PER AVVICINARCI CON IL PARADISO DI DANTE AL PROSSIMO MEETING DI RIMINI
Nel Paradiso dantesco c’è il mare. Si tratta di un’immagine molto bella e suggestiva. È metafora a tal punto concreta che il lettore vede davanti
a sé l’immensa distesa dell’essere come è la distesa marina che ammiriamo dalla riva. E come accade che la superficie sia solcata da numerose imbarcazioni, ciascuna diretta verso il proprio porto, così in modo analogo tutti gli enti creati si orientano intrinsecamente verso la propria meta, vale a dire, realizzano ciò che è specifico della loro natura. Difatti, Dio ha impresso in ogni cosa, sia essa appartenente al regno minerale, vegetale o animale, un impulso irresistibile che la orienta a veleggiare nell’unica direzione adatta a essa, verso il proprio fine o compimento. Quindi, poiché siamo stati creati, abbiamo una struttura interiore che ci è data. Se non ne teniamo conto andiamo incontro alla distruzione dell’umano che è in noi e di ciò che ci circonda (si veda, ahinoi, quanto sta accadendo in ambito antropologico con la questione del gender, solo per fare un esempio tra i tanti). Lo stesso esito otteniamo capovolgendo l’ordine della gerarchia degli enti creati. L’universo appare ordinato, gerarchizzato e finalizzato nel suo intero e nelle singole parti di cui è costituito. Se la gloria di Dio splende ovunque, come si diceva, è più evidente in una parte più e meno altrove. La creatura umana è libera, pertanto può ignorare tale evidenza, ma a che prezzo?
Dunque, siamo solo al primo canto del Paradiso e già vediamo ribadita l’idea del movimento, caratteristica comune alla vita terrena e a quella soprannaturale: si muovono gli esseri creati, si muovono i cieli, si muovono le anime. Soprattutto, anche stando fermi, si muove il cuore verso il Bene desiderato. Nel Paradiso, i beati e i santi che possiedono Dio vivono in un continuo scambio di amore, proprio a immagine della Trinità. Ancora movimento di affetti e di volontà, rivolto dagli uni verso gli altri e viceversa.
Dante, accompagnato da Beatrice, si muove anch’egli verso l’alto. Sta andando oltre il Paradiso terrestre, posto sulla sommità del Purgatorio, e vola verso i cieli che ruotano attorno alla terra. Egli si stupisce fortemente poiché trascende i corpi leggeri. Non gli è di ostacolo il suo corpo che, anzi, ha ritrovato una straordinaria capacità, ora riconosciuta connaturata a sé. Per questo Dante chiede a Beatrice come ciò sia possibile e la donna della sua mente glielo spiega con dotte argomentazioni e immagini di straordinaria bellezza.
Tutto ciò che esiste si ‘muove’, non casualmente, ma secondo una precisa direzione che scaturisce da ciò che una cosa è, cioè dalla sua essenza. L’universo, proprio perché creato, obbedisce a una partitura che Dio stesso ha scritto in modo da rendere ogni cosa perfetta, secondo la propria natura. Ecco, dunque, che la terra sta compatta e unita dalla forza di gravità, che il fuoco sale verso l’alto e che gli animali sono guidati dall’istinto. Sono solo alcuni esempi affinché Dante comprenda che ogni ente si muove, cioè tende verso la propria perfezione, anche quando è immobile come la pietra. Infatti, quale senso avrebbe il movimento se non per raggiungere la meta? C’è un’eccezione a questa naturale considerazione, cioè, che ci si muove per un fine. L’eccezione è quel tipo di movimento che riguarda i bambini quando giocano e quando corrono davanti e indietro rispetto ai loro genitori. Vale la pena riportare qualche verso tratto dal Portico del mistero della seconda virtù di Charles Péguy con cui il poeta parla della Speranza come di una bambina che sostiene la Fede e la Carità.
(…) Quando andate a fare una spesa con/i vostri bambini/Una commissione/O quando andate alla messa o ai vespri con i vostri bambini/O alla benedizione/O tra la messa e i vespri quando andate a passeggio con i/vostri bambini/Loro vi trottano davanti come cagnolini. Vanno avanti, tornano/indietro. Vanno, vengono. Si divertono. Saltano./Fanno venti volte il tragitto./È perché in effetti non vanno da nessuna parte./A loro non interessa andare da qualche parte./Non vanno da nessuna parte./Sono le persone grandi che vanno da qualche parte/Le persone grandi, la Fede, la Carità./Sono i genitori che vanno da qualche parte./Alla messa, ai vespri, alla benedizione./Al fiume, nella foresta./Ai campi, nel bosco, al lavoro./Che si sforzano, che si agitano per andare da qualche parte/O anche che vanno a passeggio da qualche parte./Ma i bambini quello che li interessa è solo fare la strada./Andare e venire e saltare. Consumare la strada con le loro/gambe./Non averne mai abbastanza. E sentir crescere le loro gambe./Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno/mai abbastanza./Sono più forti della via. Sono più forti della fatica./Non ne hanno mai abbastanza (Così è la speranza). Corrono/più in fretta della via./Loro non vanno non corrono per arrivare. Loro arrivano per/correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. Non/risparmiano i passi. Non ne verrebbe loro neanche l’idea./Di risparmiare alcunché./Sono le persone grandi che risparmiano./Ahimé sono ben obbligate. Ma la bambina Speranza/Non risparmia mai nulla.
Questo movimento, descritto poeticamente da Péguy, è quello gratuito dei bambini che si spendono completamente, senza riserve, senza risparmio, per rilanciare continuamente la vita, oltre ogni fatica. È tipico delle anime amanti del Paradiso e di coloro che in terra hanno lo stesso stile; è tipico della Vergine Maria muoversi continuamente per soccorrere e muovere (commuovere) il cuore di suo Figlio Gesù. Non dimentichiamo che l’inizio della Commedia, il canto secondo dell’Inferno, quell’inizio per cui Virgilio soccorre Dante, smarrito nella selva oscura, è movimento di aiuto delle tre donne benedette – la Madonna, Lucia e Beatrice – intervenute per la salvezza del poeta.
Quanto è diverso, invece, il movimento che vediamo continuamente consumarsi attorno a noi: né movimento di perfezione verso il proprio compimento né movimento gratuito di amore. Al contrario, è dissolvimento di energia, spreco di forze, agitarsi forsennato di uomini sempre lontani dal proprio centro. Non a caso, il poema ariostesco, Orlando Furioso, è l’anti-Commedia e si consuma in un movimento insensato e inconcludente. Il moto che salva è quello che può scegliere la stasi della contemplazione o l’andare e venire continuo dei bambini che percorrono la via sotto lo sguardo di un padre e di una madre, sicuri di che cosa è il Bene.
Vero è che, a differenza delle altre realtà create, l’essere umano, pur essendo orientato verso la direzione del proprio compimento in Dio, pur essendo costantemente accolto dalla misericordia dell’Onnipotente, è libero di scegliere e dunque può contrastare fino a negarla la propria natura, la propria costituzione interiore che lo porterebbe a salire. Può scegliere di rimanere a terra, torto da falso piacere, piegato cioè verso il basso da un piacere che viene confuso con il Bene atteso. Quale innaturale stranezza è allora vedere la creatura umana rifiutare il Paradiso e starsene ripiegato immobile o dissolto in stolto movimento mentre la bellezza dei cieli e il movimento degli astri bucano continuamente con la loro luce la densità del buio che ci circonda e ci permettono di sollevare nuovamente la testa verso l’alto.
