Statistiche allarmanti sul degrado di una civiltà.

Quando qualcosa non va, oppure a qualcuno sembra che non vada, le espressioni utilizzate sono sempre le stesse:”roba da medioevo”, “qui si vuole tornare al passato”, e simili. “Siamo tornati al Concilio di Trento” affermava ad esempio, recentemente, “con il puntiglio altezzoso dei giorni migliori” (Corriere), il regista Nanni Moretti, per commentare chi criticava alcune scene poco edificanti del suo film.

Si sa che quando ad un trentino che scrive Controriforme gli toccano il mitico Concilio, non può che infastidirsi. Perché non ci saranno stati i Moretti, i girotondi e il cinema impegnato, ma l’epoca era sicuramente migliore di quella attuale. E perché il pregiudizio che c’ è dietro questo tipo di espressioni è sempre lo stesso da quel “secolo superbo e sciocco” in cui fu stabilito, in qualche libro, in qualche salotto, in qualche piazza da ghigliottina, che tutto progredisce, instancabilmente, e che oggi è sempre meglio di ieri. Eppure la cronaca non si stanca di offrirci spunti per una riflessione un po’ meno infantile e saccente: ieri si è ricordata la morte di un giovane per overdose, oggi si legge di un serial killer che ha compiuto delitti spaventosi, domani ci sarà una discussione sul fatto che le carceri, nell’Italia del 2000, sono sempre più piene, e se pochi anni fa bastavano e avanzavano, ormai sono troppo poche e troppo piccole….Eppure, a chi metta in luce la verità amara cui quotidiani e tv ci hanno piano piano abituato, sino a narcotizzarci, qualcuno urlerà: “queste cose sono sempre esistite!”.

In realtà se è vero che non esiste nessun progresso certo e necessario, e che non è per nulla inevitabile neanche l’opposto, cioè che ogni generazione sia la degenerazione della precedente, è altrettanto vero che oggi mala tempora currunt. Lo dico non per fare il “profeta di sventura” o per una sorta di pessimismo cosmico, ma perché riconoscere il male, il tumore che infesta il corpo infermo, è l’unico modo per poterlo guarire; per tenere desto l’ideale, il dover essere, la tensione morale, che vengono uccisi, invece, dalla rassegnazione compiacente verso il male e dal cinismo machiavellico della “realtà effettuale”. A questa società occorre una diagnosi, perché ci sono troppi malati che gironzolano convinti di essere sani, pronti ad additare, con assoluto disprezzo, chi è ancora almeno un po’ in salute. Insomma, i malati siamo noi, più dei nostri nonni e dei nostri bisnonni, e questo nonostante i diritti civili, i radicali liberi, e i neofuturisti di ogni sorta. Lo dicono le statistiche, la sociologia, le accurate indagini pubblicate in questi mesi sul Corriere….

Facciamo un esempio: il 2006 è stato l’anno dei record nei divorzi, che sono cresciuti del 25%. Nel 1995 i divorzi nel Belpaese erano 27.038, nel 1998 erano 33510, nel 2002 40.051, nel 2005 47.036 e nel 2006 61.153! Ogni anno che passa sempre più persone stabiliscono di non essere capaci di stare insieme, di condividere lo stesso tetto, di portare avanti uno stesso progetto, di allevare i figli del loro amore (e si rifugiano in internet, nella carriera, nella compagnia dei cani e degli animali….). Succede così che negli Usa un terzo dei minori abbia un solo genitore, mentre in Europa del nord, Gran Bretagna e Germania, è un quinto dei figli a non godere del padre o della madre. Senza contare che tra coloro che hanno entrambi i genitori, sempre più spesso uno dei due è semplicemente adottivo. Ciò che sconcerta è che la cura proposta per la malattia, non essendo più essa concepita e riconosciuta come tale, serve solo a rafforzarla.

La famiglia crolla? La legge si limiti a fotografare la realtà, perdendo qualsiasi funzione educativa, culturale, rinunciando a proporre modelli più umani e civili. Ecco quindi che i soliti noti propongono matrimoni più leggeri definiti in vari modi; ecco che i radicali costituiscono la loro ennesima associazione, per sostenere questa volta il “divorzio veloce”, deprezzando così ancora un poco, di diritto e di fatto, l’istituto matrimoniale; ecco che persino i parrocchiani più aggiornati spiegano ai loro figli che la convivenza preliminare al matrimonio è assai positiva, quando sappiamo bene “che la convivenza prematrimoniale non è una garanzia di lunga durata dell’unione, anzi essa sembra favorirne lo scioglimento”, perché “secondo recenti ricerche nelle coppie non sposate si verificherebbe una specie di auto-selezione di soggetti meno impegnati nei confronti dell’istituzione, con una visione più individualistica del matrimonio e quindi più propensi ad una eventuale rottura coniugale” (A. Zanatta, Le nuove famiglie, il Mulino). Ma torniamo alle nude statistiche: crescono i divorzi e aumentano contemporaneamente i single. “La carica dei single in Italia, 5 milioni e 977 mila unità unipersonali come li chiama freddamente l’Istat nell’ultimo censimento, non accenna ad arrestarsi. Un incremento percentuale del 98,8% dagli anni 70 agli anni 90, una crescita progressiva sino al 2001, 1,7 milioni in più nel 2007” (Corriere). E la situazione, in Svezia, Danimarca e Germania è ancora più tragica. Che l’egoismo dei cosiddetti “diritti civili” generasse solitudine era razionalmente prevedibile: ora è provato.

Manca lo spazio per ricordare che stando alle statistiche aumentano contemporaneamente i disagi psicologici e l’anoressia nei giovani, l’aborto delle minorenni, l’uso della pillola del giorno dopo, il turismo sessuale, la micro e la macro criminalità… Se il Pil cresce poco, la felicità media scende, di molto…Vivere come se Dio non esistesse, non paga, neppure qui sulla Terra.

Il ’68 di Veneziani.

Il marxismo si presento come la rivoluzione degli oppressi, il ’68 invece fu la rivoluzione dei repressi. Non liberò dai padroni ma dai padri. Marx, corretto da Freud e da Lacan, finì in minigonna e in jeans. Una volta liberati i repressi, restarono però i depressi.

Jan Palach fu l’unico sessantottino che scontò la protesta sulla propria pelle. Gli altri incendiarono il mondo pensando a se stessi, lui incendiò se stesos pensando al mondo. Entrambi amarono la libertà ma in modo diverso. lui affrontò i carri, gli altri la carriera. (Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, Mondadori).

Due sempici idee sull’ars medica, logos e caritas

La medicina, come ogni altra scienza, nasce da un atto di fede nella ragione, nel Logos, nella possibilità cioè di risalire dagli effetti alle cause, seguendo un filo logico, causale e non casuale.

Per questo la sua patria è anzitutto la Grecia, che fa dell’idea di ordine e di armonia della natura il fondamento delle sue riflessioni filosofiche. Per Ippocrate, come nota Michelangelo Pelàez, “il divino si manifesta nella regolarità stessa delle leggi naturali”. Analogamente Galeno si ispira al finalismo platonico e al principio di Aristotele secondo cui “la natura non fa nulla invano”, riconoscendo dunque come base dell’indagine medica la fiducia nel senso e nell’ordine della realtà, l’idea di cosmos contrapposta a quella di caos. Nulla a che vedere dunque con la realtà come illusione, propria della filosofia induista, o con lo scetticismo gnoseologico di un David Hume. Ma perché la medicina si sviluppi veramente, oltre ad un riconoscimento pieno del Logos, occorre anche quello della Caritas. Diversamente da altre scienze, infatti, essendo una scienza “applicata” all’uomo, la medicina non risponde solo al desiderio infinito di conoscenza, ma affronta anche il cuore della natura corporale, la sua fragilità e finitezza. Se infatti il desiderio di conoscere è innato, perché risponde alla nostra natura razionale, la misericordia e la pazienza, virtù rispettivamente del medico e del malato, richiedono invece, spesso, uno sforzo, una fatica, perché combattono con la natura umana decaduta. Ebbene, non è un caso che la medicina sorga, dopo l’alba greca, nella Cristianità, in cui il Logos incontra la Caritas, prende una carne che patisce e si fa “infermo tra gli infermi”. “Curate infirmos” è il comandamento straordinariamente nuovo di Cristo, antitetico ad un ideale di liberazione dualista o spiritualista; un comandamento che va insieme all’esortazione ad annunciare la Verità. Il Logos manifesta dunque se stesso nella Carità, e chiede che ogni uomo faccia altrettanto, facendosi prossimo, nel corpo e nello spirito: veritatem facientes, in caritate. Per questo assistenza ai poveri, ai malati, agli orfani, sono sin dall’origine nel cuore della Chiesa, e proprio per questo l’Italia e l’Europa saranno la culla di ospizi, xenodochi, ordini ospedalieri, confraternite e ospedali, che sorgono in tutto il medioevo sulle vie dei pellegrini, oltre che delle università di medicina, dalla Schola medica di Salerno, alle università pontificie di Bologna e Ferrara, sino all’università di Padova, nelle quali nascerà, appunto, la medicina moderna. La carità verso i poveri e i malati, sin dal Medioevo, è così importante che il re stesso, in Francia ed Inghilterra, è anche taumaturgo: San Luigi di Francia, ad esempio, incontrava e benediceva scrofolosi e malati tutti i giorni, dopo la messa, alloggiava a palazzo e nutriva i ritardatari e poiché tra i “malati che venivano a chiedere ai re la guarigione si trovavano molti bisognosi”, i re inglesi e francesi provvidero, sino all’età moderna, con grande generosità, al loro mantenimento ( M. Bloch, I re taumaturghi). Il sommo potere regale era dunque legato, nella mentalità di quell’epoca, al servizio, e chi era capo era chiamato a prendersi cura della abiezione e della miseria dei ultimi.

