Halloween e il gusto della magia.

L’uomo, in quanto animale religioso, ha bisogno di segni: di sacerdoti vestiti da sacerdoti, di chiese che sembrino luoghi sacri, e non teatri; di inginocchiatoi, e non di non sedie, per confessare i propri peccati, di giorni festivi che siano diversi da quelli feriali…

Un’esigenza, quest’ultima, testimoniata in ogni epoca, anche in quella del secolarismo: i rivoluzionari francesi aboliscono le festività sacre, ma le sostituiscono con ricorrenze naturalistiche; i positivisti alla Comte propongono di celebrare la memoria degli scienziati al posto di quella dei martiri, mentre i risorgimentali alla De Amicis vorrebbero sostituire San Pietro e san Paolo con Mazzini e Garibaldi…nessuno, insomma, vuole stare senza niente. I sistemi totalitari faranno qualcosa di analogo, essendo, in ultima analisi, surrogati dell’ esperienza religiosa. E oggi? Oggi feste antiche, come Halloween, ricorrenza celtica, prima cristianizzata e poi spogliata del suo significato originario, mobilitano all’improvviso, in pochi anni, milioni di persone, e di euro. Un tempo, in occasione di questa festa, si ricordavano i propri cari e ci si sentiva vicini a loro, con un legame di comunione spirituale. In Sicilia ci sono zone in cui i morti portano i doni ai bambini; in Romagna "tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati per il riposo degli antenati". In altre regioni "si usava fare una questua per i poveri, raccogliendo pane e farina", mentre a Bergamo si preparavano "grandi pentole colme di una speciale minestra d’orzo che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri". Dovunque era festa, e i defunti, tornando nella loro casa, dovevano trovare calore, cibo e ristoro (Paolo Gulisano, "La notte delle zucche", Ancora).

Tutti modi, già pagani e poi cristiani, per affermare che la morte non è l’ultima parola, che l’uomo ha una natura immortale, e che la morte è stata sconfitta: "Dove è, o Morte, la tua vittoria? Dove è, o Morte, il tuo pungiglione?". Oggi, invece, Halloween è un’altra faccenda: i morti, purtroppo, sembrano morti per sempre, e possono tornare solo come figure mostruose, come zombie, come comparse in un film d’orrore, fatto di streghe, pipistrelli, gatti neri e scheletri spaventosi. Nasce così una festa commerciale, per stressati che si divertono un po’ con giochi strani e zucche vuote, un revival di antichità pagane, una notte in cui dedicarsi ai tarocchi, o a qualche rito più o meno tenebroso. Le associazioni contro la vivisezione, infatti, si mobilitano per "evitare sacrifici di animali per riti satanici": monitorano, di notte, i canili e le colonie feline… Per fortuna non siamo ai tempi dei celti, quando i druidi, come racconta Cesare, sacrificavano gli uomini, incendiandoli dopo averli chiusi in colossali figure umane intessute di vimini. Eppure qualche mamma, in certe grandi città dell’America o dell’Inghilterra, preferisce tenere a casa i figli più piccoli per evitare sorprese. Si teme forse che i tempi pagani di Medea, o di Canidia, la strega di Orazio che sacrificava fanciulli, possano riapparire, insieme alle Baccanti, che si ubriacavano nelle orge, sbattevano indiavolate i tirsi sui tamburi, e finivano poi per uccidere animali o bambini: in fondo, certi locali notturni, e certa "musica di Satana", intessuta di messaggi subliminali, di inviti al suicidio, alla droga e al satanismo, sono forse peggio delle antiche cerimonie bacchiche.

E’ curioso come un’epoca che non crede al demonio, ami poi così tanto i suoi segni: penso alla simbologie di certi gruppi rock o metal, ad alcune riviste di magia per fanciulli, al gusto per l’occulto di tanti giovani…(Walter Salin, "Il canto di satana", Fede & Cultura). Bisogna infine ricordare che a lanciare Halloween come festa dell’horror contribuì un film del 1978, "Halloween, la notte delle streghe", in cui un pazzo indemoniato, tale Michel Myers, si scatena, nella notte del 31 ottobre, uccidendo e compiendo mostruosità di ogni genere. Nella filastrocca all’inizio del film si parla di "malocchio e gatti neri, malefici misteri/il grido di un bambino bruciato nel camino….". Quella dei sacrifici è una vecchia mania della stregoneria di ogni tempo, che troviamo anche nella recente storia, lorda di sangue, delle "bestie di Satana" di Varese. Nel diario di una affiliata, Chiara, poi sacrificata dal suo gruppo, insieme al fidanzato, si legge: "Sinuosa e bella come una pantera….luce mia, dolce strega, in un bosco circondata sei da candele, e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Siamo certi che Halloween sia solo "dolcetto-scherzetto"?

Lorenzo Dellai: benefattore delle missioni?

Recentemente ho letto sui giornali locali una lettera di Lorenzo Dellai, presidente della nostra Provincia, in cui vantava gli aiuti della sua giunta, i “suoi” aiuti, alle missioni e al Terzo Mondo. Sono rimasto molto male: va bene che la nostra Provincia spende e spande a destra e sinistra, con grande generosità, come decine e decine di piccoli scandali, sempre adeguatamente silenziati, hanno dimostrato, ma anche fingersi paladini dei poveri e del Terzo Mondo, mi è sembrato troppo!

Un insulto, per quei poveri, e per quei trentini che vedono sempre di più i loro soldi utilizzati per manifestazioni e inziative che portano acqua al mulino del potere, e poco altro…. Forse ci vorrebbe un Beppe Grillo trentino, un grillo parlante, che inziasse a fare le pulci alla nostra classe politica, così abile, per la verità, se la politica di cui si parla è quella machiavellica.

Mi limito qui a riportare un brano segnalatomi da un amico e tratto da un vecchio libro di Piergiorgio Cattani, persona ben conosciuta a Trento, stimata per la sua capacità di essere di parte, ma non fazioso, con sincerità insomma. Cattani è stato cofondatore del PPI trentino, poi confluito nella Civica Margherita. Inosmma un testimone. Il suo libro è intitolato “Ho un sogno popolare. Il racconto di una esperienza politica in trentino tra il PPi e la Margherita” (Ancora).

Ne riporto un brano: In questi anni ho conosciuto Lorenzo Dellai, dal quale non si può prescindere, poichè solo lui è stato il vero motore di tutte le vicende politiche trentine di questo periodo…in verità sono venuto a contatto e ho creduto al mito Dellai…purtroppo nel corso del tempo e sotto i colpi delle reali consuetudini, per alcuni, me compreso, questo mito è crollato e le illusioni sono svanite…Oggi esiste già una storia ufficiale della Margherita (consultabile sul sito internet almeno sino al novembre 2001), in cui…vengono esaltate le grandi intuizioni del fondatore, soprattutto le meravigliose novità, mai viste prima, di metodo e di prassi: i cittadini riscopriono l’impegno, tutta la ‘comunità trentina fu coinvolta nell’elaborazione e nell’integrazione del progetto e dei contenuti programmatici’, i candidati vennero ‘selezionati nell’ambito di momenti aperti di confronto’…Qualcosa di epocale era nato, la Civica Margherita ebbe ‘l’effetto di modificare radicalmente, e probabilmente in maniera irreversibile il rapporto tra politica e cittadinanza’…Questa mitologica ricostruzione contrasta apertamente con la realtà dei fatti e soprattutto con quanto ho potuto sperimentare di persona. La falsità più evidente si coglie nella modalità della scelta delle candidature in cui non solo non si attuò qualsiasi tipo di elezione primaria, ma, quel che è peggio, esse vennero decise attraverso le solite procedure. L’obiettivo finale era quello di raccogliere il maggior numero di voti e meglio distribuiti su tutto il territorio, a prescindere dalla compattezza ideale e programmatica della squadra…Il futuro candidato o fa parte della cerchia del capo, o dispone di voti propri (come per esempio un sindaco…) o custodisce qualche ingombrante segreto, o è pronto a esibire contanti, oppure deve farsi avanti a minacce, spintoni, appoggi e quant’altro. Chi magari ha qualche competenza, ma è fuori dal gioco, non può sognarsi di avere ambizioni, chi è intelligente ma contraddice il capo, non è adatto. Chi è giovane e quindi dispone di un esiguo numero di voti, è invitato e quasi costretto a legarsi a un potente ed aspettare il proprio turno… Mi stavo accorgendo che Dellai e i suoi accoliti, vinti da una sorta di delirio di onnipotenza e di presupponenza, si infastidivano per ogni tipo di confronto democratico, sicuri come erano di poter dare lezioni di politica a tutti….Con orrore una volta ci accorgemmo di essere capitati in un’allegra brigata di dipendenti dell’Azienda Margherita: segretari particolari, assitenti del gruppo consigliare, ingegneri decorati con decine di appalti pubblici, consiglieri di amministrazione di vari Enti e portaborse vari in attesa di una qualifica o di un premio, passato alla storia come ‘premio Margherita’….

