I crepuscolari e la modernità.

Se il poeta è colui che porta alla luce, dall’abisso dell’interiorità, ciò che di più essenziale, di più umano vi è in noi, egli non può fare a meno di parlare di Dio. Non gli è possibile. Non sarebbe vero poeta. Sarebbe, al più, un abile verseggiatore, o un venditore di illusioni.

La poesia moderna, umanista, inizia con Petrarca: l’uomo che ama, di un amore troppo carnale, Laura, e l’alloro, la fama e l’onore mondani, alla fine torna a Dio, insoddisfatto, chè la vita gli mostra ogni istante che "quanto piace al mondo è breve sogno". Nel secolo passato, della decadenza, dell’ateismo e del sangue, i costruttori della felicità politica non sono mai poeti: al contrario, giornalisti, saggisti, polemisti…

Scrivono il Mein Kampf, editoriali della Pravda o del Popolo d’Italia, il libretto rosso, esattamente come gli illuministi producevano saggi, enciclopedie, utopie, ma poca poesia e poca arte. Amore, vita, morte, felicità, le uniche cose che contano, vengono accantonate: si discute di economia, rivoluzione, potere… L’orizzonte è sempre e solo terreno, come se Dio, il Mistero, non ci fosse; come se loro stessi fossero Dio. I veri poeti no. Per loro, se Dio non c’è, è finita: regna l’assurdo. Vivono magari nella stessa temperie culturale, prostrati dallo stesso nichilismo, dal medesimo dubbio, dei loro contemporanei, ma non si lasciano comprare da un senso religioso, quello ideologico, adulterato e fasullo, né da speranze meramente terrene. Pensiamo a Leopardi: le "magnifiche sorti e progressive" dell’illuminismo suscitano in lui un profondo disprezzo. Aspira a "interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete", all’infinito del mare… I suoi sono "desideri infiniti", cui cerca una soddisfazione mondana, ma rendendosi sempre conto che non basta. Leopardi aspira a Dio, e lo rifiuta, ma non sostituisce mai, all’Eterno, né se stesso, né il mondo. Per lui infatti "il fine dell’uomo, il suo sommo bene, la sua felicità non esistono"; eppure il cuore "cerca e cercherà sempre sommamente ed unicamente queste cose" (Zibaldone). Leopardi, come scrive Divo Barsotti, "non vive che per domandar conto di sé, per chiedere la ragione della sua vita". Alza gli occhi alla luna, e li abbassa alla terra, e poi di nuovo, di continuo. E’ imbevuto di filosofie atee, sensiste, ma non cessa mai di inquietarsi. Non si rassegna ad essere materia inerte, senza scopo. Non lo farebbe neppure se qualcuno gli spiegasse, "scientificamente", che è solo un "refuso" della natura, un evento "casuale", un animale "evoluto".

Così è il cuore: se Dio non c’è, tutto perde significato, e rimane solo "l’infinita vanità del tutto". Per questo tante volte in Leopardi "l’infelicità si fa parola di accusa come in Giobbe, ma più spesso, forse, inconsapevole e segreta preghiera": "Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai?". Qualcosa di simile accade anche ai crepuscolari, all’inizio del Novecento. Le promesse e i dogmi del positivismo, l’esaltazione del futurismo, l’interventismo messianico, la religione nazionalista, il nascente contrapporsi tra rossi e neri, sono per loro, da subito, vano agitarsi di sciocchi: a nessuna di queste speranze, da poco, si aggrappano per trovare la salvezza, quella vera. I poveri e tristi crepuscolari vedono spesso molto più in là di tanti contemporanei, osservano disincantati la malattia del secolo, lo smarrirsi dell’uomo: "non so che triste affanno mi consumi/ sono malato e nei miei dì peggiori". Sono versi di Guido Gozzano, il poeta che ha bevuto il "veleno dannunziano": si è nutrito del superomismo, dei versi altisonanti, senza contenuto, puro colore e suono, usciti dalla penna e non dal cuore di D’Annunzio, e ha sognato per sé amori straordinari, "attrici e principesse".

Ma si è accorto che questo desiderio di costruirsi una vita "divina", di essere ad un tempo il popolo che attende ed il Messia che salva, di creare con le parole una splendida cornice al vuoto di significato, inaridisce il cuore e la mente: porta ad una "vita sterile, di sogno", alla delusione più cocente. Sono tristi, questi poveri crepuscolari, che ci parlano spesso di candele consunte, di conventi, di vecchie suore e di chiese buie e deserte. Riconoscono il crepuscolo, anche quello della fede, e ripetono, come Leopardi, la domanda essenziale: "Ed io che sono?". Consapevoli del vuoto, chiedono, come Sergio Corazzini: "perché tu mi dici poeta?". Non aver niente da dire, su di sé e sul mondo, di certo, di vero, di bello: questo è il loro cruccio, la consapevolezza che senza Dio ogni passo è perduto, ogni parola inutile.

IL NEOSPIRITUALISMO. L’ALTRA FACCIA DELLA MODERNITA’

Questo saggio è il tentativo di inquadrare un fenomeno, quello del neospiritualismo e dell’occultismo moderni, che attraversa come un filo rosso la parabola storica della modernità, e che, anche in tempi recenti, non smette di manifestarsi periodicamente a livello di massa -si ricordi, in tal senso, “l’esplosione” della cosiddetta New Age a partire dagli anni ’90 e la recentissima fascinazione indotta dal romanzo Il Codice Da Vinci.

Il saggio si divide in tre parti: una prima, in cui si analizza il fenomeno del neospiritualismo moderno a partire dalle sue caratteristiche fondamentali; una seconda, in cui si configura una sorta di “storia parallela” degli ultimi secoli sulla scia delle fascinazioni occultiste e spiritualiste che inondano l’Occidente a partire dalla cosiddetta “Età dei Lumi”; una terza e ultima parte, infine, che affronta il tema complesso, e per certi versi spinoso, del rapporto e dell’incontro/scontro tra la cultura neospiritualista e il mondo cattolico. Nella prima parte del saggio si analizza il neospiritualismo in quelle caratteristiche comuni che, pur nell’apparente eterogeneità, sembrano farne un fenomeno sostanzialmente unitario. Queste caratteristiche sono: – Il relativismo e il soggettivismo: che configurano il neospiritualismo come un fenomeno profondamente contestualizzato alla modernità e perfettamente adattabile a quell’atmosfera post-moderna che tende a negare valore a qualsiasi verità definita, sia essa religiosa, filosofica o scientifica.

Il neospiritualismo, in effetti, si configura come una ricerca solipsistica di prospettive “altre” che siano però svincolate da qualsivoglia autorità, in un costante rifiuto della tradizione, prima fra tutte quella cristiana e cattolica. Da questo punto di vista, peraltro, la cultura neospiritualista e occultista sembra avere, in prospettiva, molte più chances di successo rispetto al vecchio, e sinceramente datato, materialismo classico, il cui declino sembra essere iniziato già da alcuni decenni.

 – La confusione tra psichico e spirituale: presente in tutti i filoni dello spiritualismo moderno -spiritismo, New Age, ufologia, parapsicologia- è quell’atteggiamento culturale che tende ad attribuire un’importanza spropositata all’aspetto “fenomenico” -dimensione del paranormale- o alla sfera emotiva; identificando arbitrariamente il “cammino spirituale” con il raggiungimento di stati alterati di coscienza e/o di spettacolari “effetti”.