Ma l’esempio più interessante storicamente della carità medievale, che esploderà ancor più dopo il Concilio di Trento, con le figure di Camillo de Lellis, Giovanni di Dio e Vincenzo de Paoli, è l’ospedale di Santo Spirito, istituito a Roma con la protezione dei papi, e “vero precursore dell’assistenza ospedaliera e sociale” moderna. I suoi statuti, tramandati nel famoso Liber Regulae Sancti Spiritus ci dicono quanta fosse l’attenzione verso il dolore fisico dell’uomo. Santo Spirito era un ospedale organizzato in modo straordinario, con un reparto di maternità, un brefotrofio, il baliatico, la ruota per i bambini abbandonati, il gerontocomio, il lazzaretto, il pronto soccorso… I frati che vi operavano, in grande povertà, si consideravano “servi” del loro “signore”, il malato, in cui vedevano lo stesso Cristo sofferente; giravano periodicamente per la città con una specie di carriola per raccogliere malati e poveri nelle vie e nelle piazze; provvedevano ad affidare, se possibile, i trovatelli presso famiglie che li adottassero ed accoglievano le prostitute, in alcuni periodi dell’anno, nelle loro case, specie su esortazione di Innocenzo III, che aveva elargito speciali indulgenze a chi le avesse sposate e le avesse così ricondotte ad una vita dignitosa.

Qui, a Santo Spirito, avrebbe fatto il suo tirocinio anche Camillo de Lellis, qualche centinaio di anni più tardi, dopo aver abbandonato la sua vita di mercenario e di giocatore incallito. Mentre san Filippo Neri, suo confessore, invitava i giovani sbandati di Roma, col celebre detto “state buoni se potete, tutto il resto è vanità”, Camillo esortava i suoi frati a domandare la grazia a Dio di ottenere un “affetto materno verso il prossimo infermo”, per poterlo servire, con carità, sia nell’anima che nel corpo. Migliaia di persone, da allora, lo avrebbero seguito, in mezzo ad ogni difficoltà, sino alle persecuzioni dei sovrani assolutisti e di Napoleone, sino alla rinascita. Sempre, per quanto possibile all’uomo, col carisma dell’amore, che rende anche l’occhio del clinico, dello scienziato, più acuto e penetrante, perché gli fa intravedere, dietro il corpo, l’anima, e il peso anche morale della sofferenza. Perché la sapienza del medico, senza la carità, è come la cultura del maestro, senza l’amore per i discepoli: un cembalo vuoto, che tintinna.

Se un dogma cambia la storia…gli ospedali…

Non è facile capire, per l’uomo moderno, l’incredibile influenza e le conseguenze che può avere avuto in passato sulla vita degli uomini un dogma religioso. Un esempio interessante è l’efficacia operativa che ha avuto nella storia del mondo è il dogma dell’Incarnazione di Dio e della resurrezione dei corpi. Ad esso infatti mi sembra si possa ricondurre l’istituzione tipicamente cristiana e medievale dell’ospedale. Se è vero infatti che la medicina, come scienza, nasce dalla valorizzazione del Logos, tipicamente greca, e biblica, è altresì un fatto che la grecità e le altre culture non hanno mai avuto una attenzione particolare, di tipo caritativo e non solo speculativo, per il corpo debole, sofferente, malato.

La carità cristiana, e solo quella, ha prodotto nei secoli xenodochi, ospizi, misericordie, orfanotrofi, ospedali ed opere pie, dai moti dei pegni ai monti delle doti per le fanciulle senza padre, non solo in nome di Cristo, ma in nome, nel contempo, di una nuova visione teologica del corpo umano. Perché il corpo avesse un ruolo, una attenzione nuova, fu necessario che il pensiero filosofico e teologico cristiano rompesse i ponti con la visione negativa della materia, presente nel mondo greco, e desse al corpo una dignità totalmente altra. Occorreva che il corpo divenisse il tempio di Dio stesso, destinato alla resurrezione eterna. Platone non avrebbe mai accettato la rivoluzione “materialistica” corporale del cristianesimo; avrebbe respinto l’idea di un Dio che prende corpo come pure l’idea che anima e corpo potessero vivere, congiunti, in eterno. Per lui, come poi per gli gnostici, e l’oriente in genere, il corpo era essenzialmente prigione (soma-sema). Tutta la visione greca, e non solo, era essenzialmente cosmocentrica. Per questo “era assurdo che quel corpo che da essi era visto come ostacolo e fonte di ogni negatività e di ogni male, quel corpo dovesse risorgere” (Reale). Dinanzi all’antropocentrismo cristiano, estremamente rivoluzionario, che propone l’uomo come vertice del creato e il corpo come strumento nobile, destinato a risorgere, proposto da san Paolo, i filosofi ateniesi risponderanno con l’interuzione del dialogo. Plotino, che non voleva neppure farsi un ritratto, per disprezzo al suo corpo, sosterrà che l’unica resurrezione possibile è dal corpo, non del corpo, “perché risorgere con un corpo equivale a cadere da un sonno in un altro”, essendo esso, in fondo, solo la prigione, la zavorra, il limite, dell’anima. Analogamente Celso, polemista pagano dei primi secoli, scriverà che “non è in effetti possibile che un corpo completamente corrotto ritorni alla natura originaria e proprio a quella primitiva costituzione dalla quale si è dissolto”, perché Dio potrebbe “sì fornire alla anima una vita eterna, ma ‘i cadaveri’, dice Eraclito, ‘son da buttar via più che lo sterco’. Ma rendere irragionevolmente eterna la carne, piena di cose che il tacere è bello, Dio certo né lo vorrà né lo potrà”, essendo ciò assolutamente irragionevole.

Anche nel mondo romano, l’opposizione al cristianesimo fu spesso dovuta proprio alla visione del corpo propria dei cristiani, accusati, casua l’Eucarestia, di cannibalismo. Così per Apuleio il dogma della resurrezione dei corpi era assurdo, e il mediatore non poteva essere un dio fatto uomo ma dei “daemones, genere animalia, ingenio rationabilia, animo passiva, corpore aeria, tempore aeterna”. Il cristianesimo insomma pose fine all’inconciliabilità platonico-gnostica tra materia e spirito, rendendo così comprensibile, doverosa, diffusa la cura del corpo. Ma no è tutto: la filosofia cristiana cercò di armonizzare anima e corpo, dopo secoli di dualismo, subordinando il corpo all’anima, ma in un modo del tutto originale, tramite una visione unitaria e non dualistica dell’uomo, considerato non più come somma direi spuria di anima e corpo, ma come composto, indissolubile, unico, di anima e corpo, in modo che l’uno non possa essere senza l’altro, cioè senza una comunione profonda. Per san Tommaso, infatti, sebbene “il corpo è per l’anima e non viceversa”, l’uomo “non è né l’anima né il corpo, ma l’insieme dei due”, al punto che all’anima, “senza il corpo sarebbe impossibile prendere coscienza del proprio essere” (“Sergio Simonetti, L’anima in san Tommaso, Armando).

Un’idea simile, per la quale non vi è nulla di fisico che non sia anche spirituale, e viceversa, apre la possibilità di guardare all’uomo nella sua unità integrità, nella profonda relazione esistente in lui tra vita biologica e vita fisica. Apre, come dicevo, all’epopea della carità medievale e controriformista, creatrice unica dell’istituzione ospedaliera. Ebbene , nell’attualità mi sembra che accada una regressione: da una parte l’attenzione cristiana per il corpo, perdendo il suo punto di equilibrio, determina una visione totalmente materialista (che è comunque i parte debitrice al cristianesimo). Dallo spiritualismo pre cristiano, che disprezzava il corpo, si passa al materialismo post cristiano, cartesiano, nietzchiano, meccanicista, che trascura la componente spirituale. Dall’altra anima e corpo vengono nuovamente scissi e tornano in conflitto tra loro: si pensi all’idea del gender, che scinde sessualità biologica e sessualità culturale; si pensi alla contraccezione, che scinde amore spirituale e amore carnale; si pensi alla fecondazione in vitro, dove sperma e ovuli vengono conservati sotto azoto, sradicati dal loro ambiente naturale, e dove il processo fisiologico della formazione dell’embrione, che in natura avviene nel corpo, viene spostato in un utero altrui, o in una provetta di vetro, come se operazioni di questo tipo non avessero alcuna conseguenza psico-fisica sulla donna e sul nascituro.