Giuda e la Maddalena, riprende l’attività di Libertà e persona.

Il 19 ottobre riprende l’attività culturale dell’associazione "Libertà e persona", con un incontro che avrà come protagonisti Marco Fasol e Rosanna Ghedina, presso i Salesiani di Trento, alle ore 20.30.

Il titolo dell’incontro, "Tra codici e inchieste, il vero volto di Giuda e della Maddalena", allude chiaramente alla volontà degli organizzatori di fare le pulci alle visoni distorte, filologicamente e storicamente, introdotte dal celebre romanzo "Il codice da Vinci" e dall’Inchiesta su Gesù di Augias e Pesce. Fasol e Ghedina non sono né romanzieri, come Dan Brown, né, come Augias, giornalisti in cerca di sensazionalismo e di originalità ad ogni costo. Sono due studiosi, attenti, scrupolosi, dotati dei mezzi necessari per fare ricerca. In particolare Marco Fasol è da poco autore di un testo, "I vangeli di Giuda" (Fede & Cultura) che si presenta come una analisi approfondita del valore documentale dei quattro Vangeli canonici, e un esame altrettanto scientifico e asettico, di quelli apocrifi. Marco Fasol ha voluto fare proprio questo, spiegare al grande pubblico, in maniera semplice ma precisa, quali sono i fondamenti storici, filosofici, linguistici e filologici da cui possiamo dedurre l’autenticità dei Vangeli canonici, cioè dei testi di gran lunga più testimoniati dell’antichità. Ha così preso in esame canonici ed apocrifi spiegandoci, per gli uni e per gli altri, il numero di codici rimasti, l’antichità degli stessi, il contesto storico e culturale in cui sono stati prodotti e la loro conformità ad esso, il linguaggio adottato e la concatenazione esplicativa degli eventi.

Discernimento: questa poterebbe essere la parole chiave di questa parte dell’opera. Accanto a queste considerazioni, Fasol ha poi preso in esame, in particolare, il Vangelo di Giuda, lanciato l’anno scorso da National Geographic, Sky e dalla stampa, con grande clamore, come si fosse trattato di una rivelazione sconvolgente e rivoluzionaria. In realtà questo testo viene riportato, con grande facilità, al contesto delle eresie gnostiche del II-III secolo dopo Cristo: vi appartiene evidentemente per il profondo dualismo che lo caratterizza e per la difficoltà di colui che lo ha scritto nel credere in un Dio fattosi uomo, incarnatosi, per di più, nel ventre di una semplice donna. Gli gnostici infatti professavano un rigoroso dualismo anima-corpo, disprezzando quest’ultimo come una terribile prigione: disprezzavano, di conseguenza, il Dio Creatore, sostenendo la necessità di opporsi alle sue leggi morali.

Nel Vangelo di Giuda quest’ultimo non è il discepolo che tradisce per una libera adesione al male, ma l’apostolo cui Cristo ha rivelato il vero sapere, unica fonte di salvezza, e cioè che non è veramente "uomo", e che il suo corpo è solo un "rivestimento", un involucro apparente, fasullo. "L’uomo esteriore, carnale, deve essere sacrificato, perché lo spirito di Gesù possa tornare al Pleroma divino, alla perfezione celeste", evadendo dalla prigione di questa vita: Giuda diviene così colui che col suo "buon" tradimento permette a Gesù di separarsi dal mondo, dalla materia cattiva, per ricongiungersi "con il Dio perfetto trascendente".

Nell’ultima parte di quest’aureo libretto di cui parlerà al pubblico trentino, Fasol affronta e smentisce, sempre con gli strumenti della critica storica e filologica, le pesanti e banali insinuazioni di Augias e Pesce, mettendo in luce l’assenza di qualsiasi serietà nell’analisi di un giornalista che non conosce, in "buona fede", come dice lui stesso all’inizio, le fonti, e che liquida Gesù come un mago seduttore, e coloro che gli credettero come esaltati, in preda a visioni isteriche, allucinazioni ed esperienze psichedeliche. Il cristianesimo, conclude Fasol, non è nato da "manipolazioni", "rifacimenti", occultamento di testi scomodi ma veri, come vorrebbe un dilettante allo sbaraglio come Augias: è fondato invece su un avvenimento che ha cambiato la storia, e che è testimoniato nel modo più limpido, e storicamente attendibile possibile (infinitamente più di Virgilio, Cesare o tantissimi altri personaggi dell’antichità). I Vangeli apocrifi, invece, sono tutti vangeli di Giuda, cioè vangeli traditori: come dimostra il fatto che sono molto tardivi e che sono attestati in pochissimi esemplari, spesso solo uno o due; che hanno un sottofondo lessicale e filosofico neoplatonico, senza alcun riferimento all’aramaico o all’ebraico; che non presentano nessun aggancio con le tradizioni culturali e istituzionali della Giudea del I secolo e mancano di qualsiasi narrazione esplicativa degli eventi.

L’altra relatrice della serata, Rosanna Ghedina, è la direttrice di un trimestrale culturale, Alfa e Omega, oltre che una appassionata studiosa della figura di Maria Maddalena. Rosanna Raffaelli Ghedina ha voluto restituirci la vera storia della peccatrice, di colei "che si era persa nell’amore, ed è proprio nell’amore che si è salvata e santificata": lo ha fatto ripercorrendo le orme della santa, viaggiando e facendo ricerche per tre anni, attingendo a preziosi manoscritti nella Certosa di Lucca, ripercorrendo tutto il suo cammino, spirituale e fisico, sino alla Provenza, dove Maddalena evangelizzò e si ritirò in un eremo per 33 anni, pregando e facendo penitenza. Ne viene fuori un ritratto vivace della donna a cui nel Medioevo furono dedicate tantissime case per prostitute, e che era nella realtà una bella ragazza, di nobile famiglia, spigliata e "peccatrice posseduta da tutti i vizi", che non esercitava, però, il mestiere della meretrice. Convertitasi dopo l’incontro con Gesù, la Maddalena viene ammessa tra i discepoli, pur essendo donna, ed è poi presente ai piedi della croce; diffonde la notizia della Resurrezione, su incarico di Cristo, che la rapisce in "divino colloquio" con Lui al momento della sua ascensione al cielo. Una vita privilegiata, un amore totale, in una creatura che aveva tanto peccato, ma anche tanto amato. Una santa che per don Divo Barsotti, l’ultimo mistico del Novecento, a cui la Ghedina fa spesso riferimento, "viene prima degli apostoli, in quanto è simbolo di tutta la Chiesa, la sposa di Cristo, la redenta. E’ la sposa infedele, l’umanità, che Dio chiama alla sua intimità…incarna la riconciliazione dell’umanità peccatrice con Dio. Per questo il Risorto le appare per primo dopo la Vergine. E’ lei il simbolo della Chiesa con la quale si stabilisce la Nuova Alleanza, la Misericordia". Maddalena è grande, per la Chiesa, e sta accanto-dopo la Vergine, che non ha peccato, perché rappresenta la grandezza della Grazia, la forza del pentimento, la possibilità dell’uomo di intraprendere un cammino di redenzione, che lo porti dall’infimo delle bassezze carnali, alle vette dello spirito; dalla miseria della superbia e dell’orgoglio alla generosità dell’amore totale e della completa fiducia.