– La perdita del senso di discernimento: che è una diretta conseguenza della confusione tra psichico e spirituale e del soggettivismo culturale. Nella seconda parte del saggio, la più corposa e accattivante, si ripercorre storicamente la modernità a partire dal filo rosso rappresentato dalle fascinazioni culturali spiritualiste e occultiste. Queste tendenze, in effetti, hanno avuto un’importanza straordinaria nell’elaborazione della mentalità moderna e delle principali ideologie che hanno dominato la scena degli ultimi secoli: un ruolo questo generalmente misconosciuto eppure innegabile. Il percorso storico si snoda attraverso i principali filoni occultisti e spiritualisti apparsi nella modernità, che sono:

– L’occultismo di tendenza massonica: sorto nell’Età dei Lumi sotto l’impulso combinato delle suggestioni esotericheggianti d’eredità rosacruciana e del soggettivismo del “libero esame” presente nel DNA della cultura protestante. E’ nel chiuso delle logge massoniche, in effetti, che si elaborano tutti i filoni culturali e ideologici della modernità, non esclusi quelli di tipo occultista.

 – Lo spiritismo: fenomeno contraddistinto da un relativismo assoluto nei metodi e nella filosofia di fondo e che, nato negli Stati Uniti, si diffonde in tutto l’Occidente affascinando gran parte del mondo culturale e scientifico dell’età del positivismo.

– Il neospiritualismo di tipo “orientalista”: in cui una rilettura spesso fortemente arbitraria delle tradizioni spirituali dell’Oriente -vedi, su tutti, l’equivoco della cosiddetta reincarnazione- porta alla nascita di infiniti filoni e di gruppi occulti su cui spicca la Società Teosofica fondata da Madame Blavatsky, ispiratrice di fatto dell’odierna New Age. – Il neopaganesimo: di cui sono ben note le ricadute politiche nel nazional-socialismo tedesco, ma anche in ampi settori dell’ecologismo e del femminismo contemporanei.

 – Il filone ufologico: che, a partire dal culto dei cosiddetti “fenomeni Ufo”, elabora una vera e propria teologia-pop di cui fanno parte, tra l’altro, le innumerevoli interpretazioni “in chiave extraterrestre” dei Libri Sacri delle varie religioni. – Il“culto dell’oscurità”: che ha nel satanismo propriamente detto la manifestazione più folkloristica e spettacolare, ma che innerva settori consistenti della cultura contemporanea, da certe scuole psicanalitiche alla “cultura della droga”, da alcuni fenomeni musicali alla cosiddetta “cultura-pop”.

– Il legame tra occultismo e potere: che si manifesta, con un’inquietante continuità, nella storia degli ultimi secoli, per tramite dei poteri massonici e delle tante “società segrete” che affollano le “stanze dei bottoni” del potere mondiale. La terza e ultima parte del saggio, infine, affronta il tema complesso del rapporto tra Cattolicesimo e neospiritualismo: un neospiritualismo che -bisogna pur riconoscerlo- si configura, spesso come una risposta diretta a quella piaga della secolarizzazione e desacralizzazione che investe non da ieri la cultura cristiana e cattolica, e che ha spesso svuotato il messaggio evangelico della sua forza e del suo fascino sovrannaturale, riducendo l’annuncio cristiano a mero umanitarismo o ad esangue moralismo. Gianluca Marletta, ,IL NEOSPIRITUALISMO. L’ALTRA FACCIA DELLA MODERNITA’ Ed. Il Cerchio, Rimini 2006 (recensione a cura di Marletta stesso, su mia richiesta)

Richard Dawkins: l’ateismo non consegue necessariamente all’evoluzionismo. II puntata

Il secondo inganno metodologico di Dawkins, il più furbescamente perseguito, è quello di voler presentare il darwinismo come la soluzione di ogni interrogativo sull’esistenza del creato, dell’ordine, dell’armonia e della bellezza della natura.

Anzitutto Dawkins tenta di proporre come un dogma che l’ateismo consegua necessariamente, storicamente e logicamente al darwinismo. Se il darwinismo è vero, ci dice più volte, Dio non esiste, di Lui non c’è necessità, tutto è spiegabile altrimenti. In realtà una simile affermazione è solamente sua! Infatti ogni evoluzione, la più casuale possibile, esige qualcosa che evolva, e quindi non si autofonda e non si autogiustifica: prima di poter evolvere, qualcosa deve esistere. Dawkins sa benissimo, con i suoi ragionamenti, di andare al di là del pensiero evoluzionista, e ammette che il famoso "mastino di Darwin", e suo grande amico, Thomas Huxley, è colui che ha introdotto il termine "agnostico", proprio per mettere in chiaro che le sue credenze in campo biologico non portavano necessariamente ad una posizione filosofica, né teista né atea.

Sappiamo anche che Darwin stesso, dopo aver citato il "Creatore", nel suo L’Origine delle specie", utilizzò proprio il termine "agnostico" per definire anche se stesso. E conosciamo bene dalla storia e da innumerevoli testimonianze che la crisi di fede di Darwin fu dovuta soprattutto alla morte di sua figlia Anna, in tenera età, un evento che lo sconvolse e che lo portò spesso a ragionamenti pessimistici di tipo gnostico. Ciononostante Darwin stesso non arrivò mai a teorizzare, a sostenere da naturalista l’esistenza o l’inesistenza di Dio. Anzi, nel 1879, mentre lavorava alla sua "Autobiografia", ebbe a scrivere: "Il mio giudizio è spesso fluttuante… e persino nelle mie fluttuazioni più estreme non sono mai stato ateo nel senso di negare Dio. Credo che in generale, ma non sempre, la mia posizione possa essere descritta più appropriatamente con il termine agnostico".

Inoltre Dawkins dovrebbe sapere che un evoluzionista un po’ più famoso di lui, il naturalista Alfred Russel Wallace, colui che propose, come scrive il suo amico Darwin, "esattamente la mia teoria" (Autobiografia), negli stessi anni, e identificò nella selezione naturale la causa dell’evoluzione, non si rassegnò mai all’idea che l’uomo fosse una semplice evoluzione della bestia, ed affermò sempre, al contrario, l’alterità tra l’uomo e l’animale, in nome della superiorità dello spirito sulla materia. In un’epoca di sempre maggior ateismo, Wallace, che dall’ateismo materialista proveniva, definendosi un "perfetto scettico filosofico", giunse persino a pratiche spiritistiche (insieme a madame Curie, Conan Doyle, Lombroso ecc….) pur di toccare "sperimentalmente" l’esistenza di una dimensione soprannaturale che gli pareva indispensabile. Wallace, come ricorda Giacomo Scarpelli nel suo "Il cranio di cristallo" (Bollati Boringhieri), "ipotizzava che la nostra specie si fosse sviluppata sotto il controllo di un ente trascendente, di natura divina". Scriveva infatti: "Un’intelligenza superiore ha guidato lo sviluppo dell’uomo in una direzione definita e per uno scopo speciale, proprio come l’uomo guida lo sviluppo di molte forme animali e vegetali".