DONOSO CORTES: IL RAZIONALISMO FILOSOFICO E POLITICO

Tommaso Pevarello ci scrive riguardo ad un grande filosofo dimenticato:

Donoso Cortes (1809-1853) è un politico e un pensatore che vive nel momento in cui la modernità sta per mettere in atto quello che aveva con fatica teorizzato nelle dottrine prima liberali poi socialiste. Il suo tentativo di opporsi alla deriva anticristiana verso cui l’Europa del suo tempo sembra ormai destinata, assume un carattere tragico e insieme apocalittico: si tratta di salvare l’ordo cristianus modellato sull’ordo cosmicus, dalla carica distruttiva razionalista che anima nel profondo la Rivoluzione. Nella sua opera maggiore, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il socialismo (appena ristampata dall’editrice Il Cerchio di Rimini), si scaglia energicamente contro i sostenitori dell’infallibilità della ragione. Egli scrive: “Tra la ragione umana e l’assurdo vi è un’affinità segreta, una parentela strettissima; il peccato li ha uniti con il vincolo di un indissolubile matrimonio”. La ragione, essendo imperfetta, non può né inventare verità né scoprirne altre che non siano contenute nella Rivelazione. Questa concezione è fondamentale perché da essa partiranno le più forti critiche politiche del pensatore spagnolo. Infatti la civiltà filosofica, succeduta a quella cattolica, insegna che la natura umana è completa in maniera radicale; questo significa che la volontà, sana, può volere il bene operandolo naturalmente. Ma a Cortes non sfugge la perversa logica di questi sillogismi: se il male non è nel libero arbitrio né nella ragione, esso non può che trovarsi nei vincoli sociali; pertanto la concezione del bene che ne deriva consiste nel non avere più alcun vincolo. “L’Umanità sarà perfetta quando negherà Dio, che è il suo vincolo divino, quando negherà il governo, che è il suo vincolo politico, quando negherà la proprietà, che è il suo vincolo sociale, e quando negherà la famiglia, che è il suo vincolo domestico”. Ecco come egli smaschera il reale progetto del razionalismo, vero ispiratore di ogni Rivoluzione ed anticipa quello che sarà il progetto comunista che intende ricostruire l’essenza stessa dell’uomo a partire dal suo essere sociale. Infatti se la sua natura è tutta nella socialità, solo nella società la natura esiste come vincolo per l’uomo con l’uomo, realizzando l’unità essenziale tra l’uomo e la natura, ponendo fine a quel sentimento di dipendenza verso ciò che è sovrastruttura ed estraniazione, cioè verso la religione, la famiglia, lo stato, il diritto e la morale. Donoso è radicalmente pessimista sulla possibilità di invertire la rotta; invero il passaggio dall’età dell’oro cristiana a quella del ferro filosofica è come inscritta nel progetto di Dio: “infatti se la civiltà cattolica avesse avanzato in un progresso continuo, la terra sarebbe diventata il paradiso dell’uomo e Dio ha voluto che fosse una valle di lacrime”. E non importa se il razionalismo è pieno di assurde contraddizioni; anzi sono proprio queste che ne garantiscono la sopravvivenza, in quanto “la ragione segue l’errore dovunque vada”.

A volte il filosofo spagnolo sembra esagerare nei giudizi negativi sull’uomo, ma le sue parole sono come sfoghi germogliati dal seme del rimpianto, il rimpianto di un uomo che ha tradito il suo essere imago Dei, non riuscendo ad attualizzare le proprie potenzialità. Infatti in esso la bontà non è in atto ma in potenza, ma è in questo spazio che striscia il serpente seduttore del male. La negatività che si incontra nel temporale è testimoniata anche dalla vita stessa di Gesù: il suo viso era sempre avvolto da una nube di tristezza, le folle della Galilea lo videro piangere così come la famiglia di Lazzaro e i discepoli. Tutti videro le lacrime nei suoi occhi, nessuno il sorriso sulle sue labbra. Gli uomini pur avendo incontrato Dio, smisero di glorificarlo, si persero in mille ragionamenti, inaridendo il loro cuore; vantandosi di essere divenuti sapienti, preferirono la menzogna distogliendo l’orecchio dalla verità. Era questo che Gesù intendeva far capire quando disse: “Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi riceveste; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste”. Erano le parole che annunciavano il naturale trionfo dell’errore sulla verità e del male sul bene. Cristo infatti non conquistò il mondo con la sua dottrina, con la verità, anzi in quanto tale fu crocifisso. Pertanto l’uomo, negando la verità, non fa che affermare se stesso. Inutile è l’avvertimento del profeta Geremia (17, 5-9): “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio, e il cui cuore si allontana dal Signore”. Dio, essendo giusto, a causa della ribellione della sua creatura, si limitò a togliergli la saggezza, ma essendo anche misericordioso gli conservò l’intelligenza. L’orgoglio rafforzò l’errore sino a far sentire l’uomo padrone della verità; tuttavia da una ragione imperfetta non può generarsi il perfetto. La verità è pertanto intesa come categoria atemporale e statica che non nasce come risultato di un processo dialettico. Basti pensare che quando Satana sfidò Gesù in un duello spirituale, questi non iniziò un libero dibattito, ma disse seccamente “Vade, Satana!”. Il rifiuto del principio della libertà di discussione, o per lo meno della sua efficacia, può sembrare un insulto per l’uomo d’oggi. Tuttavia il ragionamento di Donoso è chiaro: la discussione nasce dall’incapacità umana di individuare la verità e l’errore ed ha come proprio dogma il suo essere infallibile, il che è un assurdo. Infatti per lui l’infallibilità può trovarsi solo nella Tradizione, che è il proseguo della parola divina, che fa dell’uomo un ricettore della verità e non un costruttore. Se l’intelletto umano fosse infallibile, la verità risiederebbe in tutti gli uomini, ma allora tutti avrebbero le stesse idee e non vi sarebbe discussione; se ne deduce che la discussione non potrà mai arrivare alla verità, essendo nient’altro che uno scontro tra incertezze. La teoria cartesiana che ritiene che la verità nasca dal dubbio è assurda e contraria alla legge divina: il dubbio nasce dal dubbio, la verità nasce dalla fede.

Questa concezione avrà un’ importante conseguenza in campo politico: infatti è dal razionalismo che si sviluppano due dottrine a prima vista antitetiche tra loro, ossia il liberalismo e il socialismo, entrambe impegnate a far allontanare l’uomo da Dio, la ragione dalla fede, generando assurdi sistemi filosofici che minano la categoria stessa della “verità”. Cortes sostiene che “ogni grande questione politica dipende da una fondamentale questione teologica”; quando viene a mancare la certezza della presenza di Dio, presenza che abbraccia tutte le cose, ci si allontana dalla verità abbracciando l’idolatria dell’ingegno. Ecco che si apre la strada alla rivoluzione: dapprima con il deismo del liberalismo, infine con il panteismo totalitario. I liberali, pur non atei nei loro dogmi, sono destinati a scivolare sui sentieri dell’ateismo, dal momento che accettano solo la sovranità costituente di Dio (Dio come creatore), respingendo quella attuale (Dio come Provvidenza): è ovvio infatti che un Dio che non governa non è Dio e pertanto si affida solo alle forze dell’uomo (buono) il compito di partecipare alla storia, modificandola. L’uomo moderno ripercorre così i sentieri del grande mentitore credendo nell’utopica promessa di un paradiso terreno, per organizzarsi e vivere etsi Deus non daretur (come se Dio non ci fosse). Donoso pone in relazione l’orgoglio filosofico con l’orgoglio luciferino: in Lucifero infatti si ritrovano le premesse dell’uomo che intende ribellarsi a Dio nel tentativo di prendere il Suo posto, ammaliato da quell’Eritis sicut Dei, quella divinizzazione prometeica mediante la gestione e il controllo della scienza e della tecnologia. La società, incamminandosi su questi pensieri, è arrivata pertanto a ribaltare la logica cristiana: detronizzata la fede, sostituita con la deificazione di una ragione imperfetta, ha convertito il male, che era relativo e contingente, in assoluto, universale e necessario. La promessa del “regnum novum” terreno non è nuova, ma si presenta con forza solo nei periodi di decadenza, segnati dalla trasgressione delle forme e dei limiti che la religione sosteneva. Ogni utopia che si cercherà di realizzare dal XVIII secolo si basa sulla convinzione che esista un uomo “nuovo”, nato dall’emancipazione dal sacro. L’immanentismo è il presupposto di ogni ideologia: sopprimendo ogni subordinazione ad un ordine trascendente, si arriva ad attribuire un valore assoluto a categorie temporali che vengono divinizzate, siano esse il Popolo, la Nazione, la Classe o lo Stato. Donoso Cortes anticipa con più di mezzo secolo d’anticipo la creazione di un qualcosa che mai prima l’uomo aveva sperimentato: “Il mondo cammina con passi rapidissimi alla costituzione di un dispotismo, il più gigantesco ed assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo”.

