Il pacifismo imbelle non è cristiano

C’è un cristianesimo che ignora Scritture, dottrina e catechismo per cristallizzarsi attorno a un soggettivo “secondo me”, che tra le altre ideologie ha abbracciato il pacifismo, che è ben diverso dall’evangelico desiderio di pace. Basterebbe guardare agli innumerevoli santi e martiri militari che hanno dato la loro vita per difendere la vera pace, quella che nasce dalla conversione del cuore e che non teme il combattimento, spirituale e, quando diventa inevitabile, anche materiale. Il caso dei Cristeros del Messico

Un cattolico ama senz’altro la pace ma non è un pacifista. Se non altro perché le ideologie (tutte, senza eccezione) finiscono per realizzare il contrario di quel che promettono. Sbagliano pertanto coloro che credono di aderire al Vangelo sventolando bandiere arcobaleno – che fanno bruttissima mostra di sé anche su certi altari – e professando il totale ripudio della violenza poiché è vero che Nostro Signore ha detto di porgere l’altra guancia, ma quando questa è la propria. Rifiutarsi di difendere il debole, l’aggredito e ancor più i diritti della Chiesa non è “pacifismo” ma pura e semplice vigliaccheria. Del resto basterebbe guardare alle schiere di santi che non solo hanno impugnato le armi ma hanno esortato a farlo per difendere la cristianità dagli eretici o dall’islam. Oppure riflettere sul fatto che Gesù congedando il soldato che implorava la guarigione della figlia non gli chiese di cambiare mestiere.

Inoltre se il cristianesimo iniziò a diffondersi per l’Impero fu grazie alle legioni di Roma, in cui sempre più numerosi erano i cristiani, i quali erano pure ottimi combattenti, tanto da suscitare il rammarico degli imperatori quando li mettevano a morte nel corso delle periodiche persecuzioni.

Certo, la guerra deve essere sempre una ultima ratio ma se messi alle strette i cattolici non si sono mai tirati indietro. Epico il caso delle crociate – di cui i più conoscono solo le stupidaggini apprese a scuola o ascoltate nei talk show – ma da studiare anche le insorgenze antigiacobine, o la rivolta dei samurai giapponesi nel 1637. In tempi più recenti la guerra civile spagnola, che al di là delle strumentalizzazioni politico-ideologiche fu combattuta anche dai cattolici per porre fine alla sanguinosa persecuzione messa in atto dalla repubblica socialista.

Ma qui vogliamo soffermarci su un’altra coraggiosa e dimenticata guerra: quella combattuta in Messico dal 1926 al 1929, nota anche come Cristiada.

Le radici dello scontro risalivano alla Costituzione messicana del 1917, nata dalla Rivoluzione di stampo socialista iniziata nel 1910. Il testo conteneva durissimi articoli anticlericali che negavano la personalità giuridica alle confessioni religiose, privavano i sacerdoti del diritto di voto, bandivano gli ordini monastici, confinavano il culto esclusivamente all’interno delle chiese e vietavano alla Chiesa di possedere beni immobili o di gestire scuole primarie.

La situazione precipitò nel 1926 con la promulgazione della “Legge Calles”, voluta dal presidente Plutarco Elías Calles, a capo di un governo di chiaro stampo massonico. Il provvedimento introduceva severe sanzioni penali per chiunque violasse le norme restrittive della Costituzione. Come forma di protesta estrema e per evitare ingerenze statali, i vescovi messicani – d’intesa con la Santa Sede – decisero di sospendere il culto pubblico in tutto il Paese a partire dal 1° agosto 1926.

La mancanza delle Messe e dei sacramenti esasperò però la popolazione, scatenando una sollevazione popolare spontanea e clandestina.

I ribelli presero il nome di “Cristeros” dal loro celebre grido di battaglia: “¡Viva Cristo Rey!” (Viva Cristo Re). Sotto l’insegna della Madonna di Guadalupe, le forze ribelli arrivarono a contare circa 50.000 uomini e vennero riorganizzate militarmente dal capace generale Enrique Gorostieta y Velarde. La guerra si trasformò in una guerriglia concentrata soprattutto nelle regioni del Messico centrale e occidentale che il governo contrastò con rappresaglie brutali, esecuzioni sommarie e deportazioni.