La casta: a che pro?

C’è un libro che sta continuando a vendere. Si intitola La casta ed è stato scritto da due giornalisti del Corriere, Rizzo e Stella. Ho avuto modo di avere a che fare col secondo, a suo tempo. Mi attaccò sulla prima del Corriere, mettendomi in bocca parole non mie. Richiamato, si scusò, ma subito insistette nel lanciarmi improperi. Ora il suo libro ha grande successo. Un successo creato a tavolino: molti poteri forti hanno fatto di tutto per pubblicizzare un libro che parla male della politica italiana. Fa bene, dirà qualcuno. E’ vero, ma bisogna essere ingenui per credere che il Corriere, che è il tempio della finanza italiana, sponsorizzi in tutti i modi un libro del genere senza scopo alcuno. C’è veramente qualcuno che pensa che i grandi quotidiani siano il regno del libero pensiero? Qualcuno crede veramente che il Corriere, edito da chi è edito, faccia politica per puro moralismo e amor di patria? Personalmente ricordo la campagna del Corriere contro i partiti dell’era tangentopoli: servì ad uccidere DC e psi, con tutti i loro difetti, per sostituire ai politici i tecnici, alle persone elette, i finanzieri…Iniziò allora la moda di avere presidenti del Consiglio non eletti dal popolo, ma espressione delle banche, come Dini e Ciampi…o uomini dell’Iri, come fu poi con Prodi…fu allora che l’Iri fu fatto a pezzi,svenduto ai veri poteri forti, a spese del popolo italiano (perchè almeno si poteva vendere ad un prezzo giusto)….Temo che il giochetto sia ancora quello: i veri poteri forti, quelli economici e bancari, vogliono dettare la linea, ed hanno gioco facile: gli basta scoperchiare le incredibili nefandezze dei nostri politici e del sistema….e far sentire loro il fiato sul collo.- perchè oggi puoi essere senatore o ministro, ma se i media ti attaccano, sei fritto…quarto potere, o primo?
Qualcosa di simile deve pensarlo ancge Socci, che ha recentemente scritto:
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La Casta del Corriere 29.09.2007
“A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello”. Questa micidiale zampata (datata 1919) di Luigi Einaudi apriva l’editoriale di ieri del Corriere della sera, firmato da Gian Antonio Stella (uno dei due autori del meritorio best-seller “La casta”).
Una bella sberla sul Palazzo. Ma sentite il seguito di Einaudi servito dall’editoriale di Stella: “Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi… Troppo a lungo li abbiamo sopportati”. E ancora: “si sciolgano commissioni, si disfino commissariati e Ministeri” cosicché “un po’ alla volta tutta questa verminaia fastidiosa sia spazzata via. Coloro che lavorano sono stanchi di essere comandati dagli scribacchiatori di carte d’archivio” superiori alla società governata “soltanto per orgoglio e incompetenza”.
Qui la “sberla” del Corriere sembra diretta personalmente a Prodi, visto che il premier, giorni fa, si è avventurato a sentenziare che la società civile “non è migliore” di lorsignori politici. L’editoriale di Stella aveva questo titolo: “Einaudi, la casta e l’Italia del ’19”. Le ampie citazioni di Einaudi provengono dagli articoli che egli scriveva per il Corriere della sera di Albertini. Non è la prima volta che Paolo Mieli – direttore, ma anche storico – evoca il Corriere albertiniano.
I nomi di Einaudi ed Albertini sono diventati terreno di battaglia già in luglio. Piero Fassino, con un’infelice battuta, li aveva citati per criticare il Corriere sul caso Unipol-Bnl. Giustamente Mieli, per tutta risposta, lo bombardò con la sua firma di punta, lo storico Ernesto Galli della Loggia: un’intera pagina per dimostrare che il Corriere di Albertini e Einaudi, così “libero da influenze esterne”, è pari pari quello dell’ “attuale direzione del giornale”. Quindi un’antica e nobile tradizione liberale, insofferente di una certa politica romana e coscienza critica del potere.
Tornare a evocare Albertini, probabilmente, oggi serve a Mieli anche per mettere sull’altolà chi a Roma coltivasse il sogno di defenestrarlo. Infatti la voce scomoda di Albertini, notoriamente, fu zittita dal nascente regime fascista. E con un precedente così imbarazzante sarebbe davvero uno scandalo se a Mieli venisse fatta pagare, dal Palazzo, la meritoria polemica contro la “casta”.
Tuttavia spingersi troppo in là con i paragoni storici, per Mieli, alla fine può essere controproducente. Per esempio Galli della Loggia elogia il Corriere albertiniano perché fu “un vero e proprio giornale-partito (altro che asettica neutralità e cautela!): praticamente la vera opposizione”. Cosa che ha fatto nascere il sospetto, in alcuni maliziosi, che a via Solferino il direttore faccia lo stratega di nuovi assetti politici e tiri la volata a qualche Montezemolo. Ma né Montezemolo, né Mieli hanno questi grilli (nel senso di Beppe) per la testa.
Piuttosto, mentre picchiano sulla casta politica, va detto che anche le menti del Corrierone dovrebbero riconoscere i loro errori come i politici se non vogliono trasformarsi pure loro in un “piccolo gruppo di padreterni persuasi di avere la sapienza infusa nel vasto cervello”.
Albertini di errori ne commise diversi. Dall’appoggio filodannunziano alla guerra di Libia fino all’ “iniziale simpatia verso il fascismo” (come dice pudicamente Galli Della Loggia).
L’ “iniziale simpatia” di Mieli, più modestamente, è stata per Prodi. Alla vigilia delle elezioni del 9 aprile 2006 collocò pubblicamente il Corriere a favore dell’Unione con un editoriale (il 28 marzo 2006) dove il direttore fece addirittura l’elogio di Rifondazione comunista. Probabilmente – visto l’esiguo scarto di voti – fu decisivo per la vittoria di Prodi. Cosa che toglie un bel po’ di credibilità: 1) all’attuale polemica mielista contro il massimalismo di sinistra; 2) alla sua opposizione antiprodiana e 3) alla campagna anticasta del Corriere. Se prima delle elezioni il giornale-istituzione fosse stato al di sopra delle parti ed egualmente critico con Prodi e con Berlusconi (com’era nella tradizione del Corriere), oggi sarebbe stato più titolato nell’accomunare tutta la classe politica nella critica. Non che sia proibito avere ripensamenti. Tutt’altro, è lodevole. Ed è benvenuta l’attuale polemica contro l’establishment politico. Ma prima sarebbe stato serio riconoscere l’abbaglio del 2006 nell’appoggiare questo centrosinistra.
D’altronde Mieli – con la sua onestà intellettuale – ha già fatto una revisione autocritica per gli anni Settanta e per la stagione di Mani pulite. Anche se è mancato all’appuntamento autocritico con il referendum sulla legge 40 quando il Corriere capeggiò l’enorme schieramento che pretendeva di rappresentare la maggioranza degli italiani e prese una storica tranvata trovandosi contro il 75 per cento del Paese.
Un ultimo problema. Siamo proprio sicuri che Albertini fosse fuori dalla casta del suo tempo? Non era neanche fuori dalla politica, visto che faceva il senatore. Ma soprattutto – come scrive Galli Della Loggia – con lui ed Einaudi il Corriere “divenne l’espressione organica di un ambiente economico come quello lombardo, allora legato soprattutto all’industria manifatturiera”.
Anche oggi il Corriere è legato ai più potenti ambienti economici e finanziari. Qualcuno si è chiesto se non sono anch’essi una casta e magari più potente dello scalcagnato mondo politico. Il Corriere non vuole accendere un riflettore anche su quella casta? E’ scomodo? Al tempo di Albertini, per esempio, questo mondo contava più della politica e spinse l’Italia in uno dei baratri più cupi del Novecento: la Prima Guerra Mondiale. Almeno così afferma il bel libro di Antonio Gibelli, “La Grande Guerra degli italiani”, pubblicato dalla Rizzoli (l’editore del Corriere).
All’inizio del 1915 la carneficina era già iniziata. L’Italia era ancora neutrale e non aveva alcun interesse ad entrare in quel macello, anche perché le sue aspirazioni territoriali si potevano soddisfare per via di trattativa. Inoltre la maggioranza del popolo e la maggioranza del Parlamento, a partire da Giolitti (come pure la Chiesa), erano contrari. E allora come fu fatto l’errore? Scrive Gibelli: “La guerra fu imposta in Italia da una minoranza (la Corona, il governo, gli intellettuali e gli studenti interventisti di orientamento nazionalista o neorisorgimentale, una parte del mondo industriale, alcuni grandi giornali come il ‘Corriere della sera’) contro la volontà della maggioranza parlamentare, contro l’opinione delle maggiori correnti politiche e delle masse popolari”.
Fu una “inutile strage”: 700 mila morti (perlopiù di figli di contadini) su 36 milioni di abitanti. E fu questo orrore a spalancare le porte al fascismo, ben più degli errori dei politici. L’editoriale di Stella ieri si concludeva invece addossando ai politici la responsabilità del fascismo: “Forse, se i politici ‘padreterni’ di allore lo avessero ascoltato senza fare spallucce (il Corriere, nda) tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma”.
Ma non è così. Fu la Grande guerra a consegnare l’Italia nelle mani di Mussolini. E la guerra non fu innanzitutto un errore dei politici (sia pure mediocri). Scrive Gibelli nel suo libro rizzoliano: “Gli industriali, primi fra tutti quelli dei maggiori complessi siderurgici, videro dunque nella guerra l’unica soluzione ai loro problemi e gettarono nello scontro tutta la forza delle loro entrature negli ambienti governativi nonché la loro capacità di orientamento dei maggiori organi di stampa. Tra questi si distinse il ‘Corriere della sera’ diretto da Luigi Albertini, punta di diamante dello schieramento favorevole all’entrata in guerra”.
Sarebbe stato molto più saggio, per l’Italia, ascoltare il neutralista Giolitti, avversato da Albertini come “politicante”.
Fonte: © Libero – 29 settembre 2007
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Monaldo Leopardi, un uomo ingiustamente calunniato.

