- PER UN CAMBIO DI PARADIGMA
I membri del suddetto gruppo 9 hanno redatto:
“Il discernimento delle “questioni emergenti” è un’occasione preziosa per fare esperienza di un autentico “cambio di paradigma” (cfr. Veritatis gaudium, 3) rispetto a quello che ha prevalso nella vita ecclesiale lungo gli ultimi secoli, ma già avviato nel Concilio Vaticano II. Parlare oggi di un “cambio di paradigma”, significa riscoprire la concezione biblica della verità di Dio che si rivela nella storia, promuovendo processi di apprendimento condiviso nella comunità cristiana”.
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha certamente segnato un cambio di paradigma, che non si è però discostato dalla Tradizione, quindi dall’insegnamento degli Apostoli e dal Magistero dei precedenti Concili. Il Vaticano II non è stato un punto di rottura con la Chiesa del passato, ma un rinnovamento dialogante con l’era moderna, senza contrastare la dottrina. San Giovanni XXIII papa mise infatti in evidenza che la dottrina rimane immutabile. Il modello teologico scolastico ha lasciato spazio a una teologia dialogica, ma gli insegnamenti della Chiesa non sono mutati. I collaboratori di tale gruppo, invece, proseguono così:
“Per sviluppare e attuare il cambio di paradigma è necessaria un’ermeneutica dell’umano che valorizzi il carattere storico, esperienziale, pratico e in contesto dell’umano stesso, che nel Cristo si compie. Ogni persona infatti è una singolarità, la cui totalità e unicità si costituisce in relazione all’altro/a, alla società e alla cultura, secondo un profilo insieme temporale e narrativo. La persona inoltre non è in relazione solo con il proprio corpo e il volto di altri (il tu), ma anche si situa all’interno di relazioni istituite, sociali e culturali: è chiamata a esprimersi in un noi”.
Quale significato? L’uomo va compreso alla luce dell’avvento messianico e non l’opposto. Chi è poi la persona? Da un punto di vista biblico teologico è colei che è creata a Imago Dei, il cui compimento è Cristo. L’uomo in relazione al Battesimo è detentore dell’Imago Christi, quindi di quella immagine perfetta che il Salvatore ha ridonato dopo il peccato originale. Riamane ovviamente l’inclinazione al male, ma come indica la spiritualità francescana bisogna far capo alla metanoia, ossia alla conversione, che chiede l’allontanamento dai vizi e dalla mondanità. Con il peccato l’uomo non perde l’immagine di Dio, ma la somiglianza, in particolare con il peccato mortale ed ecco l’importanza del Sacramento della Riconciliazione, affinché si ricostituisca nel soggetto la grazia, persa a causa di uno o più peccati gravi. Per immagine si intende la struttura, quindi la natura umana dell’uomo, per somiglianza invece la santità, che deriva dalla grazia. La somiglianza, così come l’immagine sono due principi teologici ed escatologici, in quanto il fine dell’uomo è la parusia, ove Dio deciderà per il giudizio di gloria, oppure per la condanna. Tale affermazione ha radice biblica, dacché solo i puri di cuore potranno vedere Dio. Il libro del Deuteronomio al capitolo 10, 16 in merito chiede la circoncisione del cuore, quindi un cambio di paradigma all’uomo nella conduzione della vita:
“Io ero rimasto sul monte, come la prima volta, quaranta giorni e quaranta notti. Il Signore mi esaudì anche questa volta: il Signore non ha voluto distruggerti. Poi il Signore mi disse: «Àlzati, mettiti in cammino alla testa del tuo popolo: entrino nella terra che giurai ai loro padri di dare loro e ne prendano possesso».
La circoncisione del cuore
Ora, Israele, che cosa ti chiede il Signore, tuo Dio, se non che tu tema il Signore, tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu lo ami, che tu serva il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima, che tu osservi i comandi del Signore e le sue leggi, che oggi ti do per il tuo bene? Ecco, al Signore, tuo Dio, appartengono i cieli, i cieli dei cieli, la terra e quanto essa contiene. Ma il Signore predilesse soltanto i tuoi padri, li amò e, dopo di loro, ha scelto fra tutti i popoli la loro discendenza, cioè voi, come avviene oggi. Circoncidete dunque il vostro cuore ostinato e non indurite più la vostra cervice”.
Esprimersi in noi(ulteriore elemento del gruppo di lavoro)
Prima di affermare il noi, bisogna considerare il “tu” che è Dio. Bisogna guardare al crocifisso, fonte di gioia e speranza. La contemplazione della croce è un atto spirituale che interroga il sé. Entrare a far parte delle piaghe di Cristo significa riconoscersi umili, non autosufficienti, perché caduci e così disposti ad accettare il suo amore. Il crocifisso è il “dono tale” di Dio. È un amore che non chiede nulla, se non quello di essere parte di questa croce, ossia di rinunciare a quanto è contro il Vangelo per accettare la libertà di Cristo.