Così la penseranno anche altri scienziati favorevoli ad un’ evoluzione finalizzata, e quindi aperta all’anima immortale e a Dio, talora veri e proprio pionieri e apostoli dell’evoluzionismo, come gli amici di Darwin e Wallace, il geologo Charles Lyell, che aveva per molti aspetti preparato il terreno alla teoria della selezione naturale di Darwin, e l’astronomo J. Herschel, per il quale "mente, piano e disegno provvidenziali escludevano qualsiasi accidentale concausa di atomi" (Scarpelli); il botanico George Henslow e il biologo St. George Mivart, ex allievo di Huxley e sostenitore di Wallace; l’italiano Filippo De Filippi, uno dei primi a portare "L’origine della specie" nel nostro paese, e Robert Chambers, "antesignano dell’evoluzionismo inglese", il quale sottolineava che in noi "esistono qualità psichiche esclusive e astratte, come la ragione, la speranza e soprattutto la disposizione ad adorare un ente supremo"; più avanti nel tempo il biologo italiano Daniele Rosa, il celebre scienziato francese Lecomte de Nouy, il biologo statunitense Edmund W. Sinnott, il gesuita Vittorio Marcozzi e tantissimi altri.

 Su Wallace si potrebbero dire infinite cose, che non si capisce come mai vengano sempre taciute, pur comparendo il suo nome in tutti i manuali di biologia accanto a quello di Darwin. Ho qui di fronte a me, per esempio, "I miracoli ed il moderno spiritismo" (Società editrice Partenopea), un suo testo in cui parlando della selezione naturale, da lui teorizzata, è bene ribadirlo, in accordo e in contemporanea a Darwin, scrive che però "non ivi è la causa onnipotente, assolutamente bastevole, unica, dello sviluppo delle forme organiche". Esiste poi un altro suo scritto, "Il darwinismo applicato all’uomo", in cui Wallace nega che si siano sviluppate per selezione naturale la natura morale e intellettuale dell’uomo, e le sue facoltà matematiche, musicali ed artistiche, che insieme alla capacità filosofica, di astrazione e alla possibilità di "concepire l’eterno e l’infinito", "non possono essersi generate dalla mera selezione biologica, la quale può puntare solo sull’immediato benessere dell’individuo e della specie" (Scarpelli, p.50). Affermava inoltre la sua "fiducia che l’immane labirinto dell’essere, che vediamo estendersi ovunque intorno a noi, non sia senza un piano"; e ancora: "la teoria darwiniana ancorchè spinta alla sua estrema conclusione logica, nonchè opporsi ci offre un valido appoggio alla credenza nella natura spirituale dell’uomo".

Gianfranco Fini: ovvero del camaleonte

Il buon Gianfranco Fini ha sette vite…dopo la decadenza degli ultimi tempi, dopo l’uscita di Storace, che ha tutti i difetti del mondo ma almeno ha un po’ di cuore, Fini sembrava in caduta libera…ora è dato in risalita. Perchè? Chi può fidarsi di un uomo che dice e disdice, poche ore più tardi? Chi può credere ad uno che ora fa il duro con gli immigrati, e quando era al governo non ha fatto letteralmente nulla? Uno che ha spiegato per mesi che l’embrione è sacro, e poi dinanzi al referendum ha cambiato idea, senza giustificarlo, perchè i media tiravano da quella…uno che ha definito quel colabrodo della 194 la miglior legge d’Italia…uno che ha detto che metterebbe il Corano nelle scuole, e che darebbe il voto agli extracomunitari, e dopo averlo detto, ovviamente, non ha fatto nulla…uno che se parla di politica estera sembra il duce redivivo, alla ricerca dell’impero, invece sa forse cosa pensa oggi ma non cosa penserà domani… Uno che elogiava Mussolini come grande statista (!), e che poi invece è giunto all’assurdo di definire il fascismo il “male assoluto”, come se non fosse, secondo tutti gli storici, l’unico dei totalitarismi ad essere “imperfetto”…Uno che urla un giorno sì e uno no contro la droga, e ha fatto una legge alla fine della legislatura, consapevole che non sarebbe mai entrata veramente in vigore…e poi ha spiegato, per essere simpatico, di aver fumato anche lui lo spinello…uno che parla di meritocrazia a scuola, e poi abbiamo dovuto aspettare Fioroni per avere un minimo di serietà (cioè buttare a mare parte delle riforme del sinistro Berlinguer)….Ci vorrebbe Grillo, che è più cattivo…di Machiavelli ne abbiamo abbastanza….

Halloween e il gusto della magia.

L’uomo, in quanto animale religioso, ha bisogno di segni: di sacerdoti vestiti da sacerdoti, di chiese che sembrino luoghi sacri, e non teatri; di inginocchiatoi, e non di non sedie, per confessare i propri peccati, di giorni festivi che siano diversi da quelli feriali…

Un’esigenza, quest’ultima, testimoniata in ogni epoca, anche in quella del secolarismo: i rivoluzionari francesi aboliscono le festività sacre, ma le sostituiscono con ricorrenze naturalistiche; i positivisti alla Comte propongono di celebrare la memoria degli scienziati al posto di quella dei martiri, mentre i risorgimentali alla De Amicis vorrebbero sostituire San Pietro e san Paolo con Mazzini e Garibaldi…nessuno, insomma, vuole stare senza niente. I sistemi totalitari faranno qualcosa di analogo, essendo, in ultima analisi, surrogati dell’ esperienza religiosa. E oggi? Oggi feste antiche, come Halloween, ricorrenza celtica, prima cristianizzata e poi spogliata del suo significato originario, mobilitano all’improvviso, in pochi anni, milioni di persone, e di euro. Un tempo, in occasione di questa festa, si ricordavano i propri cari e ci si sentiva vicini a loro, con un legame di comunione spirituale. In Sicilia ci sono zone in cui i morti portano i doni ai bambini; in Romagna "tutti si alzavano di buon’ora e i letti erano lasciati per il riposo degli antenati". In altre regioni "si usava fare una questua per i poveri, raccogliendo pane e farina", mentre a Bergamo si preparavano "grandi pentole colme di una speciale minestra d’orzo che veniva caritatevolmente distribuita ai poveri". Dovunque era festa, e i defunti, tornando nella loro casa, dovevano trovare calore, cibo e ristoro (Paolo Gulisano, "La notte delle zucche", Ancora).

