CEUTA: UN PANORAMA GEOPOLITICO PREOCCUPANTE di Gianfranco Amato

Immagine creata con Intelligenza Artificiale chat GPT

Quello che sta succedendo nella exclave1 spagnola di Ceuta non può essere archiviato come un clamoroso episodio legato al fenomeno dei flussi migratori. In realtà, si tratta di una complessa e lucida operazione orchestrata da tre attori: Marocco, Stati Uniti e Israele.

Cerchiamo di spiegarlo partendo dalla particolare posizione geografica di questa città spagnola. Ceuta, infatti, è situata in un punto strategico per il controllo dello Stretto di Gibilterra, giacché si trova allineata dalla parte opposta della celebre rocca colonizzata dalla Gran Bretagna. Togliere anche questa città alla Spagna e metterla sotto l’influenza anglosassone significa controllare entrambe le coste dello Stretto, ossia del passaggio strategico che collega l’Atlantico con il Mediterraneo, ottenendo il dominio di uno dei colli di bottiglia più importanti del mondo. Con il potere di regolare o escludere, peraltro, il traffico marittimo delle imbarcazioni provenienti dai Paesi BRICS.

La prova del complotto ordito dai tre aggressori si può ricavare da alcuni elementi di tutta evidenza. Cominciamo dagli Stati Uniti. Il 30 aprile 2026, la Commissione per gli stanziamenti della Camera dei Rappresentanti – l’organo incaricato di decidere l’assegnazione della spesa federale – ha pubblicato un documento in cui si è affermato, per la prima volta negli Stati Uniti, che Ceuta e Melilla sono due territori «amministrati dalla Spagna», ma che si trovano in «territorio marocchino», una formula volutamente ambigua circa il riconoscimento di questi territori come totalmente soggetti alla sovranità spagnola. Il documento ha previsto, inoltre, un investimento di 40 milioni di dollari per l’assistenza alla cooperazione militare con il Marocco, in quanto ciò risponde agli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Un altro evento rilevante si è verificato lo scorso 2 luglio, cinque giorni prima del vertice NATO ad Ankara, quando lo stesso Donald Trump ha sottolineato che la Spagna, pur facendo parte dell’Alleanza, non era un buon membro poiché si era «comportata male» rifiutandosi di supportare la guerra di aggressione anglo-sionista contro l’Iran. Ha poi pronunciato una frase significativa e particolarmente minatoria: «Gli spagnoli capiranno presto cosa gli succederà. Come hanno dovuto rinunciare a Cuba, Guam, alle Filippine e a Porto Rico. Noi otteniamo sempre tutto». Alla fine del mese di luglio, con la crisi di Ceuta, si è capito molto bene a cosa di riferisse Trump.

Veniamo ora al secondo attore dell’aggressione: l’entità sionista di Israele. Il Primo Ministro di questo Paese, Benjamin Netanyahu, – peraltro ricercato dalla Corte penale internazionale (CPI) per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità – ha da tempo attivato un’efficace e dura azione d’attacco mediatica e di intelligence contro la Spagna accusata di aver sostenuto la causa del popolo palestinese e difeso la sovranità dell’Iran di fronte all’aggressione bellica intrapresa dall’imperialismo predatorio sionista. C’è un secondo elemento interessante. L’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Danny Danon, lo scorso 31 luglio – quando è scoppiata la crisi – ha provocatoriamente chiesto al governo spagnolo il motivo per cui «continuasse a mantenere entità coloniali in Africa», lanciando un vero e proprio attacco alla sovranità territoriale spagnola.

Sul terzo attore dell’aggressione c’è poco da dire. Il Marocco di Muhammad VI è ossessionato dall’espansionismo territoriale che corrisponde al sogno del “Grande Marocco”. Da questo punto di vista, molti analisti lo hanno definito come l’Israele d’Africa. L’entità anglo-sionista lo considera un alleato fedele e un socio di fiducia soprattutto in funzione di contenimento della presenza di Russia e Cina nel continente africano. Da questo punto di vista va ricordato che gli USA hanno sempre dimostrato una propensione preferenziale per il Marocco nell’acquisizione di armamenti che non vengono nemmeno venduti alla Spagna, ponendolo gradualmente in una posizione privilegiata nella regione e mettendo a rischio i confini meridionali di un Paese partner della NATO e dell’Unione Europea come la Spagna.

Veniamo ora alla domanda principale. Perché si è creata la crisi di Ceuta? L’obiettivo appare abbastanza evidente. Era quello di provocare una legittima reazione più aggressiva da parte della Spagna di fronte ad una vera e propria invasione di immigrati clandestini, favorita dalla complicità delle autorità di frontiera e dei servizi segreti marocchini. La reazione che la Spagna, come qualsiasi altro Paese del mondo, avrebbe potuto e forse dovuto avere difronte all’invasione era quella dell’uso delle armi. E una sparatoria, con relativi morti, avrebbe determinato l’indignazione mondiale e creato lo scenario propizio per sollevare il caso davanti all’ONU affinché si adottassero misure dettate dalla «urgente necessità di restituzione dei territori africani dalla Spagna al Regno del Marocco come retaggi del passato coloniale». Fortunatamente, il governo spagnolo non è caduto in questa trappola, che aveva tutte le caratteristiche per favorire lo scenario desiderato, ovvero il furto di due territori spagnoli fin dal XV (Melilla) e XVII secolo (Ceuta), secoli in cui non esisteva nessuno dei tre Paesi aggressori.