Egli parla esplicitamente del comunismo: “Quando tutto è dio e dio è tutto, dio è soprattutto democrazia e folla; gli individui, null’altro che atomi, escono dal tutto che li genera per tornare al tutto che li assorbe. Da qui il disprezzo del comunismo per l’uomo e la loro negazione della libertà umana; da qui la loro aspirazione immane ad un dominio universale attraverso la futura demagogia, che si estenderà per tutti i continenti”. Il mondo apparirà così un’immensa babele che impone gli stessi volti, le stesse abitudini, la stessa cultura menzognera a tutti i popoli; nessun sacrificio apparirà eccessivo ed ogni distruzione sarà salutata come una nuova liberazione. Donoso non si ferma qui; oltre ad essere una teoria panteistica e atea, quella socialista-comunista è anche satanica: “Il socialismo è forte perché è una teologia, ed è distruttore perché è satanica”. Infatti esso non è solo una setta filosofica, ma anche religiosa: negando Dio, respinge la sua creazione; negando la rivelazione, in nome dell’assoluta competenza della ragione umana e negando la grazia, in contrasto con l’indipendenza della ragione, non fa che falsare quell’ordine a cui l’uomo doveva conformarsi. In definitiva tutte queste negazioni possono essere ridotte ad una sola: il socialismo è satanico perché spezza il legame tra Dio e l’uomo, progetto che attuerà mediante la dissoluzione delle realtà “naturali” prime, ossia la famiglia, la religione e la proprietà. Da un lato quindi vi sono i philosophes, che pongono la loro fiducia nella virtù dell’uomo che la natura umana non può sostenere; dall’altro, chi, come Donoso, ha guardato troppo a fondo nella vita e nella sua anima per riporre la propria fiducia in un uomo che appare una debole canna spezzata. Donoso osserva che ogni “civiltà razionale” ha seguito nella storia un percorso di morte più velocemente di qualsiasi altro: il suo tempo è più veloce, la sua crudeltà più vastamente organizzata e le sue menzogne più subdolamente diffuse mediante i mezzi di informazione/propaganda. La maggior parte dei credo ottimistici non sono che la fiducia in qualche virtù o capacità umana: l’ottimismo ha fiducia nella vita perché crede alla sua nazione, alla sua cultura, alla bontà degli uomini, alla crescita infinita della ragione; oppure alla capacità di una determinata classe di creare una civiltà nuova e libera. Tanto grande è il potere dell’orgoglio umano che le illusioni finiscono solo quando è la storia a condannarle e anzi, in certi casi, neanche dopo la verifica davanti ai loro occhi delle immani tragedie che hanno provocato. Il fascino della forza delle idee, infatti, eccita più di tutti gli intellettuali, che, quando parlano, intendono farlo “a nome di tutti”, legittimando anche l’odio se versato “per il bene dell’umanità”.

A tal proposito illuminante è l’intervista che lo storico marxista Hobsbawn rilasciò nel 1994: egli confessò che se la rivoluzione bolscevica fosse avvenuta “davvero”, la morte di più di venti milioni di persone era giustificabile. Per realizzare queste utopie si schierano in campo nemici insormontabili, capri espiatori contro i quali convogliare l’odio, creando il “nemico” ideologico. Aberranti sono a questo riguardo le parole di Bertrand Russell: “Se fosse possibile dimostrare che con lo sterminio degli ebrei l’umanità potesse attingere alla felicità, non ci sarebbe nessuna ragione per non procedere alla loro eliminazione”. Contro questa impostazione ci viene in soccorso una frase di T.S. Eliot: “la struttura mentale dell’utopista contempla la ricerca di sistemi tanto perfetti che un uomo buono non vi sarà mai”. Per Cortes l’uomo è una realtà troppo complessa e profonda per essere lasciato al giudizio della propria ragione, a quella di qualche intellettuale o della società: nessuno di questi riferimenti può in qualche modo essere considerato come “giudice” e tanto meno come “salvatore”. Questo perché l’io trascende la società, non può obbedire né alle leggi causali della natura, in virtù della propria libertà, né al principio della razionalità, in quanto questo ne è solo una parte. Per l’uomo comprendere veramente se stesso significa partire dalla fede che lo illumina nella sua origine “trascendente”, che lo fa creatura amata e conosciuta da Dio. Egli è “immagine di Dio”. Per il cristiano l’io, non trovando il significato della vita in se stesso e nel mondo, ripudia nella propria essenza qualsiasi ideologia, in quanto l’unica meta a cui aspira è il Paradiso celeste. Insegnando che la disillusione verso se stessi è il miglior antidoto contro l’amarezza delle illusioni che ci danno gli altri uomini, il Cattolicesimo ci inizia al vero pentimento ed ecco perché attira così tanto l’odio teologico degli “uomini di pensiero”, i quali vedono i loro ragionamenti umiliati, derisi da una forza maggiore. La visione razionalista considera invece l’esistenza fine a se stessa, il cui scopo è quello di realizzare la felicità su questa terra eliminando, con il dominio della ragione, il dolore; il tempo ci sarebbe stato dato per godere dei piaceri e fuggire i dolori. La concezione cattolica invece fa giocare nel tempo la possibilità di edificare la nostra santificazione. Per Donoso la “teoria della perfettibilità e del progresso” su cui si basa la costruzione del nuovo mondo è priva di senso: “essa insegna che la logica non è reperibile in questo mondo né in Dio suo ordinatore ma in un luogo imprecisato e differibile/ rimandabile in eterno, ma in realtà impensabile perché privo di compiutezza e godibilità”. L’uomo tende naturalmente ad emanciparsi da un “presente tirannico” e per questo fissa lo sguardo sul futuro, patria della vera libertà; il rivoluzionario si presenta sempre come “l’uomo del futuro”, “l’uomo nuovo” che ha la storia dalla sua parte. Il cristiano nella formula “Credo nella remissione dei peccati, la resurrezione della carne e la vita eterna” dimostra di cogliere con più profondità la complessità della sua natura: “la salvezza nel futuro deve passare attraverso la corruzione presente nel suo cuore ed è riposta in un perdono che possa superare non la sua finitezza, ma il suo peccato, e quest’opera è possibile solo mediante l’onnipotenza divina, in grado di completare la sua vita, senza annientarla”. E’ importante sottolineare come il cattolicesimo non sia un’ideologia astratta, ma abbia un’identità di carne e sangue: il Logos non è più quel regno delle idee, dei valori, delle leggi, che governa la storia e ne determina il senso, ma si presenta esso stesso come storia nel Cristo; l’idea di redenzione proposta è l’imitazione di Cristo, non più norma filosofica ma decisamente concreta. Solo in lui gli uomini trovano la direzione del loro viaggio, l’enigma delle loro lacrime, il segreto della vita e l’arcano della morte. Si può dire che se il cattolico ha il cuore sulla terra ma gli occhi diretti verso il cielo; del razionalista non sappiamo ben definire dove abbia il cuore ma sicuramente i suoi occhi sono tragicamente fissi sulla terra, mentre con la testa si affanna inutilmente cercando un perché di tutta quella polvere. Nonostante la ferita nell’orgoglio egli tenta di superare il suo stato di infelicità nell’unica sfera concreta: è per questo fine che ha divinizzato la storia, divenuta l’unico teatro dove potrà realizzare l’utopia. L’utopia socialista sogna uno stato di comunanza totale, una società in cui regnino la completa concordia di vedute e la totale assenza di conflitti interni: prefigurare un ordine sociale in cui regni l’unanimità equivale a prefigurare l’assenza di individualità. A questo si lega la speranza che, in un giorno imprecisato, si arriverà al superamento dello Stato, visto che ognuno sarà rimunerato secondo i suoi bisogni, con la conseguenza però che comunque la gestione del potere non svanirà. Infatti, quando lo Stato scompare, ciò che resta è la gestione del potere sic et simpliciter, non limitata da leggi, convenzioni o costituzioni. Quest’ultima sarà per propria natura assassina; infatti eliminando la religione verrà soppresso dalla società quel connotato essenziale di ogni civiltà: la pietà. Questa nel suo significato classico è quel sentimento di venerazione che si nutre nei confronti dei genitori, della patria e della divinità. La pietas cristiana introduce il concetto di “cura” dell’altro: si passa dal mero onorare al concreto prestare soccorso, grazie alla forza della carità. E’ questo l’antidoto contro ogni possibile sopraffazione ed ingiustizia: l’uomo partecipa al destino di chi gli è più vicino, guidato dal comandamento lasciato dal Cristo “ama il prossimo tuo come te stesso”.

