, in ordine cronologico, le gigantografie di Welby, per fare appello al sentimentalismo, secondo la sperimentata tattica dei casi pietosi, paginate intere sui preti pedofili in America, per finire con l’abnorme spazio dato all’accusa di violenza sessuale a don Pierino Gelmini, l’uomo, si noti la malizia, "alla testa di un impero antidroga". Un uomo potente, si dice negli articoli, con tante amicizie politiche: opportunissimo allora riportare il giudizio imparziale e ponderato di Luxuria ("che invita a non assolvere don Gelmini solo perché è un sacerdote") o di Katia Belillo ("E’ un sacerdote potente: io chiedo garanzie per chi lo ha querelato"). Poco importa che don Gelmini abbia dedicato la sua vita ai tossicodipendenti, che sia già stato accusato ingiustamente di pedofilia, che gli accusatori siano degli ex tossici, espulsi dalla comunità per furto, e quindi desiderosi di vendetta. Poco importa che don Gelmini abbia servito l’Italia per tutta la vita, e che in assenza di condanne e di prove sarebbe bene non mettere alla gogna nessuno, neppure il peggior nemico politico, o religioso.

Detto tutto questo devo esternare tutto il mio stupore anche di fronte ad alcuni articoli di Pierluigi Battista, altra firma di rilievo del Corriere, essendo il vice di Mieli, che talvolta scrive pezzi equilibrati, prendendo le distanze da certi eccessi di laicismo nostrano, quasi fossero faccenda d’altri, ma che in fondo in fondo la linea laicista del suo quotidiano deve in qualche modo condividerla. Infatti recentemente Battista ha recensito a tutta pagina, quasi in ginocchio, un testo "singolarmente intelligente" di un altro collaboratore del Corriere (ma va!), Christopher Hitchens, autore di un testo intitolato "Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa". Si tratta di un libro che rimastica luoghi comuni ridicoli, cui chi abbia studiato solo un poco la storia non dovrebbe dedicare un secondo del suo tempo, prezioso o meno che sia. Dice, il Battista, riprendendo Hitchens, che "nel nome di Dio è storicamente e statisticamente più frequente che ci si ammazzi e ci si stermini reciprocamente anziché aiutarsi solidalmente a vicenda". Per lui ogni malvagità umana, in fondo, deriva non dall’uomo, dalla sua miseria, dalla sua tendenza al male, ma dalla religiosità. E finge di non sapere che il 90 per cento della solidarietà, ad esempio nel nostro paese, nasce appunto da persone religiose, e che il 90 per cento delle cosiddette "guerre di religione", da quelle dei principi protestanti alla strage della notte di san Bartolomeo, per usare esempi scolastici, sono conflitti nati per motivi politici, economici, umani, in cui l’elemento religioso si è solo aggiunto, a posteriori, come aggravante, su un’inimicizia preesistente. Ma soprattutto dimentica che proprio "statisticamente" l’ateismo in un solo secolo ha fatto più morti di tutte le religioni del mondo in duemila anni di storia: gli oltre cento milioni di vittime del comunismo ateo, gli stermini del nazismo, ateo anch’esso, le guerre mondiali dell’Europa ormai non più cristiana, almeno nei suoi governi, per finire con i milioni di vittime dell’aborto, della droga, e del nichilismo di massa.

Basterebbe l’esempio della Cambogia, in cui Pol Pot aveva vietato per legge ogni religione. Lì, in quel paese governato da personaggi che avevano appreso il loro ateismo a Parigi, e avevano ammirato il deista Robespierre, dal 1975 al 1979 vi furono 2 milioni di morti su sette di abitanti! Lì si bruciavano i libri e gli album delle fotografie, perché scomparisse il ricordo del mondo precedente. In alcune regioni fu proibito leggere, ridere o cantare; ogni spostamento era controllato, ogni proprietà, perfino delle posate personali, proibito; le case tutte uguali. Quanto alla morale sessuale ci furono: massacri eugenetici di malati, feriti e handicappati; pena di morte per i rapporti fuori dal matrimonio; divieto di ogni segno d’affetto tra coppie, in pubblico; divieto di utilizzare le parole "padre" e "madre", anche per i bambini… Lì gli intellettuali venivano eliminati, non quando dicevano corbellerie, caro Hitchens, ma sempre, appena venivano identificati.

