VIAGGIO NELLA SANTITÀ CAPPUCCINA. Sorgenti storiche dell’ideale mistico missionario (7)

Frater Ioannes A Fano, FF. Minorum Capuccinorum Definitor Generlis, in Costituzioni di Albacina, a cura di Padre Rocco Zoia – Tipografia Lux De Cruce – Milano 1979 – Pubblico Dominio

Con un po’ più di attenzione e acribia storica è possibile scoprire le primissime sorgenti di questa testimonianza e servizio evangelico, di questo ideale mistico e santità missionaria. Ovviamente, si trova nella tradizione dell’Ordine francescano e nell’esempio del Poverello. Ma più specificamente se nella riforma cappuccina entrò il fior fiore

dei frati minori osservanti, è tra questi che bisognerà condurre le proprie ricerche.

Nel fermento di riforma che dopo il 1517 scoppia nell’Osservanza francescana, diverse decine di religiosi chiesero al superiore generale Francesco Quiñones († 1540), aperto al rinnovamento, di poter vivere in alcuni conventini solitari per osservare più perfettamente la Regola di san Francesco. Era l’anno 1526. Il Quiñones assegnò loro i romitori di Monteluco, S. Maria di Terni, Scarzola, S. Giacomo di Todi, lo Spineto e il luogo del Buon Riposo di Castello. Tra questi frati fervorosi c’erano Francesco Ripanti da Jesi († 1540), Bernardino d’Asti († 1554), Battista da Norcia († 1549), Bartolomeo Spellucci da Spello († 1562) e il b. Bartolomeo Cordoni da Città di Castello († 1535). «E fu di tanta efficacia – scrive un cronista – che incominciarono questi a ingarbugliare tutta la religione. E fu cosa veramente da Dio ordinata che in tutte le province ve ne fu, e nei capitoli così generali come provinciali con molta importunità cercavano di dar principio alla riforma»1.

Grande maestro spirituale era il b. Bartolomeo Cordoni che lasciò scritto, per insistenza dei suoi discepoli, un libretto di altissima mistica intitolato De unione anime cum supereminenti lumine, stampato postumo a Perugia nel 1538 su iniziativa del frate osservante Ilarione Pico da Borgo San Sepolcro e ripubblicato in ambito cappuccino a Milano e a Napoli nel 1539 e a Venezia tra il 1538-1540 col titolo Dialogo dell’unione spirituale di Dio con l’anima2[168] . Quest’opera costituì, infatti, una fonte di ispirazione diretta per gli autori dei principali libretti devozionali, catechismi, trattatelli di pietà e manuali di preghiera che Ochino e i suoi compagni diedero alle stampe nel periodo pretridentino: dai celebri Dialogi sette del senese (Venezia, 1540 e 1542) alla metodica Arte de la unione di Giovanni da Fano (Brescia, 1536), dal Dialogo dil maestro e discepolo attribuito ad Antonio da Pinerolo, anch’esso forse frutto della penna di Ochino, all’esoterico Circolo di carità divina di Francesco da Iesi. Edito in appendice proprio al dialogo del Cordoni, quest’ultimo scritto avrebbe determinato nel 1584 la censura ecclesiastica dello stesso Dialogo dell’unione, a causa del «novum et insolitum orandi modum» che in esso veniva delineata, sollevando un velo su una dimensione – quella del raccoglimento mistico e dell’orazione mentale praticati dai cappuccini negli spazi umbratili delle loro celle e romitori – altrimenti inattingibile dall’esterno, perché avvolta nel riserbo ma anche perché fondamentalmente indicibile, nonostante i tentativi di delinearne una comprensibile morfologia affidati alle pagine di manoscritti la cui lettura e circolazione erano regolate dai frati con estrema prudenza. Così avvenne per il trattatello noto come Amore evangelico, dove tra l’altro viene definita una vera e propria casistica delle differenti esperienze mistiche e dei doni spirituali che l’anima «absorta» e «in Dio transformata» poteva ricevere, dagli «amorosi languori» al «dono delli estasi», dalle «amorose alienatione spirituale» alle «cordiali abstractioni», dai «iubili spirituali» ai «rapti de lo intelletto», dalle «revelationi » alle «superne visioni» e alle «beate manifestationi»3.

