Percorsi di transizione sessuale: andrà tutto bene?

Su invito della redazione, ripropongo un estratto del mio articolo pubblicato nei giorni scorsi sul sito del COMITATO PROLIFE INSIEME, che invito a consultare.

Silver Nervuti nel suo video, che vi invito a visionare, affronta alcune problematiche  collegate all’identità di genere e alla transizione sessuale. Lo fa da par suo, mettendo ironicamente il dito nella piaga, in quella piaga che però non si vuole riconoscere.

Eppure, se quel dito dà fastidio è perché la piaga c’è: altro che ‘il gender

non esiste’ e rassicurazioni del tipo ‘andrà tutto bene’ per chi vuole mutilarsi! 

La seguente riflessione nasce dalla necessità di offrire spunti per  un minimo di contraddittorio da portare avanti in quegli ambienti (principalmente istituti scolastici che promuovono ‘carriere alias’, aziende, uffici pubblici, ma persino oratori e aule di catechismo cattolico) dove più si sta spingendo l’agenda transessualista, senza tenere conto di dubbi, critiche e rischi a cui si va incontro. 

Dappertutto viene sbandierata una inclusività che però include solo chi è gradito, un ascolto aperto solo a chi si vuol sentire, un dialogo riservato agli affini e che esclude dal tavolo chi la pensa diversamente. E così su questi temi la gente ascolta sempre la stessa campana, in dibattiti dove i contrari non hanno diritto di parola mentre i pro e gli altri pro se la suonano e se la cantano. 

Ad esempio, preoccupa l’assenza di un contraddittorio o di critiche in ambito politico e sui mass media generalisti, sulle cosiddette carriere alias, espressioni ideologiche che vengono promosse in molti istituti scolastici, con il pretesto di riempire vuoti normativi.

Si tratta di fughe in avanti non avallate da leggi anzi, in aperto contrasto, per facilitare una ‘transizione sociale’ come preludio di una successiva riassegnazione di sesso. Consistono nel riconoscimento da parte di certi istituti scolastici del genere percepito da uno studente, diverso da quello ‘assegnato’ alla nascita. Con il corollario, nella comunità scolastica, di tutta una serie di obblighi e diritti.

Oltre ad essere una forzatura della realtà e una menzogna, anticamera di un percorso poi difficilmente regredibile, questi provvedimenti si pongono come contrari alla legge o perlomeno viziati da incompetenza di chi li promuove. Non solo non ci sono appigli legali, ma pure manca la giustificazione di ‘vuoti normativi’. È previsto anzi, per quelle casistiche, un reato di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale. 

E comunque la scuola non dovrebbe arrogarsi il compito di influire su questioni etiche delicate che non le competono. 

I dirigenti scolastici che abbracciano le carriere alias dovrebbero invece cautelarsi in vista di possibili azioni legali di futuri detransitioner: qualcuno potrebbe un giorno chiedere i danni a chi lo ha spinto a scelte disastrose o assecondato condotte illegali non avendone alcun diritto. 

Come già sta avvenendo in varie parti del mondo. È recente, ad esempio, la notizia (QUI e QUI) che in Texas una detransitioner ha ottenuto giustizia nei confronti di un ospedale dove era stata sottoposta ad una riassegnazione di genere dopo che le erano stati somministrati in tenera età bloccanti della pubertà ed ormoni del sesso opposto, seguendo protocolli predisposti senza troppi scrupoli. Cinque medici di quell’ospedale dovranno essere licenziati e inoltre, come si legge in uno degli articoli citati, ‘l’ospedale pagherà oltre 10 milioni di dollari tra risarcimenti danni e sanzioni civili, destinando ulteriori risorse alla cura dei minori danneggiati dalle precedenti pratiche’.

Transgender – Donna biologica che si è sottoposta a mastectomia, cioè all’asportazione chirurgica del seno, per adattare il corso alla sua percezione di sentirsi un uomo.

Quando si parla di transizione di genere e dei suoi risultati, la narrazione dominante presenta sempre e solo aspetti positivi: persone felici, soddisfatte, senza problemi, psicologicamente equilibrate, simpatiche. 

Casomai, se sono molto diffusi disturbi psicologici, episodi di violenza o difficoltà relazionali, questi atteggiamenti sembrano succedere solo tra le persone non appartenenti alla galassia LGBT+ o nelle famiglie tradizionali. È qui che esplodono femminicidi, dove si annidano maschi tossici che imperversano odiosamente (di femminilità tossica però non si può parlare) e dove si verificano costrizioni varie che rendono l’ambiente domestico una prigione. Secondo una certa propaganda, le famiglie normali vengono rappresentate preferibilmente e con compiacimento quando sono in crisi o allo sfascio. 