Capezzone e le menzogne sull’aborto.

Come si sapeva da tempo, Marco Pannella non mangia solo i bambini, ma anche gli adulti.

Daniele Capezzone è l’ennesimo segretario del partito radicale fatto e disfatto da Pannella, l’uomo dei digiuni, dei diritti civili, della “non violenza”, dei bambini dell’Africa da salvare e di quelli italiani da uccidere…L’uomo che ritiene che siamo troppi sulla terra, e contemporaneamente promuove fecondazione artificiale e clonazione, eutanasia e aborto. L’uomo che ha creato Francesco Rutelli, ma anche molti onorevoli che oggi siedono nel centro-destra, da Della Vedova a Taradash, o che scrivono sui giornali di destra, come Massimo Teodori…

Perdendo Daniele Capezzone, Pannella perde un abile falsificatore, un giocatore da poker, un contafrottole mondiale, un abilissimo maneggiatore di parole senza contenuti…che aveva imparato alla perfezione, ad esempio, le menzogne radicali sull’aborto.

Capezzone, recentemente, ha sostenuto, e continuerà a farlo, vista la somiglianza esistente tra un suo discorso ed il successivo, che neppure la Chiesa ha riconosciuto per secoli la dignità dell’embrione: infatti “rifiutava il battesimo a qualcosa che non avesse sembianze pienamente umane”.

Menzogna palese, dal momento che l’acqua del battesimo, come ognun sa, va spruzzata sulla testa del neonato e non sulla pancia di una donna! Con la stessa levità Capezzone in più occasioni si serve di sondaggi fasulli per dare ragione alle proprie teorie, per convincere gli oppositori che sono in minoranza. Ha sempre cifre aggiornate e precisissime su tutto. Così racconta che l’introduzione della 194 ha fatto calare gli aborti legali del 44% e quelli clandestini del 79%. Vuole cioè farci credere che si conosca il numero preciso degli aborti clandestini, sia precedenti al 1978 che attuali, come se non fossero, appunto, clandestini!

E’ una vecchia tattica, che dura da 30 anni. Infatti data almeno dal 1971. In quell’anno il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…).

Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752! Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte 9.914 donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. Fossero decedute anche tutte per aborto clandestino, cosa assolutamente assurda, non sarebbero comunque né 20.000 né 25.000! Oggi sappiamo che buona parte della campagna pro choice, in Italia come in USA, si basò su menzogne premeditate.

Lo raccontano personaggi insospettabili, come Norma Mc Corvey, detta Roe, cui si deve appunto la legalizzazione dell’aborto in America. Il suo caso pietoso di donna povera, tra riformatorio e lavori precari, amanti ed Lsd, venne usato dagli abortisti con estrema spregiudicatezza per convincere l’opinione pubblica. Si puntò sul sentimentalismo, sulla sua storia personale, arricchendola di colorite invenzioni, come il fatto che fosse stata vittima nientemeno che di uno stupro di gruppo. Lo stesso uso dei casi estremi e pietosi fu fatto, in Italia, con le donne di Seveso, e viene riattualizzato oggi con Luca Coscioni. Tali strategie sono state svelate anche dal celebre Bernard Nathanson, fondatore a New York della “Lega d’azione per il diritto all’aborto”, nel 1968, e direttore, all’epoca, della più grande clinica per aborti del mondo, il Crash. Costui, dopo aver effettuato, tramite i suoi medici, ben 75.000 aborti, di cui 15.000 di sua mano, ha riveduto le sue posizioni, ed ha tra l’altro affermato che una delle menzogne per convincere l’opinione pubblica era l’impiego di “sondaggi fittizi” e la falsificazione dei dati sugli aborti clandestini e le donne morte a causa di essi. “Purtroppo l’informazione inesatta e tendenziosa rimane per gli abortisti il metodo migliore di propaganda” (B. Nathanson, “Aborting America”, 1980).