- PRINCIPIO DELLA PASTORALITA’ E LE SUE PRATICHE IN UNA CHIESA SINODALE
I membri del gruppo di lavoro redigono:
“Non c’è annuncio del Vangelo senza farsi carico dell’interlocutore nel quale l’annuncio è già operante nello Spirito (cfr. GS 22), dal momento che egli/ella può riconoscerlo e aderirvi in libertà”.
Chi è il soggetto che agisce? Certamente il popolo di Dio, ma non in un’ottica democratica. Il popolo di Dio vive dell’iniziativa divina, perché sostenuto dai Sacramenti, anzitutto l’Eucaristia, che in unione alla gerarchia e alla Scrittura trasforma l’esistenza umana, in un cammino verso Dio.
Proseguono i membri:
“Con la costruzione del bene comune, il punto di partenza non consiste nella correzione (a livello dottrinale, pastorale, etico) di eventuali situazioni ritenute problematiche nell’esperienza credente concreta, ma nel riconoscimento e nel discernimento delle istanze di bene che le pratiche credenti esprimono, spesso attraverso un sapere diffuso e informale. In questa linea, il ruolo specifico dell’autorità è anzitutto quello di ascoltare, attivare processi di discernimento e accompagnarli per giungere all’espressione di un consenso, anche differenziato, quando ciò contribuisce alla costruzione del bene comune”.
Bene comune: cosa si intende? Avendo già redatto un articolo in riferimento, richiamo l’attenzione su differenti poli: dottrina, pastorale, etica e discernimento delle istanze di bene.
- Dottrina: non considerare la dottrina significa non esaminare la fede e la ragione. L’eliminazione della dottrina, riduce l’incontro con Cristo a una modalità relativista, perché soggettivo, che può anche dare luce a nuovi fondamentalismi. La teologia non può eliminare la dottrina, dacché evento Cristocentrico, che nobilita anche la dignità umana. L’abolizione della dottrina mette in crisi il reale messaggio biblico, in quanto fa affermare alla Sacra Scrittura ciò che essa non asserisce, soprattutto in ambito morale. La fede cristiana come ben ricorda papa Benedetto XVI non può scendere a compromessi con le logiche utilitaristiche. La fede poi, oltre a indicare la conoscenza della verità, mediante l’ausilio della ragione richiede l’assenso alla persona di Dio. Credere significa, credere in Lui e non in qualcosa. Credere il Lui richiama anche alla costituzione di un nuovo umanesimo, che non è un compromesso al ribasso, ma bensì apertura all’alto, al soprannaturale, che si congiunge al naturale, liberandolo dagli attaccamenti del peccato, fosse solo anche quello veniale.
- Pastorale: si propone all’attenzione del lettore la figura di san Francesco, apprezzato e accolto da molti per la particolare dedizione ai poveri ed indigenti per meglio comprendere il significato della pastorale. San Francesco, piur non avendo ricevuto la licentia docendi, ma comunque la licenza di predicare al popolo sì, lo si può definire lo stesso un teologo. Egli adottò, infatti, un approccio evangelico, ponendo l’Eucaristia al centro, correlata al Sacramento della Riconciliazione, atto di carità sulle miserie umane. La pastorale non è una semplice strategia organizzativa, ma prolungamento della missione salvifica di Cristo; fondamenta della pastorale sono le diverse discipline teologiche. Non esiste pastorale senza la comprensione della Sacra Scrittura e della teologia, corroborata anche dalle scienze umane. Il contesto storico interroga la pastorale, ma il principio è il Logos incarnato e non l’uomo. L’uomo è il destinatario della pastorale, che non può prescindere dall’ecclesiologia. La Lumen Gentium valorizza il sacerdozio comune dei fedeli e la collegialità episcopale e, pur non proponendo una visione verticistica di Chiesa, sostanzialmente afferma che il Sinodo non può assumere una forma democratica, quasi fosse un Parlamento, come più volte ricordò anche Papa Francesco. Esso deve affrontare le sfide contemporanee sempre ed esclusivamente alla luce degli insegnamenti della Chiesa, nell’unità dell’unico Corpo di Cristo, gerarchicamente ordinato secondo i suoi ministeri (Cf Lumen Gentium III, 18). Infatti, Lumen Gentium, III, 20 dice: «La missione divina affidata da Cristo agli Apostoli durerà fino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi devono predicare è per la Chiesa il principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo, gli Apostoli, in questa società gerarchicamente ordinata, ebbero cura di istituire dei successori». Così, anche il Sinodo, composto da ministri ordinati, religiosi e laici, non può configurarsi come una assemblea di natura democratica, ma dovrà riflettere, nel suo funzionamento, la natura di società gerarchicamente ordinata. Un Gruppo sinodale, come il Gruppo 9, dunque, ha solo il compito di predisporre materiali per la riflessione comune e non di produrre documenti definitivi. Per questo ha sbagliato chi avesse fatto passare questo documento come una svolta della Chiesa ed un suo orientamento ufficiale.