Tutti modi, già pagani e poi cristiani, per affermare che la morte non è l’ultima parola, che l’uomo ha una natura immortale, e che la morte è stata sconfitta: "Dove è, o Morte, la tua vittoria? Dove è, o Morte, il tuo pungiglione?". Oggi, invece, Halloween è un’altra faccenda: i morti, purtroppo, sembrano morti per sempre, e possono tornare solo come figure mostruose, come zombie, come comparse in un film d’orrore, fatto di streghe, pipistrelli, gatti neri e scheletri spaventosi. Nasce così una festa commerciale, per stressati che si divertono un po’ con giochi strani e zucche vuote, un revival di antichità pagane, una notte in cui dedicarsi ai tarocchi, o a qualche rito più o meno tenebroso. Le associazioni contro la vivisezione, infatti, si mobilitano per "evitare sacrifici di animali per riti satanici": monitorano, di notte, i canili e le colonie feline… Per fortuna non siamo ai tempi dei celti, quando i druidi, come racconta Cesare, sacrificavano gli uomini, incendiandoli dopo averli chiusi in colossali figure umane intessute di vimini. Eppure qualche mamma, in certe grandi città dell’America o dell’Inghilterra, preferisce tenere a casa i figli più piccoli per evitare sorprese. Si teme forse che i tempi pagani di Medea, o di Canidia, la strega di Orazio che sacrificava fanciulli, possano riapparire, insieme alle Baccanti, che si ubriacavano nelle orge, sbattevano indiavolate i tirsi sui tamburi, e finivano poi per uccidere animali o bambini: in fondo, certi locali notturni, e certa "musica di Satana", intessuta di messaggi subliminali, di inviti al suicidio, alla droga e al satanismo, sono forse peggio delle antiche cerimonie bacchiche.

E’ curioso come un’epoca che non crede al demonio, ami poi così tanto i suoi segni: penso alla simbologie di certi gruppi rock o metal, ad alcune riviste di magia per fanciulli, al gusto per l’occulto di tanti giovani…(Walter Salin, "Il canto di satana", Fede & Cultura). Bisogna infine ricordare che a lanciare Halloween come festa dell’horror contribuì un film del 1978, "Halloween, la notte delle streghe", in cui un pazzo indemoniato, tale Michel Myers, si scatena, nella notte del 31 ottobre, uccidendo e compiendo mostruosità di ogni genere. Nella filastrocca all’inizio del film si parla di "malocchio e gatti neri, malefici misteri/il grido di un bambino bruciato nel camino….". Quella dei sacrifici è una vecchia mania della stregoneria di ogni tempo, che troviamo anche nella recente storia, lorda di sangue, delle "bestie di Satana" di Varese. Nel diario di una affiliata, Chiara, poi sacrificata dal suo gruppo, insieme al fidanzato, si legge: "Sinuosa e bella come una pantera….luce mia, dolce strega, in un bosco circondata sei da candele, e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Siamo certi che Halloween sia solo "dolcetto-scherzetto"?

Lorenzo Dellai: benefattore delle missioni?

Recentemente ho letto sui giornali locali una lettera di Lorenzo Dellai, presidente della nostra Provincia, in cui vantava gli aiuti della sua giunta, i “suoi” aiuti, alle missioni e al Terzo Mondo. Sono rimasto molto male: va bene che la nostra Provincia spende e spande a destra e sinistra, con grande generosità, come decine e decine di piccoli scandali, sempre adeguatamente silenziati, hanno dimostrato, ma anche fingersi paladini dei poveri e del Terzo Mondo, mi è sembrato troppo!

Un insulto, per quei poveri, e per quei trentini che vedono sempre di più i loro soldi utilizzati per manifestazioni e inziative che portano acqua al mulino del potere, e poco altro…. Forse ci vorrebbe un Beppe Grillo trentino, un grillo parlante, che inziasse a fare le pulci alla nostra classe politica, così abile, per la verità, se la politica di cui si parla è quella machiavellica.

Mi limito qui a riportare un brano segnalatomi da un amico e tratto da un vecchio libro di Piergiorgio Cattani, persona ben conosciuta a Trento, stimata per la sua capacità di essere di parte, ma non fazioso, con sincerità insomma. Cattani è stato cofondatore del PPI trentino, poi confluito nella Civica Margherita. Inosmma un testimone. Il suo libro è intitolato “Ho un sogno popolare. Il racconto di una esperienza politica in trentino tra il PPi e la Margherita” (Ancora).

Ne riporto un brano: In questi anni ho conosciuto Lorenzo Dellai, dal quale non si può prescindere, poichè solo lui è stato il vero motore di tutte le vicende politiche trentine di questo periodo…in verità sono venuto a contatto e ho creduto al mito Dellai…purtroppo nel corso del tempo e sotto i colpi delle reali consuetudini, per alcuni, me compreso, questo mito è crollato e le illusioni sono svanite…Oggi esiste già una storia ufficiale della Margherita (consultabile sul sito internet almeno sino al novembre 2001), in cui…vengono esaltate le grandi intuizioni del fondatore, soprattutto le meravigliose novità, mai viste prima, di metodo e di prassi: i cittadini riscopriono l’impegno, tutta la ‘comunità trentina fu coinvolta nell’elaborazione e nell’integrazione del progetto e dei contenuti programmatici’, i candidati vennero ‘selezionati nell’ambito di momenti aperti di confronto’…Qualcosa di epocale era nato, la Civica Margherita ebbe ‘l’effetto di modificare radicalmente, e probabilmente in maniera irreversibile il rapporto tra politica e cittadinanza’…Questa mitologica ricostruzione contrasta apertamente con la realtà dei fatti e soprattutto con quanto ho potuto sperimentare di persona. La falsità più evidente si coglie nella modalità della scelta delle candidature in cui non solo non si attuò qualsiasi tipo di elezione primaria, ma, quel che è peggio, esse vennero decise attraverso le solite procedure. L’obiettivo finale era quello di raccogliere il maggior numero di voti e meglio distribuiti su tutto il territorio, a prescindere dalla compattezza ideale e programmatica della squadra…Il futuro candidato o fa parte della cerchia del capo, o dispone di voti propri (come per esempio un sindaco…) o custodisce qualche ingombrante segreto, o è pronto a esibire contanti, oppure deve farsi avanti a minacce, spintoni, appoggi e quant’altro. Chi magari ha qualche competenza, ma è fuori dal gioco, non può sognarsi di avere ambizioni, chi è intelligente ma contraddice il capo, non è adatto. Chi è giovane e quindi dispone di un esiguo numero di voti, è invitato e quasi costretto a legarsi a un potente ed aspettare il proprio turno… Mi stavo accorgendo che Dellai e i suoi accoliti, vinti da una sorta di delirio di onnipotenza e di presupponenza, si infastidivano per ogni tipo di confronto democratico, sicuri come erano di poter dare lezioni di politica a tutti….Con orrore una volta ci accorgemmo di essere capitati in un’allegra brigata di dipendenti dell’Azienda Margherita: segretari particolari, assitenti del gruppo consigliare, ingegneri decorati con decine di appalti pubblici, consiglieri di amministrazione di vari Enti e portaborse vari in attesa di una qualifica o di un premio, passato alla storia come ‘premio Margherita’….

Giuda e la Maddalena, riprende l’attività di Libertà e persona.

Il 19 ottobre riprende l’attività culturale dell’associazione "Libertà e persona", con un incontro che avrà come protagonisti Marco Fasol e Rosanna Ghedina, presso i Salesiani di Trento, alle ore 20.30.