Sempre Nathanson ricorda altre strategie utilizzate all’epoca da lui stesso e dai compagni di strada: sviare il discorso dal campo scientifico a quello ideologico, accusando la Chiesa di posizioni preconcette e moralistiche; spiegare che i cattolici debbono distinguere tra questioni puramente e solamente religiose e leggi dello Stato; affermare che tutti i mezzi di informazione sono schierati con la Chiesa, “arrogante e prepotente”… Le stessa “litanie” che ognuno può ancor oggi sentire, trent’anni dopo, ascoltando Radio Radicale.

Torna il dibattito sulla procreazione medicalmente assistita. I rischi…

Torna oggi sul Corriere, con due paginoni, la polemica sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale. Chi come me ha sempre osteggiato tale legge, come un pastrocchio pieno di compromessi e incongruenze, non si stupisce affatto del flop della legge stessa. Solo che non bisogna farsi ingannare. Anzitutto perchè la legge 40 fa danni enormi, è impraticabile, e tutto quello che si vuole…ma rappresenta comunque un enorme passo aventi rispetto al far west precedente.

Che era qualcosa di spaventoso, rispetto a cui i nazisti inoridirebbero. Ma di questo parlerò un’altra volta. Ora vorrei solo sottolienare un fatto: tutti parlano di numeri, di figli in più o in meno, come se si trattasse del Pil. Nessuno che spieghi come funziona la fecondazione artificiale e come nascono i bambini che vengono partoriti attraverso determinate tecniche. Forse non è solo la quantità dei "prodotti del concepimento", come si chiamano oggi i bambini, che conta, ma anche la loro salute psico-fisica…

Ebbene sentiamo quali sono i rischi della Fiv secondo il massimo esperto italiano, il diessino Carlo Flamigni. Infatti, prima di tante polemiche, occorre chiedersi: la fecondazione artificiale, omologa ed eterologa, funziona? Le mamme ottengono il figlio sperato? Eventuali figli nascono sani o sono solo il frutto di sperimentazioni senza certezze?

Carlo Flamigni, ginecologo dell’Università di Bologna, pioniere e strenuo difensore della fecondazione artificiale in tutte le sue forme, consulente scientifico di Tecnobios (uno dei più importanti centri al mondo di fecondazione artificiale), nel suo "La procreazione assistita", Il Mulino, 2002, ammette:

1) la iperstimolazione ovarica sulla donna può provocare una "sindrome pericolosa persino per la vita" (pag.29; il Corriere della sera del 21/4/2004 infatti annuncia: "Muore dopo la fecondazione assistita. Una casalinga di Sciacca si era sottoposta a iperstimolazione ovarica"; il mensile Le scienze, Settembre 2004, gruppo L’Espresso, sostiene che nel lungo periodo l’iperstimolazione può determinare "un aumento di tumori del tratto genitale o della mammella");

2)"tutte le tecniche di procreazione assistita si caratterizzano per il fatto di non essere molto generose in materia di risultati" (pag.35. Solo il 15% circa delle donne ottiene il figlio, dopo anni e migliaia e migliaia di euro);

3) riguardo ai bimbi nati con fecondazione artificiale "resta il dubbio relativo alla possibile comparsa di un’anomalia tardiva", specie "malattie di tipo degenerativo riguardanti il sistema nervoso e i muscoli" (pag.54; Repubblica del 19/9/2004: "…nostro figlio è nato down, con due gravissime malformazioni allo stomaco ed al cuore", dopo fecondazione artificiale ed analisi pre-impianto; Le scienze cit.: aumentano significativamente i casi di "paresi cerebrale, ritardo mentale, disturbi del comportamento", oltre a "difetti del tubo neurale, di atresia dell’esofago e di malformazioni cardiache" ecc.);

4) tra le complicazioni si segnalano: gravidanze tubariche, gravidanze multiple fino a cinque, sei, otto gemelli (con evidenti rischi per la salute della donna e probabili morti o handicap dei figli), altissima mortalità perinatale (20%), aborti ripetuti (dal 18 al 30%), parti prematuri, bambini sotto peso, parti operativi, "riduzione embrionale" (e cioè eliminazione in corso d’opera, a causa di gravidanza multipla, di embrioni dalla ottava alla dodicesima settimana, perfettamente formati) con "conseguenze drammatiche sull’equilibrio psicologico della madre". Ancora: gestosi, placente previe, lesioni vascolari, asciti, trombosi e tromboflebiti per le donne, malformazioni fetali…(pag. 65,66, 73,74) e "delusione della coppia, esperienza altrettanto frequente quanto sgradevole" (pag.62).