IL CORRIERE, LA SCIENZA E GLI EMBRIONI SALVATI

Ci scrive Giuliano Guzzo: Lo scorso 21 Novembre c’era da raccontare una notizia importante, importante al punto che più di qualche scienziato ha parlato di “svolta epocale”. Repubblica, La Stampa e Il Sole 24 Ore, benché riluttanti ad assegnare alla notizia il meritatissimo titolone, l’hanno comunque piazzata in prima pagina. Il primo quotidiano d’Italia invece no . Strano, non vi pare? La notizia era questa: è stato finalmente scoperto come riportare ad uno stato di pluripotenza le staminali adulte. Tradotto: non sarà più necessario, a fini di ricerca, prelevare cellule dagli embrioni, uccidendoli. Si potranno cioè studiare nuovi protocolli terapeutici senza massacrare esseri umani innocenti. Persino Ian Wilmut, il padre della pecora Dolly, dinnanzi a questa notizia ha dichiarato di voler abbandonare la sperimentazione sugli embrioni.
Alla faccia di tutti quelli che in Italia fino a ieri sbraitavano contro la pur discutibile Legge 40 che, com’è noto, vieta l’impiego degli embrioni a scopo di ricerca. Per tentare di abolire quella Legge, venne indetto anche un referendum che, benché fosse spalleggiato dal 99% degli intellettuali e da scienziati come Veronesi, Flamigni e la Montalcini, fallì miseramente, divenendo l’appuntamento referendario più boicottato dalla storia dell’Italia repubblicana. Scienziati meno egocentrici (Angelo Vescovi e Oreste Arrigoni, per fare due nomi) e osservatori più attenti già allora sostenevano la non necessità di sperimentare sugli embrioni, asserendo appunto l’esistenza di una via alternativa, ovvero quella di “ringiovanire” le cellule staminali adulte. Ma i grandi quotidiani, Corriere in testa, a questa opinione, che oggi trova una trionfale conferma nelle scoperte del nipponico Yamanaka e dello statunitense Thomson, diedero, al tempo, assai poco credito. Di più: il quotidiano di Via Solferino, in occasione del referendum abrogativo sulla legge 40, calpestò in pieno la neutralità che tanti lettori gli accreditano, pubblicando, il 14 gennaio 2005 – vale a dire diversi mesi prima del referendum – un trafiletto, ovviamente in prima pagina, col quale annunciava di schierarsi coi promotori referendari. La motivazione che il Corriere adduceva per giustificare quella clamorosa presa di posizione era, testualmente, la “difesa della libertà di ricerca scientifica (che altrimenti subirebbe gravi limitazioni con l’impossibilità di mettere a punto cure per malattie come Alzheimer, Parkinson, sclerosi, diabete)”.

Da quel gennaio 2005, sono passati più di tre anni, e non una persona in tutto il pianeta, nemmeno dove esiste la libertà di sperimentare notte e giorno con gli embrioni, è stata curata: non una. Al contrario, le cellule staminali adulte, quelle ricavabili dai tessuti dell’organismo adulto, si sono rivelate una miniera d’oro, rendendosi efficaci in più di 60 protocolli terapeutici.

A coronare il successo delle staminali adulte, il 20 Novembre le agenzie di stampa ufficializzano la pubblicazione, su autorevolissime riviste scientifiche quali Cell e Science, una notizia rivoluzionaria: le cellule staminali si possono finalmente “ringiovanire” e rendere pluripotenti. Per comprendere l’importanza di questa scoperta, ci basta ricordare una dichiarazione di Thomson quando afferma che “le nuove cellule create in laboratorio fanno esattamente ciò che le staminali embrionali sono capaci di fare. Forse sono clinicamente ancora più rilevanti di quelle embrionali, perché non dovrebbero dare problemi di rigetto” (La Repubblica, 21/11/07) Dinnanzi a questa, che non sarebbe esagerato definire una rivoluzione copernicana per le biotecnologie, il Corriere che fa? Pubblica un articolo firmato da Margherita de Bac che spara a zero sulla Legge 40, ancora una volta. Il bello è che qualcuno, all’imparzialità di certe testate, ci crede ancora.

Umberto Veronesi capolista del Pd in Lombardia.

Umberto Veronesi è stato candidato come capolista del Pd in Lombardia. Ripubblico un vecchio articolo scritto su di lui e sulla fiv, ricordando che nella sezione “bioetica” ve ne sono diversi a lui dedicati. E’ un personaggio da conoscere.

Sul numero del Novembre-Dicembre 2004 del bimestrale scientifico “Darwin”, l’ex ministro Umberto Veronesi introduceva con un suo editoriale un corposo dossier sulla fecondazione artificiale, improntato sostanzialmente alla demolizione della legge 40/2004 e all’esaltazione del “progresso civile” che troppe forze oscure tenterebbero di frenare. Il paragone buttato lì dall’illustre scienziato è tra la nostra epoca ed il Seicento, secolo in cui “Newton, Cartesio e Galileo” convivevano insieme agli spietati bruciatori di streghe.

L’armamentario, insomma, è quello solito della retorica più grossolana e anti-storica che possa esistere, aggravato dall’aver accostato in un ordine assurdo, cronologicamente e logicamente, i tre personaggi citati. Per intenderci: Galilei muore nel 1642, anno in cui Newton è appena nato! Ma la cosa non stupisce chi ricordi alcune prodezze del personaggio in questione. Veronesi, infatti, fu il ministro della Salute che introdusse le prime grosse limitazioni sul fumo “nei luoghi chiusi, pubblici e privati”. “La scelta -affermava allora- è stata quella di essere integralisti per difendere i 44 milioni di non fumatori”. “Integralista”, e però, contemporaneamente, con ragionamenti non proprio coerenti, né punto brillanti, manifestava una certa antipatia per altri proibizionismi, non da lui ugualmente condivisi, in materia di droga. Riguardo all’ecstasy, per fare un esempio, sosteneva che “nessuno può dire che sia una cosa di grande benessere, però fortunatamente non è mortale e non dà grande dipendenza”. Come a dire che, in fondo, è sicuramente meglio delle sigarette, che fanno invece ben “50.000 morti all’anno in Italia”.

Si sa invece che l’ecstasy è una droga sintetica euforizzante con effetti imprevedibili, che non andrebbero mai sminuiti, tantomeno da un ministro della Sanità. Può infatti non provocare nulla di immediatamente riscontrabile, in molte circostanze, ma essere addirittura mortale, nell’arco di poche ore, in altre. Può generare inoltre irritabilità, stati depressivi e gravi conseguenze di tipo psichiatrico. Con la stessa leggerezza ideologica con cui si schierava contro il fumo e a difesa dell’antiproibizionismo in materia di droghe leggere, Veronesi si è più volte pronunciato per la clonazione terapeutica, spiegando che è solo il mondo cattolico ad aver deciso “di chiamare embrione la cellula dopo l’incontro tra spermatozoo e ovocita”, mentre “per esserci un embrione deve esserci lo spermatozoo, l’uovo e l’utero” (La Stampa 29/11/2001).

Si tratta evidentemente di una affermazione ridicola, purtroppo ripresa recentemente anche dal celebre filosofo cattolico Giovanni Reale: “qualcuno dovrebbe spiegarmi come si può considerare persona sia pure in potenza un embrione che non si trova ancora nel luogo giusto, cioè nel ventre materno” (L’Espresso, 3/2/2005). Se occorre spiegarlo, dunque, lo spieghiamo. L’embrione non è appendice di nessuno, ma un nuovo organismo che si sviluppa senza soluzione di continuità, senza salti, e che “conserverà sempre la sua singolarità genetica, perché non usufruirà di nessun apporto di materiale genetico organizzato che intervenga dall’esterno a modificarlo”. Inoltre sarà “sempre geneticamente autonomo dal controllo genetico della madre e meccanicamente isolato dall’organismo materno grazie ad una membrana mucopolisaccaridica prima e al trofoblasto poi” (Giorgio Carbone, “L’embrione umano: qualcosa o qualcuno?”, ESD).

