Riceviamo dal nostro lettore Daniele Trabucco questa riflessione che ci sembra utile far conoscere in questa epoca di parole vacue.
La Redazione
di Daniele Trabucco
Tradizionalismo e progressismo sembrano parole utili per orientarsi nelle tensioni della Chiesa contemporanea, perché
indicano sensibilità diverse, modi differenti di percepire la crisi, la continuità, il cambiamento e la fedeltà. Eppure, quando diventano il criterio principale con cui si giudica la vita ecclesiale, esse rischiano di mostrare un limite profondo, poiché finiscono per leggere il mistero della Chiesa a partire da una posizione storica o culturale assunta come misura prevalente. Il punto non è negare che vi siano ferite, ambiguità, disordini pastorali, linguaggi non sempre limpidi e decisioni discutibili. Il punto è comprendere se tali elementi vengano guardati dentro la fede della Chiesa oppure attraverso categorie che, pur usando parole religiose, restano debitrici di una logica moderna.
Tadizionalismo e Tradizione
Il tradizionalismo non coincide con la Tradizione. Può nascere da un amore sincero per ciò che la Chiesa ha ricevuto, per la sua dottrina, per la sua liturgia, per la sapienza delle forme nelle quali la fede si è espressa lungo i secoli. Tuttavia, quando questo amore diventa criterio esclusivo, il passato rischia di essere trasformato in una misura autosufficiente della verità, quasi che la fede cristiana fosse garantita dalla sola anteriorità cronologica delle sue forme storiche. La Tradizione, invece, non è la semplice permanenza del passato. È la presenza viva di ciò che è stato consegnato una volta per sempre e che, proprio perché viene da Cristo, attraversa il tempo senza perdere la propria identità.
Pogessismo criterio ultimo
Il progressismo, in modo speculare, non coincide con il legittimo approfondimento della vita ecclesiale. Anche esso può nascere da un’esigenza reale, cioè dal desiderio che la Chiesa sappia parlare agli uomini del proprio tempo e sappia discernere le ferite della storia. Quando, però, questa esigenza diventa criterio ultimo, il futuro rischia di essere posto come tribunale della fede, quasi che ciò che viene dopo sia, per ciò solo, più evangelico, più umano o più vero. In tal caso lo sviluppo non appare più come crescita organica della medesima verità, bensì come adattamento della forma cristiana alle attese dominanti dell’epoca.
Il rischio comune
In questo senso, tradizionalismo e progressismo, pur essendo molto diversi, possono condividere un rischio comune: pensare la Chiesa a partire dal tempo. Il tradizionalista tende a misurarla sul passato, mentre il progressista sul futuro. Qui emerge la loro radice moderna, non tanto nel lessico che usano, quanto nel presupposto che la Chiesa possa essere compresa a partire da una chiave previa scelta dal soggetto.
La Fede Cattolica
La fede cattolica, invece, chiede un movimento diverso: non siamo noi a possedere la Chiesa come oggetto del nostro giudizio, è la Chiesa, nella sua Tradizione vivente, a educare il nostro giudizio, a purificarlo e a orientarlo verso Cristo. Per questo le etichette servono poco quando pretendono di dire l’essenziale. Possono descrivere accenti, temperamenti, preoccupazioni, sensibilità, ma non possono dire che cosa sia la fede della Chiesa. La fede, infatti, non idolatra il passato, non sacralizza il futuro e non si esaurisce nella conservazione di un assetto storico.
Fede e Tradizione
La fede riceve la Tradizione come vita della Chiesa nel tempo, come continuità reale del dono di Cristo, come fedeltà che sa custodire senza irrigidirsi e approfondire senza dissolvere. Ciò che occorre, allora, non è scegliere l’etichetta più rassicurante, né collocarsi in una posizione mediana tra schieramenti opposti. Occorre tornare al centro, che non è una sensibilità, non è una corrente, non è una formula polemica. Il centro è Cristo nella sua Chiesa, anche quando la Chiesa appare ferita nelle sue membra, attraversata da confusioni e bisognosa di purificazione. Solo a partire da questo centro la Tradizione torna a mostrarsi per ciò che è realmente: non una bandiera, non un programma, non un rifugio identitario (come lo è per tante buone persone, spesso mosse dai vari “guru” che fanno danni incalcolabili), ma la forma viva con cui la Chiesa riceve, custodisce e trasmette Cristo nel tempo.
Daniele Trabucco