I cappuccini raccolsero l’eredità spirituale di Bartolomeo Cordoni e le assicurarono una capillare diffusione nei circoli spirituali dell’Italia della fine degli anni ’30, curando nel 1539-1540 tre edizioni a stampa del suo Dyalogo della unione. Alle dottrine liberospirituali del Cordoni, i cappuccini attinsero ampiamente nella redazione delle loro prime opere a stampa, mostrando un’adesione alla mistica spiritualista della tradizione begarda e francescana che attraversava l’intero spettro delle sensibilità ecclesiologiche interne all’ordine, coinvolgendo oltre a Bernardino Ochino e Girolamo da Molfetta persino il severo e ‘intransigente’ Giovanni da Fano, per non parlare di Francesco da Iesi, esaltato dalle fonti tardocinquecentesche come ortodosso traghettatore dell’ordine dopo l’apostasia ochiniana. Rispetto al Dyalogo della unione del Cordoni negli scritti dei primi cappuccini si nota tuttavia una componente decisamente più accentuata di cristocentrismo, che avvicina ulteriormente queste opere ai testi evangelico-valdesiani e, in una certa misura, alla Theologia crucis luterana e qui può essere colta la cifra specifica della spiritualità cappuccina4.

Il tema centrale è il rapporto di amore che lega l’anima a Dio, che apre il cuore al divino amore perché l’amore è Dio e Dio è l’amore. Lo stato dell’amore, cui l’anima deve aspirare, è lo stato dei “seraphini”, i quali sono tutti immersi in quella grande fornace ardente del divino amore, e sopra di loro risiede il dolce et magno Iddio, il quale è tutto amore et vero amore»5. Bartolomeo Cordoni insegna ad esercitarsi nell’arte dell’unione amorosa con Dio. Tra l’altro afferma che la Regola di san Francesco è la via serafica che toglie ogni ostacolo fra l’anima e Dio e pone tutto l’essere nello «stato di charità perfetta in vita annihilata». In questa unione l’anima vive sotto la regola del divino amore, che consiste in «tutto dare e niente volere». É lo stato più alto e nobile che ci sia. Coloro che vivono questa esperienza possiedono

«un cuor magnifico, liberale et eccellente… Non amano alcuna cosa, quantunque nobile et grande, se non puramente et solamente per amor di Dio. Questi tali sono sempre apparecchiati alle grandi imprese, per zelo del divino honore sarebbero pronti et disposti a tutte l’hore quando bisognasse intrarre nel fuoco, et tutto il dì ricevere martiri per la salute delli prossimi, et per sommo piacere haveriano di ponere la vita per i loro nemici. Questi sono i minori che siano in questo mondo, et i maggiori che siano in paradiso … O glorioso stato dell’huomo annihilato, ti posso dire giardino di ogni fiore adornato, dove sta piantato l’arbore della vita»6.

Questa mistica brama di amore e di morire per gli altri spinse il Cordoni a servire gli appestati a Gubbio e a Terni, proprio nel periodo in cui anche Matteo da Bascio faceva lo stesso a Camerino. Ma non si accontentò di questo. Egli da tempo aspirava al martirio e questa vocazione eroica era condivisa da molti suoi discepoli. Finalmente riuscì a districarsi dagli uffici dell’Ordine, ricorse a Clemente VII e ottenne l’autorizzazione di unirsi ad una spedizione guidata da fra Giovanni di Troia detto Spagnolo († 1551), con i compagni Angelo da Botone e Bartolomeo da Spello († 1562). A Mostocon nel Marocco questi quattro missionari furono imprigionati e torturati dai maomettani e infine rilasciati su riscatto. Il Cordoni ritornò in Spagna e poi in Italia, finché riuscì a compiere una nuova spedizione missionaria con Bernardo da Bergamo, Francesco da Montone, Angelo da Botone e Bernardo da S. Martino in Campo e partecipò con la crociata imperiale all’espugnazione della fortezza di La Goletta e alla vittoria sul Barbarossa a Tunisi, dove morì nel 15317.