Non esistevano gli Stati Uniti, non esisteva Israele e, meno che mai, esisteva il regno di Marocco, nato soltanto nel 1956.

L’errore che sta ora facendo il governo socialista di Pedro Sánchez è quello di non garantire la sicurezza ai cittadini di Ceuta, non rendere effettiva la presenza dello Stato in quel lembo di Spagna, attraverso l’esercito, la polizia, la magistratura, le istituzioni. Questo rischia di rappresentare, nell’attuale situazione geopolitica, un pericoloso segnale di debolezza. La sovranità territoriale non la si invoca sulla carta, la si dimostra de facto.

Cosa dovrebbe fare oggi la Spagna per evitare che l’equilibrio strategico continui a pendere a favore del Marocco, fino al punto di perdere territorio sovrano? Almeno quattro cose.

Primo, elaborare una politica di alleanze strategiche con i Paesi o le potenze nemiche dei suoi odierni aggressori.

Secondo, rompere le relazioni diplomatiche con coloro che intendono invadere il suo territorio sovrano.

Terzo, adottare una strategia di accerchiamento del Marocco, attraverso un’alleanza con la Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD), la Mauritania e l’Algeria, facendogli sentire il fiato sul collo ai suoi confini e dimostrandogli che in quella regione i suoi grandi alleati (Stati Uniti e Israele) non sono in grado di fornirgli tutto il supporto di cui ha bisogno.

Quarto, elaborare una politica di contenimento e deterrenza del fenomeno migratorio, anche mediante l’aiuto e la protezione delle potenze dei paesi BRICS, come la Russia o la Cina, che, a differenza dei cosiddetti “alleati europei” della Spagna, hanno sempre dichiarato di opporsi a ogni forma di immigrazione illegale. Se non fa tutto ciò, presto Ceuta, Melilla e le Isole Canarie, grazie agli anglo-sionisti, cominceranno a rendere realtà il sogno del “Grande Marocco” di Muhammad VI.

  1. Una exclave è una porzione di territorio appartenente politicamente a uno Stato, o ad un ente amministrativo, ma geograficamente separata dal corpo principale del territorio nazionale ed è circondata da una o più entità straniere ↩︎
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Author: Gianfranco Amato, Avvocato

GIANFRANCO AMATO, avvocato, opera attivamente nel campo della bioetica da circa venticinque anni. Conferenziere, a livello internazionale, su tematiche bioetiche riguardanti in particolare la fami- glia, l’educazione, le dipendenze giovanili, l’ideologia di genere e il diritto naturale, è stato nominato, in qualità di esperto, Direttore del Comitato Tecnico Scientifico dell’Osservatorio Permanente sulle Famiglie della Regione Siciliana. È stato più volte audito, sempre in qualità di esperto, dal Parlamento italiano, sia al Senato che alla Camera dei Deputati, su proposte di legge attinenti alle tematiche di cui si occupa, in particolare in tema di libertà di opinione, famiglia identità di genere. È Presidente nazionale dell’organizzazione Giuristi per la Vita, un gruppo di avvocati, magistrati e docenti universitari, che combattono sul piano legale in difesa del diritto alla vita, della famiglia e della libertà di educazione. È fondatore e presidente del movimento Nova Civilitas per il recupero e la difesa delle radici cri- stiane della società occidentale attraverso una presenza nel campo della cultura, delle opere e della politica. È stato membro del Comitato “Difendiamo i nostri figli”, organizzatore dei Family Day tenutisi a Roma il 20 giugno 2015 ed il 30 gennaio 2016, in difesa della libertà di educazione e della famiglia naturale. È noto anche in America Latina, soprattutto in Messico, Costa Rica e Cile, dove viene spesso invi- tato, in qualità di esperto internazionale, da istituzioni pubbliche a livello parlamentare, da Confe- renze Episcopali, da Ordini Professionali, e da varie Università con le quali collabora a livello accademico. Ha scritto una quindicina di libri ed ha ottenuto il premio “Testimoni 2014” dalla Fondazione Fides et Ratio, e il premio internazionale all’Impegno Sociale 2015 intitolato alla memoria dei giudici martiri Rosario Livatino, Antonino Saetta e Gaetano Costa, conferito a «coloro che si battono, con sacrificio e rischio personale, per un impegno sociale improntato ai valori della vita, della giustizia, della verità e della fede, in difesa della legalità, del rispetto delle regole, della divulgazione di un’informazione libera e corretta».

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