Non importa quindi che cresca nell’utero della madre o in quello della nonna, in un utero con affitto gratuito o a pagamento, in una mamma bianca o nera, come nella nostra epoca è successo e succederà: le sue caratteristiche genetiche, fisiche, sono già scritte, indipendentemente da colei che lo accoglierà. L’embrione non è, infatti, come la statua fatta da un falegname, plasmata a suo piacere, nel tempo voluto e secondo un suo personale disegno, che può essere tranquillamente considerata una proprietà e un “brevetto” del falegname stesso. E’ qualcosa di autonomo, affidato all’ospitalità generosa del grembo materno: la donna lo accoglie, non per plasmarlo o determinarlo, ma per assisterlo, per aiutarne lo sviluppo, perché l’embrione non è suo, ma dipende da lei “sotto l’aspetto metabolico funzionale per l’apporto dell’ossigeno e del materiale”. Dipende da lei similmente a come il pesce dipende dall’acqua e noi dall’ossigeno: nessuno può dunque dire che il pesce fuor d’acqua, cioè fuori dal suo “luogo giusto”, non è un pesce!

Tanto più assurdo dunque il discorso di Veronesi e di Reale riguardo alla Fiv o alla clonazione terapeutica. Infatti l’embrione scientemente prodotto viene “coltivato” in vitro, cioè in un ambiente che vuole sostituire l’utero materno: è possibile creare l’embrione, per poterne sfruttare le caratteristiche, e dire al tempo stesso che non esiste, perché manca l’utero? In altra occasione, presentando a Milano un libro di Giacomo Properzi, “C’erano una volta i laici”, Veronesi esponeva teorie assai simili a quelle di Francis Galton, l’inventore della moderna eugenetica, e a quelle di alcune personalità del nazismo. Occorre infatti realizzare, affermava, “il controllo dell’evoluzione dell’umanità”. Nientemeno. Infatti “l’evoluzione del mondo è una evoluzione moralmente cieca. La selezione naturale è il risultato di due grandi fattori. La casualità delle mutazioni che occorrono in milioni ogni giorno, tra di noi, e che sono puramente cieche e casuali, e l’ambiente che permette o non permette alle nuove mutazioni di sopravvivere o meno. In questa condizione abbastanza disastrosa di pura casualità di tutti gli eventi, per cui, come dice un grande teologo protestante, il mondo è pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli dove tutti sono contro tutti, come dice Engelhardt, dove l’evoluzione è priva di una normativa etica intrinseca, forse incominciamo a delineare di intervenire geneticamente, almeno ad ideare, ad immaginare anche l’utilizzo della genetica ai fini di un miglior controllo di queste assurdità evolutive”. Proponeva cioè, con uno stile più involuto che evoluto, che alla casta sacrale degli scienziati, cui lui appartiene, sia affidato il compito di guidare, di controllare l’evoluzione umana, attraverso la manipolazione genetica; il compito di mettere ordine là dove, in natura, si trova solo disordine; di eliminare presunte mostruosità ed errori, e cioè creature umane malriuscite, per creare l’uomo, che non sia più figlio della “pura casualità”.

Un delirio di onnipotenza che ha qualcosa di terrificante: il mondo che evolve ciecamente, raddrizzato, regolato, riprogrammato dai conoscitori del Dna, per conto del mondo intero! Ma in base a quali principi? Con quali giustificazioni etiche? Veronesi lo lascia capire qualche riga più sotto, quando cita Engelhardt, definendolo “il più grande bioetico del mondo”. E chi è costui? Trattasi di un famoso medico filosofo statunitense che sostiene che né l’embrione, né il feto, né l’infante, sino ad una certa data sono da considerarsi persone, essendo in realtà il loro “status morale” inferiore a quello dei mammiferi adulti! Ma passiamo al dossier in questione. Ci aspetteremmo che gli “amici” dell’illustre Ministro ci raccontino gli splendori della scienza, la sua capacità di ridurre le mostruosità e gli errori della natura, di portare alla causalità ordinata, logica e benigna, la casualità assurda della natura. Invece no, a leggere attentamente non è proprio così. Sembra, anzi, che le mostruosità le compiano gli uomini, nei loro laboratori. Andiamo con ordine. Il primo articolo, a firma Arne Sunde, definisce la legge 40 “disastrosa per le coppie infertili e per le cliniche di fecondazione assistita”, anche se, almeno, lascia aperta la porta al congelamento degli ovociti: “quest’ultima è una tecnica che è ancora nella sua infanzia e ha dato vita a un numero di bambini troppo modesto perché possa essere considerata sicura”. Non è sicura, quindi, ma intanto la adottiamo! Altri articoli presentano contraddizioni ed assurdità patenti, che è meglio non analizzare, per giungere subito all’esposizione di Annapia Ferraretti, Maria Cristina Magli, Arianna D’Angelo, tre operatrici nel campo della fecondazione artificiale. Costoro dicono chiaramente che la gravidanza multipla “è oggi riconosciuta come la complicanza più frequente dei trattamenti per l’infertilità”, sia che si tratti di gravidanza gemellare che plurigemellare. “L’unica misura preventiva sarebbe il trasferimento del minor numero possibile di embrioni”, cosa che non avviene in Italia: il nostro infatti “è tra i paesi con la più alta incidenza di gravidanze multiple”, per via della consuetudine di impiantare troppi embrioni. Il registro mondiale del 1998 segnala che ogni 100 bambini nati con Pma, 30 sono gemelli e 9 trigemini, “mentre nella popolazione normale la gravidanza gemellare incide per 1 su 80 e quella trigemina per 1 su 6.400”. Cosa significa tutto ciò? “E’ noto da tempo che le gravidanze multiple comportano un alto rischio di complicanze sia per la madre sia per i neonati. Ma solo più recentemente è risultato chiaro come queste gravidanze possano avere ripercussioni a lungo termine sulla salute dei nati.

E’ infatti ben documentato come la gravidanza multipla sia associata a una serie di rischi per la salute della madre, quali ipertensione, fenomeni tromboembolici, infezioni urinarie, anemia, distacco di placenta. In questi casi la gestante necessita più frequentemente di riposo assoluto, di ospedalizzazione, di cure mediche, di tagli cesarei ed è ad alto rischio di parti prematuri con conseguenze sulla salute dei nati…La maggior parte dei rischi per la salute dei neonati, sia per la mortalità che per la morbilità, è legata al fatto che nascono più frequentemente da parti pretermine e con un peso più basso rispetto ai nati da gravidanze singole…La prematurità aumenta inoltre il rischio di complicanze neonatali quali l’emorragia intraventricolare, la sindrome da distress respiratorio, la sepsi, la retinopatia, raggiungendo percentuali con incidenza variabile tra il 10% e il 40% nei nati da gravidanze plurigemellari…Per quanto riguarda le complicanze pediatriche i nati da gravidanze multiple, che sopravvivono al periodo post-natale, hanno un maggior rischio di complicanze nello sviluppo fisico e psichico. Rispetto alle gravidanze singole il rischio di handicap è quasi il doppio nei nati da gravidanza gemellare e triplo nei nati da gravidanze plurigemellari. Le complicanze più frequenti compaiono a carico del sistema neurologico e possono variare da lievi anomalie, come ritardo nello sviluppo del linguaggio, a deficit mentali veri e propri. Oltre a quanto descritto la gravidanza multipla sembra avere un impatto anche a livello psicologico nel contesto familiare.

Uno studio eseguito nel 1998 ha messo in evidenza un maggior livello di stress nei genitori e più frequenti problemi comportamentali nei figli”. Lo status della questione è poi chiarito da uno schemino, che riporta la situazione italiana: nel 1997, con un numero medio di 3,5 embrioni trasferiti, vi è stato un 20% di parti gemellari, un 5% di parti trigemini, ed un 1% di quadrigemini; nell’anno 2000 su 2.841 parti vi sono state 533 gravidanze interrotte, 571 parti gemellari, 97 parti trigemini e 8 parti quadrigemini… Se ne desume, ad occhio, che la fecondazione artificiale è una sorta di roulette russa, e che “il mondo pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli” di cui parlava il Veronesi non è il nostro, attuale, ma quello che i manipolatori della vita stanno apparecchiandoci, seppure con la loro rassicurante, immensa e grassa prosopopea.

Mussolini e il crollo degli idoli

Benché sia impossibile rintracciare un solo grande gerarca fascista sinceramente vicino al cattolicesimo, esiste pur tuttavia un aggettivo composto, che ancor oggi qualcuno utilizza a scopo intimidatorio: “clerico-fascista”. Eppure le origini anarco-socialiste ed anticlericali di Benito Mussolini dovrebbero bastare a fugare simili confusioni storiografiche.

L’uomo di Predappio, per intenderci, lungi dall’essere un pio figlio della Chiesa, si distinse già in gioventù per aver preso a picconate la statua della Madonna di Forlì e per aver teorizzato l’inesistenza di Dio in un opuscolo filosofico intitolato “L’uomo e la divinità”. Di fronte ad una piccola folla giunse addirittura ad invitare Dio stesso a rivelare la sua presenza, fulminandolo nell’arco di cinque minuti: il fulmine non arrivò ed egli ritenne di aver finalmente provato, concretamente, che non esisteva. Insomma, Mussolini era rigorosamente ateo e al passo coi tempi, come tutti i dittatori: odiava l’Impero Asburgico, perché cattolico, e l’imperatore Carlo, reo di seguire le processioni del Corpus Domini in semplice uniforme, a capo chino.

