Lo si può incontrare in una via di Milano, confuso tra la folla del sabato, a fare acquisti con la fidanzata, attento a non spendere troppo perché sta mettendo da parte i soldi per il matrimonio. Tranquillo, “normale” come dice di se stesso, virgolette comprese. Chi lo avesse conosciuto dieci anni fa potrebbe pensare di essersi sbagliato. Invece è proprio Luca Di Tolve, nella sua nuova vita. “Quella – racconta – che mi sono conquistato dopo sei anni di terapia riparativa dell’omosessualità: tre rosari al giorno, gruppi di ascolto, studio della Bibbia e dei testi di Josè Maria Escrivà, il fondatore dell’Opus Dei. Adesso, finalmente, sono guarito”.
“Guarito”, dice, come se essere gay fosse una malattia, secondo le più bieche posizioni omofobiche. Eppure Luca era omosessuale, e non uno tranquillo. Piuttosto uno da montagne russe, capace di passare dalle eleganti suite newyorchesi al sesso rubato in una “darkroom”, dall’ufficio dove dirigeva un team di persone a un parco di notte a consumare rapporti.
Il primo amore
Gay lo è sempre stato, fin da bimbo. “Ricordo la mia infanzia a giocare con le bambole e con le amiche del palazzo volevo sempre fare la mamma”, racconta. Già allora i genitori si erano separati, lui viveva in un monolocale a Milano con la mamma “troppo affettuosa, a volte soffocante ma anche tanto indaffarata nella lotta per la sopravvivenza”. Andò a finire che in seconda media si innamorò perdutamente del suo compagno di banco “bello, perfetto, forte e dolce allo stesso tempo”. Amore non corrisposto. E non solo: “Se ne accorse la prof, anzi, praticamente tutti”. Lo sospesero. “Rimasi a letto per giorni, gridavo il nome del mio compagno nel sonno. Lo psicologo disse che ero il classico bambino turbato per la separazione dei genitori e che un altro cambiamento sarebbe stato dannoso”.
Il sesso
Luca tornò in classe, riuscì anche a diventare amico del suo “bello”. Ma l’amore quello no. “Rimaneva in me un vuoto che mai riuscii a colmare, i miei studi andarono a rotoli, abbandonai la scuola”. Dopo un po’ arrivò il sesso, forse anche l’amore, con un ragazzo più grande. Il mondo omosessuale si aprì davanti a lui, “un mondo finalmente pieno di colori dopo tanta amarezza, sentivo di poter finalmente camminare da vincitore e non da sconfitto”.
La prima vittoria? Arrivare a Canale 5. Batteva le mani, faceva apparizioni sporadiche, guadagnava quasi nulla ma intanto conosceva meglio l’ambiente. Il passo successivo fu entrare nel giro delle discoteche. Quando anche le discoteche iniziarono a stargli strette passò a occuparsi della sezione turismo dell’Arci Gay. Organizzava viaggi per omosessuali. Gli piacque talmente che pensò di aver finalmente trovato la via giusta. Mise su un’agenzia sua, specializzazione i viaggi a tema, soprattutto negli Usa, ma anche feste ed eventi come il Gay Pride di Napoli. “Ero amato, invidiato, avevo soldi, casa in centro, bei vestiti, in tasca biglietti d’aereo per andare a fare shopping negli Usa quando volevo”. Il massimo, insomma. O forse no. “L’Aids marciava trionfante, la vita di amici ventenni con i quali avevo diviso anni lieti, si spegneva miseramente”. Anche lui finì nella morsa dell’Hiv. Scomparve il suo lavoro, un sieropositivo non può sottoporsi a una girandola di viaggi e vaccinazioni. Si dissolsero le paillette, iniziò il periodo peggiore. “Tornai a casa di mia madre, ormai risposata, e fu il mio deserto”. Ovvero, il momento delle darkroom, dei parchi, del sesso disperato, degli stupefacenti. “Poi ho scoperto il buddismo, e sono arrivate le canzoni. Ho vinto un concorso con testo dedicato a un Dio non ancora decifrato bene”.
La svolta
La svolta avvenne per caso. Un giorno un amico omosex dimenticò a casa sua alcuni appunti di filosofia. Luca li sfogliò per curiosità e s’imbattè nelle teorie di Joseph Nicolosi. Spiega: “All’inizio ebbi voglia di prendere a pugni questo signore e le sue idee. Però non riuscivo nemmeno a liberarmene. In fondo che cos’era quell’andare in giro per parchi se non la conferma che anch’io ero vittima di pulsioni, di nevrosi di cui dovevo liberarmi? E perché non riuscivo a raggiungere la felicità con un ragazzo, uno dei tanti conosciuti in quegli anni? Perché nei maschi mi guardavo come in uno specchio, ma era della diversità di una donna che avevo bisogno”.
Abbandonò il buddismo, ritrovò il cristianesimo e scoprì per la prima volta l’identità di uomo. “Non dico che sia stato facile, devi saper rinunciare, fermare la caccia al sesso compulsivo che prima praticavo istintivamente”. Ci sono voluti sei anni, qualche caduta qui e lì, molta volontà, anche – e un tempo gli sarebbe apparso impensabile – tante preghiere. “Tre rosari al giorno, i corsi del gruppo Chaire e quelli di Living Waters. Un anno fa ho conosciuto la mia fidanzata. Di me sa tutto e ha accettato di starmi accanto”. Stanno mettendo da parte i soldi per sposarsi, conta di farcela nel giro di due anni.(la Stampa,26(2/2007)
Author: Caius
Messaggio quaresimale del patriarca di Gerusalemme.
Fratelli e sorelle,
La grazia e la pace di Nostro Signore Gesù Cristo siano con voi!
Diamo inizio alla Quaresima e con Gesù andiamo nel deserto di Gerico che oggi ci dice due cose: innanzi tutto che questo deserto è lo stesso dove Gesù volle digiunare e pregare prima di adempiere alla sua missione nel mondo; e poi che Gerico è una piccola città-prigione, come tutte le città palestinesi, simbolo di una situazione di conflitto divenuta nostro ambiente di vita, generazione dopo generazione, giorno dopo giorno. In questa Quaresima da un lato vogliamo pregare e incontrare Dio nella solitudine, dall’altro vogliamo incontrare gli uomini per superare il conflitto e vedere il volto di Dio in tutti.
Nel deserto ci liberiamo per un lasso di tempo del peso delle nostre preoccupazioni nella vita privata o pubblica per poter gioire di un momento di libertà interiore che ci consente di vedere: di vedere Dio e di vedere, nelle profondità di noi stessi, il bene e il male che ci portiamo dentro, per poterci purificare e per conoscere meglio la vocazione alla quale Dio ci chiama nella nostra Chiesa e nella nostra società.
La Chiesa ci invita ad astenerci dal nutrimento durante la Quaresima non già con l’intento, fine a se stesso, di privarci di alcuni o di tutti i cibi ma perché possiamo esercitarci a fare a meno di qualcosa per conseguirne un’altra migliore; e come mezzo per ritrovare la nostra libertà. Ci liberiamo dalle pressioni del corpo e della materia come dai sentimenti che ci spingono a odiare e a distruggere, per poter rianimare la forza dello spirito che è in noi e che ci aiuta a vivere la vita abbondante che Gesù è venuto a darci, fatta di prove è vero – “chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34) – ma pure di un amore che produce una vita abbondante: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Come io vi ho amato,così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 10,10; Gv 13,34).
Digiuniamo per diventare capaci di riconciliarci con Dio, così come dice San Paolo: “Lasciatevi riconciliare con Dio” (2Cor 5,20). E la riconciliazione con Dio non può farsi senza la riconciliazione con tutti i figli di Dio, nostri fratelli e sorelle, amici o nemici.
Digiuniamo per rinnovare l’accettazione della nostra fede con tutta la sua forza liberatrice e le sue esigenze. Perché avere la vocazione del lievito, del sale e della luce è vocazione a una vita difficile. Ma Gesù ci dice pure: “Se avrete fede potrete smuovere le montagne” (cf .Mt 21.21). La fede autentica, pienamente accettata e vissuta. compensa il numero esiguo, scarta la paura e rende il credente capace di contribuire alla costruzione comune, anche se è solo nella sua società. La vocazione del lievito nella pasta, nella stessa terra di Gesù, ci chiede di restare in questa terra, per quanto la vita in altre terre possa essere più comoda. La vocazione del lievito è essere chiamati a vivere il comandamento dell’amore, al fine di perdonare, pur reclamando tutti i diritti perduti; e fare della vita una condivisione di beni e di sacrifici che ci rende tutti, con tutte le nostre differenze di religione o di nazionalità, degli autentici costruttori della nuova società che deve nascere in Terra Santa per tutti, ebrei, drusi, musulmani e cristiani.
Siamo chiamati a una vita difficile nel conflitto che tuttora continua in Palestina e che ha delle ripercussioni in altri paesi della nostra diocesi, Israele e Giordania : l’occupazione con tutto quel che ne consegue, la limitazione della libertà, il muro, le barriere militari, le privazioni, i soldati israeliani che in ogni momento entrano nelle città palestinesi, uccidono delle persone, si portano via dei prigionieri, sradicano alberi e demoliscono case….Si aggiunga a questo la mancanza di visione all’interno della società palestinese e la mancanza di sicurezza, della quale profittano taluni per violare le leggi e opprimere i loro fratelli, e soprattutto coloro che detengono delle armi e le impiegano per opprimere o per rubare il denaro degli altri. E le lotte intestine che stentano a scomparire… A tutto ciò si aggiunga la non risposta o l’incapacità della comunità internazionale a rispondere alle molteplici voci di pace che si levano dalla regione. E le preghiere, molteplici, che si innalzano dappertutto e sono insistenti in questo tempo di prova: noi riponiamo la nostra speranza in esse e così pure in tutte le persone di buona volontà.
Al cospetto di tutto questo, la Quaresima ricorda al cristiano che questa situazione può essere di morte o di vita nuova e che egli è chiamato a convertirsi a una situazione di vita nuova. Così il nostro digiuno ha per scopo innanzi tutto di meditare e di cercare la volontà di Dio e la sua Provvidenza nelle prove che viviamo. Quindi di rinnovare il nostro amore gli uni per gli altri. Allora unendo alle nostre preoccupazioni il peso di quelle degli altri, Dio si fa presente fra di noi, secondo la parola di Gesù : “Quando due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Così saremo in tre a portare le nostre preoccupazioni: noi, il nostro fratello e Dio. Con ciò diventiamo più forti e il peso sarà più leggero. Infine, presente Dio in mezzo a noi, arriveremo a capire il senso degli eventi che viviamo, vedremo come convertire le prove e le oppressioni in amore gli uni per gli altri. Avremo dunque più forza per una maggiore unità e per una vera resistenza che ha come scopo non quello di demolire l’avversario o di colmare i nostri cuori di rancore contro di lui, ma invece quello di porre fine al male dell’occupazione, con tutte le sue oppressioni, e di cominciare così una vita nuova per tutti, occupati e occupanti.
