La voce che attraversa il mare. L’Odissea di Zanetto

Nell’opera di Zanetto L’Odissea di Omero (Feltrinelli) si riprende il viaggio di Odisseo con una scelta narrativa capace di restituire la pluralità del poema. E anche qui il finale è diverso da quello di Omero. 

L’uomo antico non conosce il gelo dell’Inferno interiore, non prova il tormento di aver respinto un dio. È piuttosto il contrario: sono gli dèi a respingere gli uomini, a godere del loro abbandono, a lasciarli soli con parole gelide. Gli uomini implorano un po’ di calore, un

gesto di pietà, ma non lo ottengono; possono soltanto sperare di morire con onore.

In questa distanza irriducibile tra umano e divino nasce la bellezza tragica dei Greci: la percezione che l’uomo, pur fragile, sia l’unico luogo in cui la dignità possa salvarsi. Se gli dèi sono capricciosi e malvagi, almeno l’uomo deve essere buono. Se anche l’uomo fosse malvagio, a chi rivolgersi? Non trovando la bellezza negli dèi, nel mondo o negli avvenimenti, gli antichi Greci l’hanno cercata nel volto umano, nella sua misura, nella sua capacità di restare saldo davanti all’arbitrio del destino.

Manca agli antichi la nozione del peccato: il male non nasce da una scelta, ma da un traviamento, da una follia, da un accecamento imposto da potenze che precedono l’individuo. La responsabilità non è mai pienamente autonoma; ciò che l’uomo compie non nasce soltanto da lui. È in questo quadro che si comprende la figura dell’eroe omerico, esposto a forze che lo superano e lo definiscono: Achille, Odisseo, ciascuno a suo modo, incarnano una colpa che non coincide con l’atto, ma con una condizione.

Odisseo, in particolare, è l’esempio più affascinante di questa pre‑moralità della colpa. La sua métis — intelligenza obliqua, sottile, sempre pronta a deviare — non è un talento acquisito, ma un tratto originario. Odisseo è politropo, ovvero versatile, capace di adattarsi a ogni situazione avvalendosi di differenti vie.

L’astuzia lo salva e lo perde: lo salva quando inventa il cavallo di Troia o inganna Polifemo; lo perde quando la parola diventa dominio, quando la strategia supera il limite e genera hybris. Odisseo non è colpevole perché inganna: è colpevole perché non può non ingannare. La sua natura lo espone continuamente al rischio del male.

Ed è proprio qui, in questa tensione tra destino e responsabilità, che si apre la porta alla lettura dell’Odissea. Il poema non è, infatti, soltanto il racconto di un ritorno, ma la storia di un uomo che attraversa il mondo portando con sé la propria ambivalenza, la propria intelligenza eccedente, la propria esposizione alle potenze che lo precedono.

È in questo orizzonte che si colloca la proposta di Giuseppe Zanetto, insegnante di greco e scrittore, che ne L’Odissea di Omero (Feltrinelli) riprende il viaggio di Odisseo con una scelta narrativa capace di restituire la pluralità del poema: sette capitoli, sette voci, sette prospettive che accompagnano il lettore dentro il ritorno, moltiplicando gli sguardi e ampliando la compagnia del protagonista.

Bisogna riconoscere che questa struttura non è un semplice espediente narrativo: è un modo per restituire la natura stessa dell’Odissea, poema corale, attraversato da forze molteplici, da destini intrecciati, da responsabilità che non appartengono mai a un solo individuo.

Odisseo è colui che odia o che è odiato (secondo un probabile etimo), è quindi in un modo o nell’altro segnato dall’odio (attivo o passivo) e dovrà chiudere la partita con l’odio, liberarsi di un certo passato. La sua patrona è Atena, dea dell’intelligenza, mentre è avversato da Poseidone, dio del mare, stizzito col greco che gli ha accecato il figlio Polifemo.

