Dal Diario Facebook di Domenica 25 Maggio 2025 Solennità di Pentecoste.
A me almeno due volte all’anno accade di rilassarmi: prima con l’Epifania che tutte le feste (natalizie) si porta via, poi con la Pentecoste che sigilla questi circa cento giorni pre- e post-pasquali, da inizio Quaresima a oggi. Arrivi alla meta, poi ti riposi. Un po’ come se fosse l’inizio di un tempo “debole” dopo i tempi “forti”.
A me, quasi ogni mattina, succede di andare in automatico e di distrarmi mentre dico le preghiere con mia moglie, a partire
dall’ANGELUS fino alla giaculatoria conclusiva: VENI SANCTE SPIRITUS, VENI PER MARIAM. Non mi scandalizzo perché ho imparato che è più importante il “pregare sempre” rispetto al “pregare bene”. Però un pochino mi dispiace…
VENI SANCTE SPIRITUS, VENI PER MARIAM, cioè vieni o Santo Spirito attraverso la carne di Maria, raggiunta nell’Annunciazione da quel grande fascio rosso che 33 anni dopo si fa sottile rivolo infiammato e infine focherello sul capo di lei e dei Dodici nella festa di oggi.
Questa mattina, meditando il commento di don Luigi Giussani alla Sequenza della liturgia odierna, mi è accaduta una salutare scossa che mi ha buttato giù dal tapis roulant e mi aiutato ad andare al cuore della Pentecoste. Magari, oggi che è domenica, hai tempo di leggerne almeno le prime righe – quelle che mi hanno scosso e che evidenzio col maiuscolo – e se ci prendi gusto anche il testo intero, con la riflessione sui versi (in latino, ma poi tradotti esistenzialmente) del VENI SANCTE SPIRITUS:
CHI CI PUÒ OTTENERE DI NON SENTIRCI COSÌ STERMINATAMENTE SOLI, ANNOIATI, PIENI DI OBIEZIONE NON SI SA CONTRO CHI E CONTRO CHE COSA, NON SI SA PERCHÉ? SOLO IL DONO, SOLO LA FORZA CHE VIENE COME IL SIGNORE È VENUTO, L’ENERGIA CHE VIENE DA DOVE IL SIGNORE È VENUTO: DALL’INVISIBILE, DA QUESTO INVISIBILE CHE È PIÙ DENSO, CHE È PIÙ CONSISTENTE DELLA CARNE DELLA TUA FACCIA CHE PRENDO TRA LE MANI.
DALL’INVISIBILE, DAL MISTERO CHE FA TUTTE LE COSE. LO SPIRITO CHE ESCE DAL CORPO DI CRISTO MORTO E RISORTO INVESTE IL MONDO E NIENTE LO FERMERÀ, NIENTE VI SI POTRÀ OPPORRE. TUTTA LA TUA OPPOSIZIONE – CHE È DIMENTICARLO, VIVERE DISTRATTO, SCETTICO, STOLIDAMENTE, PERCHÉ COSÌ UNO PERDE ANCHE I SACRIFICI CHE FA – NON LO FERMERÀ.
VENI SANCTE SPIRITUS, ET EMITTE CAELITUS LUCIS TUAE RADIUM, in mezzo alla nebbia delle apparenze fa’ tralucere la luce vera. Cristo asceso al cielo ha iniziato la storia della vera consistenza delle cose che è una storia eterna. Perciò non si può capire l’Ascensione se non nella Pentecoste e in questo senso il mistero dell’Ascensione è realmente il mistero più profondo ed esistenzialmente più decisivo per la nostra vita, per la vita del cristiano. Non è possibile che l’uomo giunga a identificare il suo respiro con il «Vieni, Signore», non è possibile. D’altra parte – il racconto del pellegrino russo già lo diceva – questo è, a mio avviso, il contenuto dell’autocoscienza cristiana sic et sempliciter, cui l’uomo battezzato tende. Lo dice san Paolo: «Vivo, non io, sei Tu che vivi in me».
Come da bambini diventando grandi si diventa coscienti di sé, analogamente il battezzato diventa tanto più maturo, anche dal punto di vista fisiologico e psicologico, quanto più questa identificazione si avvera. Diventare cosciente di sé; ma il sé è, per così dire, il luogo in cui si vede un Altro. Cosciente di sé, cioè di Te.
SINE TUO NUMINE, NIHIL EST IN HOMINE, NIHIL EST INNOXIUM.