Fratelli e sorelle, chiedo per voi tutti a Dio ogni grazia e benedizione. Che il vostro digiuno sia benedetto e gradito, fonte in voi di rinnovamento dello spirito. Chiedo al Dio Altissimo di darvi la grazia di amare la vita nonostante le dure circostanze nelle quali vi ha inviati per costruire una vita nuova e una società nuova per tutti. Amen.
+ Michel Sabbah, Patriarca
Gerusalemme, Mercoledì delle Ceneri,21 febbraio 2007
Martino aveva previsto tutto.
Anche ieri sono morti in Iraq altri 9 soldati americani. Siamo ormai ben oltre i 3000 morti americani, e alcune decine di migliaia di feriti. Ma nulla cambia. E’ interessante allora sentire quanto diceva il cardinal Martino, a nome del Vaticano, nel febbraio 2003. Sembra un profeta, ma non lo è. Bastava la ragione….e la conoscenza storica…
Intervista con l’arcivescovo Renato Raffaele Martino
“Una vera azione preventiva? Evitare la guerra”
Parla il nuovo presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. “La guerra preventiva è guerra di aggressione, non è giustificabile e non risolve nulla. Non bisogna abbandonare un approccio multilaterale alla crisi irachena”
di Gianni Cardinale
Dopo sedici anni passati al Palazzo di Vetro di New York, l’arcivescovo Renato Raffaele Martino è stato chiamato a guidare il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace. Dicastero che ha il compito primario di mirare a far sì che nel mondo siano promosse appunto la giustizia e la pace “secondo il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa”. Succede, in questo incarico, a personalità prestigiose come il cardinale francese Roger Etchegaray e il compianto cardinale vietnamita Fran?ois Xavier Nguy?n Van Thu?n.
Martino ha 70 anni. Originario di Salerno, è entrato nella diplomazia vaticana nel 1962 e ha lavorato nelle nunziature di Nicaragua, Filippine, Libano, Canada e Brasile. Tra il 1970 e il 1975 ha guidato il dipartimento per le organizzazioni internazionali della Segreteria di Stato. Nel 1980 viene promosso arcivescovo e pro-nunzio in Thailandia, delegato apostolico in Singapore, Malaysia, Laos e Brunei. Nel 1986 diventa osservatore permanente alla sede Onu di New York. ? il terzo ecclesiastico a ricoprire questo incarico, dopo monsignor Alberto Giovannetti e l’arcivescovo, oggi cardinale, Giovanni Cheli.
Nominato il 1 ottobre e insediatosi i primi di dicembre dello scorso anno, l’arcivescovo Martino si è gettato subito a capofitto nel suo nuovo incarico. Ha presentato il messaggio papale per la Giornata mondiale della pace che si celebra ogni capodanno, ha concelebrato la messa solenne del 1 gennaio nella Basilica vaticana e il giorno dopo è stato ricevuto in udienza privata da Giovanni Paolo II. Ha già compiuto degli interventi sulla situazione esplosiva del Venezuela e sul conflitto civile che sta vivendo la Costa d’Avorio. E soprattutto non ha fatto mancare la sua voce su quello che sta succedendo in Medio Oriente. Da qui parte l’intervista che il presule campano ha concesso a 30Giorni.
Eccellenza, come sta seguendo la Santa Sede l’evolversi della crisi irachena, con i venti di guerra che soffiano sempre più impetuosi su Baghdad?
RENATO RAFFAELE MARTINO: C’è grande apprensione. La guerra è distruzione, spargimento di sangue, miseria, espressione di odio. E non risolve niente. Ogni guerra è così. Anche quella annunciata contro l’Iraq.
Eppure un sondaggio condotto a dicembre dall’Università Lemoyne di Syracuse ? Stato di New York ? ha rivelato che i cattolici statunitensi sono in maggioranza favorevoli al conflitto.
MARTINO: Evidentemente si tratta di persone che non hanno mai visto la guerra. Ma se ci sarà l’attacco contro l’Iraq, le conseguenze toccheranno purtroppo anche il popolo americano. E se ne accorgeranno solo dopo, quando vedranno tornare a casa le bare dei propri cari. Perché non cercare di fare veramente di tutto per prevenire questa guerra? Una vera azione preventiva è cercare di non fare la guerra. Del resto la grande manifestazione svoltasi il 18 gennaio a Washington contro la guerra dimostra che anche negli Usa l’opinione pubblica si sta mobilitando e fa sentire la sua voce. Ho saputo che proprio in questi giorni [primi di febbraio, ndr], nell’aeroporto militare di Sigonella sono stati scaricati 100mila sacchi per cadaveri e 6000 bare… Il New York Times poi ha pubblicato un’inserzione di due pagine con l’appello per la pace di intellettuali e artisti che è stato sottoscritto da 45mila persone.
A proposito di manifestazioni pacifiste. Negli ultimi tempi, anche da autorevoli commentatori, viene ripetutamente affermato che il Papa “è per la pace, ma non è un pacifista”…
MARTINO: Di per sé si tratta di una affermazione ovvia. Ma questo non vuol dire che il Papa non sia in sintonia con i tanti cattolici e uomini di buona volontà che manifestano pubblicamente per la pace. Anzi… ricevendo sette nuovi ambasciatori lo scorso 13 dicembre il Papa ha detto: “Volere la pace non è un segno di debolezza, bensì di forza”.
C’è chi ha ipotizzato un suo viaggio, come inviato speciale del Papa, a Washington e Baghdad per scongiurare la guerra. Cosa c’è di vero?
MARTINO: Per ora non è previsto niente di tutto questo. Certo, se la situazione precipitasse, non è da escludere…
Per febbraio, l’ambasciata statunitense presso la Santa Sede ha organizzato un simposio per dimostrare che la cosiddetta “guerra preventiva” è giustificata dal punto di vista della dottrina cattolica. Crede sia possibile questa compatibilità?
MARTINO: No. Le espressioni usate dal Papa nei vari discorsi pronunciati tra dicembre e gennaio sono state chiarissime. Soprattutto in quello al corpo diplomatico del 13 gennaio. A questi discorsi si sono aggiunti interventi di autorevoli esponenti ed organi della Santa Sede che hanno pronunciato in modo univoco un secco no ad ogni ipotesi della cosiddetta “guerra preventiva”. Penso alle dichiarazioni dei cardinali Angelo Sodano e Camillo Ruini, a quelle dell’arcivescovo Jean-Louis Tauran, alla Radio Vaticana, all’Osservatore Romano, alla stessa Civiltà Cattolica che ha dedicato ben due editoriali [quelli del 2 novembre 2002 e del 18 gennaio 2003, ndr] a confutare in linea di principio la fondatezza morale e giuridica della cosiddetta “guerra preventiva”. Ed è bene ricordare che tutti questi interventi non sono stati fatti a titolo personale, né poteva essere altrimenti. La “guerra preventiva” è una guerra di aggressione, non giustificabile dal punto di vista morale e del diritto internazionale. Per intervenire bisogna avere le prove e la guerra deve essere sempre l’ultima ratio, “nel rispetto di ben rigorose condizioni”, come ha esplicitamente ricordato il Papa ai diplomatici il 13 gennaio. Continuava Giovanni Paolo II: “Né vanno trascurate le conseguenze che essa comporta per le popolazioni civili durante e dopo le operazioni militari”.
Eppure si afferma che queste prove esistono.
MARTINO: Non c’è la dimostrazione chiara e lampante che l’Iraq sia tra i responsabili del terrorismo internazionale. Né che sia dotato di armi di distruzione di massa tali da costituire un pericolo imminente per l’umanità. Se ci sono prove serie in questo senso sarebbe bene che venissero prodotte. Come fece ai tempi di John Kennedy l’ambasciatore Usa presso l’Onu, Adlai Stevenson, quando rese pubblici ventisei fotogrammi che documentavano la presenza di missili sovietici a Cuba. Altrimenti affermazioni di questo genere hanno lo stesso valore di quelle contrarie. Gli ispettori dell’Onu in base alla risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza sono là proprio per accertare l’eventuale presenza di armi di distruzione di massa, per distruggerle o renderle inoffensive.
Anche in occasione della guerra del Golfo del ’91, la Santa Sede espresse la sua contrarietà. Quali sono le differenze tra allora e oggi?
MARTINO: All’epoca c’era stata l’invasione di uno Stato sovrano, il Kuwait, e almeno dal punto di vista del diritto internazionale poteva essere considerata giustificata. Oggi no. Credo che non si debba abbandonare un approccio multilaterale alla crisi irachena, come indicato chiaramente nella risoluzione 1441. Quando infatti a decidere non è solo uno Stato ma più governi, è più facile che le soluzioni adottate siano accurate ed eque.
Comunque dopo gli attacchi dell’11 settembre è necessaria una risposta da parte della comunità internazionale…
MARTINO: Certamente. Ma, come ha scritto La Civiltà Cattolica nel suo ultimo editoriale, gli strumenti più adatti a combattere il terrorismo sono la diplomazia e l’intelligence. E non la guerra. E poi bisogna sempre ricordare che per eliminare il fenomeno terribile del terrorismo non basta rendere inoffensivi i singoli terroristi. Bisogna anche che i Paesi ricchi si mettano una mano sulla coscienza e riconoscano quanta responsabilità hanno nei confronti di quelle società, i cui giovani vivono un presente terribile e non hanno una speranza ragionevole per un futuro più dignitoso, anzi sono senza futuro, tanto che per loro vivere o morire è la stessa cosa. Il vivaio del terrorismo si trova in quelle realtà in cui domina la povertà, dove le promesse non sono state mantenute. Penso soprattutto alla situazione permanentemente esplosiva che vive la Terra Santa. La delusione per le promesse non mantenute è grande e non sempre si risolve in rassegnazione… Del resto, quando i Paesi ricchi si atteggiano a donors, anche con le migliori intenzioni, a malapena con quel che donano pagano gli interessi sui debiti accumulati con centinaia di anni di sfruttamento di quelli rimasti poveri.
Alcuni analisti affermano che il terrorismo odierno sia il frutto del fanatismo religioso…
MARTINO: Assolutamente no. Allora dovremmo definire terroristi anche quanti uccidono i medici che procurano gli aborti volontari ? e negli Stati Uniti ci sono stati casi di questo genere ? col paradosso di poter accusare di filoterrorismo anche i semplici pro-life che non hanno commesso alcun delitto… Il fanatismo, il fondamentalismo si trovano dappertutto. Ma non hanno niente a che spartire con la vera religione, col Vangelo, con il Corano, con la Torah. Si tratta di aberrazioni, strumentalizzabili, che si possono trovare in ogni religione.
Quindi non condivide la teoria dello scontro tra civiltà del professor Samuel Huntington…
MARTINO: Il conflitto tra civiltà è possibile, ma come fatto culturale, non religioso. Bisogna distinguere bene le cose. Comunque per evitare questo scontro l’Onu promuove il dialogo tra le civiltà e lo ha fatto con una risoluzione proposta dall’Iran.