Giovanni Spagnolo nel frattempo era passato nelle file dei cappuccini in Italia e sperava sempre di ricevere la grazia del martirio. Anche il piccolo e ridente Giovanni Zuazo da Medina del Campo († 1551), degli Scalzi di Spagna, attratto dalla fama dei primi cappuccini, si era segretamente stabilito in Italia col proposito di farsi cappuccino. Anche lui, uomo di grande contemplazione, portava con sé l’ardore del martirio8. É significativo che nella sua esperienza contemplativa, vissuta nei romitori umbri e toscani, specie a Montepulciano e alle Carcerelle di Assisi, favorito di molte visioni sulla sorte dell’Ordine dopo l’apostasia di Ochino, richiesto da Bernardino d’Asti rivelò che era volontà del Signore un’osservanza della regola con spirito di gratitudine, col cuore puro da ogni peccato, con vicendevole pace e concordia. Come culmine di perfezione, ripetendo le parole ricevute da Cristo, aggiungeva:

«Dobbiamo desiderar sopra tutte le cose lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, nel quale vivo Spirito consiste tutta la perfezione evangelica e in esso solo si può gratuir ciascuno a me e a questo esorto tutti i frati a indirizzar ogni loro operazione a questo fine, per acquistar lo spirito e amor mio… La vera osservanza della Regola tutta consiste in aver in verità il vero, vivo e puro Spirito mio, sì come é scritto nella Regola, e sì come ancora dice: “Al quale Spirito tutte le cose debbano servire”… Il vero, vivo, santo e caritativo spirito é final fondamento di essa Regola»9.

Era il periodo più tribolato che doveva culminare nella scandalosa apostasia di Bernardino Ochino. La “vita disperata” di quei frati zelanti e ardenti, purificata dalle tribolazioni, si forgiava, come abbiamo visto, nell’esercizio della contemplazione secondo l’aureo libretto Arte de la unione di Giovanni da Fano che ha profonde risonanze con il Dialogo del Cordoni, e seguendo gli insegnamenti meravigliosi di Francesco da Jesi, fissati nel suo conciso, difficile e intensissimo Circolo dell’amore divino. Giovanni da Fano, fautore della riforma tra gli Osservanti con Bernardino d’Asti e il Ripanti, nel 1534 si era convertito ai cappuccini e con lui, prima e dopo, molti religiosi Osservanti, tra i più prestigiosi in scienza e santità.