Quando si legge un commento critico sulla poesia e la vita di Giacomo Leopardi, immancabilmente il suo pessimismo viene collegato, almeno in parte, alla presenza, truce e severa, di suo padre Monaldo: un uomo troppo rigido, “reazionario”, di idee vetero-cattoliche, “che tendeva ad isolare il figlio dal resto della comunità recanatese” (Guglielmino). La realtà è affatto diversa. Anzitutto perché Giacomo non fu gravato dal peso della religiosità cattolica e del pensiero di antico regime, ma al contrario fu uomo straordinariamente aperto alle novità di pensiero che gli giungevano dalla Francia e dalle filosofie più moderne. Il suo pessimismo, per quanto determinato, in parte, anche da eventi specifici della sua vita, nasce e si irrobustisce nel tentativo di sviscerare sino in fondo le conseguenze logiche di quel pensiero materialista e sensista, nuovo di zecca, e per nulla reazionario, che egli accettava come un dogma, come un postulato indiscutibile, al pari di molti intellettuali dell’epoca. Scriveva infatti nelle sue riflessioni: “Che la materia pensi è un fatto”. Tutto il pensiero di Giacomo può essere così riassunto nella “teoria del piacere”: l’uomo aspira ad un bene, una felicità infinita, e questa aspirazione, lungi dall’essere segno della vocazione eterna e divina dell’uomo, del suo essere fatto per Dio, come nella riflessione cattolica, diviene nel poeta constatazione di una condizione umana assurda, intimamente contraddittoria e lacerante. Se infatti il cuore umano desidera grandi cose, piaceri che durino, felicità non effimere, perché poi ogni piacere materiale, l’unico concepibile in un’ottica che escluda l’eterno, si rivela illusorio, breve, limitato nella sua intensità e durata? L’infelicità di Giacomo è dunque tutta qua, e inasprisce nel momento in cui, con coerenza assoluta, il poeta finisce per rinnegare, dopo la ragione, anche l’amore. Così l’ultimo Leopardi diventa aggressivo, violento, contro i “fratelli” illuministi e materialisti, che negato il paradiso nel cielo, credono con grande incoerenza di poterne costruire uno sulla terra; e contro i cristiani, che nell’aspirazione del cuore umano, con un ottimismo infantile, vedono un segno della sua grandezza e del suo destino. Cosa c’entra, in tutto questo, il padre Monaldo? E chi era quest’uomo, così ingiustamente calunniato? La risposta è in un brillantissimo saggio di Lidia Zawada, pubblicato ad introduzione del “Catechismo filosofico” di Monaldo (Fede & Cultura). Monaldo, in realtà, come testimonia la figlia Paolina, era un uomo “buonissimo, di ottimo cuore”, anche nei confronti di Giacomo, con cui pure discordava, che si trovò a vivere l’invasione napoleonica e il diffondersi delle idee illuministe. Nel 1796, coll’arrivo dei francesi a Recanati, cercò di scongiurare saccheggi e violenze inviando ben ventitré carri di vettovaglie per placare gli invasori. Liberata Recanati dagli Insorgenti, fu acclamato dalla popolazione governatore della città: accettò l’incarico, al fine di limitare le vendette e gli scontri intestini, tra i francesizzanti e i loro avversari. Col ritorno di Napoleone Monaldo rifiutò di assumere l’incarico di podestà di Recanati: accettandolo, “avrebbe dovuto strappare ogni anno alle loro famiglie trenta coscritti recanatesi e inviarli a combattere e morire nell’esercito napoleonico”. Per un reazionario come lui, l’esercito di massa, la guerra totale, le invasioni di Napoleone, non erano concepibili. In tanti anni di vita pubblica nella sua città, Monaldo costruì a sue spese un teatro comunale, introdusse l’illuminazione notturna a Recanati, si occupò della viabilità e della bonifica dei terreni incolti, portò nello Stato Pontificio la vaccinazione jenneriana, “insegnandola personalmente ai medici e rendendola infine obbligatoria insieme all’introduzione di migliorie nell’educazione sanitaria e nell’igiene pubblica”… Apertissimo alle novità scientifiche, al progresso, Monaldo non lo fu mai, per nulla, al materialismo, al nazionalismo, all’indifferentismo filosofico, all’assolutismo di quei tempi. Non certo per ignoranza: la sua biblioteca era immensa, con un intero scaffale dedicato ai libri proibiti, aperta “filiis amicis civibus”. Monaldo scrisse catechisimi filosofici, a difesa del pensiero cattolico tradizionale, dialoghetti brillanti e celeberrimi in tutta Europa, e fondò addirittura un giornale, “La voce della Ragione”: riteneva che la ragione stesse dalla parte dei “reazionari” come lui, che la considerano un immenso dono di Dio, e non di coloro che, proclamatisi suoi paladini, la abbassano al livello della materia.

L’incredibile realtà dei martiri.

Anche un cattolico non può fare a meno di chiedersi, in tanti momenti della sua vita, dove stia la santità della Chiesa.