Il titolo dell’incontro, "Tra codici e inchieste, il vero volto di Giuda e della Maddalena", allude chiaramente alla volontà degli organizzatori di fare le pulci alle visoni distorte, filologicamente e storicamente, introdotte dal celebre romanzo "Il codice da Vinci" e dall’Inchiesta su Gesù di Augias e Pesce. Fasol e Ghedina non sono né romanzieri, come Dan Brown, né, come Augias, giornalisti in cerca di sensazionalismo e di originalità ad ogni costo. Sono due studiosi, attenti, scrupolosi, dotati dei mezzi necessari per fare ricerca. In particolare Marco Fasol è da poco autore di un testo, "I vangeli di Giuda" (Fede & Cultura) che si presenta come una analisi approfondita del valore documentale dei quattro Vangeli canonici, e un esame altrettanto scientifico e asettico, di quelli apocrifi. Marco Fasol ha voluto fare proprio questo, spiegare al grande pubblico, in maniera semplice ma precisa, quali sono i fondamenti storici, filosofici, linguistici e filologici da cui possiamo dedurre l’autenticità dei Vangeli canonici, cioè dei testi di gran lunga più testimoniati dell’antichità. Ha così preso in esame canonici ed apocrifi spiegandoci, per gli uni e per gli altri, il numero di codici rimasti, l’antichità degli stessi, il contesto storico e culturale in cui sono stati prodotti e la loro conformità ad esso, il linguaggio adottato e la concatenazione esplicativa degli eventi.

Discernimento: questa poterebbe essere la parole chiave di questa parte dell’opera. Accanto a queste considerazioni, Fasol ha poi preso in esame, in particolare, il Vangelo di Giuda, lanciato l’anno scorso da National Geographic, Sky e dalla stampa, con grande clamore, come si fosse trattato di una rivelazione sconvolgente e rivoluzionaria. In realtà questo testo viene riportato, con grande facilità, al contesto delle eresie gnostiche del II-III secolo dopo Cristo: vi appartiene evidentemente per il profondo dualismo che lo caratterizza e per la difficoltà di colui che lo ha scritto nel credere in un Dio fattosi uomo, incarnatosi, per di più, nel ventre di una semplice donna. Gli gnostici infatti professavano un rigoroso dualismo anima-corpo, disprezzando quest’ultimo come una terribile prigione: disprezzavano, di conseguenza, il Dio Creatore, sostenendo la necessità di opporsi alle sue leggi morali.

Nel Vangelo di Giuda quest’ultimo non è il discepolo che tradisce per una libera adesione al male, ma l’apostolo cui Cristo ha rivelato il vero sapere, unica fonte di salvezza, e cioè che non è veramente "uomo", e che il suo corpo è solo un "rivestimento", un involucro apparente, fasullo. "L’uomo esteriore, carnale, deve essere sacrificato, perché lo spirito di Gesù possa tornare al Pleroma divino, alla perfezione celeste", evadendo dalla prigione di questa vita: Giuda diviene così colui che col suo "buon" tradimento permette a Gesù di separarsi dal mondo, dalla materia cattiva, per ricongiungersi "con il Dio perfetto trascendente".

Nell’ultima parte di quest’aureo libretto di cui parlerà al pubblico trentino, Fasol affronta e smentisce, sempre con gli strumenti della critica storica e filologica, le pesanti e banali insinuazioni di Augias e Pesce, mettendo in luce l’assenza di qualsiasi serietà nell’analisi di un giornalista che non conosce, in "buona fede", come dice lui stesso all’inizio, le fonti, e che liquida Gesù come un mago seduttore, e coloro che gli credettero come esaltati, in preda a visioni isteriche, allucinazioni ed esperienze psichedeliche. Il cristianesimo, conclude Fasol, non è nato da "manipolazioni", "rifacimenti", occultamento di testi scomodi ma veri, come vorrebbe un dilettante allo sbaraglio come Augias: è fondato invece su un avvenimento che ha cambiato la storia, e che è testimoniato nel modo più limpido, e storicamente attendibile possibile (infinitamente più di Virgilio, Cesare o tantissimi altri personaggi dell’antichità). I Vangeli apocrifi, invece, sono tutti vangeli di Giuda, cioè vangeli traditori: come dimostra il fatto che sono molto tardivi e che sono attestati in pochissimi esemplari, spesso solo uno o due; che hanno un sottofondo lessicale e filosofico neoplatonico, senza alcun riferimento all’aramaico o all’ebraico; che non presentano nessun aggancio con le tradizioni culturali e istituzionali della Giudea del I secolo e mancano di qualsiasi narrazione esplicativa degli eventi.

L’altra relatrice della serata, Rosanna Ghedina, è la direttrice di un trimestrale culturale, Alfa e Omega, oltre che una appassionata studiosa della figura di Maria Maddalena. Rosanna Raffaelli Ghedina ha voluto restituirci la vera storia della peccatrice, di colei "che si era persa nell’amore, ed è proprio nell’amore che si è salvata e santificata": lo ha fatto ripercorrendo le orme della santa, viaggiando e facendo ricerche per tre anni, attingendo a preziosi manoscritti nella Certosa di Lucca, ripercorrendo tutto il suo cammino, spirituale e fisico, sino alla Provenza, dove Maddalena evangelizzò e si ritirò in un eremo per 33 anni, pregando e facendo penitenza. Ne viene fuori un ritratto vivace della donna a cui nel Medioevo furono dedicate tantissime case per prostitute, e che era nella realtà una bella ragazza, di nobile famiglia, spigliata e "peccatrice posseduta da tutti i vizi", che non esercitava, però, il mestiere della meretrice. Convertitasi dopo l’incontro con Gesù, la Maddalena viene ammessa tra i discepoli, pur essendo donna, ed è poi presente ai piedi della croce; diffonde la notizia della Resurrezione, su incarico di Cristo, che la rapisce in "divino colloquio" con Lui al momento della sua ascensione al cielo. Una vita privilegiata, un amore totale, in una creatura che aveva tanto peccato, ma anche tanto amato. Una santa che per don Divo Barsotti, l’ultimo mistico del Novecento, a cui la Ghedina fa spesso riferimento, "viene prima degli apostoli, in quanto è simbolo di tutta la Chiesa, la sposa di Cristo, la redenta. E’ la sposa infedele, l’umanità, che Dio chiama alla sua intimità…incarna la riconciliazione dell’umanità peccatrice con Dio. Per questo il Risorto le appare per primo dopo la Vergine. E’ lei il simbolo della Chiesa con la quale si stabilisce la Nuova Alleanza, la Misericordia". Maddalena è grande, per la Chiesa, e sta accanto-dopo la Vergine, che non ha peccato, perché rappresenta la grandezza della Grazia, la forza del pentimento, la possibilità dell’uomo di intraprendere un cammino di redenzione, che lo porti dall’infimo delle bassezze carnali, alle vette dello spirito; dalla miseria della superbia e dell’orgoglio alla generosità dell’amore totale e della completa fiducia.

La casta: a che pro?

