Scrivere mi è sempre piaciuto fin da quando ero una bambina. La lunga attività di insegnante mi ha in parte allontanato dalla scrittura creativa di genere narrativo (romanzi) o poetico (poesie) poiché ero concentrata
soprattutto su quella che definirei scrittura burocratica (verbali, relazioni, progetti, ecc.), comunque svolta con serietà e gusto personale.
Ora sono ritornata alla mia prima passione arricchita dall’esperienza di una vita. Dunque, è stata una gioia leggere il breve ma intenso discorso che papa Leone XIV ha rivolto ad alcuni scrittori e scrittrici nell’auletta dell’aula Paolo VI in occasione del Centenario della Libreria Editrice Vaticana lo scorso 24 giugno.https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/speeches/2026/giugno/documents/20260624-scrittori-lev.html. In esso il pontefice ringrazia quanti si dedicano a tale attività, li sprona a continuare e prospetta loro un compito entusiasmante.
Nella riflessione del papa ho ritrovato tutti i motivi per cui tale ‘lavoro’ mi ha sempre appassionato. Li ho verificati su di me e continuo a scoprirne di altri tanto è ricco e inesauribile l’incontro con le pagine di altri autori del tempo presente e di quello passato. Il lavoro dello scrittore, benché per nulla o quasi considerato, riveste un ruolo fondamentale in ordine a diverse ragioni.
Prima di tutto il papa afferma che: «Scrivere – nel modo in cui voi lo fate – è un atto di verità, di svelamento.» Certamente, la scrittura parla della mano, dell’animo e della mente di chi muove la penna o il mouse, anche nella più ‘oggettiva’ delle descrizioni. Non è possibile scrivere in modo autentico, vero e profondo senza comprendere un po’ di più questo guazzabuglio del cuore umano (cfr. A. Manzoni, I promessi sposi, capitolo X), «il cui mistero, come è comprensibile, forma l’alfa e l’omega di tutti i nostri discorsi e di tutte le nostre domande, dà fuoco e tensione a ogni nostra parola, urgenza a ogni nostro problema» (Thomas Mann, Le storie di Giacobbe, Introduzione).
La scrittura, dunque, parla di chi scrive e della verità di ciò che scrive. La verità dello scrittore, secondo il grande insegnamento manzoniano, è l’atto di ritrovare, nella storia raccontata, ciò che conta, l’essenziale dell’esperienza umana che, calata in un particolare, in un fatto limitato, ha però un significato universale. Per questo papa Leone prende a modello la grande narrazione biblica, la Storia per eccellenza, poiché in essa è evidente come nel raggio d’azione dell’uomo irrompa il Fatto concreto ma sempre misterioso dell’azione di Dio. Tale intervento continua nel tempo e nello spazio attraverso persone, situazioni, libri e raggiunge chi ha lo sguardo aperto a riconoscerlo, chi cerca la dimensione dell’Eterno nel proprio presente effimero. Per scrivere ci vuole uno spazio di silenzio interiore, rara condizione nella frenesia del nostro tempo, nella quale si forma per grazia lo sguardo amorevole e accogliente di chi vede la realtà e ogni sua singola fibra nel suo sorgere quale è davvero, cioè, creatura voluta e amata da Dio.
Tuttavia, il papa precisa, utilizzando una frase incidentale, che scrivere è lo svelamento della verità nel modo in cui voi lo fate. Come a dire che si può scrivere in tanti modi, ma solo uno è quello in grado di arricchire la propria umanità e di dare a essa l’orizzonte della verità. Infatti, il secondo ‘compito’ dello scrittore è diffondere storie di bene capaci di svelare le esigenze e le evidenze più profonde del cuore e calarsi, grazie all’immaginazione, nei percorsi di vita degli altri in modo da moltiplicare i diversi punti di vista arricchendo così la verità che è sinfonica, secondo la celebre definizione del grande teologo Hans Urs von Balthasar. In questo senso – dice il papa – scrivere è un gesto di umanità poiché arricchisce la percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri, promuove empatia e solidarietà, permette di trovare consonanze con esperienze altrui e accresce il senso di pietà e di unione con ogni persona.