Tutti coloro che la abitano peccano sette volte al giorno, più o meno gravemente. Il mondo se ne accorge e mentre da una parte si nutre di scandali, di volgarità, coi suoi giornaletti, le sue riviste, e gli spettacoli televisivi trasudanti fango e bassezze, dall’altra stigmatizza e condanna, non appena può, il cattolico “incoerente”, il prete che sbaglia, il religioso avido di denaro, oppure sorride e solidarizza con il sacerdote che si sposa, o con quelli disobbedienti, vanagloriosi, arroganti, che certo non mancano…. Per il mondo sono tutte piccole rivincite, gradite vendette contro il richiamo del cuore al bene e alla giustizia: vedete, dicono i maliziosi, la virtù non è possibile, l’ideale non esiste, anche i preti hanno rapporti carnali, anche i religiosi tradiscono i loro voti, non ci credono neppure loro…

Anche un cattolico può essere tentato di scandalizzarsi. Anzi, gli scandalizzati sono tantissimi, proprio tra i cattolici alla moda, sempre pronti a indignarsi, a ribellarsi, a prendere le distanze e a fare dei distinguo, rispetto alla Chiesa di cui sono figli e di cui invece si ritengono padri. Eppure, rimane il fatto che chiunque abbia frequentato e viva la vita della Chiesa, sperimenta la miseria e la povertà degli uomini che la compongono. Sono sì miseri, peccatori, segnati dal limite, ma anche innestati nella vite di Cristo: scorre, nel loro sangue, mescolata a vizi e impurità, una linfa divina, qualcosa di infinitamente grande e misterioso. Solo così si può spiegare la sopravvivenza, dopo duemila anni, di un fede che chiede ai suoi seguaci di andare contro gli istinti, i desideri, le brame della carne e del mondo. Che esige da coloro che si sposano una vita casta prima e dopo il matrimonio, e che chiede a molti di morire a se stessi, rinunciando totalmente ad una famiglia, ad un lavoro, e invitandoli ad una verginità piena, nei confronti di ogni lusinga meramente terrena.

Ogni vocazione è un miracolo, che da duemila anni si ripete, e sacerdoti e religiosi, “sterili” nella carne, da duemila anni partoriscono figli, spirituali, e continuano a riprodursi, sempre, in ogni circostanza, nonostante ogni difficoltà e sotto ogni regime! E’ già questo uno dei segni più evidenti della divinità di Cristo e della sua Chiesa, insieme alla presenza dei martiri. San Giovanni Bosco, san Camillo de Lellis, e tanti altri santi, sono stati, in vita, uomini straordinari, che hanno affascinato chiunque li avvicinasse, e continuano a stupire anche chi non abbia nessuna fede. In loro vi è l’epifania solenne del cristianesimo, in modo evidente, quotidiano, sfolgorante.

Ma accanto ad essi, nella storia, vi sono migliaia e migliaia di poveri uomini, che hanno scelto Cristo, e che non riescono, se non raramente, a dimostrare agli altri la bellezza e la grandezza della loro fede. Lottano ogni giorno con il proprio peccato e il proprio vizio, ma nessuno se ne accorge, perché soccombono più spesso di quanto non vincano, e perché nessuna luce potente rifulge dai loro sguardi e dalle loro azioni. Eppure talora Cristo chiede anche a costoro, quasi all’improvviso, di essere testimoni, di mostrare al mondo cosa sa fare un cristiano, il più misero, nel momento in cui viene chiamato. Penso ai tanti martiri di cui è ricca la storia della Chiesa, dalle sue origini, e soprattutto nei tempi moderni, dalla rivoluzione francese in avanti. Penso, in particolare, alla vicenda dei martiri di Orange, narrata in un bellissimo e documentatissimo testo di A. Reyne e D. Brehier, “Le martiri di Orange” (Il Cerchio).

E’ la storia di 32 religiose dai 24 ai 75 anni “consacratesi a Dio nella vita religiosa e rimaste fedeli sino al patibolo”. Siamo in età illuminista, epoca in cui il mondo non può ammettere la vita religiosa, specie quella claustrale. Per Diderot e gli altri, si tratta di fanatismo, e di superstizione. La rivoluzione francese, sulla scia dell’illuminismo, stabilisce la sua idea di libertà: “libertà è fare ciò che non nuoce ad altri”. Eppure, il 2 novembre 1789, su proposta di un vescovo, Talleyrand, i beni della Chiesa vengono posti “a disposizione della nazione”, e subito dopo i voti solenni religiosi vengono aboliti e gli ordini monastici soppressi, in nome del diritto naturale e della Costituzione. A tutti si chiede di sposarsi, offrendo soldi e onore a chi abbandoni l’abito, e un giuramento di fedeltà, alla Nazione, il nuovo idolo sanguinario, e all’ideologia dominante. L’Assemblea Nazionale arriva ad affermare che è importante “eliminare ogni residuo di fanatismo” e che “aumentando l’importo delle pensioni si ottiene il duplice scopo di conseguire il benessere di chi abbandona la vita comunitaria e di perseguire l’interesse nazionale all’estinzione della vita monastica”.

Per non giurare contro la propria coscienza, per non pronunciare neppure a filo di labbra parole impure, 32 religiose di Orange e centinaia di altri consacrati in tutto il paese, preferiscono morire, dopo aver perso ogni diritto, ed essere state indicati al pubblico ludibrio, come Cristo sulla croce. Come nel commovente romanzo di Gertrud von le Fort, “L’ultima al patibolo”, o nei “Dialoghi delle carmelitane” di Bernanos, le suore vengono condannate a morte da un tribunale speciale, che, secondo le parole di uno dei componenti, “non ha nulla a che fare con i tribunali dell’ancien regime”, perché “non ci sono formalità da osservare, c’è la coscienza del giudice e basta”. Al patibolo si recheranno tutte, senza ripensamenti, cantando il salve Regina, il te Deum, o il Veni Creator…Il boia di Orange, Paquet, un uomo che ha trovato così il suo momento di gloria, si diverte a scoprire loro il seno, e queste “con i denti afferravano i bordi delle camice per ricoprirsi”. Un documento dell’epoca ricorda che “la gioia che si vedeva dipinta sul viso di queste sante ragazze dopo la sentenza incoraggiava le altre condannate…molti prigionieri, disperati al pensiero delle loro mogli e dei loro bambini, affrontarono coraggiosamente il supremo sacrificio per il conforto loro donato dalle dolci e pietose esortazioni di queste religiose”. Come scriveva san Paolo: “Cosa ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani, 8-35).

Morire cantando col sorriso sulla bocca e la tranquillità nel cuore…quale miracolo, in anime che forse avevano faticato, in molti momenti, a non rispondere male ad una loro consorella, a sopportare una piccola offesa, a lasciar trasparire, anche un poco, come da un velo, la soprannaturalità della loro fede!

Luigi Pirandello e la verità.

Non poggiare su nulla, vivere sospesi tra incertezza ed incertezza, pronunciare ogni parola, fare ogni gesto, d’amore o di odio, con la convinzione che non si fonda; restare di fronte alla vita e alle cose senza mai un abbraccio, uno sguardo che penetri e che frughi, alla ricerca di un nucleo positivo, di un sorriso nascosto, di un quid che sia capace di metterci, onestamente, in moto: è il relativismo totale, di un grande autore della letteratura italiana del Novecento, Luigi Pirandello.

Questo poeta siciliano, nato in una villa detta "Caos", ha cercato in molte sue opere di mettere a nudo, impietosamente, tutte le contraddizioni della realtà; ha tentato di smascherare, tramite una logica estrema, ogni apparente illogicità e assurdità della vita. Cosa c’è di vero, di oggettivo, di degno, in ciò che ci circonda? Il povero Vitangelo Moscarda, uno dei tanti alter ego dell’autore, si accorge un giorno che per la moglie il suo naso, che lui aveva sempre ritenuto perfetto, pende da un lato: ma chi sono, allora, io, si chiede? Chi sono io per gli altri, dal momento che non sono per loro quello che credevo di essere? E si accorge che sua moglie si è costruita un Vitangelo a sua immagine e somiglianza, diverso da quello vero. O forse quello vero neppure esiste. Ognuno di noi, infatti, secondo Pirandello, indossa una maschera, per sua volontà o perché gli altri la impongono. Crediamo di conoscere noi stessi e gli altri, ed invece non conosciamo nulla. Ognuno con la sua verità diversa: "così è, se vi pare". Infatti non è solo la certezza dell’esistenza di Dio che perde consistenza, in un sistema relativistico coerente: Dio non può morire, senza che muoia anche l’uomo, senza che tutta la realtà smarrisca i suoi confini e i suoi colori.

