Questa quarta parte della mia riflessione sulle Bozze di Indicazioni nazionali intende chiarire se e a chi sia utile la proposta ministeriale. Superando le criticità messe in evidenza nel mio precedente contributo, il risultato finale
dovrebbe essere favorevole agli studenti poiché con le nuove Indicazioni si supera l’idea che l’apprendimento coincida con l’assimilazione di contenuti, ridotti a una serie di pagine da memorizzare, e si mettono al centro i ragazzi che sono invitati a coinvolgersi in un lavoro personale, approfondito e duraturo, un lavoro di qualità, dunque, e non tanto di quantità.
In questa prospettiva la parola competenza assume un significato positivo e bello. Fin dagli albori della ‘riforma’ del sistema scolastico, avviata nel 2003 con la legge n.53 (la cosiddetta legge Moratti), il legislatore ha chiarito che la competenza personale non è da intendersi come mera skill, cioè, abilità nel compiere una serie di operazioni, ma come capacità di fare sintesi di tanti elementi (fra i quali anche le conoscenze, le abilità, le esperienze pregresse, le emozioni, le sfumature di carattere e di temperamento, le doti e le capacità innate, ecc.) al fine di svolgere il compito assegnato, con successo e gratificazione personale e degli altri, in modo da acquisire una conoscenza a mano a mano sempre più approfondita, originale e interiorizzata e così da porre le basi per una solida cultura.
Le Indicazioni presuppongono dunque un’idea di apprendimento fondato sulla persona dello studente e sulla relazione e le relazioni che si stabiliscono fra i soggetti coinvolti. E, infatti, anche il docente è messo al centro di tale processo. Egli non è un coordinatore o un ‘facilitatore’, ma un maestro e una guida, con una solidissima preparazione e la capacità di accompagnare la classe verso la scoperta di sé e della realtà, cosa particolarmente importante quando si parla di Letteratura.
A questo proposito sono perfettamente d’accordo con quanto scritto https://www.libertaepersona.org/wordpress/2026/06/lanalisi-4-la-proposta-al-ministro-perche-lo-studio-diventi-un-incontro/#more-179433 dal professor Fighera sul suo blog relativamente alle Indicazioni: è vero che studiare letteratura significa ‘incontrare’ un’esperienza umana, ricca di significato e interessante per la nostra vita, ma è altresì vero che tale incontro deve essere preparato dal docente il quale fornisce il quadro di contesto per capire il linguaggio e la storia racchiusa in un libro. Credo si debba sottolineare maggiormente la professionalità del docente al quale è richiesto di mettersi pienamente in gioco e non solo di ‘ripetere’ quanto è scritto sul libro di testo. Egli non è l’ultimo anello di una catena di trasmissione di informazioni che dal ministero defluiscono verso le menti degli studenti da riempire con una serie pressoché illimitata di nozioni. Al contrario, l’insegnante è appunto un professionista, un ideatore di strategie e, soprattutto, colui che, in prima persona, si mette alla prova nella lettura e nella spiegazione dei testi che propone paragonandosi con i significati in essi contenuti.
I genitori e le famiglie dovrebbero apprezzare le proposte contenute nelle nuove Indicazioni; essi amerebbero certamente vedere il proprio figlio apprendere con più gusto e affaticarsi nello studio con uno scopo superiore che non sia soltanto il voto.
Invece, motivi di perplessità potrebbero essere avanzati dal mondo dell’editoria scolastica che subirebbe un contraccolpo piuttosto significativo poiché i voluminosi manuali attualmente in uso sarebbero snelliti non poco e cambierebbero alcuni criteri importanti. Infatti, le case editrice hanno sempre proceduto con un’impostazione tradizionale per cui lo studio della letteratura è trasmissione di una serie di conoscenze relative sia al contesto storico culturale sia alla biografia e alla poetica dell’autore prima di affrontare la lettura antologizzata dell’opera letteraria. Rischiano pertanto, qualora si proceda in un’altra direzione, di avere ingenti perdite economiche e di mettere a rischio filiere di lavoratori impiegati nel settore.
Naturalmente nessuno vorrebbe un tale esito però, prima o poi, occorrerà affrontare un’autentica rivoluzione copernicana e, cioè, che il sistema scuola nel suo complesso, comprese le case editrici scolastiche, ha il proprio senso solo se è al servizio degli studenti e delle loro famiglie e non viceversa.