Nel primo capitolo (che copre i primi quattro libri del poema) prende la parola Telemaco («colui che combatte lontano»). Spronato da più parti, il figlio, ormai ventenne, parte alla ricerca del padre. In compagnia di Pisistrato, figlio di Nestore, si dirige a Sparta, dove incontra Menelao ed Elena. Lì apprende che Odisseo è prigioniero della ninfa Calipso e che Agamennone è stato ucciso dalla moglie Clitemnestra con la complicità dell’amante Egisto. È l’avvio di un percorso che non è soltanto geografico, ma interiore: la ricerca del padre diventa la ricerca di un’origine, di un nome, di un destino. Telemaco inaugura così la polifonia del libro: la sua voce giovane, ancora incerta ma già tesa verso il futuro, apre il viaggio non con un gesto eroico, ma con un atto di ricerca. È significativo che Zanetto affidi a lui il primo capitolo: il ritorno di Odisseo comincia, paradossalmente, da chi non ha mai conosciuto la sua presenza. La nostalgia del padre diventa la nostalgia di un ordine perduto, di una casa che attende da vent’anni di essere ricomposta. La scelta di alternare le voci non è un artificio: è un modo per restituire la natura stessa dell’Odissea, poema che vive di sguardi incrociati, di memorie che si rispondono, di racconti che si sovrappongono. Ogni narratore porta con sé una tonalità diversa, un diverso modo di percepire Odisseo e il suo destino. Così, il viaggio non è più soltanto quello dell’eroe, ma quello di un mondo intero che si muove attorno a lui.

Nel secondo capitolo (libri VI-VIII dell’Odissea) il narratore è Arete, moglie di Alcinoo, re dei Feaci. La ninfa Calipso, convinta finalmente da Ermes messaggero degli dèi, ha lasciato libero Ulisse, dopo sette lunghi anni. La zattera dell’eroe greco, avversato da Poseidone, fa naufragio. Ulisse è salvato da Nausicaa, figlia del re Alcinoo e di Arete, spinta da Atena ad andare sulla spiaggia. Una volta ancora sono gli dèi, sempre loro, a intromettersi nelle vicende umane e a determinarle. Tra i Feaci Ulisse conosce la sacra ospitalità (o xenìa). Alla corte il cantore Demodoco declama lo stratagemma del cavallo di Troia. Incapace di dominare le emozioni, Ulisse rivela la sua identità e narrerà la storia del suo ritorno da Troia.

Quando la parola passa a Odisseo nel terzo capitolo («Ulisse e Polifemo»), il lettore avverte un cambio di registro: la voce si fa più densa e più aderente alla sua métis. Non è un Odisseo trionfante. Il suo racconto non è mai lineare: procede per deviazioni, per lampi, per improvvise aperture che rivelano la fatica del ritorno: la terra dei Ciconi, i Lotofagi, il ciclope Polifemo, i Lestrigoni, la maga Circe.

Nel capitolo successivo («Nekyia. Nella terra dei morti») Ulisse continua a raccontare le sue vicende straordinarie dopo che ha abbandonato la maga ed è giunto nella terra dei morti. Dopo il sacrificio degli animali, alla vista del sangue accorrono i morti da ogni parte e Ulisse parla con l’indovino Tiresia, con la madre Anticlea, con Agamennone. Particolarmente toccante l’incontro con la madre, che gli racconta di come sia morta, del padre Laerte, del figlio Telemaco, dalla moglie Penelope. Ulisse cerca di abbracciarla per tre volte, ma per tre volte le braccia tornano al petto, come accadrà nel tentativo di Enea di abbracciare Anchise (Eneide). E poi ancora Ulisse racconta le altre vicende: le sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole. Siamo arrivati esattamente a metà dell’Odissea omerica: il libro XII (su ventiquattro).

A emergere, capitolo dopo capitolo del libro di Zanetto, è la natura corale del poema: la ninfa Calipso, la maga Circe, i compagni perduti, i nemici affrontati, ciascuno porta un frammento di verità, un tratto di luce o di ombra che contribuisce a delineare la figura di Odisseo. Il lettore non assiste a una semplice sequenza di episodi, ma a una progressiva ricomposizione dell’eroe, come se ogni voce aggiungesse un tassello alla sua identità. Particolarmente riuscite sono le ultime sezioni dedicate al ritorno a Itaca. Qui la pluralità delle voci si concentra, si fa più tesa, più drammatica. Il servo fedele Eumeo, la moglie Penelope, i Proci e tanti altri personaggi osservano l’arrivo dell’eroe da una prospettiva diversa, e il lettore comprende che il ritorno non è mai un semplice ricongiungimento, ma un atto di riconoscimento (o agnizione) reciproco.

Alla fine Ulisse non rimane a Itaca, ma riparte. Deve arrivare, come profetato da Tiresia, in una terra dove vivono uomini che non conoscono il mare: lì dovrà fare sacrifici a Poseidone per poi finalmente ritornare nella sua isola. Sono due anni che Ulisse è lontano. Ma questa volta la sua assenza non ha avuto grandi conseguenze: Telemaco regna su Itaca facendo le veci di suo padre. Ulisse tornerà: anche Penelope ne è certa ed è meno angosciata questa volta.