L’identità personale scompare, perché sarebbe la verità di una persona e di una storia; così anche l’altro, inconoscibile ed inconosciuto, perde consistenza e concretezza. Il risultato, drammatico e terribile, è la solitudine, l’incomunicabilità totale. Se io non sono io, se l’altro non è l’altro, anche il rapporto più forte, quello tra marito e sposa, quello tra Vitangelo e sua moglie, è in realtà inesistente: non l’uno carne della carne dell’altro, ma atomi isolati e impenetrabili. Perché se non esiste la Verità anche baciarsi diventa un assurdo: il bacio non è più, infatti, il segno di una cercata unità tra due identità differenti che si incontrano e si amano, che si conoscono ma cercano un rapporto ed una conoscenza più profondi, che giunga, tentativamente, ad attingere al mistero buono dell’ altro. Chi agisce, infatti, chi bacia, per Pirandello, non conosce se stesso e non conosce l’oggetto del suo bacio! Tutto scompare nel relativismo assoluto: la realtà, l’amore, il senso stesso delle parole. Anch’esse, infatti, non sono affatto il nostro tentativo di afferrare l’intima realtà delle cose, gli universali oggettivi che significano una realtà esistente. Al contrario sono solo contenitori vuoti: “Le parole sono vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto di intenderci; non ci siamo intesi affatto”.

Se la Verità non esiste, dunque, come nel relativismo pirandelliano, tutto sprofonda nell’assurdo. A rigore non ci dovrebbe essere permesso nulla: né parlare, né amare, né se stessi né il prossimo! Così la prospettiva finale rimane solo quella di annullarsi: Vitangelo decide di farlo. Lascia ogni affetto e ogni cosa e si ritira a vivere in un ospizio: “Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri… Sono quest’albero, nuvola; domani, libro, vento: il libro che leggo, il vento che bevo…muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi…”. Eppure, anche all’interno di questo pessimismo assoluto, necessaria conseguenza di un relativismo coerente, Pirandello lascia capire, talora, che l’unica "follia" razionale, l’unica che faccia giustizia delle apparenti assurdità della vita, conciliandole in una sorta di logica sovra-umana, è la follia della Fede, simboleggiata da una lanternuccia ad olio. Qualcuno continua ancora ad alimentarla, dentro di sé, anche nell’era del progresso e del positivismo: "Il fioco ma placido lume di queste lanternucce desta certo invidia angosciosa in molti di noi; a certi altri, invece, che si credono armati, come tanti Giove, del fulmine domato dalla scienza, e, in luogo di quelle lanternucce, recano in trionfo le lampadine elettriche, ispira una sdegnosa commiserazione". Ma è la lampadina elettrica, simbolo della scienza divinizzata, ad essere, per Pirandello, uno strumento troppo idiota, troppo “fioco”, per esplorare la possibile esistenza di una Verità che salvi.

Pensieri sparsi, sulle chimere e il motu proprio.

-Gli embrioni-chimera sono una mostruosità: perfettamente coerenti con le posizioni del nostro Museo di scienze naturali e la sua mostra sulla Scimmia nuda.

Se siamo solo bestie, perchè non produrre ibridi, tra l’uomo e la bestia? (qui si vede l’attualità di certe nostre battaglie…).

 -Domani entra in vigore il motu proprio con cui il papa riconosce la validità della messa che è stata ascoltata dai nostri genitori, dai nostri nonni, e che è stata celebrata dai grandi santi sacerdoti, da Giovanni Bosco, a Padre Pio… Anzi: padre Pio non volle accettare neppure le prime lievi modifiche alla liturgia fatte ai suoi tempi, prima della riforma del 1970.

Ebbene, per il mondo si tratta di una vittoria della destra. Così sostanzialmente il vaticanista Zizola su L’Adige di ieri.Poveretti questi cattolici che misurano tutto alla luce della politica. Per loro non esiste il bene o il male, il giusto o lo sbagliato, ma la destra, il centro o la sinistra. Per fortuna per i cattolici non tutto si riduce a queste meschine categorie. E’ di destra la messa antica? Non lo so. So che Alessio II patriarca di tutte le Russie ha espresso il suo compiacimento. E gli ortodossi non sono pochi e certo non sono comunisti. Ai protestanti invece il motu proprio non piace: ma i protestanti esistono ancora? Abbandonare riti e canti tradizionali non li ha ridotti a una massa di migliaia e migliaia di sette, ognuna differente? I protestanti sono di destra o di sinistra? Quelli che aspettano la fine del mondo, quelli che considerano il papa l’Anticristo, quelli che credono, come in Svezia, che i ricchi siano benedetti dal Signore, quelli che credono che il denaro sia il premio di Dio, sono di destra o di sinistra?

Non perdiamo tempo con queste categorie: il mondo è un po’ più complesso…La realtà è che la riforma liturgica del 1970 è stata opera di pochi, Annibale Bugnini e la sua commissione. Non fu il Concilio a deciderla, Il popolo non fu contento, e non lo furono gli intellettuali: Guareschi, Montale, Quasimodo, Bassani, Paratore, Del Noce, eDe Chirico e molti altri espressero il loro amore per l’antica liturgia…Sarebbe "progressista" riconoscerlo, a meno che non valga l’antico detto illuminista: tutto per il popolo, nulla attraverso il popolo. Della serie: quello che vuole la gente lo sappiamo noi…

La clonazione e le sue implicazioni filosofiche e teologiche.

“Il cattolicesimo è l’unica religione sulla terra che ha insegnato alle genti che nessun uomo ha diritto sull’uomo, perché ogni autorità viene da Dio”. Così scriveva Donoso Cortes in un passo della sua lettera al cardinal Fornari del 1852. Cortes, che è senza dubbio uno dei più grandi pensatori cattolici moderni, sapeva che non vi è nulla che non sia riconducibile alla teologia. Ogni pensiero, ogni azione, ogni ideologia è in qualche modo frutto di una teologia, di una idea fondativa su cui l’uomo costruisce il suo sguardo sulla realtà. Il panteismo, spiegava molto correttamente, produce il socialismo, mentre il deismo genera il liberalismo. Entrambe queste filosofie, escludendo un Dio personale, che ama direttamente ogni creatura, che giudicherà singolarmente ogni uomo, sfociano nel relativismo. E’ facilissimo constatare oggi, oltre un secolo e mezzo dopo, che Cortes aveva ragione. Ogni violazione della morale naturale si è affermata, in Italia, tramite l’alleanza tra il pensiero socialista e marxista e il pensiero liberale radicale, apparentemente così diversi, in realtà così simili. Ma torniamo alla frase dell’incipit: anch’essa purtroppo sta mostrando la sua veridicità. L’uomo moderno, che considera ogni legge in balia del principio democratico, socialista e liberale, ha legittimato l’arbitrio dell’uomo sull’uomo, con le dittature novecentesche, e poi nel campo dell’etica, con il divorzio, l’aborto e la fecondazione artificiale. Tutto si tiene. Una volta violato il principio, il resto ne deriva automaticamente. La nostra società ha legalizzato l’aborto: legalizzerà l’eutanasia. Ha legittimato la separazione tra sesso e riproduzione, legittimerà a breve anche il matrimonio omosessuale, che è la scissione tra il sesso e il suo fine, oltre che l’espressione evidente di un “diritto dell’uomo sull’uomo”, dal momento che impone ad una creatura indifesa di nascere e crescere al di fuori del contesto naturale e psicologico di cui ha assoluto bisogno. Una violenza, dunque, spacciata per diritto, che ne prepara, coerentemente, un’altra: la clonazione. Quest’ultima infatti, essendo una forma di riproduzione asessuata, non è che la consacrazione assoluta di un principio ormai affermatosi: la già citata scissione, divenuta totale, completa, tra sesso e riproduzione. Dal punto di vista teologico la clonazione è un urlo contro Dio, una bestemmia senza precedenti, dal momento che tenta di negare la creazione dell’uomo da parte Dio, cioè la dipendenza dell’uomo, e la Trinità, e cioè la relazione come aspetto costitutivo dell’essere…tutto in perfetta sintonia col pensiero panteista e deista. Si tratta però, di un tentativo destinato a fallire. Il fallimento è insito nella speranza, infondata teologicamente, di poter creare, di poter infrangere la morte attraverso un tecnica di duplicazione di se stessi, che però non è in grado di riprodurre altro che l’aspetto fisico, l’involucro esterno dell’uomo. Come due gemelli sono geneticamente identici, ma rimangono due persone diverse, così accadrebbe qualora arrivassimo veramente a realizzare processi di clonazione. C’è un quid, l’anima, su cui la tecnica non ha alcun potere. E’ così evidente! Ma non a tutti: i riduzionisti credono che tutto stia nel Dna, e si affannano a ritenere di aver esaurito il mistero della vita tramite la sua decifrazione. Interessante a questo proposito il fatto che il primo manifesto a favore della clonazione, pubblicato nel 1977 e firmato da biologi come Crick e Dawkins e umanisti come Isaiah Berlin, affonda le sue radici nell’evoluzionismo darwiniano, e in particolare nella affermazione riduzionista di Darwin secondo cui non esisterebbe differenza di qualità ma solo di quantità tra l’uomo e l’animale. Recita il manifesto: “Per quel che la scienza può stabilire le capacità umane sembrano diverse per grado, non per tipo, da quelle riscontrabili negli animali superiori. Il ricco repertorio umano di pensieri, sentimenti, aspirazioni sembra derivare da processi elettrochimici del cervello e non da un’anima immateriale…”. Il primo passo, dunque, è ancora teologico: negare l’anima in base ai “sembra”; il secondo, è già la violenza: il concepire un uomo al di fuori della sua originalità e irripetibilità e indipendentemente dalla sua necessità di essere per natura anello di una relazione padre-madre-figlio, che è essenziale e non accidentale. L’ultimo passo è ancora un atto violento: la sperimentazione sull’uomo, per arrivare a produrlo, attraverso l’uccisione di migliaia di creature umane, a cui sono stati tolti, arbitrariamente, modificando nominalisticamente una definizione, i loro diritti. Afferma infatti Lewis Wolpert, professore di biologia a Londra, in occasione del Congresso mondiale per la ricerca scientifica organizzato dal partito radicale italiano nel febbraio 2006: “La mia linea di condotta è che un embrione diventa un essere umano quando può sopravvivere al di fuori dell’utero senza un grande supporto esterno” (Atti, p. 68). E’ a tutti chiara l’assurdità: diverremmo esseri umani, quindi degni di rispetto, solo dopo la nascita, anzi, parecchio tempo dopo, visto che nessun neonato può dirsi autonomo da un “supporto esterno”. E’ così aperta, evidentemente, la strada alla clonazione….
Aveva ragione Nicola Abbagnano a dichiarare: “Quando Dio è stato schiodato dal cielo della trascendenza e negato e dissolto dall’immanenza, sul trono rimasto deserto si è assiso non l’uomo concreto, ma una entità astratta che ha usurpato il suo nome. E’ allora che ogni freno è caduto e che si è aperto il varco all’irrompere nella storia di ogni ignominia”.

