Rembrandt van Rijn, San Paolo, 1627, Stoccarda, Staatsgalerie Stuttgart. Fonte Wikipedìa Commons
Acclamazione al Vangelo
Apri, Signore, il nostro cuore
e accoglieremo le parole del Figlio tuo. (Cf. At 16,14b)
XXV Domenica del Tempo Ordinario ANNO A 20 Settembre 2026
Colore Liturgico Verde
Commento artistico-spirituale alla Prima Lettura di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg
Liturgia della Parola in LIS, sottotitolazione e audio a cura della Conferenza Episcopale Italiana (CEI)
«Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo» (Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi 1,20-24.27).
Paolo scrive questa bellissima lettera mentre si trova in catene, probabilmente a Roma o a Efeso.
Il dipinto «San Paolo in prigione» è un’opera di Rembrandt van Rijn realizzata nel 1627, a solo 21 anni e esposta presso la Staatsgalerie Stuttgart a Stoccarda. Il pittore olandese raffigura Paolo anziano, seduto in una cella buia, colto in un momento di profonda e intima riflessione. L’apostolo con la mano destra sul mento tiene con la sinistra una penna e un grande libro aperto a ricordare che quattro delle sue lettere (epistole) – compresa questa ai Filippesi – sono state scritte durante la prigionia. Accanto a lui si vedono dei libri accatastati e una grande spada, simbolo del suo futuro martirio per decapitazione a Roma. Con la luce che penetra dalla finestra, Rembrandt proietta l’ombra delle sbarre della cella e illumina la figura del santo per evocarne la ricchezza interiore e l’ispirazione divina.
«Vivo senza vivere in me» (Vivo sin vivir en mí) è un componimento poetico e mistico (1571 circa) di santa Teresa d’Avila che esprime il profondo desiderio dell’anima di ricongiungersi totalmente a Dio, vissuto come un’estasi d’amore. Il ritornello più famoso «Que muero porque no muero» (Muoio perché non muoio) evoca il testo di Paolo.
Vivo sin vivir en mí
«Vivo senza vivere in me,
e in tal modo spero in alto,
che muoio perché non muoio.
Vivo ormai fuori di me,
dopo che muoio d’amore;
perché vivo nel Signore,
che mi volle per sé;
quando il mio cuore gli diedi,
vi scrisse questo cartello:
«Muoio perché non muoio».
Questa divina prigione,
dell’amore in cui io vivo,
ha fatto Dio mio prigioniero
e libero il mio cuore;
e mi dà tal passione
vedere Dio mio prigioniero,
che muoio perché non muoio./
Ahi, com’è lunga questa vita!/
Come sono duri questi esili,
questa gabbia e questi ferri
in cui l’anima è conficcata!
Solo aspettare l’uscita
mi causa un dolore sì fiero,
che muoio perché non muoio.
Oggi solo con la speranza
di morire vivo e respiro,
perché morendo io miro
ad avere la mia vicinanza;
morte, in cui la vita si avanza,
non tardare, che ti spero,
che muoio perché non muoio»
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.