Prima di chiederle della sua esperienza al Palazzo di Vetro, un’ultima domanda riguardante il suo nuovo incarico. Lo scorso anno sembrava imminente la pubblicazione, da parte del dicastero che ora presiede, di un compendio della dottrina sociale della Chiesa. A che punto siamo?
MARTINO: Penso che ci sarà un ritardo, dovuto alla mia nomina. Ovviamente non posso firmare nulla che non abbia letto, studiato, corretto. Ci vorrà ancora un po’.
Pensa potrà essere pubblicato nel 2003?
MARTINO: Dipende dal tempo che potrò dedicarvi.
Eccellenza, come può descrivere, in sintesi, il ruolo della Santa Sede nell’Onu?
MARTINO: Bastano poche parole: difesa della vita, difesa della famiglia, difesa della libertà religiosa, azione incessante per la pace nel mondo.
Qual è il ricordo meno piacevole dei 16 anni passati a New York?
MARTINO: Il ricordo più sofferto fu quello legato alla Conferenza sulla popolazione e lo sviluppo svoltasi nel 1994 al Cairo, dove si ebbe uno scontro molto duro con diverse delegazioni, tra cui quella Usa, la quale spingeva affinché l’aborto fosse riconosciuto come un diritto universale. Uno degli esperti statunitensi, poi, l’ex senatore Tim Wirth, ebbe anche atteggiamenti arroganti e irrispettosi. E la mia non è una valutazione esclusivamente soggettiva. Basta leggersi, a riguardo, le memorie dell’allora ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Raymond Flynn, pubblicate di recente.
Il ricordo più lieto?
MARTINO: ? sempre legato alla Conferenza del Cairo perché alla fine, con l’appoggio di oltre quaranta delegazioni, riuscimmo a far passare nel documento finale il famoso articolo 8.25 in cui si stabilisce che l’aborto in nessun caso può essere considerato un metodo di pianificazione familiare. Un principio che ha resistito in questi nove anni, nonostante i circoli abortisti abbiano cercato di annullarlo nelle conferenze successive.
Comunque l’attività della Santa Sede non si è “limitata” ai temi riguardanti l’aborto e la contraccezione…
MARTINO: La difesa della vita non riguarda solo la giusta e sacrosanta lotta contro l’aborto. Un altro dei punti qualificanti della presenza della Santa Sede all’Onu è quello di promuovere il disarmo, di appoggiare i tentativi di ridurre il debito estero dei Paesi più poveri e ovviamente la promozione della pace.
Periodicamente hanno un certo risalto sulla stampa le richieste da parte di alcune Ong di espellere la Santa Sede dall’Onu. Si tratta solo di gesti goliardici?
MARTINO: Talleyrand diceva: “Calunnia, calunnia, qualcosa resta”. I gruppi Ong non incidono sulla posizione degli Stati membri. Anzi. Il Congresso Usa, ma anche il Senato cileno e quello filippino, hanno approvato risoluzioni in favore della presenza e del ruolo della Santa Sede nell’Onu e sulla scena internazionale. Questi gruppi comunque hanno una loro pericolosità perché possono influenzare l’opinione pubblica godendo di cospicui finanziamenti da parte di grandi fondazioni. Bisogna stare quindi molto attenti…
La Santa Sede sta pensando di elevare il suo status a membro effettivo dell’Onu?
MARTINO: Vi ha accennato lo stesso cardinale segretario di Stato Angelo Sodano. La questione è allo studio. Attualmente la Santa Sede è l’unica realtà statuale ad avere lo status di osservatore, fino a pochi mesi fa c’era anche la Svizzera. Se vi sarà adesione piena, questa sarà ovviamente nel solco del magistero dei pontificati del secolo scorso. Pensi che lo stesso Benedetto XV era favorevole all’ingresso della Santa Sede nella Società delle Nazioni, ma all’epoca fu l’Italia ad opporsi a questa eventualità. La questione romana non era stata ancora risolta…
Lei ha conosciuto tre segretari generali dell’Onu. Può tracciarne un breve ricordo?
MARTINO: Il primo è stato Pérez de Cuéllar. Rammento che dopo aver avuto due mandati poteva ottenerne un terzo, e gli chiesi se avesse pensato a questa opportunità. Mi rispose: “? meglio chiudere in bellezza…”. In effetti con lui l’Onu riuscì a riportare la pace in alcuni Paesi centroamericani, come il Guatemala, il Salvador e il Nicaragua.
Poi è stata la volta di Boutros-Ghali.
MARTINO: Ghali è sempre stato molto vicino alle posizioni della Santa Sede. Forse avrebbe meritato un secondo mandato. Ma, come è noto, non godeva più della fiducia degli Stati Uniti…
Infine Kofi Annan.
MARTINO: Persona squisitissima, che nonostante le difficoltà ha saputo finora affrontare positivamente i momenti di crisi in Iraq coagulando il multilateralismo e l’interdipendenza. La sua opera in questo senso è apprezzata da tutti. E poi è un vero credente e in particolare confida nell’efficacia della preghiera. A questo proposito vorrei raccontare un episodio illuminante.
Prego.
MARTINO: Erano i primi mesi del 1998, e anche allora spiravano venti di guerra verso l’Iraq. Gli ispettori sarebbero andati via, non cacciati, su iniziativa del loro capo, il signor Richard Butler. Ricordo che un sabato mattina ricevetti una telefonata del cardinale Sodano, il quale mi manifestava la preoccupazione del Papa per la situazione e mi chiedeva di contattare Annan per incoraggiarlo, a suo nome, a recarsi a Baghdad. Tutti ritenevano infatti che un viaggio del genere avrebbe fatto rientrare la crisi. Il giorno dopo, domenica, era in programma la messa del compianto cardinale O’Connor, l’allora arcivescovo di New York, per la celebrazione della Giornata della pace, alla quale avrebbe partecipato anche Annan. Approfittai dell’occasione per comunicargli oralmente il messaggio del Pontefice. Mi rispose che al momento non c’erano le condizioni per andare a Baghdad, mancando il consenso nel Consiglio di sicurezza, ma aggiunse che, siccome era il Papa a chiederlo, avrebbe fatto un ulteriore tentativo. Il mercoledì seguente, a sorpresa, Annan mi telefonò, e mi disse: “Domani parto, però chieda al Santo Padre di pregare per questa mia missione”. Annan si recò a Baghdad, parlò con Saddam ? senza arroganza ? e la crisi rientrò. Ma il fatto più commovente fu che all’uscita di quel colloquio decisivo, Annan disse pubblicamente: “Non bisogna sottovalutare il valore della preghiera”. E la stessa frase la ripetè giorni dopo al Palazzo di Vetro.
Cosa le ha detto Annan prima di lasciarla partire per Roma?
MARTINO: Mi ha salutato con questa parole: “Quanto mi dispiace che parta, perché quando vedo lei mi rassicuro, in quanto so che è una persona che prega per me”.
E lei cosa ha risposto?
MARTINO: L’ho rassicurato: “Non si preoccupi, continuerò a pregare per lei. E anche il mio successore, Celestino Migliore, lo farà”. (“30 Giorni”, febbraio 2003)
I “falsi” del professor Quaglioni.
Simonino, quanti “falsi”
Padre Frumenzio Ghetta confuta le tesi riprese anche da Quaglioni e Bossi Fedrigotti sul frate predicatore
Il ruolo e la figura di fra Bernardino da Feltre: per gli storici fomentò l?odio verso gli Ebrei. Ma si tratta di letture smentite dai documenti
“I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino non menzionano mai fra Bernardino, così come non parlano mai di frati francescani”
Di PIERANGELO GIOVANETTI
Un falso storico. L?accusa al francescano Fra Bernardino Tomitano da Feltre di aver istigato all?odio antigiudaico con le sue predicazioni nel duomo di Trento durante la Quaresima del 1475, preparando così il terreno alla caccia agli ebrei dopo la morte del Simonino, è falsa e non ha alcun fondamento storico e documentario. A sostenerlo è padre Frumenzio Ghetta, storico e archivista, Sigillo d?Oro della Città di Trento nel 2000, alla cui paziente ricerca d?archivio si deve, fra l?altro, il ritrovamento dell?Aquila di San Venceslao, simbolo della Provincia di Trento.
Per cinque secoli, da quando Mariano da Firenze verso il 1510 narrò nel Fasciculus Chronicarum le gesta di fra Bernardino coinvolgendolo nei fatti di Trento del 1475, tutti gli storici successivi, da Menestrina (“Gli ebrei a Trento”, 1903) al Wadding (“Annales minorum”) al più recente Quaglioni (“Processi contro gli ebrei di Trento”, 1990) hanno ripreso l?accusa, sostenendo che il frate di Feltre, predicatore in quella Quaresima che precedette il ritrovamento del corpo del piccolo Simone e la falsa incriminazione per omicidio rituale, ebbe un ruolo fondamentale nell?aizzare la comunità trentina all?odio antigiudaico. Nel recente testo curato dal professor Diego Quaglioni, già preside di Giurisprudenza, Anna Esposito riporta anche un resoconto del 1493 delle prediche bresciane di fra Bernardino. In esse il podestà di Trento de Salis (indicato però col nome de Santis), che si occupò della vicenda del Simonino avviando la caccia agli ebrei, viene ricordato sottolineando l?aiuto offertogli dal frate durante le prime fasi del processo.
Anna Esposito riporta il passo, tratto dalla vita di Bernardino scritta dal Guslino, che attinse al diario di viaggio del segretario del Tomitano, Francesco Canali da Feltre: “Messer Giovanni de Santis, che fu podestà in Trento, quando fu occiso da Hebrei il Beato Simon da Trento, per il qual caso havea havuto molt?aiuto dal Padre Bernardino, ch?ivi predicava”. L?accusa è stata ripresa anche di recente sul Corriere della Sera, in un articolo di Isabella Bossi Fedrigotti che fa riferimento alla storiografia precedente.
“Non esiste alcun documento che provi un coinvolgimento di fra Bernardino nel caso del Simonino e nella caccia agli ebrei del 1475”, afferma padre Ghetta, che alla vicenda storica ha dedicato anni di studi approfonditi. “Le prediche di fra Bernardino sono pubblicate e da esse non si evince alcun riferimento antiebraico. Fra Bernardino, inoltre lasciò Trento il lunedì della Settimana santa, dopo aver predicato in duomo alla comunità trentina, mentre la vicenda del Simonino si è svolta tutta nell?ambito della comunità tedesca di S.Pietro. Inoltre fra Bernardino non conosceva di persona nemmeno il vescovo von Hinderbach e non era presente a Trento durante le prime fasi dell?inchiesta”.
Padre Ghetta con le sue ricerche, che portarono già allo scritto “Fra Bernardino Tomitano da Feltre e gli Ebrei di Trento nel 1475” pubblicato nel 1986 dalla rivista “Civis”, ha accertato che “tutti i documenti trentini sulla vicenda del piccolo Simone non dicono nulla di Bernardino da Feltre: non vi compare neppure il nome”.
