L’estetica liturgica secondo il Concilio di Trento
Il Concilio di Trento ha insistito in modo notevole sulla dimensione sacrificale della liturgia,corroborata dai segni visibili, dalla bellezza materiale e quindi da regole prefissate per elevare l’anima a Dio e difendere l’aspetto dogmatico che la liturgia ha in sé(si approfondirà nel prossimo articolo). Il Concilio di Trento a livello eucaristico si preoccupò di difendere gli aspetti dottrinali messi in discussione dai protestanti, tra cui la transustanziazione.
Estetica liturgica e transustanziazione quale nesso?
Vi è circolarità ermeneutica tra l’estetica liturgica e la transustanziazione, dacché il segno e i sensi sono uniti tra loro, dando all’assemblea la possibilità di percepire la reale presenza di Cristo. La transustanziazione possiede dei segni visibili, che si chiamano accidenti e sono: il pane e il vino. Codesti all’epiclesi divengono il Corpo e il Sangue, l’anima e la divinità di Cristo. Si evince che alla consacrazione la sostanza degli elementi muta per vis verborum(in forza delle parole) che realizzano in modalità diretta la reale presenza del Corpo e del Sangue di Cristo, uniti ai quali vi è la sua anima umana e la sua eterna divinità.
La riforma di papa Pio V e l’estetica liturgica
Papa Pio V mediante la bolla Quo Primum Tempore il 14 luglio 1570 promulga l’entrata in vigore del Messale Romano universale, ponendo fine ai differenti abusi liturgici. Dal punto di vista estetico liturgico l’altare e il crocifisso sono il nucleo fondante dell’azione liturgica. C’è la presenza di un solo sacerdote. A livello sensoriale il profumo dell’incenso, correlato alle candele e al canto, eleva l’animo a Dio in tonalità solenne. In relazione il sacerdote è rivolto ad Orientem e ad Deum, al contempo c’è silenzio da parte dell’assemblea, mentre il sacerdote a voce flebile recita il Canone. Il silenzio amplifica il mistero e favorisce la contemplazione personale. L’utilizzo del latino scinde il celebrante e l’assemblea dalla lingua vernacola adottata nel quotidiano. La riverenza del ministro(genuflessioni e inchini) rende percepibile l’invisibile.
Analisi estetico teologica della persona del sacerdote
Nella dimensione iconica il sacerdote è colui che agisce in persona Christi. Il Presbitero presta il proprio corpo, la propria voce per rendere visibile l’invisibile. Il sacerdote dal punto di vista estetico incarna una bellezza drammatica, perché Cristo si serve della fragilità umana per condurre le anime. Il sacerdote deve avere una trasparenza cristologica, in quanto ai fedeli deve trasparire il profilo del pastore. Questa forma estetica deve essere una modalità armonica tra l’ascesi e l’azione ministeriale. Il sacerdote deve essere poeta dello Spirito in quanto negli elementi poveri e concreti come il pane e il vino, l’acqua e l’olio rendono comprensibile il mistero, scindendolo dall’ovvietà e dalla spettacolarizzazione. La cura della liturgia si attua anche nella docilità alla Sacra Scrittura e al commento di essa(omelia) ove il temporale è unito al trascendente. Il sacerdote è certamente esposto alla caducità, ma la speranza certa della Risurrezione lo protegge e solleva dalle possibili cadute.
Estetica teologica liturgica del tabernacolo
Il tabernacolo è l’Emanuele(il Dio con noi). Esso non è una scelta decorativa, ma una teologia architettonica che manifesta la centralità dell’Eucaristia. Tabernacolo( Tabernaculum) è la tenda che rappresenta l’incarnazione: “Il Verbo si è fatto carne e ha posto in mezzo a noi la sua tenda”. Il tabernacolo è una torre che raffigura la Gerusalemme celeste, quindi la stabilità e la sicurezza della fede in Cristo. Esso è poi coperto dal conopeo, che rimanda alla tenda biblica, mistero di Dio che si rivela nel silenzio. A sua volta il tabernacolo ha un iconografia Cristocentrica, infatti le porte ospitano rilievi teologici tra cui il Pellicano che nutre i propri piccoli con il sangue, l’Agnello immolato sul libro dei Sette Sigilli, i discepoli di Emmaus, la vita e i tralci, oppure il monogramma IHS.
Estetica teologica liturgica dell’altare tridentino
In opposizione alla visione protestante, per i quali la Messa è una cena commemorativa, l’altare tridentino ricorda che la Messa è sacrificio incruento di Cristo. La celebrazione eucaristica è la ripresentazione senza spargimento di sangue(incruento) del sacrificio di Cristo sulla croce. Ovviamente Cristo morendo in croce ha offerto la sua vita soffrendo fisicamente. Tale evento è avvenuto una volta per tutte per la salvezza dell’umanità. Nel sacrificio incruento la vittima è sempre la stessa: Cristo Gesù e il sacerdote è colui che agisce in persona Christi, offrendo il sacrificio al Padre. In che modo? In particolare durante la consacrazione, quando gli elementi terreni divengono soprannaturali. Quel pane e quel vino non sono più realtà materiali, ma il reale Corpo e Sangue di Cristo. In riferimento all’altare e al sacerdote, si richiama l’attenzione alla posizione del celebrante. Esso è orientato Ad Orientem(Versus Deum) simbolo di Cristo risorto ed ha dinnanzi a se il tabernacolo. Nella celebrazione tridentina poi il sacerdote è uno. Sorge l’istanza: perché? C’è un solo sacerdote in quanto uno è l’eterno e Sommo Sacerdote: Cristo Gesù, rimarcando così il sacrificio del Golgota. Il sacerdote quindi non agisce come presidente di un’assemblea, ma come alter Christus ponendo la differenza tra il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune. Il sacerdozio ministeriale è di chi riceve il Sacramento dell’Ordine. Il sacerdozio comune è di tutti i battezzati, che sono chiamati ad evangelizzare in ogni ambito di vita in cui si trovano, in base alla vocazione che Dio ha loro affidato.