Quando pensiamo alla ingiusta soppressione della vita automaticamente la nostra mente ci riporta ad immagini che ci hanno spezzato il cuore.
Ad esempio gli aborti praticati con pompe di bicicletta e vasi di marmellata, le persone al limite della sofferenza umana che hanno richiesto di morire, bimbi non considerati degni di vivere e quindi lasciati senza supporti vitali, abbandonati nella loro agonia, e tanto altro ancora.
NON ABBASSIAMO LA GUARDIA
La nostra mente quindi ci riporta a pensieri ed a situazioni molti forti, inaccettabili probabilmente anche per coloro che promuovono una politica progressista e autodeterminante. È umano e normale opporsi a queste storture e riteniamo che non esista alcuna persona che possa realmente gioire di questi casi. Il vero problema sta però nel volerle comprendere, nel volerle giustificare, nell’abbassamento della soglia di difesa della vita e nel considerare che possa essere accettabile porre fine ad una vita dolorosa piuttosto che avere una prospettiva difficile, insopportabile, “disumana”. Si edulcorano allora i termini, si parla di “dolce morte”, di “miglior interesse”, di “pillola del giorno dopo”, facendo intendere al mondo intero che queste pratiche non siano così violente, non siano così invasive, che, in fondo, siano la soluzione migliore. Non dovremmo però focalizzare la nostra attenzione su chi promuove queste pratiche, su chi ci può speculare, su chi ne può essere convinto.
L’ACCETTAZIONE DELL’ABORTO E DELL’EUTANASIA ED IL SILENZIO ASSORDANTE
Il vero problema sta nel fatto che culturalmente porre fine ad una vita sofferente è oramai accettato dalla stragrande maggioranza delle persone. L’asticella di autodifesa si è abbassata tantissimo, per non parlare del fatto che la vita oramai viene considerata solamente un “dato di fatto” e non più un dono del Signore non disponibile. A dimostrazione di ciò vi sono i numeri impressionanti, che oramai non destano più scalpore, di coloro che ricorrono a queste pratiche.
Si stima che gli “aborti chimici” superino oramai i due terzi degli aborti chirurgici, i casi di eutanasia nei paesi dove sono state introdotte leggi a favore di queste pratiche aumentano in modo impressionante di anno in anno, e nei paesi dove esiste il concetto del “best interest”, ovvero quella norma giuridica che legittima la fine della vita in presenza di condizioni considerate irreversibili, scontrandosi con la volontà dei familiari di continuare le cure, i casi non sono affatto diminuiti, anzi…
UN PROBLEMA CULTURALE
Ebbene, il problema è fondamentalmente culturale.
Banalizzando il contesto potremmo affermare che il tutto viene regolato come la legge di mercato, dove esiste un forte equilibrio tra domanda e offerta.
Tuttavia col dolore delle persone non si scherza, e siamo tutti convinti che in situazioni drammatiche le scelte dolorose vengano prese per disperazione, con tanta sofferenza.
Ma il punto è capire che la soluzione non può consistere nel disporre della propria vita o di quella degli altri.
Grandi energie vengono spese da tutto il mondo cosiddetto “pro-life” ma l’impressione è che tutto ciò non sia sufficiente. La questione è culturale, radicata ed atavica.
Nasciamo in un contesto distorto, cresciamo con una cultura politicamente manipolata, inevitabilmente saremo portati a scelte inadeguate.
INVERTIAMO LA ROTTA E VOLGIAMO LO SGUARDO IN ALTO
È necessario “invertire la rotta” e ritornare ad una visione verticale, ossia a volgere lo sguardo in Alto.
Nella Lettera Enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II leggiamo al punto 47:
“Nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).”