Magnificava, invece, gli immortali principi della Rivoluzione Francese, e considerava “laicamente” il buon Dio un intralcio alla realizzazione dell’uomo e di una società giusta. Per capire quale fosse il pensiero che Pio XI nutriva sul suo conto, occorre sicuramente leggere il diario del quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, primo ambasciatore del fascismo in Vaticano (“Il quadrumviro scomodo”, Mursia). Se ne evince che il contrasto tra il vertice della Chiesa ed il fascismo non conobbe che alcune tregue, brevi e sempre armate. Scontri tra Stato e Vaticano scoppiarono anche nell’aprile 1929, solo tre mesi dopo i patti Lateranensi. Proprio in occasione di questi, infatti, il duce non aveva nascosto agli intimi l’ambiguità dell’operazione: “Come avete udito, abbiamo fatto la pace con la Chiesa…ora che la pace è fatta, si può pure riprendere la guerra!”.

Così il dittatore provvide via via a sequestrare molti giornali religiosi, impartì l’ordine di scioglimento dei seimila Circoli Cattolici e dei Giovani Esploratori, allo scopo di impossessarsi totalmente della gioventù, e dichiarò guerra all’Azione Cattolica…Il papa rispondeva agli attacchi attraverso gli unici giornali che ancora si opponevano al regime, l'”Osservatore Romano” e “Civiltà Cattolica”. Nel suo racconto appassionato e ricco di aneddoti, De Vecchi riporta alcuni dialoghi avuti col pontefice, il quale, un giorno, ebbe a dirgli: “Ecco che cosa avete fatto, avete imbrogliato il papa!…Gli vada a dire (a Mussolini, ndr), allora, che con i sistemi che usa e con i fini che si propone mi fa schifo”. “La frase, commenta De Vecchi, mi colpì come un pugno in pieno petto. Mi pare eccessivo, ribattei”. E il papa: “Ah, non le piace? Questa poi è curiosa! Allora le dirò, nausea, vomito…”.

In un ‘altra occasione, con tono più dolce, Pio XI esclamò: “Deve dire a mio nome al Signor Mussolini che quel suo mezzo divinizzarsi a me dispiace e a lui fa male, anzi malissimo. Egli non deve porsi così a mezz’aria tra la terra e il cielo senza più tenere i piedi sulla crosta terrestre. Gli faccia riflettere, a nome mio, che Iddio, Nostro Signore, è uno solo. Egli non potrebbe essere dunque che un idolo, un feticcio, oppure un falso iddio, o al massimo, un falso profeta. Ora lo inviti, sempre a nome mio, intendiamoci, a riflettere che i popoli, le turbe, prima o poi finiscono per abbattere gli idoli…”. La profezia sulla fine degli idoli si sarebbe avverata. Ma il duce, in quegli anni, non la poteva comprendere: non era uomo abituato ad inginocchiarsi, e neppure a riflettere sulle dure e leali parole del Mercoledì delle Ceneri. Al contrario, era affascinato dal superuomo, e desumeva, da Hegel, l’esistenza di “uomini cosmico storici”.

Costoro, secondo il filosofo tedesco, “hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti: essi sanno quale sia la verità del loro mondo e del loro tempo…e quel che fanno è quello che va fatto. Gli altri debbono loro obbedire…Questi individui soddisfano se medesimi: non agiscono per soddisfare gli altri…ma resistere a questi individui cosmico storici è impresa vana”.

Durante la prigionia sull’isola di Ponza, archiviata col tonfo la fola “cosmico storica” delle filosofie atee, che pretendono di trasformare l’uomo in ridicola divinità, Mussolini inizierà a leggere “La vita di Cristo” di Ricciotti. Nell’ora, finalmente umana, del dolore, ne sottolineerà, in particolare, una riga: “Gesù uscì solo, non gli era d’appresso neppure un amico”.

D’Annunzio, Huysmans e i bambini lasciati morire sul davanzale.

Un bimbo esposto sulla finestra, al gelo, perché muoia. Un innocente che richiede ogni attenzione e ogni cura, perché da solo non può nulla. Affidato totalmente all’amore dei suoi genitori. Un agnello sacrificale, come Gesù, misteriosamente in balia della bontà e della cattiveria degli uomini. Misteriosamente chiamato, con la sua grazia, con la sua dolcezza, con la sua piccola anima bianca, a commuovere un uomo e una donna già adulti, già sazi di esperienze, di amori, di lusso, di peccato. Chiamato a purificare il loro sguardo, i loro pensieri, ormai da tempo insudiciati dalle miserie del mondo, da tempo persi in “selve oscure” che non lasciano intravedere il cielo.

E’ questo bambino, è la redenzione che promette, con i suoi occhi puliti e profondi, senza malizia, la sua pelle candida, e le sue manine innocue, che occupa la mente di Gabriele D’Annunzio, quando decide di scrivere il romanzo “L’innocente”; quando sceglie di produrre scintille mettendo a confronto il sentimento della sua miseria, della malattia interiore del suo animo degradato dal piacere e dall’infedeltà, con qualcosa di puro, di immacolato, di innocente, appunto. Beati immaculati: così scrive, il poeta soldato, nell’incipit del romanzo, in cui il protagonista, Tullio Hermil, narra la sua storia, i suoi amori disordinati, le sue impulsività demoniache, che lo hanno spinto ad uccidere un bimbo appena nato, esponendolo al gelo di un davanzale. Tullio Hermil è un alter ego di D’Annunzio. E’, a me sembra, l’ammissione del grande retore dell’impossibilità per l’uomo di vivere al di fuori della legge, e quindi dell’amore di Dio. Perché alla fine di tutto, il rimorso per aver violato l’innocenza urla dentro di lui, sebbene offuscato dall’orgoglio e dalla negazione, implicita, di Dio e della sua misericordia. Così inizia il romanzo: ” Andare davanti al giudice, dirgli: ‘Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa… Eccomi nelle vostre mani. Ascoltatemi. Giudicatemi.’ Non posso né voglio. La giustizia degli uomini non mi tocca. Nessun tribunale della terra saprebbe giudicarmi. Eppure bisogna che io mi accusi, che mi confessi. Bisogna che riveli il segreto a qualcuno. A Chi?”.

A chi, se non all’Innocente per eccellenza, immolato per i nostri peccati, che si è fatto bambino e si è offerto così alla nostra libertà? Ma D’Annunzio poteva credere nel peccato, perché lo viveva ogni giorno, perché sapeva riconoscere, a tratti, di essere ormai “stanco di mentire”. Ma forse non aveva la forza per umiliarsi, per chiedere perdono, esattamente come Giuda: di qui i suoi vari tentativi di suicidio. E’terribile dover dire “a Chi?”, e non trovare risposta. Questo vecchio romanzo, “L’Innocente”, mi è venuto in mente quando ho letto, sul Corriere del 4 febbraio, quello che già si sapeva: che vi sono bambini “sopravvissuti all’aborto lasciati morire di freddo”, “messi sul davanzale delle finestre o addirittura in frigorifero per affrettarne la fine, o semplicemente abbandonati a se stessi, sul tavolo operatorio, così da sollevare dall’imbarazzo genitori e medico”. Leggendo, ho pensato che il decadente D’Annunzio, il perverso poeta fiumano, nemico giurato di Dio, pagano sin nel midollo, attento solamente a mordere “frutti terrestri”, succube della magia e della superstizione, schiavo dei sensi, oltre cent’anni fa sapeva ancora stupirsi dinnanzi all’innocenza. Sapeva ancora sognarla, a momenti, e rimpiangerla.

Ho pensato anche ad un altro decadente, che D’Annunzio ben conosceva, il francese Joris Karl Huysmans, e al suo “La bas”. E’, questa, la storia di Durtal, un alter ego dell’autore, che giunge pian piano dalle bassezze del piacere fine a se stesso, sino all’abisso del satanismo. Nel suo peregrinare intellettuale, si interessa alle vicende di Gilles de Rais, un uomo pio, seguace fedele e coraggioso di Giovanna d’Arco, della limpida “vergine d’Orleans”, divenuto poi, dopo la morte di lei, mago, spiritista, e “violentatore di bambini, sgozzatore di ragazzi e fanciulle”. Gli innocenti, coloro che si fidano, divennero per Gilles le prede più ambite, sinché, “non potendo più scendere, tentò di tornare sui suoi passi”, si pentì dinanzi ai suoi giudici, ai genitori delle vittime e fu accompagnato alla pena di morte, tra le lacrime e le dimostrazioni di pietà. Anche Durtal, come Gilles, sperimenta il culto del Maligno, scende nel suo inferno, passo dopo passo, sino a partecipare a cerimonie in onore di Satana. Ad un certo punto del romanzo riporta proprio una preghiera al Signore del Male, che ha udito con le sue orecchie: “…Tu salvi l’onore delle famiglie con l’aborto di ventri fecondati nell’oblio di leciti orgasmi; tu suggerisci alle madri un rapido aborto e la tua ostetricia risparmia le angosce della maturità, il dolore delle cadute, ai bambini che muoiono prima di nascere”.

