La proposta di Abelardo
Abelardo offre un approccio particolare alla questione della coscienza. Egli afferma che dipende dal singolo accettare o rifiutare il peccato. Abelardo pone così in risalto il primato della coscienza, processo che il Concilio Ecumenico Vaticano II compirà. La coscienza non è un sentire vago, un’arbitrarietà, ma luogo di un dialogo profondo tra Dio e l’uomo. Singolare è la sua locuzione ripresa da un florilegio di Ambrogio: “il tuo amore qualifica le tue azioni”. Si comprende che l’uomo è un soggetto originale, che realizza il suo essere. Che cosa intende Abelardo per l’essere? Egli non ha elaborato una teoria ontologica come san Tommaso d’Aquino, ma la sua posizione si articola su tre elementi fondamentali:
- Universali: è l’opposizione al realismo e nominalismo estremo. Gli universali chiosa Abelardo sono concetti mentali, che si esprimono mediante il linguaggio. Gli universali sono creazioni di pensiero, si basano su uno status, ovvero su una condizione oggettiva che si può condividere con gli altri enti.
- Centralità dell’intenzione: l’essere chiosa Abelardo risiede nell’intenzione. Un’azione in sé non è ne buona, ne cattiva; dipende dalla disposizione soggettiva di chi la compie.
- Ragione a servizio della fede: per Abelardo essere cristiani significa comprendere. Chiosa infatti così: “Intelligo ut credam”. La fede deve essere sempre supportata dall’esercizio della ragione.
Abelardo: coscienza, intenzione e peccato.
Abelardo nell’opera Scito Te Ipsum sostiene che la moralità di un’azione non risiede nell’atto in sé, né nel suo risultato, ma nell’intenzione con cui viene compiuta. Quindi l’intenzione può essere anche malvagia, tale da indurre al peccato. Abelardo pone però una visione differente; egli sostiene che se un atto, anche riprovevole viene compiuto per ignoranza non è da definirsi peccato. Abelardo apre così a un soggettivismo morale e a un concettualismo logico, che l’epoca moderna applicherà soprattutto alla morale e all’etica. È necessario conoscere a tal punto la posizione di Abelardo circa il peccato. Egli pone anzitutto delle precisazioni:
- Vizio: Abelardo lo definisce una debolezza della natura umana. Esso diviene peccato, nel momento in cui la volontà vi cede. Il vizio inizialmente non è peccato, ma una predisposizione a peccare. Egli fa menzione per esempio che le inclinazioni malvagie appartengono alla natura umana, ma non rendono l’uomo colpevole. Le inclinazioni malvagie a livello teologico morale pur non essendo peccato, richiedono la vigilanza, affinché ci si orienti al bene.
- Azione malvagia: è il compimento materiale di un atto. Esso causa conseguenze negative nella società. Le azioni divengono malvagie, perché il libero arbitrio non converge verso Dio.
- Consenso consapevole: si definisce un’azione peccaminosa, nel momento in cui l’uomo vi cede, dando il suo assenso. In suddetto caso l’assenso, che è principio fondamentale della moralità, risulta un’offesa e un disprezzo verso Dio, in quanto l’ente che è una sua creatura, deliberatamente non si subordinata all’Essere che è il suo creatore.
Sorge l’istanza: come contrastare il peccato? Abelardo mette in evidenza che la virtù non è l’assenza di tentazioni, ma la capacità di resistervi. Per Abelardo è perlopiù l’utilizzo corretto della ragione, che orientandosi verso il Sommo Bene fa vincere il peccato. Abelardo afferma che soprattutto le tentazioni naturali, non possono essere eliminate. Accanto alla ragione, vi è poi la penitenza, che si fonda sulla contrizione, confessione e soddisfazione.
- Contrizione: è il dolore che scaturisce dall’aver contrastato volontariamente l’amore di Dio.
- Confessione: è l’umile accusa del male compiuto.
- Soddisfazione: sono le opere di espiazione che riparano il male compiuto. La soddisfazione non si attua nelle forme esterne, perché le suddette non cancellano la colpa di fronte a Dio, dacché vi è bisogno di un pentimento interiore reale.
Il Paradiso in Abelardo
Per Abelardo il Paradiso è uno stato di beatitudine intellettuale e spirituale, in cui l’anima contempla Dio direttamente. Il Paradiso non è un luogo fisico, ma la comunione con la Trinità, alla quale si giunge comprendendo l’amore. Il Padre viene definito potenza, il Figlio viene definito sapienza e lo Spirito Santo viene definito carità. Sostanzialmente per Abelardo il Paradiso è l’appagamento della mente, ove lo Spirito Santo unisce l’anima a Dio in un abbraccio di carità. La salvezza non dipende dalle opere esteriori, ma dall’intenzione dell’anima. La proposta di Abelardo circa il Paradiso è platonica. Il Paradiso è uno stato di vita eterna perfetta che consta nella visione del Sommo Bene; è l’immersione totale nell’amore di Dio in comunione con i santi ove la condizione cristocentrica insita nell’uomo giunge al suo più totale compimento.
La posizione di Abelardo circa l’inferno:
Abelardo definisce l’inferno come giudizio divino sull’intenzione malvagia. Sostanzialmente la pena consta nella definitiva separazione da Dio, per aver assecondato il male. Abelardo su suddetto fronte, risulta essere un relativista, perché interpretando la Lettera ai Romani, mitiga la visione delle pene eterne, le quali hanno perlopiù un ruolo rieducativo; egli stessi si poneva l’istanza se Dio è misericordioso, perché dovrebbe consentire la dannazione eterna? Egli sostanzialmente ha attuato e instaurato una forma dialettica tra Rivelazione e antropologismo, esaltando la centralità del soggetto . La coscienza per Abelardo è il centro della vita morale, il tribunale interiore ove l’uomo agisce in virtù dell’intenzione. La coscienza è quindi uno stato di consapevolezza, ove l’individuo definisce autonomamente ciò che è giusto, oppure ciò che è errato.