- Discernimento delle istanze di bene: la teologia morale riconosce il bene maggiore, come forma di realizzazione del bene ai livelli più alti. Per situazioni complesse si intendono le condizioni morali, ove chi verte in situazioni opposte alla legge divina, venga accompagnato pur non potendo accedere ai sacramenti, si pensi ai divorziati risposati.
- Cosa costituisce alla costituzione del bene comune? Il bene comune si realizza se si pone al centro la dignità dell’uomo, aperta alla verità trascendente. Una società attua il bene comune, se accetta il soprannaturale, dal quale derivano tutti i micro e macro sistemi come la politica e l’economia. Chi, come Francis Fukuyama ha affermato che all’economia di mercato non vi fosse alcuna alternativa, ha sostanzialmente ridotto l’umano ad un costrutto materiale, dacché ha eliminato l’etica. La Dottrina Sociale della Chiesa ribadisce che l’economia è solo un aspetto, ed una dimensione della complessa attività umana. L’economia materiale, non può essere l’unico ed esclusivo polo di riferimento della società. L’uomo se costituisce un modello sociale esclusivamente economico, volontariamente sta mutilando la ragione, subordinandosi al tecnicismo. Il bene comune consente invece uno sviluppo integrale della persona, gettando uno sguardo anche sulla politica, che come primo grado del bene comune deve avere la famiglia monogamica ed eterogamica. La famiglia essendo un’istituzione naturale, è un principio non negoziabile, perché contribuisce al bene comune. La crisi sociale e identitaria, scaturisce dalla disgregazione della famiglia; il disordine è il contrasto al bene, perché opposto. La denatalità occidentale è la conseguenza di una visione di vita, il più delle volte egocentrica, ove la singolarità dell’io predomina sull’inclusività del noi. Sovente non si pensa l’unione familiare come garanzia d’identità sociale e prima ancora di collaborazione con il divino, ma piuttosto come un fardello gravoso di cui liberarsi. La prolungata adolescenza di molti, occlude la maturità delle coscienze giungendo a negare l’uomo stesso. In relazione alla famiglia, si riporta una parte del discorso tenuto il 13 maggio 2006 da papa Benedetto XVI nella Sala Clementina ai partecipanti all’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia:
“La famiglia fondata sul matrimonio costituisce un “patrimonio dell’umanità”, un’istituzione sociale fondamentale; è la cellula vitale e il pilastro della società e questo interessa credenti e non credenti. Essa è realtà che tutti gli Stati devono tenere nella massima considerazione, perché, come amava ripetere Giovanni Paolo II, “l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia” (Familiaris consortio, 86). Inoltre, nella visione cristiana, il matrimonio, elevato da Cristo all’altissima dignità di sacramento, conferisce maggiore splendore e profondità al vincolo coniugale, e impegna più fortemente gli sposi che, benedetti dal Signore dell’Alleanza, si promettono fedeltà fino alla morte nell’amore aperto alla vita. Per essi, centro e cuore della famiglia è il Signore, che li accompagna nella loro unione e li sostiene nella missione di educare i figli verso l’età matura. In tal modo la famiglia cristiana coopera con Dio non soltanto nel generare alla vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina donata nel Battesimo. Sono questi i principi ben noti della visione cristiana del matrimonio e della famiglia. Li ho ricordati ancora una volta giovedì scorso, parlando ai membri dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia.
Nel mondo odierno, in cui vanno diffondendosi talune equivoche concezioni sull’uomo, sulla libertà, sull’amore umano, non dobbiamo mai stancarci nel ripresentare la verità sull’istituto familiare, così come è stato voluto da Dio fin dalla creazione. Va crescendo, purtroppo, il numero delle separazioni e dei divorzi, che rompono l’unità familiare e creano non pochi problemi ai figli, vittime innocenti di tali situazioni. La stabilità della famiglia è oggi particolarmente a rischio; per salvaguardarla occorre spesso andare controcorrente rispetto alla cultura dominante, e ciò esige pazienza, sforzo, sacrificio e ricerca incessante di mutua comprensione. Ma anche oggi è possibile ai coniugi superare le difficoltà e mantenersi fedeli alla loro vocazione, ricorrendo al sostegno di Dio con la preghiera e partecipando assiduamente ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia. L’unità e la saldezza delle famiglie aiuta la società a respirare i valori umani autentici e ad aprirsi al Vangelo. A questo contribuisce l’apostolato di non pochi Movimenti, chiamati ad operare in questo campo in armoniosa intesa con le Diocesi e le parrocchie”.