E dopo questa vita, al dà dei muri di questo mondo?

Riprto le considerazioni sull’aldilà da me svolte su richiesta di Giuliano Ferrara.

Un giornale quotidiano, di solito, se non è un po’ particolare, è il luogo meno adatto per parlare del dopo, dell’aldilà. Il quotidiano, infatti, è il regno del qui ed ora. E’ nato per questo: per parlare di ieri, di oggi, per influire sulla realtà, immediatamente, subito, senza indugi. La notizia ancora calda è già "compresa", discussa, sviscerata. Se non è più calda è scaduta, non interessa più. Durante la rivoluzione francese nascono circa cinquemila giornali in pochi anni: ognuno vuole dire come costruire il mondo, ognuno ha una idea, una proposta, una promessa politica da fare.

La buona novella è per domani, massimo dopodomani. L’importante è rimboccarsi le maniche, agire nel breve periodo, sconfiggere il nemico, e poi gustare la vittoria, in fretta, come si gusta un pasto veloce, al fast food. Il giornale, diceva Hegel, è la preghiera mattutina del laico: serve a tenerlo ben ben radicato nella terra, nella cronaca, nei fatti, nelle res, senza mai permettergli di spiccare il volo, di liberare lo spirito, di alzare gli occhi al cielo. Di novità in novità, di scoop in scoop, di affermazione in smentita, rimaniamo imbrigliati nelle contingenze, occupata la mente e distratto il cuore.

Viviamo della vita degli altri, delle vicende degli altri, di riflesso, senza penetrare nella nostra vita e nella nostra storia, interamente fuori, aldilà di noi stessi. In fondo tutta la modernità è questa congiura: contro la possibilità di fermarsi a pensare, di assaporare il silenzio, immagine dell’eternità, di rientrare in noi stessi per cercare la voce di Dio, che risuona lì dove non ci sono altri rumori, altri interessi, altre preoccupazioni; che ci parla solo nella quiete, quando i sensi sono placati, quando i desideri e le bramosie mondane sono acquietate da una volontà che si impone e che si afferma.

Oggi la "torma delle cure" ci assale ogni momento, e ogni istante libero è occupato da giornali, televisioni, radio, cellulari e musichette: oltre c’è l’abisso, "il vuoto ad ogni gradino", la paura di cadere, non si sa dove. L’oltre è negato, perché richiede un passo diverso. Viviamo nel culto dell’effimero, nell’ansia delle novità, e difficilmente possiamo pensare a ciò che dura, che rimane, che non scade. Siamo figli del primato fichtiano dell’azione sull’essere: in principio è l’azione, non il Logos. Anche in Chiesa ormai ci spiegano che l’importante non è pregare, o andare a messa, ma "fare del bene al nostro prossimo". Come se fosse facile, riconoscerlo, il nostro prossimo, a volte così "fastidioso", senza pensare all’oltre, senza andare al di là delle apparenze, senza una preghiera pronunciata, a labbra chiuse, per chiedere quella capacità di amare che ci manca. Figli di questo rifiuto del Logos, di questa civiltà dell’agire, non sappiamo neanche più ragionare su ciò che è essenzialmente, eternamente vero, giusto, ingiusto: si sentono le persone trattare dei massimi problemi dell’uomo, dell’essenza umana, e riferirsi non a principi, non a idee, non ai fondamenti, non al cuore della loro esperienza, ma alle legislazioni cangianti di altri paesi, ad usi e abitudini mutevoli, a luoghi comuni. La famiglia? Non si indaga neppure cosa essa sia. Si dice semplicemente: bisogna adattarsi ai tempi…in Europa fanno così, i tempi cambiano…faccia ognuno come vuole…

Se solo la parola Verità compare sulle labbra di qualcuno, tutti si spaventano, come fosse qualcosa di troppo aspro, di troppo duro, di troppo eterno. Così anche la parola morte sembra eccessivamente crudele, difficile, impopolare. Personalmente, invece, mi diverto talora a scherzare sulla morte, "sorella nostra morte corporale", sfidando i tabù dominanti: ne parlo per vedere le reazioni, e le paure. Paure di chi abita su questa terra come cittadino di questa terra, come se fosse una dimora perenne, da addobbare e da sistemare per sempre, da non lasciare mai.

E invece qui, su questa terra, ci stiamo poche ore. "Questa vita mortal che ‘n una o ‘n due brevi e notturne ore trapassa": così scriveva il Della Casa, l’uomo del Galateo e delle belle maniere. "La vita fugge, et non s’ arresta un’ora/ et la morte viene dietro a gran giornate,/ et le cose presenti et le passate/ mi danno guerra, et le future ancora": questo invece è il buon Francesco Patrarca, il poeta che si innamora di Laura e dell’alloro, delle cose che svaniscono, e che medita nello stesso tempo su come "tutto al mondo passa, e quasi orma non lassa". La nostra letteratura è piena di riflessioni sulla morte: da "Quando t’aliegre, omo d’altura", di Jacopone da Todi, in cui si invita il superbo ad umiliarsi, osservando un cadavere, sino a "Quid est homo?", del Sempronio: "E’ fior, che nell’april nasce e languisce; è balen, che nell’aria arde e trapassa; è fumo, che nel ciel s’alza e svanisce".