Giotto, Innocenzo III conferma la Regola francescana, 1290-1295, Assisi, Basilica superiore. Fonte Immagine Wikipedìa Pubblico dominio

Tra i modi più autentici per incontrare san Francesco c’è quello di tornare ai testi che lo hanno visto protagonista: non le interpretazioni successive, ma le parole che lui stesso ha consegnato alla Chiesa. Leggere i testi di san Francesco significa infatti entrare nel cuore stesso della sua esperienza.
Il Cantico delle creature inaugura la nostra letteratura con una lingua

già adulta, capace di glorificare Dio attraverso la trasparenza del creato: non un inno alla natura, ma al Creatore, in un movimento che dal cielo scende alla terra trasformando il cosmo in liturgia. E nel prosieguo si rivelerà l’unico vivente nominato: l’uomo, nobile solo quando perdona, cioè quando imita Cristo.
Nel Testamento emerge invece una vita capovolta dalla grazia: dall’abbraccio al lebbroso alla fede incrollabile nella Chiesa, fino al centro pulsante dell’Eucaristia, da cui scaturiscono povertà radicale, lavoro umile, rifiuto dei privilegi e obbedienza schietta alla Regola.

All’origine della Regola bollata
Tra gli scritti di san Francesco, la Regola bollata occupa un posto decisivo. Il 29 novembre 1223 papa Onorio III la confermò con la bolla Solet annuere, riconoscendo in quel proposito di vita evangelica un dono per l’intero popolo cristiano. Da quel momento la Regola divenne la carta fondativa dei frati minori.
La sua redazione avvenne a Fonte Colombo, dove Francesco – provato dalla malattia e consapevole della distanza crescente tra il suo ideale e le esigenze organizzative dell’Ordine – riscrisse il testo in dialogo con la Curia. Accanto a lui operò il cardinale Ugolino, futuro Gregorio IX, che ne curò l’impianto giuridico. Ma il nucleo rimase interamente francescano: asciutto, evangelico, senza concessioni.
La storia, però, era iniziata quattordici anni prima. Con dodici frati e un testo povero e diretto come il Vangelo che lo ispirava, Francesco si era messo in cammino verso Roma. Tre mesi di attesa fuori dal Laterano, notti all’addiaccio, elemosina per vivere: e infine l’udienza con papa Innocenzo III, che riconobbe in quel poverello la risposta più limpida alla crisi spirituale del tempo. La Regola fu approvata oralmente, come un seme consegnato alla terra: da esso sarebbe germogliato un ordine nuovo, capace di predicare penitenza e Vangelo con la forza disarmata della povertà.

La Regola non bollata
Nel 1221, mentre Francesco rinunciava al governo dell’Ordine, il grande Capitolo delle stuoie segnò una svolta: nacque la Regola non bollata, un testo in 23 capitoli che custodisce l’anima più radicale del francescanesimo. Non fu mai presentata al papa e non ottenne riconoscimento canonico, ma portò impressa la forza originaria del carisma: povertà assoluta, fraternità senza protezioni, fedeltà nuda al Vangelo. Il documento ci restituisce l’immagine di un francescanesimo allo stato sorgivo, ancora intatto nella sua audacia evangelica.