Le accuse di antigiudaismo che per secoli hanno circondato la figura di fra Bernardino erano basate anche sul fatto che a lui si attribuiva l?erezione dei Monti di Pietà, compreso quello di Trento, che avevano costituito una concreta alternativa agli usurai, attività che nel Medioevo cristiano era affidata agli ebrei. “Fra Bernardino non fondò il Monte di Pietà di Trento”, spiega padre Ghetta, “perché l?istituzione di questo risale al 1523 e non al 1475, come per secoli si è creduto fino agli studi di Giovanni Ciccolini. Fra Bernardino ottenne dal papa l?autorizzazione a istituire i Monte di pietà, con un tasso di interesse del 5%, che ne consentiva così la sopravvivenza economica. Ma il primo Monte di Pietà fondato da fra Bernardino fu quello di Mantova che risale al 1484, e la motivazione era quella di sostituire agli usurai un banco di solidarietà, secondo uno spirito mutualistico”.
Per padre Ghetta, la narrazione di fra Mariano da Firenze, su cui si basa poi tutta la storiografia successiva, “non ha fondamento”. “L?opera Fasciculus Chronicarum, in cinque libri narra la storia dell?Ordine francescano dalle origini fino al 1500”, spiega padre Ghetta. “Tali testi, ora irreperibili, furono alla base degli scritti del Wadding, che perpetuò così l?errore senza un approfondimento documentario. A fra Mariano, infatti, dopo aver letto la storia del Simonino scritta dal Tiberino, non parve vero di poter attribuire al suo confratello Bernardino una parte da protagonista in quella vicenda. Insomma, era un panegirico, non una ricerca storica la sua, basata su documenti. Teniamo presente, infatti, che per secoli il Simonino fu oggetto di culto. I documenti e gli atti processuali sulla vicenda del Simonino, infatti, non menzionano mai fra Bernanrdino, così come non parlano mai di frati francescani”.
Quanto ai documenti “bresciani” che riporterebbero di un ruolo diretto di fra Bernardino a fianco del Podestà di Trento nel caso del Simonino, padre Ghetta è lapidario. “Sono stato a Brescia a vedere i documenti. I documenti a cui fa riferimento Anna Esposito e il professor Quaglioni risalgono al 1650, cioè due secoli dopo i fatti narrati. Quindi si può dubitare fortemente dell?autenticità di quanto scritto. Anche perché nel frattempo si era diffusa la convinzione dell?omicidio rituale, e quindi diventava un punto di merito il fatto di aver contribuito a scoprire i “colpevoli””.
Sulla base delle ricerche svolte, quindi, padre Ghetta contesta anche l?ultimo lavoro svolto per conto dell?Itc, cioè la compilazione del Cd “Simonino 1475, Trento e gli Ebrei” a cura del professor Diego Quaglioni. Nel Cd, infatti si parla ancora di padre Bernardino come di “feroce oppositore degli ebrei”. “Quando le prediche pubblicate dicono esattamente il contrario, e invitano a non trattare male gli ebrei”, commenta sconsolato padre Ghetta. “E quando non esista un solo documento dell?epoca che provi la presenza a Trento di fra Bernardino dopo il ritrovamento del corpo del piccolo Simone, e un qualunque ruolo avuto dal frate nell?inchiesta e nel processo”.
I salesiani, la scuola e l’industria italiana.
I Salesiani e l’industria italiana
Dalla Fiat alla Mondadori, dalla Breda alla Magneti Marelli l’industria del Nord ha sempre cercato la collaborazione dei discepoli di don Bosco per istruire generazioni di operai specializzati
di Giovanni Ricciardi
Quando il presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi fu chiamato a scegliere i nomi dei primi cinque senatori a vita, commentando alcune candidature che non lo convincevano, osservò che l’attributo della “socialità”, previsto dall’articolo 59 della Costituzione per l’assegnazione di quella onorificenza, si sarebbe meglio adattato a uomini come Giuseppe Cottolengo e Giovanni Bosco.
Il giudizio di Einaudi non era isolato, anche se su don Bosco la cultura laica fu spesso divisa e non mancò di tranciare giudizi negativi, a dispetto della forte incidenza sociale della sua opera. Non senza un moto di fastidio, negli anni Cinquanta, Guido Piovene, nel suo Viaggio in Italia, osservava: “Che cosa mi ha impressionato di più visitando la casa madre dei salesiani di don Bosco? Certo, i laboratori per le arti e i mestieri, dove si formano i meccanici, i sarti, i tipografi, i falegnami. ? noto che gli allievi di queste scuole si distinguono nelle industrie laiche. Ma ancora di più: l’insistenza del salesiano che mi accompagna su una parola: moderno. Una delle poche parole che egli pronuncia, giacché per il resto è laconico. Moderno. Don Bosco, mi dice, è sempre più avanti di tutti, più moderno di tutti. “Moderne” le riviste di moda straniere di cui è dotato il laboratorio dei sarti. Moderna la tipografia, moderno il teatro; la sala degli spettacoli, “la più moderna di Torino””.
Nonostante la sua avversione al modello salesiano, figlio di un cattolicesimo che gli appariva integralista e “papalino”, Piovene non poteva tuttavia negargli efficienza e competitività. Le scuole di don Bosco funzionavano, negli anni Cinquanta, meglio delle altre, formando operai capaci, competenti: “buoni cittadini, onesti cristiani, abili lavoratori”. Di questo modello “vincente” il mondo imprenditoriale italiano si era accorto molto presto, fin dagli ultimi anni della vita del santo di Valdocco. Anzi, secondo lo storico Piero Bairati, “il rapporto fra cultura salesiana e cultura dell’industrializzazione presenta dei connotati così precisi e, almeno per certi aspetti, originali, da costituire un capitolo di rilevante interesse nella storia della società industriale italiana”. Vediamo perché.
Don Bosco giunse per gradi a creare i suoi primi laboratori artigiani tra il 1853 e il 1869. Le condizioni di disagio e di precarietà morale e materiale dei ragazzi che accoglieva all’Oratorio la domenica lo convinsero che fosse necessario insegnare loro un mestiere, in un ambiente protetto dallo sfruttamento sociale e dai pericoli cui il selvaggio mercato del lavoro della Torino di allora esponeva giovani e giovanissimi immigrati dalle campagne in cerca di fortuna.
Inizialmente, optò per quei mestieri che potessero soddisfare un “mercato” interno all’Oratorio stesso, in una prospettiva quasi “autarchica”: calzolai e sarti per vestire i suoi studenti, falegnami per costruire banchi di scuola, armadi e cattedre; infine, fabbri, quando concepì il progetto della chiesa di Santa Maria Ausiliatrice.
Ma fu con la tipografia e la legatoria che il suo impegno iniziò a incuriosire – e, in parte, a preoccupare – il mondo imprenditoriale torinese. Don Bosco aveva riscosso un discreto successo con la pubblicazione delle Letture Cattoliche, la collana da lui diretta e pubblicata nei primi anni dalla De Agostini. La decisione di editarla in proprio e di pubblicare altri libri, soprattutto per la scuola, lo spinsero a profondere mezzi ed energie per fare della tipografia la punta di diamante delle sue attività.
Nei suoi laboratori si puntava dunque soprattutto a insegnare un mestiere, ma non si trascurava di scegliere settori di produzione anche sulla base di concrete esigenze del mercato locale. In questo modo, don Bosco poneva le basi di un rapporto dinamico e flessibile tra l’apprendistato da lui istituito e un mondo del lavoro che cominciava rapidamente a evolversi.
Negli anni dei primi laboratori di Valdocco l’industrializzazione italiana era ancora a uno stadio iniziale, ma l’esperienza acquisita negli anni permise ai Salesiani di non lasciarsi eccessivamente sorprendere dalla rapida accelerazione dello sviluppo delle fabbriche nell’ultima decade del XIX secolo. Essi furono così in grado di trasformare e perfezionare un modello formativo già collaudato e di mantenersi al passo coi tempi, con un vantaggio, rispetto alle istituzioni formative dello Stato, pressoché incolmabile. “Seguendo la loro linea culturale e pedagogica” scrive ancora Bairati “i salesiani finirono per svolgere numerose funzioni di supplenza proprio in ampi settori sociali e istituzionali, dall’istruzione popolare all’assistenza sociale, nei quali lo Stato liberale non aveva molte risorse da spendere, e talora, forse, non aveva nemmeno l’intenzione di farlo”.
Fra l’altro, l’apprendistato nei laboratori salesiani aveva imposto fin dall’inizio una disciplina del tempo e del rispetto degli orari che era conquista affatto nuova per una forza lavoro abituata ai ritmi ancestrali della civiltà contadina. A Valdocco e nelle altre scuole di “arti e mestieri” salesiane i giovani allievi imparavano a conoscere ritmi di lavoro precisi e regolarmente scanditi. L’adattamento alla realtà urbana e la conseguente interiorizzazione di una diversa strutturazione del tempo costituirono una delle carte “vincenti” che aprì presto agli allievi salesiani le porte delle nascenti fabbriche e consentì loro di inserirsi a titolo privilegiato nel mercato del lavoro: “L’essere stati educati da don Bosco” scrive don Giovanni Battista Lemoyne, uno dei primi biografi di don Bosco, “era per loro la miglior raccomandazione per essere accettati nelle fabbriche e negli altri ufizi. I padroni venivano essi stessi a chiedere a don Bosco i giovani operai”.
Un primo esempio dell’attenzione del mondo imprenditoriale per la formazione salesiana è dato dalla fitta trama di rapporti che presto si intesse tra don Bosco e la direzione torinese delle ferrovie, che costituiva nella seconda metà dell’Ottocento una delle più importanti imprese della città, e che manifestò la sua predilezione per l’assunzione di operai preparati a Valdocco.
Attraverso questi meccanismi, il modello salesiano si presentava anche come un punto di riferimento per chi desiderava una forma di elevazione sociale o, per dirla ancora con Bairati, “agiva come un moltiplicatore delle aspirazioni sociali” per gli strati più bassi della popolazione, e contribuiva a diffondere una “domanda di istruzione” ben al di fuori di quella media e alta borghesia che ne era stata fino ad allora la fruitrice pressoché esclusiva.
Diverso era allora l’orientamento dello Stato liberale. Senza intuire la domanda di professionalità diffusa che la nascente società industriale avrebbe posto, la legge Casati sull’istruzione del 1859 non prendeva neppure in considerazione l’istituzione di scuole professionali. Prevedeva invece un triennio di scuola tecnica e un successivo triennio di istituto tecnico destinati, in teoria, a formare i quadri medi della “piccola borghesia degli affari, degli impieghi e dei commerci”. In teoria, perché nella realtà questo genere di scuola, non sapendo risolversi a una scelta netta tra una “cultura generale” di stampo umanistico, e un più deciso orientamento al mondo del lavoro, non riuscì a proporre un efficace modello formativo: “Ancora negli ultimi anni dell’Ottocento” scrive lo storico Silvio Soldani “c’era una forte polemica sulla incapacità di queste scuole a “dare un mestiere”; si diceva che “dopo averle frequentate, al massimo si poteva fare “il fattorino telegrafico o lo straordinario in un’agenzia delle imposte””.
