Questa storia ha origine da parte mia con il desiderio di formare una famiglia basata sull’amore-dono.
È vero che il dialogo fra noi due non è mai filato liscio, a volte si formavano tensioni che mi sembravano strane, inspiegabili, ma pensavo che fossero dovute all’educazione diversa ricevuta
e che con la buona volontà potevamo venirci scambievolmente incontro.
Fin dall’inizio del matrimonio provai un senso di angoscia perché la persona che mi trovavo vicino non la riconoscevo più. Per quanto possibile, cercavo di rispondere con accoglienza e comprensione a grossolanità e violenza, convinta che se fai esperienza d’amore non puoi che amare, ma non sempre è così.
Qquando mi resi conto che dall’altra parte non sarebbe arrivata nessuna risposta, decisi di restituirgli la fede nuziale, forse anche per un’ultima verifica, e la risposta, con un ghigno beffardo, fu che per lui non aveva mai avuto nessun significato quel pezzo di metallo.
Avevo un marito solo all’anagrafe e una vita da ragazza-madre con in casa un ospite che non si preoccupava minimamente dell’educazione dei suoi figli.
Questa condizione di vita mi portò pian piano a morire dentro, …
Tratto da Dopo l’Inverno di Eugenio Zanetti, Ancora 2005, p. 12.
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