Per gli aspiranti transessuali è invece ormai diffusa l’abitudine di srotolare sempre tappeti rossi, con tanto di benedizioni e con l’immancabile incoraggiamento per il roseo futuro che li attende: ‘andrà tutto bene’. L’ipotesi che possano insorgere problemi e che un transessuale abbia bisogno di aiuto a tornare indietro non è ammessa. Anzi, per qualcuno tali situazioni non esistono proprio e questa ostinazione si accoda a quella tipica di altri negazionisti che precedentemente hanno asserito che ‘il gender non esiste’, ‘il Covid non esiste’ ‘ le correlazioni tra vaccinazioni e successivi eventi avversi non esistono’, ‘il genocidio palestinese non esiste’, etc. 

Ora, concediamo, per ipotesi e in nome dell’inclusività, che sia veramente così. Che i transessuali, cioè, siano sempre felici delle loro scelte e che sia opportuno non guardare troppo per il sottile ai loro possibili problemi che possono presentarsi con il passare degli anni.

Ma quella stessa inclusività, tolleranza e consapevolezza che stanno alla base del rispetto di tale scelta, imporrebbero di lasciare spazio senza censure anche a voci critiche o dissenzienti.  Lo esige anche il principio di garantire su ogni tema un leale  contraddittorio, perché il pensiero unico è sempre espressione di sopraffazione. 

C’è quindi da considerare sul transessualismo l’altra parte della medaglia, quella che non viene mai mostrata. Occorre farla conoscere, anche perché è in gioco l’interesse di chi scommette sulla propria pelle senza avere ben chiaro i rischi a cui va incontro.

Esiste infatti il poco sondato universo dei ‘detransitioner’ di quelli che si sono fidati di chi li spingeva a intraprendere un certo percorso e poi si sono ritrovati intrappolati in una condizione sbagliata. E hanno constatato amaramente che, per sfuggire a una presunta ‘disforia’, cioè a una sofferenza, hanno abbracciato sofferenze ben peggiori; che diventano senza speranza di reversibilità della scelta per chi ha completato il percorso di transizione. I loro appelli costituiscono un ‘coming out’ scomodo, che purtroppo viene oscurato. Occorrerebbe invece portarlo alla luce per guardare in faccia certi problemi che si vogliono nascondere.

Ma la stessa frustrazione che sperimentano i detransitioner che, purtroppo per loro, ce l’hanno fatta nel processo di autodemolizione dell’identità sessuale,  colpisce anche chi non ha completato chirurgicamente la transizione (perché si è fermato prima di compiere quel passo) e sperimenta l’amaro pentimento di aver intrapreso quel percorso: anche a costoro ogni ripensamento è precluso e non viene offerta alcuna possibilità di tornare indietro. Addirittura, il Parlamento europeo e tante legislazioni europee vietano terapie di conversione e accompagnamenti psicologici anche se richiesti con pieno consenso da chi è affetto da disturbi legati all’omosessualità e transessualità (QUI).

La fluidità (oggi mi sento maschio, ieri mi sentivo femmina, domani chissà cosa), una volta imboccato un percorso di transizione, secondo qualcuno vale solo per ripudiare quello che sei geneticamente, ma non per riaffermarlo dopo una scelta riconosciuta come sbagliata. Chi l’ha detto che debba essere una strada senza ritorno? Perché si vietano le terapie riparative per chi si sente imprigionato nelle condizioni fisiche e psichiche derivanti da una scelta che considera sbagliata?

Ebbene, è urgente oggi presentare proprio queste realtà, quel lato che rimane nascosto, l’altra verità, quella più indicibile e imbarazzante. Perché nessuno può negare che esiste una categoria crudelmente censurata: quella di coloro che non ce l’hanno fatta a realizzare un desiderio, rivelatosi alla fine illusorio, magari perché istigati o ingannati nella loro ricerca di felicità. 

In conclusione, diventa quindi opportuno eliminare tante censure e cercare risposte diverse da quelle preconfezionate ad un quesito che viene sempre formulato in modo retorico, senza accettare approfondimenti: ma se un adolescente vuole cambiare sesso che male c’è?

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Author: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, con numerose testimonianze e incontri per divulgare una cultura aperta alla vita, ancorata alla fede e alla famiglia. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità.

Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/03/2001.