Numen indicava, con un termine antico, il potere del divino, quel potere che il divino aveva per cui mandava la tempesta, mandava il sole, schiacciava le cose, le faceva risorgere. Numen è la forza con cui il divino opera nelle cose che si vedono, nel mondo che si vede. Senza questo potere divino, che è diventato un uomo – il potere divino è diventato un uomo, Cristo – senza questo potere divino l’uomo non può far niente: Sine tuo numine, nihil est in homine, si svuota tutto, qualsiasi cosa faccia si svuota, non è capace di fare neanche un passo. Senza questo numen, senza questa energia fisica di Dio nella realtà fisica del mondo, tutto in noi si svuota e tutto diventa triste, ma triste nel senso cattivo del termine, non appena malinconico.
Nihil est innoxium: tutto ci fa del male, il padre, la madre, l’uomo che amo, la donna che si ama, ci fa del male il compagno, il sole che sorge al mattino o la pioggia che viene alla sera, tutto ci fa male, tutto ordisce o trama, lentamente o velocemente, tutto ci separa dal mondo, ci separa dalla realtà delle cose, tutto si oscura.
Una frase sembra riassumere il Veni Sancte Spiritus: «Sii Tu la nostra gioia che nessuno possa toglierci». Questo è lo scopo di tutto, nel senso letterale del termine, perché una madre fa nascere un figlio per l’eternità beata, per la felicità; altrimenti, come abbiamo detto tante volte, sarebbe ingiusto far nascere. «Sii Tu la nostra gioia che nessuno possa toglierci» come scopo ultimo, ma anche come segno precursore, come profezia della vita. È un segno brutto per la nostra vita se non c’è la gioia, una gioia fondata su qualcosa che nessuno possa toglierci; vuol dire che non siamo ancora uomini, siamo ancora bambini che non camminano, incapaci di camminare.
«Liberaci dalla tristezza del peccato e ravviva in noi il desiderio del cielo»: così conclude l’invocazione liturgica che ho citato. La tristezza è sempre dal peccato, sempre! Non è mai dal dolore e neanche dalla morte, la tristezza è dal male, perciò è dal peccato. «Ravviva in noi il desiderio del cielo»: fallo Tu, poiché noi non siamo capaci di svolgerlo, di tenerlo, di ravvivarlo. Cosa vuol dire il desiderio del cielo? È il desiderio della verità della terra; perciò ravviva in noi il desiderio di essere veri – veri nel rapporto con noi stessi, veri nel rapporto con le persone predilette, nel rapporto con gli amici, con i compagni di lavoro. È il desiderio della verità delle cose che non avviene senza il dolore, senza la Croce. «Liberaci dalla tristezza del peccato»: per liberarci dalla tristezza del peccato Dio è morto, è dovuto morire. Attraverso tutta la fatica e il dolore, «ravviva in noi il desiderio del cielo», il desiderio che abbiamo di essere veri. Il cielo è la verità di questa terra e per questo già deve vibrare nelle nostre giornate, altrimenti non viene il cielo, ma l’inferno, e anche questo è già anticipato in questo mondo, nella tristezza di questo mondo. Se rileggiamo il Veni Sancte Spiritus c’è dentro tutto questo: RIGA QUOD EST ARIDUM… FOVE QUOD EST FRIGIDUM, REGE QUOD EST DEVIUM. «Sii Tu la nostra gioia che nessuno possa toglierci»: la vera gioia è quella che niente può togliere, neanche il nostro peccato, neanche il nostro male. «Liberaci dalla tristezza del peccato»: la tristezza del peccato è il peccato in quanto non ha dolore, in quanto non è troncato dal dolore, non è superato dal dolore, è l’adagiarcisi, è il lasciarci vincere.
In qualunque stato d’animo siamo, invochiamo lo Spirito con sincerità di cuore. La sincerità di cuore esige sempre un urto, che ci faccia passare oltre una passività, anche solo una velina di passività, oltre una leggera ischemia nella nostra testa, oltre questa sottile inerzia (ma può essere grande e pesante); un urto che ci ricrei. Credete, amici miei, che lo Spirito ci ricrea? E forse la giovinezza consiste in questa certezza che lo Spirito ricrea. Per questo chiedo: Veni Sancte Spiritus, adesso, così come sono; anche bloccato da tante cose, trapasso questo blocco invocandoti e subito mi aspetto che Tu mi ispiri, vale a dire che Tu mi faccia venire subito il respiro più grande. Come Tu vuoi; ma se Ti invoco veramente, so che il respiro mi torna subito, non secondo le mie modalità, ma secondo le Tue: tuttavia mi accorgerò sempre di più che Tu mi sei ritornato principio di vita”.
da “Tutta la terra desidera il Tuo volto”, Edizioni San Paolo, 2000