Come forse molti di voi sanno a fine agosto si terrà a Rimini l’annuale Meeting per l’amicizia dei popoli che per questa 47° edizione ha un titolo bellissimo, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”, cioè l’ultimo celebre verso che chiude la Divina Commedia, e non solo il Paradiso. A partire da questa prima ‘puntata’ vorrei seguire
l’avvicinarsi di questa bella manifestazione con una serie di articoli che considerano il viaggio di Dante come occasione per comprendere di più il nostro cammino esistenziale confrontandolo con il famoso modello.
La poesia di Dante ha sempre significato e significa per me una luce intensa che illumina angoli oscuri della mia giornata. La familiarità con i versi del sommo poeta, maturata in tanti anni di insegnamento e di lettura del poema, è conforto, balsamo, guida e soprattutto incontro quasi quotidiano di bellezza. Non starò a commentare i versi, attività per altro affascinante che lascio agli specialisti; vorrei solo sottolineare alcune particolari parole del poema per cogliere da esse suggerimenti o spunti con l’intento piuttosto presuntuoso di scrivere altra poesia nella mia vita.
Incomincio con la prima terzina del Paradiso.
La gloria di colui che tutto move/per l’universo penetra, e risplende/in una parte più e meno altrove.
Bambini giocano sulla riva del mare, raccolgono sassolini dalle forme e colori disparati e poi li confrontano in una graduatoria di bellezza. La scena ci consegna un concentrato di gloria dell’essere: dal semplice sasso alla infinità del cielo e del mare fino allo straordinario candore dei bambini. Semplici esempi di manifestazione dell’essere, cioè della gloria di Dio che ci raggiunge nel creato, se pur in gradi diversi, come ci dice Dante. L’evidenza di Dio è tanto più luminosa quanto più si sale la gerarchia degli esseri ciascuno chiamato a occupare un posto preciso e tutti insieme chiamati a cantare la stessa lode all’Altissimo.
La sorgente dell’essere, Dio, è designato come Colui che tutto move. E non è a caso che l’ultima terzina della commedia riprenda il verbo muovere e definisca precisamente la natura di Dio che è amore (L’amor che move il sole e l’altre stelle). La prima terzina e l’ultima della cantica sono collegate dal verbo muovere e da una sorta di proprietà transitiva: poiché Dio muove l’universo e si manifesta in esso e l’universo intero e ogni singola parte sono mossi dall’amore, allora Dio è l’amore. Tra l’inizio e la conclusione è racchiuso l’intero universo, tutto il tempo e tutto lo spazio della vita del cosmo e del singolo uomo. Il movimento è caratterizzato come orientamento del desiderio di ogni essere verso Dio che muove appunto in quanto sommamente desiderato. Il contrario del movimento è l’assuefazione e la paralisi del cuore che smette di cercare e di aderire al Bene o si volge a retro per possedere beni finiti che poi deludono.
A chiudere il poema ancora una volta la parola stelle che sigilla le tre cantiche: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Ne parleremo ancora. Che straordinario spettacolo il cielo di giorno adornato dalla luce del sole, e di notte, trapuntato di miriadi di fori luminosi, come ad avvolgere una sfera di luce che trafigge il lieve involucro del buio. Noi le vediamo lontanissime, le stelle; in realtà siamo immersi in esse e siamo parte di una galassia popolata da centinaia di miliardi di astri. Non si può immaginare un numero più grande di quello infinito delle stelle del cielo. Si tratta di una realtà di una bellezza impressionante che apre gli occhi e spalanca il cuore. E quanto più ci si inoltra in tale immensità tanto più l’universo si dilata e noi navighiamo in esso misurando tutta la nostra piccolezza e la nostra commozione fino a spaurirci e a naufragare in una realtà tanto vasta.
Quanto è rassicurante sapere che al fondo di tutto, all’origine dell’Essere e di ogni essere creato, c’è l’Amore. Non può finire male l’universo intero; non possono finire male le infinite piccole fibre di cui esso è composto; non può finire male la creatura umana a meno che essa, liberamente, non compia un terribile sabotaggio di se stessa e chiuda gli occhi all’evidenza. Ogni piccolo o grande ente è voluto e amato da Dio. Infatti, alla sommità del Paradiso, dunque, nel punto più denso di beatitudine, cioè di felicità, si giunge a cogliere che Dio è amore ma per capirne l’autentica natura occorre conversare con Dio, essergli familiari, conoscerlo e amarlo, cosa che proveremo a fare lasciandoci guidare da Dante.
Fantoli Maria Giovanna 3 maggio 2026