Famiglia Cristiana senza pietà su Mario Adinolfi

Da 2 giorni la stampa italiana sta dedicando una vasta attenzione alla triste vicenda giudiziaria che ha per protagonista Mario Adinolfi, fondatore del «Popolo della famiglia», personaggio televisivo e militante cattolico senza se e senza ma. Accusato di «truffa» ed «evasione» dal gip Giulia Arcieri in un comunicato

Adinolfi si è dichiarato «assolutamente innocente».

Scontate le reazioni becere dei giornali progressisti e laici, che godono nell’affondare il coltello nella piaga, ma lo fanno con un touch da pseudo puritani e «verginelle illibate» di cui solo loro hanno il segreto e l’ipocrisia.

«Il poker, la religione e l’Isola dei famosi» ha titolato Repubblica, osservando che «solo una settimana fa era sceso in piazza “contro l’invasione islamica”»: fosse stato un no border sicuramente non avrebbe avuto noie giudiziarie. Per il Fatto, forcaiolo a fasi alterne e lunari, Adinolfi avrebbe «posizioni ultracattoliche, omofobe e a difesa di Israele»: una condanna dunque non può che fargli bene, anche per farlo uscire da quel loop che lo ha portato, da cofondatore del Pd, «verso l’estrema destra».

Ma il peggio lo ha raggiunto un settimanale ufficialmente cattolico che per di più ha fatto della misericordia una delle sue bandiere: Famiglia cristiana.

Il settimanale dei religiosi paolini, fondato dal beato Giacomo Alberione in pieno regime fascista, ha acquisito, di fatto, una popolarità immensa nel secondo dopo guerra, che continua incontrastata tra la gente e nelle parrocchie, malgrado il crollo delle vendite degli ultimi decenni, dai 2 milioni di copie degli anni ’70 alle 180.000 di oggi.

L’articolo di Francesco Anfossi infatti non dice nulla o quasi dei fatti rimproverati ad Adinolfi, ma si limita ad una indecente «mostrificazione» del personaggio, con termini che mai il settimanale dei «religiosi» avrebbe osato verso personalità del mondo Lgbt, progressista, anticlericale o di altra religione.

Certo, mette le mani avanti prima della carica l’Anfossi, notando, bontà sua, che «anche per Mario Adinolfi vale la presunzione d’innocenza». Tuttavia il suo caso, e non si sa perché proprio il suo, riaprirebbe «una questione più profonda» ovvero «la distanza tra la testimonianza esibita come bandiera» tipico degli odiati conservatori e lo «stile sobrio, discreto, esigente» che il cristianesimo «chiede a chi lo professa».

Quanta misericordia in certi accenti eh? Non solo sei nei guai, ma ti aggravo anche la coscienza facendoti la morale: visto che «sbandieravi la fede» la tua caduta in qualche modo è più grave. E non è una nostra malevola lettura, sentite.

«Mario Adinolfi» prosegue il settimanale «non è soltanto un brillante giornalista», «un personaggio televisivo», un «ex deputato». Ma è anche «un giocatore di poker» il che è così basso per i puri paolini che aggiungono seri: «che diavolo c’entra l’azzardo col cristianesimo?». Vabbé.

In verità, per amici e nemici, l’Adinolfi che tutti conosciamo – senza per questo assolverlo acriticamente ora – è un cattolico coraggioso che si batte per la vita, la famiglia, la tutela delle radici cristiane d’Italia e d’Europa, con un piglio tutto suo certo, ma con impegno e dedizione.

No, per Famiglia cristiana è «soprattutto un personaggio pubblico» che ha «trasformato la testimonianza cattolica» in una «bandiera da sventolare, spesso in faccia agli altri». La sua parabola, per i religiosi più laici dei redattori di Rep e Fatto, è una continua discesa nel baratro: «democristiano, poi popolare, poi nel centrosinistra, poi nel Pd, poi fuori dal Pd, poi ultraconservatore cattolico, poi simpatizzante trumpiano». Ovvero: «dalla sinistra cattolica al populismo identitario», dal «linguaggio dei diritti sociali» alla «retorica muscolare» contro tutto ciò «che non rientrava nel suo catechismo personale».

Fosse ancora nel Pd, come l’ex direttore di Avvenire, ora senatore dem in Europa, allora sì che avrebbe una religiosità sincera e il catechismo giusto, «non personale».

In un’Italia in cui la famiglia è divenuta il bersaglio del potere e solo papa Leone sembra interessato a correre ai ripari, Adinolfi sbagliava anche lì. Perché la difendeva sì, ma «come uno stendardo», mentre la famiglia «non è un comizio» o un «format televisivo» e neppure «un randello» con cui picchiare «chi vive, ama o sbaglia in modo diverso» dal proprio.

Una intera vita di fede e di impegno cristiano azzerato dal settimanale cattolico più letto in Italia perché Adinolfi avrebbe confuso «trumpismo e Vangelo». Riducendo il cristianesimo «a identità, e l’identità a rissa» e vivendo una «militanza da stadio» più che una convincente «testimonianza evangelica». Come la loro, intrisa di pietà e rispetto.

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Author: Fabrizio Cannone

Fieramente italiano, romano e cristiano, sposato con 3 figli, collabora con varie testate e siti web.

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