Don Bosco e i suoi successori avranno perciò dalla loro una formula assai più flessibile e dinamica. Osserva in proposito un altro storico, Pietro Stella: “Tra l’antico modo di stabilire rapporti di lavoro tra padrone di bottega e apprendisti, e il nuovo modello della scuola tecnica prevista dalla legge organica sull’istruzione, don Bosco preferì percorrere la sua terza via: quella cioè dei grandi laboratori di sua proprietà, il cui ciclo di produzione, di livello popolare e scolastico, era anche un utile tirocinio per i giovani apprendisti”.
In più, don Bosco, che pure era un fiero contestatore dello stato liberale unitario, nel rapporto con la società del suo tempo non rifiutò di interagire con le concrete dinamiche politico-economiche: “Giovanni Bosco” scrive ancora Bairati “capì che in uno Stato che proclamava il valore della proprietà e dell’iniziativa privata, era necessario costituire un’organizzazione che rispettasse in pieno questo principio. Questo significava che la Società salesiana doveva reggersi soprattutto sui proventi delle scuole, dei laboratori e della produzione tipografica ed editoriale”.
Grande fu, ad esempio, l’impressione prodotta dallo stand salesiano all’Esposizione Generale di Torino del 1884, organizzata dalla Società Promotrice dell’Industria Nazionale. Vi era esposto l’intero ciclo di produzione del libro nella tipografia di Valdocco. Visto il successo dell’iniziativa, eventi del genere, capaci di produrre una positiva impressione sull’opinione pubblica, furono raccomandati da don Bosco anche per gli anni a venire.
Lo sviluppo dell’industria nel nord del Paese spinse i salesiani, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, a rispondere in modo più articolato alle esigenze del mercato del lavoro. Se già fin dai primi anni Ottanta a Valdocco si discuteva sul miglioramento dei laboratori delle scuole di “arti e mestieri”, nel Capitolo generale salesiano del 1886 furono poste le basi per la trasformazione degli originari laboratori in vere e proprie scuole professionali: in esse, si cercò via via di affiancare all’apprendistato un approfondimento della cultura generale, per creare figure professionali più duttili e pienamente formate. E così avvenne che, in molti casi, furono gli industriali stessi a promuovere la nascita di scuole salesiane a vantaggio della qualità del personale da impiegare.
Emblematico, a questo proposito, il caso della Lanerossi di Schio. L’imprenditore Alessandro Rossi deve aver incontrato don Bosco negli anni Ottanta dell’Ottocento, durante i suoi numerosi viaggi d’affari a Torino. Sembra che fin d’allora Rossi avesse chiesto a don Bosco di fondare un’opera salesiana nella sua città, anche se la richiesta formale dovette essere avanzata successivamente dal cugino Francesco Panciera a don Rua. ? probabile che, oltre alla stima per l’educazione salesiana, giocasse un certo ruolo la preoccupazione per il diffondersi di idee socialiste all’interno di una realtà industriale in forte espansione a Schio e nella zona. Ma è altrettanto chiaro che, nella prospettiva di un rapido sviluppo industriale, l’eventuale formazione professionale impartita dai Salesiani era comunque percepita come una garanzia di serietà e professionalità d’alto livello.
La considerazione di Giovanni Agnelli nei riguardi di don Bosco e dei salesiani risale anch’essa a una frequentazione degli anni giovanili del fondatore della Fiat. “Non siamo in grado di stabilire” secondo Bairati “a quale grado di dimestichezza potessero essere giunti i rapporti giovanili tra don Giovanni Bosco e Giovanni Agnelli”. Quel che è certo è che la Fiat ebbe modo di sostenere direttamente, in più occasioni, la famiglia salesiana. E non è un caso che nel 1938, accanto al nuovo stabilimento di Mirafiori allora in costruzione, l’industria torinese abbia provveduto a proprie spese alla costruzione di un istituto salesiano intitolato alla memoria di Edoardo Agnelli, prematuramente scomparso nel 1935. Scrive a proposito don Eugenio Ceria, il redattore degli Annali Salesiani: “Dovendosene trasportare la sede [della Fiat, ndr] in altra località presso il viale di Stupinigi, il valoroso industriale volle che ivi, non lungi dalle gigantesche costruzioni in corso, fosse edificato un grande oratorio festivo con pubblica chiesa per la cristiana educazione dei figli delle maestranze e un modernissimo istituto internazionale di elettromeccanica”.
Altre realtà industriali seguirono poi l’esempio di Agnelli e Rossi. Negli anni Cinquanta, fu il polo produttivo di Sesto San Giovanni a richiedere esplicitamente la presenza dei figli di don Bosco. Nell’aprile del 1958 trovava compimento un progetto fortemente perseguito da Enrico Falck e sostenuto dal cardinal Schuster: un grande complesso di istituti tecnici e scuole professionali, edificato su un terreno donato dalla Chiesa ambrosiana e finanziato per metà dallo Stato e per il restante 50 per cento da un consorzio di imprese sestesi, guidato dalle acciaierie Falck, dalla Breda e dalla Magneti Marelli. Lo scopo, sintetizzava nel discorso inaugurale don Angelo Begni, era quello di “preparare maestranze specializzate, che rappresentano l’istanza più urgente e sentita del mondo del lavoro”. Questo polo formativo rappresentò anche un’occasione di elevazione sociale e professionale per migliaia di operai sestesi che frequentarono in quegli anni di boom economico le scuole serali aperte per loro dai Salesiani, per poter acquisire un diploma.
Quattro anni più tardi, sull’esempio di Sesto San Giovanni, veniva avviato nella allora periferia di Verona un grande progetto per realizzare un centro di formazione professionale affidato ai Salesiani. Nel progetto intervennero il Comune con la donazione di un’area di 45mila mq, la Provincia con un notevole fondo economico e i Salesiani che recuperarono macchinari dal loro centro professionale di via Provolo. Nel 1967 al settore meccanico ed elettromeccanico si aggiunse quello grafico, grazie a una specifica convenzione fra Salesiani e l’Enipg, il noto Ente nazionale istruzione professionale grafica costituito pariteticamente dalle Associazioni nazionali sindacali dei datori di lavoro grafici, aderenti alla Confindustria e dalle Federazioni dei lavoratori grafici aderenti alla Cgil, Cisl e Uil. A livello provinciale l’Enipg era presieduto dalla Mondadori. Quello di Verona fu uno degli esperimenti-pilota di collaborazione scuola-industria-sindacato. L’Istituto San Zeno diverrà a fine anni Settanta uno dei centri di formazione professionale più moderni d’Europa. I macchinari e le attrezzature tecnologiche erano fornite direttamente, sia pure in misura parziale, dalla Mondadori e da altre industrie grafiche locali; il rapporto con loro prevedeva un continuo aggiornamento dei programmi, e lo stesso concorso per accedere alla scuola calcolava il numero degli aspiranti in base alle esigenze e alle possibilità di assorbimento dell’industria locale. Nel 1971, durante la visita del ministro del Lavoro Donat-Cattin al centro veronese, il direttore, don Silvino Pericolosi, sottolineava che gli allievi del centro erano tra i più richiesti dagli imprenditori della città: “Al termine dell’anno scolastico 1969-70, prima che gli iscritti all’ultimo anno avessero conseguito il diploma, c’erano già state 82 offerte di lavoro da parte delle ditte veronesi. Poiché i diplomati furono 70, trovarono tutti un posto senza difficoltà”.
Gli esempi, più o meno significativi, potrebbero essere molti di più, dal nord al sud Italia, da Milano a Gela, passando per Roma: “Da questo punto di vista” conclude Bairati nel suo studio del 1987 su Salesiani e società industriale “ci pare da rovesciare, almeno per quanto riguarda Giovanni Bosco, il giudizio di Sergio Quinzio secondo cui i santi del secolo scorso non hanno inciso che minimamente sul grande corso della storia successiva. Al contrario, il modello culturale salesiano, pur presentando alcuni connotati che lo contrappongono recisamente ai tempi in cui è nato e si è sviluppato, ritrova poi ad altri livelli un proprio stretto rapporto con la storia della società”.
Ma da dove nasceva la “modernità” di don Bosco, la sua capacità di rispondere alle esigenze dei tempi, che così strana appariva a Guido Piovene? Non certo dall’ideale di un mero efficientismo sociale o filantropico. Per il sacerdote di Valdocco, insegnare un mestiere era anzitutto un’opera di carità: dare all’uomo la capacità e la possibilità di lavorare era per lui un modo di aiutarlo a “guadagnare la vita eterna”, come spesso diceva, permettendogli di vivere onestamente e di farsi una famiglia, ed evitando che potesse prendere strade sbagliate. Ed è forse proprio a partire da qui che si può intuire il cuore dell’esperienza educativa salesiana e il motivo del suo “successo” così longevo. Non è questione di pura capacità imprenditoriale, e neppure di sola intelligenza pedagogica. Varrà allora la pena di citare, al termine di questo scritto, le parole con cui, inaugurando il Centro di Sesto San Giovanni cui abbiamo accennato, l’arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, il 29 marzo 1958, si rivolgeva ai ragazzi che ne avrebbero frequentato le scuole: “Che cosa pensate di tutti coloro che dedicano la propria vita a voi, senza forse riceverne ricompensa alcuna, senza forse che il loro nome non sia nemmeno conosciuto? Questo interrogativo mi richiama l’incontro con un uomo che ora vive la sua vita triste in conseguenza di essersi dato al mal fare. Avendolo io interrogato perché si fosse messo sopra una via di perdizione, ne ebbi questa risposta: “Quando ero giovane nessuno mi ha voluto bene”. Ebbene, voi non potete dire: “Nessuno mi ha amato”… Avete questi figli di don Bosco che con fedeltà continuano lo sforzo educativo del Santo della gioventù e si curano di voi e stanno al vostro fianco. Tra di voi Cristo non è morto, e nella vostra città, qui, fiorisce la carità di Cristo”.
(da: 30 Giorni)
La questione palestinese secondo mons. Robert Stern.
“Ci giungono ancora le implorazioni di tanti e tanti profughi, di ogni età e condizione, costretti dalla recente guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere”. Papa Pio XII, nella sua lettera enciclica Redemptoris nostri del venerdì santo del 1949, dipingeva così la situazione dei palestinesi dopo il primo conflitto arabo-israeliano successivo alla nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948. La Pontificia Missione per la Palestina nasce così, il 18 giugno del 1949, con l’intento di dirigere e coordinare tutte le organizzazioni e associazioni cattoliche impegnate negli aiuti alla Terra Santa. Per i venticinque anni d’attività della Missione Pontificia, nel 1974, papa Paolo VI ne parlò come “uno dei segni più chiari della preoccupazione della Santa Sede per la sorte dei palestinesi, particolarmente a noi cari perché sono popolazione della Terra Santa, contano fedeli seguaci di Cristo e sono stati e sono tuttora così tragicamente provati”.
Monsignor Robert L. Stern, archimandrita del patriarcato greco-cattolico di Gerusalemme, ebreo, presiede dal 1987, per nomina del papa, questa speciale agenzia della Santa Sede, che ha la sede principale a New York, e uffici in Vaticano, a Gerusalemme, Beirut, Amman, e che oggi stende la sua azione caritatevole e pastorale tra Palestina, Israele, Libano, Siria, Giordania e Iraq. Così ci racconta del suo lavoro, e della carità del papa per i palestinesi.