La fecondazione artificiale è infatti qualcosa di estremamente sperimentale. Flamigni, ad esempio sostiene, a pag.85, di aver fatto nascere 34 bambini con una determinata tecnica, ma "per uscire dalla fase sperimentale è necessario dare ai 34 bambini già nati, almeno altri duecento fratelli. Solo così riusciremo a sapere se il congelamento degli ovociti è realmente innocuo…". I bimbi e le donne sono dunque cavie?

5) riguardo alla crioconservazione (congelamento) degli embrioni circa il 30% muoiono nella fase di scongelamento, mentre tra quelli sopravvissuti "alcuni mostrano di avere almeno una cellula danneggiata" (pag. 81): cosa nascerà da embrioni già danneggiati impiantati in utero? Considerando infine che nella fecondazione artificiale vengono sacrificati circa 92 embrioni su 100, e che nel processo in vitro vengono a mancare tutti quei segnali ormonali e chimici (colloquio crociato) che la natura fa scattare nel momento in cui l’embrione si forma nel corpo della donna (fecondazione in vivo), è facilissimo capire perché molti medici considerino la fecondazione artificiale tout court una pratica omicida e pericolosa, in cui si sperimenta sulle donne, sui bambini e sugli embrioni, creando illusioni e speranze fasulle in chi soffre il dramma della sterilità, e ottenendo di contro grossi guadagni.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che i "fecondazionisti" ad oltranza vorrebbero che venissero permessi l’utero in affitto, le mamme-nonne, la fecondazione con seme di persone morte, le "famiglie" composte da due padri o due madri, le banche del seme, più o meno pregiato, e la sperimentazione sugli embrioni. Riguardo a quest’ultima il discorso è assai lungo, ma basti pensare che ricercatori svedesi hanno messo a punto da tempo una tecnica chirurgica per aborti da effettuarsi tra la 18° e la 28° settimana con trapanazione del cranio del feto da vivo per aspirare con una cannula la substantia nigra del cervello, per una ipotetica quanto fasulla cura contro il morbo di Parkinson. Si tratta di "ricerca" scientifica o di mostruosità? Di stregoni o di scienziati?

Far crescere l’amore.