C’è un libro che sta continuando a vendere. Si intitola La casta ed è stato scritto da due giornalisti del Corriere, Rizzo e Stella. Ho avuto modo di avere a che fare col secondo, a suo tempo. Mi attaccò sulla prima del Corriere, mettendomi in bocca parole non mie. Richiamato, si scusò, ma subito insistette nel lanciarmi improperi. Ora il suo libro ha grande successo. Un successo creato a tavolino: molti poteri forti hanno fatto di tutto per pubblicizzare un libro che parla male della politica italiana. Fa bene, dirà qualcuno. E’ vero, ma bisogna essere ingenui per credere che il Corriere, che è il tempio della finanza italiana, sponsorizzi in tutti i modi un libro del genere senza scopo alcuno. C’è veramente qualcuno che pensa che i grandi quotidiani siano il regno del libero pensiero? Qualcuno crede veramente che il Corriere, edito da chi è edito, faccia politica per puro moralismo e amor di patria? Personalmente ricordo la campagna del Corriere contro i partiti dell’era tangentopoli: servì ad uccidere DC e psi, con tutti i loro difetti, per sostituire ai politici i tecnici, alle persone elette, i finanzieri…Iniziò allora la moda di avere presidenti del Consiglio non eletti dal popolo, ma espressione delle banche, come Dini e Ciampi…o uomini dell’Iri, come fu poi con Prodi…fu allora che l’Iri fu fatto a pezzi,svenduto ai veri poteri forti, a spese del popolo italiano (perchè almeno si poteva vendere ad un prezzo giusto)….Temo che il giochetto sia ancora quello: i veri poteri forti, quelli economici e bancari, vogliono dettare la linea, ed hanno gioco facile: gli basta scoperchiare le incredibili nefandezze dei nostri politici e del sistema….e far sentire loro il fiato sul collo.- perchè oggi puoi essere senatore o ministro, ma se i media ti attaccano, sei fritto…quarto potere, o primo?
Qualcosa di simile deve pensarlo ancge Socci, che ha recentemente scritto:
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La Casta del Corriere 29.09.2007
“A Roma spadroneggia un piccolo gruppo di padreterni, i quali si sono persuasi, insieme con qualche ministro, di avere la sapienza infusa nel vasto cervello”. Questa micidiale zampata (datata 1919) di Luigi Einaudi apriva l’editoriale di ieri del Corriere della sera, firmato da Gian Antonio Stella (uno dei due autori del meritorio best-seller “La casta”).
Una bella sberla sul Palazzo. Ma sentite il seguito di Einaudi servito dall’editoriale di Stella: “Bisogna licenziare questi padreterni orgogliosi… Troppo a lungo li abbiamo sopportati”. E ancora: “si sciolgano commissioni, si disfino commissariati e Ministeri” cosicché “un po’ alla volta tutta questa verminaia fastidiosa sia spazzata via. Coloro che lavorano sono stanchi di essere comandati dagli scribacchiatori di carte d’archivio” superiori alla società governata “soltanto per orgoglio e incompetenza”.
Qui la “sberla” del Corriere sembra diretta personalmente a Prodi, visto che il premier, giorni fa, si è avventurato a sentenziare che la società civile “non è migliore” di lorsignori politici. L’editoriale di Stella aveva questo titolo: “Einaudi, la casta e l’Italia del ’19”. Le ampie citazioni di Einaudi provengono dagli articoli che egli scriveva per il Corriere della sera di Albertini. Non è la prima volta che Paolo Mieli – direttore, ma anche storico – evoca il Corriere albertiniano.
I nomi di Einaudi ed Albertini sono diventati terreno di battaglia già in luglio. Piero Fassino, con un’infelice battuta, li aveva citati per criticare il Corriere sul caso Unipol-Bnl. Giustamente Mieli, per tutta risposta, lo bombardò con la sua firma di punta, lo storico Ernesto Galli della Loggia: un’intera pagina per dimostrare che il Corriere di Albertini e Einaudi, così “libero da influenze esterne”, è pari pari quello dell’ “attuale direzione del giornale”. Quindi un’antica e nobile tradizione liberale, insofferente di una certa politica romana e coscienza critica del potere.
Tornare a evocare Albertini, probabilmente, oggi serve a Mieli anche per mettere sull’altolà chi a Roma coltivasse il sogno di defenestrarlo. Infatti la voce scomoda di Albertini, notoriamente, fu zittita dal nascente regime fascista. E con un precedente così imbarazzante sarebbe davvero uno scandalo se a Mieli venisse fatta pagare, dal Palazzo, la meritoria polemica contro la “casta”.
Tuttavia spingersi troppo in là con i paragoni storici, per Mieli, alla fine può essere controproducente. Per esempio Galli della Loggia elogia il Corriere albertiniano perché fu “un vero e proprio giornale-partito (altro che asettica neutralità e cautela!): praticamente la vera opposizione”. Cosa che ha fatto nascere il sospetto, in alcuni maliziosi, che a via Solferino il direttore faccia lo stratega di nuovi assetti politici e tiri la volata a qualche Montezemolo. Ma né Montezemolo, né Mieli hanno questi grilli (nel senso di Beppe) per la testa.
Piuttosto, mentre picchiano sulla casta politica, va detto che anche le menti del Corrierone dovrebbero riconoscere i loro errori come i politici se non vogliono trasformarsi pure loro in un “piccolo gruppo di padreterni persuasi di avere la sapienza infusa nel vasto cervello”.
Albertini di errori ne commise diversi. Dall’appoggio filodannunziano alla guerra di Libia fino all’ “iniziale simpatia verso il fascismo” (come dice pudicamente Galli Della Loggia).
L’ “iniziale simpatia” di Mieli, più modestamente, è stata per Prodi. Alla vigilia delle elezioni del 9 aprile 2006 collocò pubblicamente il Corriere a favore dell’Unione con un editoriale (il 28 marzo 2006) dove il direttore fece addirittura l’elogio di Rifondazione comunista. Probabilmente – visto l’esiguo scarto di voti – fu decisivo per la vittoria di Prodi. Cosa che toglie un bel po’ di credibilità: 1) all’attuale polemica mielista contro il massimalismo di sinistra; 2) alla sua opposizione antiprodiana e 3) alla campagna anticasta del Corriere. Se prima delle elezioni il giornale-istituzione fosse stato al di sopra delle parti ed egualmente critico con Prodi e con Berlusconi (com’era nella tradizione del Corriere), oggi sarebbe stato più titolato nell’accomunare tutta la classe politica nella critica. Non che sia proibito avere ripensamenti. Tutt’altro, è lodevole. Ed è benvenuta l’attuale polemica contro l’establishment politico. Ma prima sarebbe stato serio riconoscere l’abbaglio del 2006 nell’appoggiare questo centrosinistra.
D’altronde Mieli – con la sua onestà intellettuale – ha già fatto una revisione autocritica per gli anni Settanta e per la stagione di Mani pulite. Anche se è mancato all’appuntamento autocritico con il referendum sulla legge 40 quando il Corriere capeggiò l’enorme schieramento che pretendeva di rappresentare la maggioranza degli italiani e prese una storica tranvata trovandosi contro il 75 per cento del Paese.
Un ultimo problema. Siamo proprio sicuri che Albertini fosse fuori dalla casta del suo tempo? Non era neanche fuori dalla politica, visto che faceva il senatore. Ma soprattutto – come scrive Galli Della Loggia – con lui ed Einaudi il Corriere “divenne l’espressione organica di un ambiente economico come quello lombardo, allora legato soprattutto all’industria manifatturiera”.
Anche oggi il Corriere è legato ai più potenti ambienti economici e finanziari. Qualcuno si è chiesto se non sono anch’essi una casta e magari più potente dello scalcagnato mondo politico. Il Corriere non vuole accendere un riflettore anche su quella casta? E’ scomodo? Al tempo di Albertini, per esempio, questo mondo contava più della politica e spinse l’Italia in uno dei baratri più cupi del Novecento: la Prima Guerra Mondiale. Almeno così afferma il bel libro di Antonio Gibelli, “La Grande Guerra degli italiani”, pubblicato dalla Rizzoli (l’editore del Corriere).
All’inizio del 1915 la carneficina era già iniziata. L’Italia era ancora neutrale e non aveva alcun interesse ad entrare in quel macello, anche perché le sue aspirazioni territoriali si potevano soddisfare per via di trattativa. Inoltre la maggioranza del popolo e la maggioranza del Parlamento, a partire da Giolitti (come pure la Chiesa), erano contrari. E allora come fu fatto l’errore? Scrive Gibelli: “La guerra fu imposta in Italia da una minoranza (la Corona, il governo, gli intellettuali e gli studenti interventisti di orientamento nazionalista o neorisorgimentale, una parte del mondo industriale, alcuni grandi giornali come il ‘Corriere della sera’) contro la volontà della maggioranza parlamentare, contro l’opinione delle maggiori correnti politiche e delle masse popolari”.
Fu una “inutile strage”: 700 mila morti (perlopiù di figli di contadini) su 36 milioni di abitanti. E fu questo orrore a spalancare le porte al fascismo, ben più degli errori dei politici. L’editoriale di Stella ieri si concludeva invece addossando ai politici la responsabilità del fascismo: “Forse, se i politici ‘padreterni’ di allore lo avessero ascoltato senza fare spallucce (il Corriere, nda) tre anni dopo ci saremmo evitati la Marcia su Roma”.
Ma non è così. Fu la Grande guerra a consegnare l’Italia nelle mani di Mussolini. E la guerra non fu innanzitutto un errore dei politici (sia pure mediocri). Scrive Gibelli nel suo libro rizzoliano: “Gli industriali, primi fra tutti quelli dei maggiori complessi siderurgici, videro dunque nella guerra l’unica soluzione ai loro problemi e gettarono nello scontro tutta la forza delle loro entrature negli ambienti governativi nonché la loro capacità di orientamento dei maggiori organi di stampa. Tra questi si distinse il ‘Corriere della sera’ diretto da Luigi Albertini, punta di diamante dello schieramento favorevole all’entrata in guerra”.
Sarebbe stato molto più saggio, per l’Italia, ascoltare il neutralista Giolitti, avversato da Albertini come “politicante”.
Fonte: © Libero – 29 settembre 2007
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Monaldo Leopardi, un uomo ingiustamente calunniato.