  1. Cf. Agostino da Stroncone, L’Umbria Serafica, in Misc. Franc. 7 (1898) 24s. ↩︎
  2. Sul Cordoni manca ancora uno studio aggiornato. Si veda per un primo approccio biografico N. Santinelli, Il beato Bartolomeo Cordoni e le fonti della sua mistica, Citta di Castello 1930; e soprattutto P. Simoncelli, Il “Dialogo dell’unione spirituale di Dio con l’anima” tra alumbradismo spagnolo e prequietismo italiano, in Annuario dell’Istituto Storico Italiano per l’Età Moderna e Contemporanea 29-30 (1977-1978) 565-601; Stanislao da Campagnola, Bartolomeo Cordoni da Città di Castello e le prime due edizioni del suo “Dialogo”, in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria 80 (1983) 89-152. Studi più recenti e nuovi: M. Camaioni, Libero Spirito e genesi cappuccina. Nuove ipotesi e studi sul Dyalogo della unione spirituale di Dio con l’anima di Bartolomeo Cordoni e sul misterioso trattato dell’Amore evangelico, in Archivio Italiano per la Storia della Pietà 25 (2012) 303-372; Id., Le vicende editoriali del Dyalogo della unione spirituale di Dio con l’anima di Bartolomeo Cordoni tra censure preventive e tardivi interventi della Congregazione dell’Indice, in Schifanoia 42-43 (2013) 143-156 e la bibliografia ivi indicata. ↩︎
  3. Cf. M. Camaioni, Libero spirito e genesi cappuccina cit., pp. 351-364. Vedi inoltre F. Accrocca, Il libro secondo “De amore euangelico” nel codice Vaticano Capponiano 207, in Id., Francesco e i suoi frati. Dalle origini ai Cappuccini, Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 2017, 359-370; id.,”La più disperata vita”: le origini francescane nella rilettura dei primi cappuccini, ibid., 379-387. ↩︎
  4. [170] M. Camaioni, Libero spirito e genesi cappuccina…, cit., 350-351. – Sull’Amore evangelico vedi anche: Felice Accrocca, Il libro secondo “De amore evangelico” nel codice Vaticano Capponiano 207, in id., Francesco e i suoi frati. Dalle origini ai Cappuccini, Roma 2017, 359-370. ↩︎
  5. [171] Dyalogo della unione , f. 13r. ↩︎
  6. [172] Bartolomeo Cordoni da Citta di Castello, Dyalogo della unione spirituale de Dio con l’animai, Milano 1539, cap. 49, ff. 233v-236r. ↩︎
  7. [173] Cf. G. Oddi da Perugia, La Franceschina (1572), II, Firenze 1931, 456-83; N. Santinelli, Il beato Bartolomeo Cordoni, 43-49; Paola Zambelli, Bartolomeo di Castello (B. de’ Cordoni da Citta di Castello), in Diz. Biogr. Ital. VI, Roma 1964, 707a-708b. ↩︎
  8. [174] Bernardino da Colpetrazzo, Historia O.F.M.Cap., in Mon. Hist.O.M.Cap., III, Assisi 1940, 417s, 429, 292s. ↩︎
  9. [175] Cf. FC IV, 1099s. Questo pensiero era assai diffuso fra i cappuccini ed era un punto forte anche dell’insegnamento, per es., di san Lorenzo da Brindisi ai frati, come si legge in una testimonianza processuale: ≪Quando ragionava ai frati, faceva gran forza sopra quelle parole della nostra santa Regola: “Quelli che non sanno lettere” ecc. Sopra queste parole io ho sentito a ragionare il padre Brindesi nell’atto di visitare i frati e mostrava che la midolla della nostra regola si riduceva a questa perfezione, e che però intorno ad essa doveva ognuno esercitarsi»: FC III/2, 5045. – Anche Mattia da Salò vedeva il cuore della regola francescana nella ricerca soprattutto dello spirito del Signore e la sua santa operazione. Così scriveva nella sua biografia di san Felice da Cantalice: «Essendo perfetto osservatore della regola sua, dilungato non s’è dagli altri nel commune. Non ha usate quelle asprezze de i primi padri; e pur ha osservato non men di loro, anzi forse meglio la regola sua. Questa richiede – come in essa espresso – che sopra tutto s’attenda allo spirito della oratione et si desideri di havere lo spirito del Signore e la santa sua operatione. Egli per far questo non ha cercato luochi solitari, non ha posto impedimento alcuno all’obbedienza di stare in Roma in officio di tanta prattica; ha saputo, conversando con gli huomini, congiungersi con Dio. Ha desiderato lo spirito del Signore e la santa sua operatione, orando sempre a Dio con puro cuore; lo spirito del Signore con l’opra sua ha benissimo purgato l’animo suo da ogni disordinato affetto»: V. Criscuolo, Uno scritto inedito di Mattia da Salò: la biografia di san Felice da Cantalice, in Coll. Franc. 82 (2012) 181.– Vedi anche: C. Cargnoni, La Regola di san Francesco nella tradizione cappuccina, in Italia Franc. 84 (2009) 419-444. ↩︎
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