Il conflitto produsse migliaia di vittime e figure simboliche di resistenza e fede. Tra queste spiccano il gesuita padre Miguel Agustín Pro, fucilato senza processo nel 1927, e il quattordicenne José Sánchez del Río, torturato e ucciso nel 1928 per non aver rinnegato la fede, in seguito canonizzato da Papa Francesco nel 2016.

Nonostante i Cristeros combattessero senza alcun aiuto esterno, opponendosi alle forze regolari pesantemente armate e addestrate, ottennero importanti successi militari sul campo, arrivando a controllare vaste porzioni del Messico centro-occidentale, al punto da costringere il governo, che cominciava ad annusare la sconfitta, a proporre un accordo.

Purtroppo si trattò di una trappola, in cui il Vaticano e l’episcopato messicano caddero in pieno a causa della loro, sia pure giustificata, fretta di concludere la pace. Con la decisiva mediazione diplomatica dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, Dwight Morrow, il 21 giugno 1929 vennero firmati i cosiddetti Arreglos (Gli Arrangiamenti), un accordo di compromesso tra il nuovo presidente messicano Emilio Portes Gil e i rappresentanti della Chiesa. I Cristeros, che stavano combattendo in prima linea, vennero totalmente esclusi dai negoziati.

Gli accordi prevedevano l’immediata riapertura delle chiese, il ripristino del culto pubblico e la concessione dell’amnistia per tutti i ribelli che avessero deposto le armi. In cambio, la Chiesa accettò che le leggi anticlericali della Costituzione del 1917 rimanessero formalmente in vigore, accontentandosi della promessa verbale del governo di applicarle con maggiore tolleranza e flessibilità.

Fu una trappola, come abbiamo detto. Spinti da un profondo spirito di obbedienza verso il Papa e i vescovi, i soldati e i leader cristeros accettarono infatti l’ordine di disarmo, nonostante fossero vicini alla vittoria sul campo. A quel punto scattò la vendetta. Non appena gli insorti consegnarono le armi, lo Stato avviò una feroce epurazione selettiva, giustiziando a tradimento circa 1.500 leader militari e migliaia di ex combattenti cristeros.

La conclusione del conflitto fu vissuta da gran parte degli insorti come un doloroso tradimento politico. Poiché le cause strutturali della persecuzione non erano state rimosse alla radice, le tensioni e le violenze striscianti contro i cattolici proseguirono per tutti gli anni Trenta, portando persino a una breve seconda rivolta (la Seconda Cristiada) tra il 1934 e il 1938, prima che si raggiungesse una reale e duratura stabilità religiosa nel Paese.

Sulla guerra Cristera nel 2014 è stato prodotto un film distribuito in Italia da Domus Production; QUI IL TRAILERQUI PER ACQUISTARLO

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Author: Pietro Licciardi

Pietro Licciardi, giornalista professionista dal 1991, ha collaborato con La Nazione e Il Telegrafo. Nel 1992 ha collaborato a due programmi di fascia pomeridiana della RAI e nello stesso periodo ha lavorato presso l’Ufficio relazioni esterne dello stabilimento Ilva di Piombino, per il quale ha realizzato l’house organ, curato la comunicazione interna e tenuto i rapporti con la stampa locale e nazionale. Ha successivamente svolto incarichi di ufficio stampa ed è stato addetto stampa a Roma presso la sede nazionale di una associazione di lavoratori. Inoltre, ha diretto e collaborato con diverse riviste. Tra il 1993 e il 2000 ha svolto una inchiesta sul “Mostro di Firenze” al termine della quale ha pubblicato: Gli “Affari riservati” del mostro di Firenze – Roma 2000, La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il “mostro” di Firenze – Derive e Approdi, Roma 2007. Altre pubblicazioni: Sussidiarietà: pensiero sociale della Chiesa e riforma dello Stato - Monti, Saronno 2000, Franchising ed impresa sociale – Franco Angeli, Milano 2003, Facility management e global service - Franco Angeli, Milano 2003.

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