Quale è la Palestina che la Missione Pontificia aiuta?
ROBERT L. STERN: Da quando, nel 1967, Israele ha preso il controllo politico della Palestina, c’è una popolazione intera che vive sotto occupazione militare di un altro Paese. E l’Autorità nazionale palestinese non è un vero governo. La Pontificia Missione sta prestando il suo servizio in una situazione d’inadeguatezza delle istituzioni governative cui di solito la gente si rivolge. E gli enti pubblici, che pure esistono, non funzionano come di norma. Allora, necessariamente, oltre al sostegno alle Chiese e alle Comunità cristiane presenti in Terra Santa, proviamo a fare qualcosa di buono per il popolo.
Poveri tra i poveri nel Palestine Camp, in Siria: i beduini del deserto si adattano a vivere in accampamenti ai margini dei campi profughi
Può suggerire esempi recenti di aiuto?
STERN: La nostra Missione ha operato nelle zone di Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, e anche a nord di Gerusalemme, a Ramallah, dove c’era una presenza cristiana. Ma il nostro servizio non è solo per i cristiani. Ad esempio, mentre la Chiesa locale favorisce la costruzione di nuovi appartamenti, da anni la Pontificia Missione ripara le case distrutte, soprattutto nell’area della città vecchia di Gerusalemme dove sopravvive una fetta di popolazione palestinese indigente. La tensione tra israeliani e palestinesi ha prodotto tanta povertà e così noi oggi appoggiamo iniziative idonee a creare posti di lavoro, soprattutto sovvenzionando quelle opere che necessitano di tanti operai e quindi sfamano più famiglie…
Riparare case non va in un certo senso al di là della attività originale della vostra Missione?
STERN: Ma è assolutamente necessario aiutare questa povera gente. Quando la nostra Missione fu fondata, lo scopo primario era la mobilitazione dell’aiuto del mondo cattolico internazionale per la Terra Santa, e il coordinamento in Terra Santa di tutti i settori della Chiesa – i patriarchi, i vescovi, i religiosi e le religiose, le associazioni laicali… Nel 1949, nessuno si occupava di questo coordinamento, oggi siamo molti di più.
Chi sono i destinatari principali della vostra azione?
STERN: Tutti coloro che si trovano nella necessità. Statisticamente non sono gli ebrei, per i quali esiste una serie numerosissima di enti di sostegno. La stragrande maggioranza dei musulmani invece – dato che i cristiani rappresentano un numero esiguo – sono afflitti dalla povertà, sebbene esistano comunque moltissime istituzioni caritatevoli musulmane. Allora… il criterio adottato dalla nostra Missione è di portare aiuto alle zone dove sono rimasti ancora dei cristiani, ma senza mai escludere dall’aiuto gli altri, come i musulmani. L’esempio calzante è l’Università di Betlemme – fondata con un accordo tra la Congregazione per le Chiese orientali e i Fratelli delle scuole cristiane – qui nota come “l’università del Vaticano”. Circa il 33 per cento degli studenti sono cristiani, gli altri sono tutti musulmani. Noi diciamo che “non il credo ma il bisogno” guida la carità che facciamo a nome del papa in Terra Santa.
Come può descrivere la povertà in Palestina?
STERN: A Gaza gran parte della popolazione vive ancora nei campi profughi, amministrati dalle Nazioni Unite. I campi sono come un vecchio villaggio del tutto privo di organizzazione. La gente abita in case anguste fatte di blocchi di cemento, non esistono vere e proprie strade, ma percorsi più o meno disagevoli, e tutti vivono accalcati. In una sola stanza possono vivere anche dodici persone, perché i figli sono numerosi. La libertà di movimento è limitata. Si vive dei contributi delle Nazioni Unite. Manca il lavoro. Quando uno di questi numerosi figli diventa maggiorenne e vuole sposarsi, deve avere prima un luogo dove andare, e uno stipendio. Ma non c’è né l’uno né l’altro, per chi vive nel campo. Si può solo aggiungere alla casa d’origine una stanza in più, fatta di mattoni. Stanza che s’affaccerà sempre sulle solite strade sporche, e sui campi che non conoscono facile accesso all’acqua pulita e dove non c’è mai ordine. Così è triste vivere.
Due anni fa abbiamo costruito un piccolo parco giochi per i bambini di Gaza. Avreste dovuto vedere la loro curiosità, gli sguardi. In vita loro era la prima volta che qualcuno gli dava qualcosa per giocare. Loro che sono abituati a ricevere il minimo per sopravvivere, abituati a vivere al peggio.
Ci mancano le parole per spiegare la difficoltà della vita a Gaza. E mi permetta di aggiungere qualcosa cui tengo.
Prego.
STERN: C’è chi si pone la domanda retorica del perché ragazzi e ragazze della Palestina accettano di farsi esplodere come martiri. Non possono studiare, non possono viaggiare, non possono lavorare, non possono avere una famiglia, vivono nell’assurdo, non hanno altra speranza che annientarsi in un momento di gloria per la loro religione.
Tre generazioni nel campo di Gaza, in Giordania, in attesa che cambi qualcosa
Io non sono un politico né un economista, ma posso almeno immaginare che il giorno in cui avremo da offrire lavoro a questi ragazzi musulmani, avremo sconvolto i piani dei terroristi: con una onesta paga settimanale e la possibilità di uscire con la propria ragazza.
Sono convinto, nonostante la loro retorica molto negativa, che i responsabili di Hamas comprendono perfettamente questa situazione. Vogliono un futuro per il loro popolo, come tutti coloro che gestiscono la politica. E l’aspetto positivo della loro politica è la quantità di servizi sociali e di benessere che hanno cercato di dare al loro popolo. Ciò resta vero, nonostante le parole che usano e gli slogan che, secondo la retorica araba, urlano.
Lei considera un errore interrompere i flussi dell’aiuto economico internazionale alla Palestina come forma di pressione sul governo di Hamas.
STERN: Ripeto che non intendo formulare un giudizio politico. La mia impressione è precisamente che così facendo si regala al popolo – e ai giovani – altra disperazione che può essere sfruttata dai terroristi. L’obiettivo conclamato da chi vuole l’embargo degli aiuti è di forzare, nel breve termine, il governo attuale verso un cambiamento di direzione politica, lasciando come obiettivo di lungo termine quello di arrivare alla pace… ? uno sbaglio totale. Primo, bloccare i fondi è un castigo per il popolo, mai per la leadership, e il popolo già soffre troppo. Secondo, per la mentalità degli arabi, noi stiamo offendendo il loro senso d’onore, la loro dignità, con tutte le conseguenze che ne derivano. L’embargo è al cento per cento controproducente. Sono convinto, e di certo spero, che attraverso la mutua collaborazione si potrà raggiungere il risultato di guadagnare il consenso di Hamas.
Voi avete portato aiuto anche nei campi profughi in Libano. Qual è la situazione?
STERN: ? diversa ma egualmente penosa. I palestinesi rifugiati in Libano vivono tutti nei campi gestiti dalle Nazioni Unite. Le difficoltà vengono anche dal tradizionale e ormai scricchiolante bilanciamento dei poteri costituzionali vigente in Libano tra cristiani maroniti, musulmani sunniti e musulmani sciiti, basato sulle quote rispettive di popolazione. Ora, nessuno di questi tre gruppi vuole che una numerosa componente palestinese entri in gioco, e tutti sono d’accordo nel dire che la prospettiva per questi rifugiati è solo quella di tornarsene al proprio Paese. Ma questo è ora praticamente impossibile. Così a questa povera gente non resta che il campo profughi, cioè vivere in prigione. Sogno il giorno in cui ci sarà uno Stato palestinese universalmente riconosciuto, e forse tutta questa povera gente potrà avere un passaporto palestinese, al fine di ottenere un visto di soggiorno per lavoro in Libano. Perché, stando così le cose, comunque il Libano non accetterà mai queste persone come propri cittadini. Oggi sono rifugiati nei campi profughi oltre duecentomila musulmani palestinesi, armati, in isolamento completo, e impossibilitati ad andare in Palestina. ? una vita insopportabile, che li ha fatti incattivire, a ragione.
I palestinesi vanno via oggi anche dall’Iraq.
STERN: I palestinesi che lasciano l’Iraq non sono però così numerosi come gli iracheni che oggi sempre di più migrano verso la Giordania, la Siria e il Libano. E, in proporzione, a fuggire sono sempre di più i cristiani. Il direttore del nostro ufficio di Amman, che serve la Giordania e l’Iraq, mi ha riferito che vi è la possibilità concreta, sebbene manchino ancora dati ufficiali, che i rifugiati iracheni in Giordania arriveranno a essere milioni, su una popolazione giordana di circa 5 milioni. La nostra Missione Pontificia cerca di fare tutto il possibile per appoggiare la Chiesa locale e dare una mano a questi rifugiati. Normalmente aiutiamo chi vuole lasciare l’Iraq e andare in Europa, in America del nord o del sud, o in Australia…
Nell’opera di carità in Palestina lei rappresenta il papa. C’è un fatto che ricorda in particolare?
STERN: Papa Giovanni Paolo II è venuto in Terra Santa nel 2000. E in casi come questo al presidente della Pontificia Missione spettano anche dei piccoli privilegi, come partecipare da vicino a quanto accade. Ricordo in particolare la messa all’aperto che papa Wojtyla celebrò a Betlemme, davanti alla Basilica sorta dove è nato Gesù. A un certo punto, come accade ogni giorno, è salita dalla moschea vicina la voce del muezzin che chiamava i fedeli alla preghiera. La voce era forte, diffusa con gli altoparlanti. Il Papa, in quel momento, s’è fermato, non ha alzato la voce per contrastare i diffusori, ma ha atteso. Fino alla fine dell’orazione musulmana. Poi ha ripreso la liturgia. ? come se il Papa stesso ci avesse detto, in quel modo, che la comunità cristiana palestinese deve comprendere e rispettare i musulmani, che sono fratelli, e sperare e pregare che anche da parte loro arrivi comprensione.
Il silenzio rispettoso del Papa è stata l’immagine della convivenza tra cristiani e musulmani in Palestina. (30Giorni).
Terrasanta: una terra martoriata.
Gerusalemme, 8 gennaio 2007 – Soltanto le cifre riescono a volte a restituire i contorni delle tragedie più imponenti. Quelle raccolte da B’Tselem – il Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori palestinesi – puntualmente ogni anno rendono eloquentemente visibile la gravità della situazione.
Nel 2006, sono stati 660 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei Territori e all’interno di Israele. Quasi due morti al giorno. Il dato include ben 141 minorenni, il che porta addirittura a 811 il totale delle vittime tra i giovanissimi dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000).