Il cuore della Regola bollata
Su questo sfondo di radicalità evangelica si innesta la Regola del 1223, più breve ma altrettanto esigente. La Regola del 1223 si apre senza preamboli, con una dichiarazione che è già un manifesto: osservare il Vangelo vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Non un programma spirituale, ma una forma di vita totale. Francesco promette obbedienza a papa Onorio III e ai suoi successori, così come i frati devono obbedire a lui e ai suoi successori: l’obbedienza non è vincolo disciplinare, ma libertà evangelica, rinuncia alla propria volontà per lasciarsi condurre dal Vangelo.
Il testo, articolato in dodici capitoli, è sorprendentemente concreto. La povertà non è un ideale, ma una condizione reale. Nel secondo capitolo i frati devono vestire abiti vili e rattoppati, non possedere nulla – né casa, né luogo, né alcuna altra cosa – ed escludere in modo assoluto il denaro, anche tramite intermediari. Il novizio, accolto nell’Ordine, vive un anno di prova e poi promette di osservare la Regola senza possibilità di tornare indietro, perché «chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro non è adatto al Regno di Dio» (Lc 9,62).
Il terzo capitolo è un piccolo manifesto di vita evangelica: i frati custodiscono l’Ufficio divino e il digiuno con essenzialità, camminano per il mondo come uomini di pace, miti e limpidi, lontani da dispute e vanità, accogliendo ciò che viene offerto e portando ovunque un annuncio disarmante: la pace.
Il quarto capitolo ribadisce il divieto assoluto del denaro; il quinto stabilisce che i frati lavorino con fedeltà e devozione, ricevendo solo ciò che è necessario al corpo, mai denaro, nella gioia della povertà evangelica.
La Regola disciplina poi il modo di andare per il mondo: frati miti, pacifici, umili; nessuna lite, nessun giudizio, nessun cavallo se non per necessità. Entrino nelle case portando la pace e accettino il cibo offerto: un cristianesimo itinerante, povero, disarmato, che vive della fiducia nel Vangelo.
Il capitolo nono sulla predicazione è un trattato di essenzialità: i frati devono essere autorizzati dal ministro generale e parlare con parole «ponderate e caste», brevi, incisive, orientate alla conversione. La predicazione non è retorica, ma servizio alla verità.
La correzione fraterna (capitolo decimo) deve avvenire con umiltà e carità. Francesco non sprona i frati incolti a cercare la cultura, perché la priorità è «avere lo Spirito del Signore e le sue opere»: pregare con cuore puro, vivere umiltà e pazienza, amare chi perseguita e calunnia. Tre sono gli ammaestramenti evangelici che sigillano il capitolo: «Amate i vostri nemici» (Mt 5,44); «Beati i perseguitati per la giustizia» (Mt 5,10); «Chi persevererà fino alla fine sarà salvo» (Mt 10,22).
Il capitolo finale, dedicato ai frati che vogliono andare tra i saraceni, rivela la visione universale di Francesco: l’annuncio del Vangelo è per tutti, ma affidato solo a chi è idoneo e sempre sotto la protezione della Chiesa.
La Regola si chiude con un atto di fedeltà: restare «sudditi e soggetti ai piedi della Santa Chiesa», osservando povertà, umiltà e Vangelo.

Articolo già pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 Giugno 2026


La Ragione del cuore il Blog di Goovanni Fighera

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Author: Giovanni Fighera

Insegnante di italiano e latino nei Licei, giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e blogger, Giovanni Fighera collabora con il dipartimento di Filologia moderna dell’Università degli Studi di Milano. Con le Edizioni Ares ha pubblicato «Che cos’è dunque la felicità mio caro amico?» (2008), La Bellezza salverà il mondo (2009), «Amor che move il sole e l’altre stelle». L’amore, l’uomo, l’Infinito (2010), «Che cos’è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?». L’io, la crisi, la speranza (2012), Tra i banchi di scuola (2014), Tre giorni all’Inferno (2016), Ritorno al Paradiso perduto (2017), Paradiso. Andata e ritorno. In viaggio con Dante (2018), Pirandello in cerca d’autore. Una rilettura (2019). Con Itaca ha pubblicato Il matrimonio di Renzo e Lucia (2015). Ha inoltre pubblicato Paradiso. In viaggio con Dante verso le stelle (Sugarco, 2019) e I promessi sposi. Dietro le quinte del grande romanzo (Sugarco, 2022). Con La Nuova Bussola Quotidiana ha pubblicato Dante e Petrarca. Il duello (2021). Per la scuola ha curato le edizioni della Divina commedia (Giunti-Treccani-Clio 2020), de I promessi sposi (Giunti-Treccani-Clio 2023), della grammatica (Di parola in parola, Clio-La nuova scuola 2026), della Storia della letteratura (in pubblicazione, Clio- La nuova scuola). Ha partecipato, tra gli altri, al Censimento dei commenti danteschi (Salerno Ed., 2014), e al Convegno internazionale di Varsavia Il Dante dei moderni (2015), al Congresso Dantesco Internazionale di Ravenna (2017, 2021, 2023). Da anni tiene conferenze e lezioni in Italia. Ha partecipato ad alcune raccolte di poesie (Nuovi salmi, I poeti e la crisi, Sorella morte). Ha collaborato con alcune radio (Radio vaticana, Radio 5.9, ecc.). Su Radio Maria ha condotto le trasmissioni In viaggio con Dante verso le stelle e I Promessi sposi e il sugo della storia e dal 2024 conduce La bellezza salverà il mondo. Quel bello che ci cambia. Sul Blog La ragione del cuore potrete trovare maggiori informazioni: https://www.giovannifighera.it/autore/ Profilo aggiornato al 2026.

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