Dopo la preghiera, racconta Durtal, un sacerdote apostata profana l’ostia monda, l’ostia santa, l’ostia immacolata: l’Innocente. In seguito ad esperienze analoghe a quelle di Durtal, Huysmans approderà alla fede, e scriverà: “E’ attraverso la visione del soprannaturale del male che ho avuto la prima percezione del soprannaturale del bene. Con la sua zampa adunca il demonio m’ha condotto verso Dio”. L’innocenza violata, oggi, da coloro che lasciano morire i bambini sul davanzale, dai nuovi pedofili in serie alla Gilles de Rais, porterà ancora ai grandi pentimenti, o la trasmutazione del male in bene, il peccato più grave perché “chiude la porta al pentimento”, ha ormai offuscato del tutto i nostri cuori?

L’albero della vita

Di Matteo Graziola: “? difficile per noi uomini della civiltà tecnologica immaginare come
poteva essere la percezione della natura da parte dei nostri più
lontani antenati. La nostra rinnovata sensibilità per l’ambiente e
per
la “tutela del verde ” si limita interamente alla sfera biologica ed
estetica: sentiamo di aver bisogno di un ambiente biologicamente sano
e
di uno scenario esteticamente gradevole, ma non riusciamo ad andare
al
di là di queste dimensioni, pur avvertendo fortemente e anche
fastidiosamente che ci sfugge qualcosa di assolutamente decisivo.
L’uomo primitivo e quello antico, molto meno sviluppato di noi sul
piano del patrimonio concettuale e scientifico, non era però meno
dotato rispetto a noi della straordinaria e misteriosa capacità dello
spirito umano di avvertire e cercare ciò che sfugge ai calcoli
utilitaristici. Gli antropologi constatano infatti con comprensibile
stupore il manifestarsi di questa insopprimibile indole metafisica
dell’uomo fin dai primi segni lasciati dall’essere umano sulla terra.
Attraverso di essi i nostri più lontani padri ci hanno lasciato la
testimonianza della loro “ontologia “, cioè la percezione del mistero
dell’essere: da questo mistero si sentivano generati, avvolti,
chiamati, affascinati, nonostante tutte le grandi difficoltà della
loro
esistenza e la rudimentale capacità di espressione di cui potevano
disporre. La loro immersione totale in una natura che era insieme
fonte
di sofferenze ma anche di continua esperienza di bellezza non poteva
non generare in loro l’intuizione di questo mistero, di cui
rinvenivano
ovunque i segni.
Uno di questi segni, il cui utilizzo simbolico si perde nella notte
dei tempi e che viene alla luce in molteplici modi tra le più antiche
tracce visibili delle primitive civiltà, è quello dell’albero,
studiato
da Maria Teresa Lezzi, storica dell’arte e delle religioni, venuta
dalla Lombardia e residente in Trentino, in un testo recentemente
pubblicato dalla casa editrice Itaca: L’Albero della vita. Con
l’introduzione di due studiosi di fama internazionale di storia delle
religioni e storia dell’arte, Julien Ries e Piotr Skubiszewski, il
testo mostra l’importanza e l’ampiezza del simbolismo dell’albero
riunendo e confrontando i testi e le immagini che lo traducono.
Questa
è l’idea madre del libro che ne costituisce la sua vera originalità.
Dottoressa Lezzi, cosa si intende anzitutto per “albero della vita”?
“Per gli uomini primitivi l’albero è stato d’importanza fondamentale:
segnalava la presenza dell’acqua, offriva ombra, forniva il legno che
serviva per la costruzione di utensili e abitazioni e per accendere
il
fuoco, era fonte di nutrimento con i suoi frutti. L’uomo ha vissuto
una
tale simbiosi con l’albero che aveva l’impressione di ricevere
l’esistenza stessa da esso. La maestosità di alcuni alberi, il
fruscio
delle foglie, il silenzio delle foreste suscitava negli uomini la
sensazione di grandiosità e di mistero. Mai un albero fu adorato per
se
stesso, ma sempre per quel che rivelava. Eliade scrive che per
l’esperienza religiosa dell’uomo arcaico l’albero rappresenta una
potenza che è dovuta sia all’albero in quanto tale, che alle sue
implicazioni cosmologiche. Esso diventa manifestazione del sacro
proprio nella sua forma e modalità biologica: perché è verticale,
cresce, perde le foglie e le riacquista, “muore” e “resuscita”
innumerevoli volte, ha la sua linfa, porta frutti. ? simbolo del
carattere ciclico dell’evoluzione cosmica. Mette in comunicazione i
tre
livelli del cosmo: l’inferno per le sue radici che penetrano nelle
profondità, la terra per il suo tronco, le altezze per i suoi rami e
la
sua cima innalzati verso il cielo: diventa Albero cosmico, Axis
mundi,
che si erge al centro dell’Universo. Esso esprime la sacralità stessa
del mondo; la sua fecondità e perennità è in relazione con le idee di
creazione e fertilità, d’iniziazione e in ultima istanza con l’idea
d’immortalità. Così l’Albero del Mondo diventa anche l’Albero della
vita”.
Il primo capitolo del suo libro è dedicato allo studio di questa
simbologia all’interno delle civiltà antiche. In quali di queste
civiltà si ritrova questo archetipo simbolico?
“Certamente nella civiltà mesopotamica in cui l’albero kiskanu
presenta le caratteristiche dell’Albero Cosmico, infatti si trova a
Eridu, luogo sacro per eccellenza, è considerato il prototipo
dell’albero sacro babilonese la cui iconografia è così diffusa nelle
antiche civiltà del Vicino Oriente. Nell’epopea sumerica il mitico
eroe
Gilgames parte alla ricerca della pianta della vita che rende
immortali. Anche nella tradizione iranica appare l’Albero della vita
e
della rigenerazione, l’haoma o
Gaokerena, che dà l’immortalità a chi si nutre di esso, conosciutao
fino in India”.
Qual era in sintesi il messaggio culturale che questa simbologia
veicolava all’interno delle civiltà antiche?
“Alle civiltà mesopotamica e iranica abbiamo già accennato, mentre in
Grecia e a Roma l’albero era protetto dalla divinità o abitazione di
essa, come riferisce Plino il Vecchio nella sua Storia Naturale.
Nell’antico Egitto emerge un legame con il culto dei morti, poiché
l’albero del sicomoro viene identificato con la dea Nut che dispensa
cibo e bevanda ai defunti”.
Il secondo capitolo riguarda la storia giudeo-cristiana: assistiamo a
delle mutazioni semantiche radicali?
“Riguardo all’Albero della vita nel paradiso terrestre, i biblisti
hanno rilevato un’analogia con l’albero della vita mesopotamico,
mentre
l’esegesi e l’iconografia diventa dalle origini la prefigurazione
della
Croce. Essa si dice a volte realizzata con il legno dell’Albero della
Conoscenza del Bene e del Male e più spesso con quello dell’Albero
della Vita. Ma nella stessa esegesi e nell’iconografia l’Albero del
peccato è spesso compreso e superato dall’Albero della Vita. Questo
infatti appare già chiaramente identificato con la Croce e con Cristo
stesso in scene del Peccato Originale. L’Albero della Vita, posto al
centro del paradiso terrestre, irrigato dai quattro fiumi del
paradiso,
è già presente nel profetismo ebraico – nel libro di Enoch – come
simbolo della salvezza messianica, anzi è la stessa sapienza di Dio,
come affermato dal libro biblico dei Proverbi. Nella stessa immagine
l’apocalittica cristiana vede il compimento della Redenzione. Ma
sopravviene qualcosa di decisamente nuovo: “un diritto all’Albero
della
Vita”, come afferma il libro dell’Apocalisse; esso è prerogativa solo
di coloro che hanno lavato i loro abiti nel sangue dell’Agnello. Fra
l’Albero della Vita del paradiso terrestre e quello del paradiso
degli
ultimi tempi, il cristiano vede ergersene un terzo: la Croce”.
Il terzo capitolo tratta dell’albero nelle civiltà non cristiane: che
relazione vede tra la forza di tale simbolo e i percorsi religiosi
dell’umanità?
“Il simbolismo dell’Albero Cosmico è uno dei più fecondi e universali
che abbia conosciuto l’umanità per spiegare la costituzione
dell’Universo e il posto che l’uomo deve occuparvi “.
Il Trentino è ricchissimo di alberi ad alto fusto: tale simbolo è
presente nell’arte locale?
“Sì, nelle decorazioni delle culle lignee come simbolo di fecondità e
abbondanza”.

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