Da sottolineare, peraltro, che almeno 322 dei 660 palestinesi colpiti nel 2006 non stavano prendendo parte ad alcun tipo di scontro armato. Nella sola Striscia di Gaza, riporta B’Tselem, dal sequestro, a fine giugno scorso, del caporale Gilad Shalit per mano di guerriglieri palestinesi, le forze israeliane hanno ucciso 405 palestinesi (inclusi 88 minorenni), 205 dei quali non stavano partecipando ad azioni ostili. Di converso, sono 17 i civili israeliani uccisi da miliziani palestinesi durante lo scorso anno, mentre le vittime tra le file delle forze di sicurezza sono state 6 (316 in totale dallo scoppio della seconda Intifada).
Le statistiche raccolte da B’Tselem – organismo fondato nel 1989 da un gruppo di professori universitari, avvocati, giornalisti e membri del Parlamento israeliano – riguardano anche numerosi aspetti della vita quotidiana nei Territori.
Israele, ad esempio, mantiene ben 54 check-point fissi all’interno della Cisgiordania, 12 nella sola città di Hebron. Ogni settimana, inoltre, vengono piazzati in media almeno altri 160 punti di controllo “volanti” in tutta la Cisgiordania. Ad essi, poi, vanno aggiunte le centinaia di ostacoli fisici (muri, trincee, sbarramenti di terra e via dicendo) eretti dalle forze di sicurezza israeliane per limitare la circolazione dei palestinesi.
Altri dati importanti raccolti da B’Tselem sono quelli relativi alla demolizione di appartamenti ed edifici appartenenti a famiglie palestinesi. Nel 2006 Israele ha proceduto alla distruzione di almeno 292 case (279 delle quali nella Striscia di Gaza) nel corso delle sue operazioni militari. Così, 1.769 palestinesi sono rimasti senza tetto. Soltanto in 80 casi, peraltro, le famiglie coinvolte erano state avvertite per tempo della prossima demolizione. Altre 42 abitazioni sono inoltre state distrutte a Gerusalemme Est, in quanto costruite senza i necessari permessi: ospitavano non meno di ottanta persone.
Infine un’occhiata alle cifre relative ai prigionieri. Israele, allo scorso novembre, deteneva in carcere 9.075 palestinesi, 345 dei quali con meno di diciotto anni. Ben 738 detenuti, quasi uno su tredici, sono “ospiti” delle celle israeliane sulla base di un provvedimento di “detenzione amministrativa”. Senza cioè essere mai stati processati o informati delle accuse in base alle quali sono stati arrestati. (da Terrasanta.net, sito della Custodia di Terra Santa)
Il papa ha parlato ancora del Libano
Nel messaggio per la giornata della pace del 2007 il papa tra le altre cose ha scritto: “Così, ad esempio, è avvenuto nel conflitto che mesi fa ha avuto per teatro il Libano del Sud, dove l’obbligo di proteggere e aiutare le vittime innocenti e di non coinvolgere la popolazione civile è stato in gran parte disatteso”. In effetti non può non preoccuparci un fatto: il sempre più ampio coinvolgimento dei civili nelle guerre moderne. I civili vengono bombardati e uccisi, e poi si parla di “danni collaterali”. In realtà i danni collaterali stanno svuotando il Medio Oriente dei cristiani: prima del 1948 in Plaestina i cristiani erano il 14% , ora sono il 2%; in Libano sino a poco fa erano la maggioranza, ora sono poco più del 30%; in Iraq prima della guerra erano più di un milione, ora sono alcune centinaia di migliaia…Riporto, a proposito del Libano, quanto ha scritto Pino Morandini, consigliere regionale e vice presidente nazionale del MpV: “La recente guerra in Libano, come tutte le guerre, ha seminato nuovi odi, distruzione e morte. La cosa più terribile è stato il sovrano disprezzo del diritto internazionale e delle vittime civili, uccise senza pietà e senza logica alcuna, come hanno dichiarato il papa Benedetto XVI, il segretario di Stato, Angelo Sodano, e il ministro degli esteri vaticano Giovanni Lajolo. Anche il ministro degli esteri italiano, Massimo D’Alema, ha parlato di reazione decisamente “sproporzionata”. Oggi il Libano, che stava riprendendosi dopo tante disgrazie, conta almeno 1200 morti, e centinaia di migliaia di sfollati. Amnesty Internetional, organizzazione per i diritti umani, ha appena denunciato come “la distruzione di migliaia di abitazioni e il bombardamento di numerosi ponti, strade, cisterne e depositi di carburante siano stati parte integrante della strategia militare israeliana in Libano, piuttosto che “danni collaterali”, derivanti da attacchi legittimi contro obiettivi militari”. “Le prove raccolte -ha dichiarato Kate Gilmore, vicesegretaria generale di Amnesty International -lasciano fortemente intendere che la massiccia distruzione di impianti idrici ed elettrici, così come quella di infrastrutture vitali per la fornitura di cibo e di altri aiuti umanitari, sia stata parte integrante di una strategia militare”. A ciò si aggiungano i sospetti sull’uso di bombe a grappolo e di armi chimiche, su cui si sta indagando, e che continuerebbero a determinare morti innocenti.
In effetti sono state colpite anche le città cristiane di Jounieh, Byblos e Fidar, completamente estranee al “Partito di Dio” islamico. Nella diocesi di Tiro almeno 15 chiese cattoliche sono state distrutte, benchè nessuno ne parli. Ora il dramma è al culmine. Secondo l’agenzia di stampa cattolica Asianews, “i vescovi maroniti temono che con le distruzioni aeree israeliane e il crescente fondamentalismo islamico, i cristiani abbandonino ormai in massa il Paese dei cedri”. Per questo lanciano un appello affinché qualcuno li aiuti “ad affrontare la riapertura delle scuole, la mancanza di medicine, e l’inverno che si avvicina”. In questi giorni, ha dichiarato Mons. Guy-Paul Noujem, vicario patriarcale maronita della diocesi di Sarba, “l’esodo dei cristiani è immenso. Se ne vanno perché si sentono abbandonati…Essi vogliono abbandonare il paese non a causa della paura, ma a causa del futuro”. Mons. Matar, vescovo di Beirut, ha aggiunto: “E’ necessario cominciare a ricostruire il paese, indebolito da settimane di bombardamenti feroci. Solo questo aiuterà i cittadini, cristiani e musulmani a rimanere in Libano”. Di fronte a tutto questo i cristiani italiani e del mondo intero sono chiamati a soccorrere i loro fratelli, schiacciati tra violenze israeliane e risorgente fondamentalismo islamico: lasciarli soli sarebbe colpevole indifferenza, anche perché, dopo quella irakena, quella libanese è la seconda comunità cattolica a finire nel tritacarne della guerra, senza colpa alcuna. Si prepara, per la prima volta nella storia, un medio oriente senza più alcuna presenza cristiana. Intanto possiamo fare qualcosa per aiutare i libanesi versando un contributo ad una associazione di volontari, l’Avsi, presente in Libano da molti anni. Per farlo basta fare un versamento sul conto corrente numero 522474, intestato ad Avsi Solidarietà, via M. Gioia 181, 20125 Milano; oppure indirizzando l’offerta alla Banca popolare di Milano, sul conto n. 19000, intestato ad Avsi (Abi 05584; cab 01626; Cin C; causale: per il Libano)”.
Gli stregoni della notizia: il terrorismo dopo l’Iraq.
Una cosa va chiarita: essere contro la guerra del Golfo, e ricordare le malefatte dei governi americani nella storia, non significa essere contro un popolo, come parlare male del fascismo non significa essere anti-italiani. Significa, al contrario, schierarsi con un popolo che in maggioranza è sempre stato, nell’ultimo secolo, tendenzialmente isolazionista, e non interventista, e che perde in guerre inutili e menzognere i suoi giovani (il 40% ispanici, il 20% neri, e il resto cittadini provenienti per lo più dagli strati sociali più bassi). Bisognerebbe ricordare che Wilson fu eletto anche perchè si era schierato per il non intervento nella I guerra mondiale. Poi cambiò idea, e si servì della propaganda, cioè del Comitee on public information di George Creel, abilissimo giornalista, per spiegare agli americani che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini, crocifiggevano i nemici e ne facevano saponette. Fu un modo molto abile per creare una forte germanofobia, funzionale all’entrata in guerra. La stessa cosa è successa con la guerra del Golfo. Anche Bush si presentò come isolazionista, nel solco della tradizione repubblicana, e ha cambiato posizione strada facendo, manipolando l’informazione al fine di spostare l’opinione pubblica. Ci racconta tutto un famoso giornalista di destra, Marcello Foa, caporeddatore degli Esteri de Il Giornale della famiglia Berlusconi, oltre che cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo, nel suo straordinario “Gli stregoni della notizia”, Guerini e associati (presentato anche al Meeting di Rimini di quest’anno). Foa, da esperto giornalista qual è, ci racconta tutte le strategie mediatiche con cui un governo è riuscito a creare la psicosi Saddam, a raccontare le menzogne sulle armi chimiche, sulle armi di distruzione di massa, sul mitico antrace (comparso e scomparso all’improvviso, quando non serviva più). La sua analisi si sofferma sul ruolo dei cosidetti spin doctor, cioè i divulgatori di notizie false e manipolate ai servizi del governo. Si tratta di storie avvincenti, quasi incredibili, che però Foa documenta con grande precisione, spiegandoci come si falsifica una notizia, come si inganna un giornalista, come si rovescia il significato di un documento, o come si procurano pseudo informazioni attraverso Comitati vari. Il fatto sensazionale è che il governo Bush è riuscito nel suo intento con tale abilità da sconfiggere tutte le più importanti istituzioni americane: occorre infatti ricordare che sia la Cia, che la Dia, cioè la Defense Intelligence Agency (i servizi segreti del Pentagono), che il Dipartimento di Stato, erano contro la guerra in Iraq (come pure l’Aiea, agenzia internazionale dell’enrgia atomica). Erano contrari anche personaggi di spicco come l’ex segretario di stato Paul O’Neil, l’ex “zar” dell’antiterrorismo della Casa Bianca, Richard Clarke, l’ambasciatore britannico a Londra sir Christopher Mayer( insieme ad un folto gruppo di ambasciatori americani e inglesi in Iraq, che definirono Bush “il grande arruolatore di Al Quaeda”), il generale americano Tommy Franks e moltissimi altri personaggi di spicco. Foa elenca le modalità con cui gli spin doctor di Bush sono riusciti a guidare, per un po’ di tempo (ora non più), le coscienze degli americani, ingannadoli con questa strategia:
1)”Citare dati veri in un contesto falso”; 2)Menzionare una dichiarazione ignorando quella successiva che la smentisce”; 3)Inondare i media di testimonianze di disertori”; 4)Cancellare dalla memoria pubblica ogni rapporto che negava il quadro voluto”; 5)Presentare come certe prove che la stessa Cia riteneva dubbiose”; 5)Presentare ipotesi estreme come se fossero sul punto di accadere”; 6)Cambiare il significato ad alcune testimonianze”; 7) “Dimostrare l’indimostrabile, il legame tra Al Quaeda e l’Raq”… E per ognuna di queste affermazioni Foa riporta esempi concreti, dati e fonti inconfutabili: un libro assolutamente da non perdere.