Ma non è vero che solo i cristiani hanno sviluppato un’ampia riflessione sulla morte, come accusavano gli illuministi, che la morte la mettevano tra parentesi, per non rovinare le loro costruzioni filosofiche, per non dover fare i conti col mistero e col giudizio finale. Seneca ricordava spesso che "moriamo un poco ogni giorno" (Cotidie morimur) e che nasciamo diversi ma moriamo uguali (Impares nascimur, pares morimur). E Orazio diceva che la morte eguaglia gli scettri alle zappe (Sceptra ligonibus aequat). Egualmente la letteratura e la filosofia greca ci tramandano riflessioni ed exempla sulla morte molto significativi. Si racconta ad esempio che Diogene stesse cercando qualcosa, tutto affannato, tra un insieme di cadaveri. Alessandro Magno gli chiese cosa facesse e lui rispose che cercava il teschio di suo padre, il re Filippo, ma che non sapeva distinguerlo tra tutti gli altri: "Mostramelo tu, se sai". Sì, benché oggi si preferisca ignorarlo, qui non ci staremo per sempre.

Questa è la realtà, una realtà che non spaventa chi crede nel dopo. Una realtà su cui riflettere, perché il pensiero dell’aldilà è sempre stato considerato il miglior antidoto alla venerazione degli idoli del potere, della fama, della ricchezza. Idoli che ci precludono l’aldilà, che rendono corto e piccino il nostro sguardo, triste, inutile, tormentata, anche la vita su questa terra. Idoli a causa dei quali barattiamo l’infinito con il finito, l’eternità con il tempo, i piaceri con la Felicità. Nella famosa lettera a Diogneto, in cui si descrivono le peculiarità dei cristiani, si legge: "Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini, ma sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera".

Sì, per credere nell’aldilà bisogna vivere un paradosso: un ottimismo incrollabile, una fiducia assoluta, e, insieme, una chiara idea del nostro essere pellegrini, di passaggio, in esilio in una patria non nostra. Amore per ogni patria, dunque, e desiderio intenso dell’unica patria vera. Lo stesso paradosso di Gesù, che ci dice di aver offerto la sua vita per il mondo, pur non essendo del mondo. Scriveva Sant’Agostino: "Nelle tenebre di questa vita, dunque, nelle quali ci aggiriamo come in esilio lontani dal Signore, finchè camminiamo col sostegno della Fede, non di una visione diretta, l’anima del cristiano deve ritenersi derelitta, affinchè non cessi di pregare e di fissare l’occhio della fede sulla parola delle divine e sante scritture come su di una lampada posta in un luogo tenebroso, finchè non risplenda il giorno e la stella mattutina sorga nei nostri cuori…Allora, dopo la morte, sarà la vera vita e, dopo l’abbandono, la consolazione vera: quella vita strapperà alla morte la nostra anima, quella consolazione libererà i nostri occhi dalle lacrime…giacchè là non vi sarà più l’attesa di un bene promesso, ma la contemplazione di un bene dato".

E W. F. Schlegel, qualche centinaio di anni più tardi: "Presso i Greci la natura umana bastava a se stessa, non presentiva alcun vuoto, e si contentava d’aspirare al genere di perfezione che le sue proprie forze possono realmente farle conseguire. Ma quanto a noi, una più alta dottrina ci insegna che il genere umano, avendo perduto per un gran fallo il posto che gli era stato originariamente destinato, non ha sulla terra altro fine che di recuperarlo; al che tuttavia non può giungere, s’egli resta abbandonato a se stesso. La religione sensuale dei greci non prometteva che beni esteriori e temporali: l’immortalità, seppur vi credevano, non era da essi che appena appena scorta in lontananza, come un’ombra, come un leggier sogno che altro non presentava se non una languida immagine della vita, e spariva dinanzi alla sua luce sfolgorante. Sotto il punto cristiano, tutto è precisamente l’opposto: la contemplazione dell’infinito ha rivelato il nulla di tutto ciò che ha dei limiti; la vita presente si è sepolta nella notte; e sol di là dalla tomba risplende l’interminabile giorno dell’esistenza reale… E perciò la poesia degli antichi era quella del godimento; la nostra è quella del desiderio; l’una si restringeva al presente, l’altra si libra tra la ricordanza del passato e il presentimento dell’avvenire". In esilio, dunque: cioè in attesa di "cieli nuovi e terra nuova", di una partenza, sempre con i bagagli pronti, con la speranza di un futuro diverso, di un completamento dei nostri desideri di Felicità, di Bene, di Giustizia, di Bellezza, così spesso conculcati su questa terra. "Tristi", dunque, per la consapevolezza di un bene assente, ma non disperati, come se questo bene non esistesse per nulla.

Dove sta allora l’ottimismo cristiano? Per il cristiano l’uomo non è un parassita, né una scimmia, nè il cancro dell’universo, né materia che si trasforma, né figlio del caso, né semplice componente di una razza o di una classe sociale: qui sta il suo umanesimo. Per lui ogni momento vissuto, ogni incontro fatto, ogni azione compiuta ha una risonanza eterna, proprio a causa dell’aldilà: cioè nulla va perso, nulla è inutile, nessuna parola buona, nessun sorriso, nessun sacrificio, nessun pianto è sprecato. Gli alunni che ho conosciuto, e che ho salutato a fatica, gli amici che ho incontrato e che poi ho perso, le persone con cui si sono condivise storie e pensieri, ritorneranno tutti, in un abbraccio universale. Sulla maglietta di una mia alunna di quinta, che forse non rivedrò più, quaggiù, ho scritto: "Finisce una storia, ne inizia un’altra: ma nulla si perde di ciò che abbiamo vissuto". Lo può scrivere chi crede nell’aldilà: non oso pensare cosa proverei, quale sarebbe la mia desolante malinconia, se non fossi sicuro di questo.

Ogni mio capello è contato, ogni capello dei miei fratelli è guardato e vegliato da Dio stesso. Non c’è ottimismo più grande, non c’è tranquillità, serenità, certezza più splendida di questa. Di essa hanno vissuto i santi, cittadini di questa terra più di ogni altro, pellegrini di passaggio, senza sandali né bisaccia, più di ogni altro. Per questo, dopo di loro, io so che non andrà buttato nulla, che potrò fermarmi a ricordare, tra venti o quarant’anni, le cose fatte e le persone incontrate, senza che la malinconia diventi disperazione, senza che il velo di tristezza che accompagna ogni fine, ogni evento svanito, ogni limite, diventi domanda inevasa di significato, rabbia, rancore, senso di impotenza. Solo con i piedi ben piantati nell’aldilà, che è già qui, "ora e non ancora", possiamo amare tranquillamente e per sempre i nostri genitori, i nostri amici, nostra moglie e i nostri figli. Solo così non dovremo mai pensarla come Zeno Cosini, ne "La Coscienza di Zeno", quando, parlando della moglie, dice: "Essa sapeva che tutti dovevamo morire, ma ciò non toglieva che ormai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non si intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per una altro infinito tempo". Al contrario, ragionare in termini di eternità, sapersi da sempre e per sempre nella mente e nel cuore di Dio, ridona senso alle cose e agli eventi, e nello stesso tempo li colloca tutti nella giusta prospettiva: non c’è ansia, agitazione, premura, in chi vede ogni fatto alla luce dell’eternità.

Ognuno di quei problemi che attanagliano e angustiano chi limita la sua vita a se stesso e al tempo presente, si ridimensiona, se osservato con occhio spirituale, con la consapevolezza dell’aldilà. L’unico grande problema che rimane è quello di essere pronti, al momento della morte. Per questo i nostri padri, che erano stati educati fin da bambini, anche nella liturgia, a considerarsi polvere, paradossalmente polvere e immortalità, pregavano come l’uomo d’oggi non farebbe più: "A improvvisa et subitanea morte libera nos Domine". Liberaci Signore dalla morte improvvisa e subitanea. La morte è dunque bene guardarla in faccia, prepararla, viverla sino alla fine, come un momento stesso della vita, un momento di passaggio. Solo la "morte secunda" può farci male.

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