Quando si legge un commento critico sulla poesia e la vita di Giacomo Leopardi, immancabilmente il suo pessimismo viene collegato, almeno in parte, alla presenza, truce e severa, di suo padre Monaldo: un uomo troppo rigido, “reazionario”, di idee vetero-cattoliche, “che tendeva ad isolare il figlio dal resto della comunità recanatese” (Guglielmino). La realtà è affatto diversa. Anzitutto perché Giacomo non fu gravato dal peso della religiosità cattolica e del pensiero di antico regime, ma al contrario fu uomo straordinariamente aperto alle novità di pensiero che gli giungevano dalla Francia e dalle filosofie più moderne. Il suo pessimismo, per quanto determinato, in parte, anche da eventi specifici della sua vita, nasce e si irrobustisce nel tentativo di sviscerare sino in fondo le conseguenze logiche di quel pensiero materialista e sensista, nuovo di zecca, e per nulla reazionario, che egli accettava come un dogma, come un postulato indiscutibile, al pari di molti intellettuali dell’epoca. Scriveva infatti nelle sue riflessioni: “Che la materia pensi è un fatto”. Tutto il pensiero di Giacomo può essere così riassunto nella “teoria del piacere”: l’uomo aspira ad un bene, una felicità infinita, e questa aspirazione, lungi dall’essere segno della vocazione eterna e divina dell’uomo, del suo essere fatto per Dio, come nella riflessione cattolica, diviene nel poeta constatazione di una condizione umana assurda, intimamente contraddittoria e lacerante. Se infatti il cuore umano desidera grandi cose, piaceri che durino, felicità non effimere, perché poi ogni piacere materiale, l’unico concepibile in un’ottica che escluda l’eterno, si rivela illusorio, breve, limitato nella sua intensità e durata? L’infelicità di Giacomo è dunque tutta qua, e inasprisce nel momento in cui, con coerenza assoluta, il poeta finisce per rinnegare, dopo la ragione, anche l’amore. Così l’ultimo Leopardi diventa aggressivo, violento, contro i “fratelli” illuministi e materialisti, che negato il paradiso nel cielo, credono con grande incoerenza di poterne costruire uno sulla terra; e contro i cristiani, che nell’aspirazione del cuore umano, con un ottimismo infantile, vedono un segno della sua grandezza e del suo destino. Cosa c’entra, in tutto questo, il padre Monaldo? E chi era quest’uomo, così ingiustamente calunniato? La risposta è in un brillantissimo saggio di Lidia Zawada, pubblicato ad introduzione del “Catechismo filosofico” di Monaldo (Fede & Cultura). Monaldo, in realtà, come testimonia la figlia Paolina, era un uomo “buonissimo, di ottimo cuore”, anche nei confronti di Giacomo, con cui pure discordava, che si trovò a vivere l’invasione napoleonica e il diffondersi delle idee illuministe. Nel 1796, coll’arrivo dei francesi a Recanati, cercò di scongiurare saccheggi e violenze inviando ben ventitré carri di vettovaglie per placare gli invasori. Liberata Recanati dagli Insorgenti, fu acclamato dalla popolazione governatore della città: accettò l’incarico, al fine di limitare le vendette e gli scontri intestini, tra i francesizzanti e i loro avversari. Col ritorno di Napoleone Monaldo rifiutò di assumere l’incarico di podestà di Recanati: accettandolo, “avrebbe dovuto strappare ogni anno alle loro famiglie trenta coscritti recanatesi e inviarli a combattere e morire nell’esercito napoleonico”. Per un reazionario come lui, l’esercito di massa, la guerra totale, le invasioni di Napoleone, non erano concepibili. In tanti anni di vita pubblica nella sua città, Monaldo costruì a sue spese un teatro comunale, introdusse l’illuminazione notturna a Recanati, si occupò della viabilità e della bonifica dei terreni incolti, portò nello Stato Pontificio la vaccinazione jenneriana, “insegnandola personalmente ai medici e rendendola infine obbligatoria insieme all’introduzione di migliorie nell’educazione sanitaria e nell’igiene pubblica”… Apertissimo alle novità scientifiche, al progresso, Monaldo non lo fu mai, per nulla, al materialismo, al nazionalismo, all’indifferentismo filosofico, all’assolutismo di quei tempi. Non certo per ignoranza: la sua biblioteca era immensa, con un intero scaffale dedicato ai libri proibiti, aperta “filiis amicis civibus”. Monaldo scrisse catechisimi filosofici, a difesa del pensiero cattolico tradizionale, dialoghetti brillanti e celeberrimi in tutta Europa, e fondò addirittura un giornale, “La voce della Ragione”: riteneva che la ragione stesse dalla parte dei “reazionari” come lui, che la considerano un immenso dono di Dio, e non di coloro che, proclamatisi suoi paladini, la abbassano al livello della materia.