I “divieti” della Chiesa in materia sessuale, possono talora apparire assurdi, vuoto moralismo, pura forma incapace di raggiungere il cuore della verità dell’uomo. In realtà lo spirito mondano, troppo impantanato nel consumare subito ciò che incontra, nel vivere solo di emozioni su emozioni, fatica a comprenderli proprio perché sono il suo contrario, la negazione di una visione meramente terrena: affermazione, al contrario, di una virtù che è soprannaturale, celeste, la carità, l’amore. Così è, per essere chiari, per il divieto di rapporti prematrimoniali: tanti si chiedono il perché, e altri il motivo di tanta attenzione della Chiesa riguardo al sesso. Eppure, a chi osservi con occhio puro e sincero, dovrebbe apparire semplice: non è il sesso che interessa, ma ciò che dovrebbe essere implicato nella relazione sessuale, e cioè l’amore. Qualcosa di troppo grande per non avere dei segreti e dei rischi, per non abbisognare di una educazione, di un cammino, di una crescita. Come ritenere che, se qualsiasi abilità o virtù abbisogna di educazione, non avvenga altrettanto per l’amore? Senza educazione, infatti, l’impulso all’amore non porta frutto, e diviene più simile alla morte, che alla vita: quanta amara infelicità, incomparabile ad ogni altra, quando nell’amore si brucia ogni tappa, in nome di uno spontaneismo irresponsabile! Perché allora la Chiesa chiede la fatica, il sacrificio di ritardare il rapporto carnale, di considerarlo non certo un male, come in altre credenze, ma come coronamento e compimento di un amore totale? Per motivi pratici, come si è visto nel capitolo precedente (e cioè perché vi è sempre la responsabilità verso un possibile figlio, e verso il coniuge), ma anche perché l’amore possa, appunto, crescere in tutta la sua “larghezza, altezza, ampiezza e profondità”; affinché possa sin dall’inizio abituarsi a non avere altra ricompensa che in se stesso e nella sua gratuità, maturando quella solidità perseverante e quella benigna pazienza che sono la sua essenza metafisica. Solidità perseverante e benigna pazienza. Quale vetta più alta, e faticosa, per la nostra miseria, dell’amore? L’impulso naturale, non educato, infatti, è quello di trovare subito soddisfazione nell’altro, di “farsi padroni di un amore donato”, come canta Claudio Chieffo; quello di afferrare la persona amata, stringendola magari sino a soffocarla, spinti da una emotività violenta, non chiara né verificata: come una mano, diceva don Giussani, che stritola un po’ di sabbia, sino a perderla. Succede tante volte, infatti, avvicinandosi troppo, di innamorarsi di un dettaglio, di una caratteristica che non caratterizza, di illudersi. La “distanza”, invece, permette di vedere meglio i contorni, di capire con la lucidità dello spirito: di affinare la percezione, la vista, l’udito, il tatto dell’amore, proprio come i ciechi, che nell’esercizio, nella necessità, potenziano i loro sensi, sino a “vedere” più degli altri. Il rapporto fisico, invece, può falsare la prospettiva: se precede l’amore spirituale, ci illude di crearlo, per automatismo, ingannandoci coll’euforia e la dolcezza sensoriale che lo accompagnano. Così, spesso, di rapporto in rapporto, in tanti tengono in piedi relazioni basate sul piacere reciproco, senza però approfondire gli abissi dei loro spiriti e delle loro personalità, ben più profondi dello spessore dei loro corpi: ci si ferma alle forme, alle sensazioni, alle emozioni passeggere, senza rendersi conto che è propria della loro natura l’instabilità, la mutevolezza. Così l’emozione diviene lo scopo e il salvagente, momentaneo, del rapporto, e il sesso, da ricerca dell’altro, potenzialmente così forte da aprire alla vita, da generare carnalmente, diventa sterile ricerca di se stessi: le mani, il corpo, la bocca, tutto si muove a vuoto, quando lo spirito è stato messo a tacere. Poi, un giorno ci si sveglia, nello stesso letto, e ci si accorge di non essersi mai conosciuti, di non aver penetrato, col proprio abbraccio, un altro, ma di aver chiuso le braccia su se stessi, come chi si affanna, sbracciandosi in cerca di aiuto. Ecco allora che il fidanzamento cristiano, casto sino al sacrificio, non è la via degli illusi, di coloro che, superficialmente, come si dice spesso, vanno incontro al matrimonio senza conoscersi: “non avete fatto esperienze, non avete convissuto, come potete?”