Concludo citando un articolo del Corriere della sera del 25 settembre 2006, che si intitola “Gli 007 americani: ‘Più terrorismo dopo la guerra in Iraq'”, e che dimostra ancora una volta l’assunto inziale: il popolo americano è stato portato in una guerra che non voleva, e da cui ora cerca di uscire, nel modo migliore, dopo aver ammesso, col ministro Gates, il fallimento in atto.
“Il giudizio di sedici agenzie di spionaggio americane è impietoso. La guerra in Iraq ha accresciuto la sfida del terrorismo diventando la prima fonte di reclutamento, ha dato nuove motivazioni agli estremisti e creato una nuova generazione di jihadisti in grado di riprodursi così rapidamente da rendere inefficace la risposta occidentale. Il movimento qaedista si è poi frantumato in realtà minori capaci di autocrearsi, Internet con oltre cinquemila siti integralisti ha sostituito per certi aspetti i campi d’addestramento e i centri di indottrinamento. Nel rapporto riservato di 30 pagine – il “National Intelligence Estimate” – si afferma che sicuramente la guerra ha “peggiorato” la posizione Usa nella lotta al terrore: l’invasione non avvicina la vittoria.
Le conclusioni dell’inchiesta – commissionata dal National Intelligence Council (Nic) – sono ancora più pesanti se si tiene conto che il dossier è il primo studio approfondito da parte degli 007 dopo la caduta di Bagdad ed ha richiesto due anni di lavoro. L’intelligence segnala che il conflitto iracheno si è trasformato in una palestra dove i mujaheddin non solo elaborano nuove tecniche ma le esportano con conseguenze disastrose. E’ il caso dell’Afghanistan dove i talebani si sono riorganizzati lanciando attacchi simili a quelli che avvengono in Iraq. Quindi autobomba, azioni suicide, esplosivi sofisticati. In perfetta sintonia con i loro colleghi europei, gli 007 americani mettono in guardia sul ritorno dei “volontari” che si sono battuti in Iraq nei Paesi d’origine (Medio Oriente, Nord Africa, Europa). La migrazione dei terroristi e la possibile saldatura con gli estremisti presenti in queste regioni – si afferma nel rapporto – può portare alla nascita di formazioni. Si “autocreano”, si autofinanziano (droga, traffici), agiscono senza contatti diretti con la vecchia guardia oppure stabiliscono il legame in un secondo momento. C’è una evidente dispersione del fenomeno terroristico, con Al Qaeda sempre di più nel ruolo di ispiratrice piuttosto che di organizzatrice. Anche se Washington può giustamente vantare di aver assestato dei colpi al nemico, la minaccia continua ad essere forte. “Se il corrente trend dovesse continuare – ha dichiarato in aprile il generale Michael Hayden, oggi capo della Cia – i pericoli per gli Usa saranno diversi e potremmo assistere a un loro aumento”.
La Casa Bianca ha reagito alla diffusione del dossier da parte del New York Times sostenendo che le informazioni pubblicate sono “incomplete” e che “l’odio dei terroristi” si è formato da decenni. Dunque per i funzionari non c’è il rapporto di causa (Iraq) effetto (più terrore). Una constatazione vera solo in parte: certamente il qaedismo ha origini lontane (primo attacco nel 1993), ma non vi è dubbio che la guerra irachena è diventata un formidabile carburante. Alcuni commentatori, pur senza contestare le conclusioni, hanno ricordato che in qualche occasione i rapporti del Nic si sono rivelati inesatti. Ma le analisi Usa trovano peraltro riscontri con le informazioni raccolte sul campo da apparati di sicurezza non americani. Su più fronti si sono affermate nuove situazioni eversive, con fazioni minori impegnate a fare il salto di qualità terroristico cucendosi addosso l’etichetta Al Qaeda. Il modello è quello di Al Zarqawi: crei una organizzazione, ti richiami ad Osama, usi al meglio l’arma della propaganda (Internet, video) e annunci di far parte di un disegno più ampio. Spesso sono le esperienze comuni in Iraq a fare da cemento e sono i metodi impiegati dai ribelli a Bagdad a fare scuola. Le reclute affluiscono sul fronte iracheno – “centrale” tanto per Bush che per Bin Laden – quindi vengono ridistribuite tra le milizie locali o rimandate indietro in attesa di ordini….”
Perchè tanto successo del papa in Turchia?
Le previsioni della vigilia erano terribili: il viaggio del papa in Turchia sarebbe stato pericoloso, ci sarebbero stati possibili attentati, manifestazioni oceaniche, il popolo turco era arrabbiatissimo con Benedetto XVI… Non che non ci fosse nulla di vero. Però è certo che molti giornali, anche quelli secondo cui, sino a pochissimo tempo fa, chi temeva l’immigrazione era un razzista, un leghista ignorante, hanno fatto di tutto per buttare benzina sul fuoco, tutti i giorni… I giornali di sinistra, spesso, sottolineavano presunte colpe della Chiesa, che non mancano mai a costo di raccontare menzogne immense, o presunte inopportunità; i giornali di destra, ugualmente ottusi, schierati ormai senza equilibrio contro “l’asse del male”, gli “stati canaglia” (poco importa che dietro queste etichette vi siano popoli interi, uomini come noi), per la “guerra senza fine” al terrorismo, succubi di distinzioni manichee, Noi-Loro, Civiltà- Barbarie, Bene-Male, hanno profetizzato la sventura…Cosa è successo veramente, alla fine? Che un papa in veste umile, con lo sguardo basso, timido come un ospite che non voglia disturbare, è stato accolto da un popolo, pur musulmano, con simpatia e stima: milioni di telespettatori hanno seguito il suo viaggio, e i giornali turchi, pressoché indistintamente, lo hanno lodato e hanno manifestato simpatia nei suoi confronti…una simpatia al di là di ogni previsione, segno che tra uomini si può forse parlare…Le grandiose manifestazioni contro di lui si sono ridotte a due: una con dieci-quindicimila persone, e l’altra con poche decine di persone, poliziotti e giornalisti…In fondo erano state più violente le manifestazioni contro Benedetto XVI organizzate in Spagna da omosessuali, radicali, comunisti, e gente che sfilava nuda in bicicletta per esprimere il suo odio bestiale…Cosa ha detto Benedetto XVI per suscitare tanta simpatia in un popolo che ha una fede diversa dalla nostra? Ha detto, coi gesti, che gli ortodossi sono più vicini ai cattolici dei protestanti, che non esiste nessuno scontro di religione in atto, che vuole lottare per la pace e per la pace in Medio Oriente, che la pace passa anche dal rispetto dei diritti di Dio, e che Dio non può essere invocato invano dagli uomini a copertura delle loro malefatte…Ha lasciato capire, addirittura, che non è contrario all’entrata della Turchia in Europa. Chi scrive su questo punto è assai perplesso, e preferisce stare col Cardinal Ratzinger, quando esprimeva la sua contrarietà all’ingresso di Ankara nella UE, ma capisce una cosa: il papa ha creduto che l’emergenza, il rischio di uno scontro tra Occidente o mondo islamico, occultato dietro apparenti nobili motivi, vada scongiurato in ogni modo… Lo ha fatto perché conosce la situazione della Turchia, analoga a quella di tanti paesi islamici: la Turchia è un paese tradizionalmente filo-occidentale, membro della Nato, da sempre alleato degli Usa, che però sta vivendo, come in tutta l’Asia, un risveglio dell’integralismo nazionalista in primis e musulmano dopo, in seguito in particolare alla seconda guerra del Golfo. Come ricordava Sergio Romano sul Corriere di giovedì 30 novembre, infatti, fu nel 2003 che i Turchi si rifiutarono di concedere alle truppe americane di invadere l’Iraq passando attraverso il loro territorio…violando un’allenaza d’acciaio. Quella data, infatti, insieme al 1991, ha segnato una svolta nella visione del mondo dei musulmani, che si sono sentiti attaccati, come cultura, come popoli, senza capirne il motivo…L’Islam infatti è un mondo divisissimo, con distinzioni religiose immense, ma con una lingua sacra comune e un certo senso di appartenenza ad una comunità di fedeli sovranazionale….Per questo per gli islamici i milioni di profughi palestinesi, gli attacchi indiscriminati sul Libano, con bombe cluster e mine gettate sino all’ultimo giorno di guerra (che continuano a fare morti), le due guerre del Golfo, i 600.000 bambini uccisi, secondo l’Onu, dall’embargo contro l’Iraq ecc. non sono un episodio che riguarda altri, ma qualcosa che li tocca tutti…(un po’ come quando noi europei, pur divisi tra protestanti, cattolici e ortodossi, venivamo attaccati, nel Cinquecento, dai musulmani stessi)….anche perché qualcuno, il presidente Bush, in nome di un Dio di cui spesso si riempie la bocca, li ha citati tutti, gli “stati canaglia”, già dal 2001, avvertendoli che uno dopo l’altro sarebbero stati attaccati…Allora Bush si dimenticò di citare solo l’Arabia Saudita, una delle peggiori dittatture del Medio Oriente, la patria di Osama, dell’islam wahabita, il più duro, e della gran parte dei terroristi, in cui alle donne è vietato votare e guidare, e i cristiani sono oppressi molto più che nella gran parte dei paesi islamici….(ma si sa, l’Arabia fornisce petrolio ed è un alleato fidato…). Poi ci furono Guantanamo, Abu Ghraib, il fosforo su Falluja, il bombardamento su Cana….Anche di qui il risorgere del nazionalismo islamico, e del concetto di “guerra santa contro gli infedeli”, rafforzato dall’idea, già bushiana, che si tratti di uno “scontro di civiltà”, di culture, di dei…A tutto ciò si aggiungano gli odi derivanti dalle condizioni economiche: i paesi musulmani vivono un periodo difficile, e non possono non notare che chi parla di “libertà e di democrazia”, il presidente Bush, deriva da una grande famiglia di petrolieri, inserita anche nel campo dell’industria bellica, e fa molta attenzione, dovunque arrivi, a controllare le risorse energetiche: ponendo a capo del petrolio irakeno un americano di nome Carrol, e mettendo ai vertici dell’Afganistan vecchi compagni di affari come Zalmay Khalizad e Hamid Garzai, funzionari dell’Union Oil Company of California Asian Oli Pipeline Project (Unocal), dove Oil sta, appunto, per “petrolio”. Il papa è piaciuto per questo: perché ha mostrato che lui non crede che in questo momento vi sia nessuno scontro di religione (smentendo Osama e Bush, i due fratelli siamesi), nessuna identificazione tra Occidente e cristianesimo…Come aveva detto il cardinal Angelo Scola, grande amico del papa, spiegando ad Oasi, rivista da lui fondata, che “esportare la democrazia è una pretesa astratta ed intellettualistica” e che vi è grandissima confusione in chi identifica Occidente e cristianità (Corriere 27/10/2006).
Ecco, il papa è piaciuto perché non è andato ad “esportare la democrazia”, e neppure a vantare una superiorità di cultura…il suo scopo era solo esportare Cristo….