L’incredibile realtà dei martiri.

Anche un cattolico non può fare a meno di chiedersi, in tanti momenti della sua vita, dove stia la santità della Chiesa.

Tutti coloro che la abitano peccano sette volte al giorno, più o meno gravemente. Il mondo se ne accorge e mentre da una parte si nutre di scandali, di volgarità, coi suoi giornaletti, le sue riviste, e gli spettacoli televisivi trasudanti fango e bassezze, dall’altra stigmatizza e condanna, non appena può, il cattolico “incoerente”, il prete che sbaglia, il religioso avido di denaro, oppure sorride e solidarizza con il sacerdote che si sposa, o con quelli disobbedienti, vanagloriosi, arroganti, che certo non mancano…. Per il mondo sono tutte piccole rivincite, gradite vendette contro il richiamo del cuore al bene e alla giustizia: vedete, dicono i maliziosi, la virtù non è possibile, l’ideale non esiste, anche i preti hanno rapporti carnali, anche i religiosi tradiscono i loro voti, non ci credono neppure loro…

Anche un cattolico può essere tentato di scandalizzarsi. Anzi, gli scandalizzati sono tantissimi, proprio tra i cattolici alla moda, sempre pronti a indignarsi, a ribellarsi, a prendere le distanze e a fare dei distinguo, rispetto alla Chiesa di cui sono figli e di cui invece si ritengono padri. Eppure, rimane il fatto che chiunque abbia frequentato e viva la vita della Chiesa, sperimenta la miseria e la povertà degli uomini che la compongono. Sono sì miseri, peccatori, segnati dal limite, ma anche innestati nella vite di Cristo: scorre, nel loro sangue, mescolata a vizi e impurità, una linfa divina, qualcosa di infinitamente grande e misterioso. Solo così si può spiegare la sopravvivenza, dopo duemila anni, di un fede che chiede ai suoi seguaci di andare contro gli istinti, i desideri, le brame della carne e del mondo. Che esige da coloro che si sposano una vita casta prima e dopo il matrimonio, e che chiede a molti di morire a se stessi, rinunciando totalmente ad una famiglia, ad un lavoro, e invitandoli ad una verginità piena, nei confronti di ogni lusinga meramente terrena.

Ogni vocazione è un miracolo, che da duemila anni si ripete, e sacerdoti e religiosi, “sterili” nella carne, da duemila anni partoriscono figli, spirituali, e continuano a riprodursi, sempre, in ogni circostanza, nonostante ogni difficoltà e sotto ogni regime! E’ già questo uno dei segni più evidenti della divinità di Cristo e della sua Chiesa, insieme alla presenza dei martiri. San Giovanni Bosco, san Camillo de Lellis, e tanti altri santi, sono stati, in vita, uomini straordinari, che hanno affascinato chiunque li avvicinasse, e continuano a stupire anche chi non abbia nessuna fede. In loro vi è l’epifania solenne del cristianesimo, in modo evidente, quotidiano, sfolgorante.

Ma accanto ad essi, nella storia, vi sono migliaia e migliaia di poveri uomini, che hanno scelto Cristo, e che non riescono, se non raramente, a dimostrare agli altri la bellezza e la grandezza della loro fede. Lottano ogni giorno con il proprio peccato e il proprio vizio, ma nessuno se ne accorge, perché soccombono più spesso di quanto non vincano, e perché nessuna luce potente rifulge dai loro sguardi e dalle loro azioni. Eppure talora Cristo chiede anche a costoro, quasi all’improvviso, di essere testimoni, di mostrare al mondo cosa sa fare un cristiano, il più misero, nel momento in cui viene chiamato. Penso ai tanti martiri di cui è ricca la storia della Chiesa, dalle sue origini, e soprattutto nei tempi moderni, dalla rivoluzione francese in avanti. Penso, in particolare, alla vicenda dei martiri di Orange, narrata in un bellissimo e documentatissimo testo di A. Reyne e D. Brehier, “Le martiri di Orange” (Il Cerchio).

E’ la storia di 32 religiose dai 24 ai 75 anni “consacratesi a Dio nella vita religiosa e rimaste fedeli sino al patibolo”. Siamo in età illuminista, epoca in cui il mondo non può ammettere la vita religiosa, specie quella claustrale. Per Diderot e gli altri, si tratta di fanatismo, e di superstizione. La rivoluzione francese, sulla scia dell’illuminismo, stabilisce la sua idea di libertà: “libertà è fare ciò che non nuoce ad altri”. Eppure, il 2 novembre 1789, su proposta di un vescovo, Talleyrand, i beni della Chiesa vengono posti “a disposizione della nazione”, e subito dopo i voti solenni religiosi vengono aboliti e gli ordini monastici soppressi, in nome del diritto naturale e della Costituzione. A tutti si chiede di sposarsi, offrendo soldi e onore a chi abbandoni l’abito, e un giuramento di fedeltà, alla Nazione, il nuovo idolo sanguinario, e all’ideologia dominante. L’Assemblea Nazionale arriva ad affermare che è importante “eliminare ogni residuo di fanatismo” e che “aumentando l’importo delle pensioni si ottiene il duplice scopo di conseguire il benessere di chi abbandona la vita comunitaria e di perseguire l’interesse nazionale all’estinzione della vita monastica”.

Per non giurare contro la propria coscienza, per non pronunciare neppure a filo di labbra parole impure, 32 religiose di Orange e centinaia di altri consacrati in tutto il paese, preferiscono morire, dopo aver perso ogni diritto, ed essere state indicati al pubblico ludibrio, come Cristo sulla croce. Come nel commovente romanzo di Gertrud von le Fort, “L’ultima al patibolo”, o nei “Dialoghi delle carmelitane” di Bernanos, le suore vengono condannate a morte da un tribunale speciale, che, secondo le parole di uno dei componenti, “non ha nulla a che fare con i tribunali dell’ancien regime”, perché “non ci sono formalità da osservare, c’è la coscienza del giudice e basta”. Al patibolo si recheranno tutte, senza ripensamenti, cantando il salve Regina, il te Deum, o il Veni Creator…Il boia di Orange, Paquet, un uomo che ha trovato così il suo momento di gloria, si diverte a scoprire loro il seno, e queste “con i denti afferravano i bordi delle camice per ricoprirsi”. Un documento dell’epoca ricorda che “la gioia che si vedeva dipinta sul viso di queste sante ragazze dopo la sentenza incoraggiava le altre condannate…molti prigionieri, disperati al pensiero delle loro mogli e dei loro bambini, affrontarono coraggiosamente il supremo sacrificio per il conforto loro donato dalle dolci e pietose esortazioni di queste religiose”. Come scriveva san Paolo: “Cosa ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? Proprio come sta scritto: per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” (Romani, 8-35).

Morire cantando col sorriso sulla bocca e la tranquillità nel cuore…quale miracolo, in anime che forse avevano faticato, in molti momenti, a non rispondere male ad una loro consorella, a sopportare una piccola offesa, a lasciar trasparire, anche un poco, come da un velo, la soprannaturalità della loro fede!

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