. E’, invece, il modo per rendere decisiva, unica ed essenziale una esperienza vera; il modo di rispettare la natura dell’uomo, la gerarchia tra anima e corpo: l’anima guida, e il corpo segue, non viceversa. Non sono i rapporti carnali, in quest’ottica, l’educazione, il cammino nel quale due persone costruiscono un rapporto vero, fondato per resistere, ma i sacrifici, le speranze, gli umori alterni, le incertezze, le attese proprie del fidanzamento, sublimati e guidati da un desiderio che si fortifica e si purifica, divenendo durevole. Solo così, nell’attesa che conosce e riconosce, che percepisce la grandezza del dono, e che se ne stupisce, il rapporto tra moglie e marito non rimane una semplice somma di due persone, un io e un tu, ma produce un rapporto, un noi, una nuova realtà, una nuova volontà. La Genesi dice “un corpo solo ed un’anima sola”. Solo così, vissuto intensamente, come gioia ma anche come responsabilità, il fidanzamento diviene un cammino vero, durante il quale si conosce il compagno di strada, si avanza con lui, e lo si mette alla “prova”, nella totale gratuità: per non doversi poi pentire, per un figlio nato “per sbaglio”, da un amore fasullo, o per un eventuale divorzio, sempre e comunque doloroso e lacerante (come scriveva Kierkegard, infatti, “meglio impiccati bene che sposati male”).
Come mai questi concetti, così umani, così ovvi, non sono più percepiti, ma appaiono spesso retrogradi ed estranei? Perché dopo due secoli di illuminismo, di marxismo e di consumismo, cioè di materialismo, abbiamo separato, da schizofrenici, l’anima dal corpo. Invece, come scrive Eugenia Roccella, già leader delle donne radicali, “quei piaceri che chiamiamo alla leggera fisici” non sono solo fisici, perché “impegnano la pelle, la mente, il cuore e fanno esplodere emozioni infantili e adulte, mescolate nelle carezze. Le emozioni erotiche quasi mai sono roba senza peso, che galleggia in superficie. In genere sono bombe a mano, da maneggiare con attenzione. Scavano crateri profondi, possono fare feriti e vittime da fuoco amico. E’ pericoloso infatti dissociare l’immenso potenziale emotivo e vitale del desiderio (buono, ndr.) dalla responsabilità, dall’amore, dal nostro essere in relazione con gli altri…Invece si è diffuso il luogo comune che il sesso sia innocente, lieve e allegro, che non vi sia peccato né male possibile. Che facendo l’amore (fare sesso, si dice, escludendo l’amore) non facciamo che il nostro piacere, naturale come quello dei gatti in cortile, e il nostro piacere non può essere il dispiacere di qualcun altro, se questi ha dato il suo consenso. Ma i corpi sono persone: da qui non si scappa. Quel che si fa ai corpi, al proprio e a quello altrui, si fa alle persone”. Detto brutalmente? Unirsi ad un’altra persona, carnalmente, non è una esperienza virtuale, asettica, astratta, ma un coinvolgimento radicale, una comunione totale, da cui non si può uscire semplicemente lavandosi sotto un getto d’acqua, per poi unirsi ancora, con un’altra persona. Ogni unione si incide nella nostra coscienza, generando solchi profondi, lasciando una memoria, imprimendo delle sensazioni e delle immagini: come si può amare una sola persona, per sempre, con una coscienza pulita, con uno sguardo limpido, con un coinvolgimento vero e totale, se quella non è l’unica, la sola, ma solamente l’ultima di una serie? Come si può amare veramente, senza scrupoli, senza rimorsi, senza che una parte di noi sia “distratta”, se parte della nostra storia, della nostra memoria, della nostra carne, rimane sospesa tra il prima e il poi, tra una persona e l’altra, tra il desiderio di totalità, di amore completo, di pienezza, e l’impossibilità di disfarsi del tutto di ciò che ormai ci ha segnato per sempre? L’unione carnale non è dunque un divertimento, un de-vertere, cioè un volgere via da, per distrarsi, per svagarsi, ma un compimento, la realizzazione tangibile dell’amore intangibile (che viene prima, logicamente e temporalmente, perché, come scriveva Saint Exupery, “l’essenziale è invisibile agli occhi”).
Concludo con alcune considerazioni sociologiche, prese da un bell’articolo del filosofo Giacomo Samek Lodovici, comparso sul “Timone” dell’Agosto 2006: “In Italia la cronaca ha registrato, dal gennaio 1994 all’aprile 2003, 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni, e cessazioni di convivenze; 39.919 (l’86,6%) hanno avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale”. Perché? Perché un matrimonio preparato male, bruciato nelle sue tappe essenziali, costruito sulla sabbia delle emozioni e delle sensazioni istintuali, lungi dall’essere l’inizio di una vita di coppia felice e feconda, diviene piuttosto una bomba ad orologeria. Storicamente la banalizzazione del matrimonio, crea il divorzio, e l’istituto del divorzio, banalizzando ancor più il matrimonio, rendendolo anche culturalmente un istituto fragile, genera un circolo vizioso senza termine, in cui l’impegno sponsale viene affrontato con superficialità, nella speranza che poi, tanto, se non va bene, vi sia il divorzio a rimediare…. Ma il divorzio, come si è visto, non rimedia nulla, bensì sancisce e cristallizza la tristezza di un fallimento.
(dal II capitolo di “Chiesa, sesso e morale”, di F. Agnoli e M. Luscia, Sugarco)

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.