Per gentile concessione di www.informazionecattolica.it ripropongo ai lettori di Libertà e Persona una riflessione scritto al tempo del Covid.
In questo tempo di pandemia purtroppo una grande occasione sembra essere andata sprecata: richiamare un popolo cristiano sempre più ateo all’importanza di affrontare degnamente la morte, la sofferenza e la malattia.
Che malattia e morte siano condizioni ineluttabili della nostra esistenza, essendo noi creature delicate e a non troppo lunga conservazione, dovrebbe essere noto e scontato ma a quanto pare non è affatto così a giudicare dalla psicosi che l’epidemia cinese ha scatenato, anche in certo clero.
Con la chiusura pasquale delle chiese, gli ingressi contingentati a Messa, il prosciugamento delle acquasantiere e la comunione obbligatoriamente distribuita sulla mano molti sacerdoti ci hanno di fatto comunicato che la salute del corpo viene molto prima di quella dell’anima e che la malattia e la morte sono una iattura da evitare ad ogni costo: meglio presentarsi da Nostro Signore senza sacramenti e con l’anima sporca che infetti. Sia mai che pure il Paradiso debba patire un lookdown.
La paura della morte e della sofferenza è senz’altro uno dei più evidenti “segni dei tempi”, per usare un termine che piace tanto a certo clero, che dà la misura del grado di ateismo contemporaneo, anche di tanti che si definiscono cattolici.
Eppure in una prospettiva di fede la morte non è affatto una sciagura e la sofferenza propria o dei nostri cari può addirittura essere un dono. Si, avete letto bene: un dono.
Morire è una dolce liberazione per chi sa che il suo passaggio su questa terra è solo una tappa, una prova attraverso la quale conoscere Dio, amarlo e guadagnarsi così il premio della vita eterna, mettendo finalmente il punto sulle tribolazioni terrene, mentre la paura del trapasso è tipica dell’ateo, per il quale tutto si risolve in questo mondo perché dopo c’è il nulla.
Ma anche la sofferenza può essere una grazia se serve a scontare qui e ora i propri eventuali peccati. Meglio soffrire per mesi o magari per anni che stare chissà quanto in purgatorio, il cui fuoco non è meno intenso di quello infernale. Figuriamoci poi se questo dolore l’inferno ce lo facesse addirittura scampare.
Intendiamoci, questo non vuol dire che uno certe prove se le deve necessariamente andare a cercare; come facevano i santi del buon tempo andato che anelavano al martirio per essere sicuri di entrare al più presto e sicuramente in Paradiso. Soprattutto la malattia infatti è un evento che mette tutto il proprio essere alla prova e coinvolge anche chi ci sta accanto con effetti talvolta molto pesanti. Si pensi a quelle famiglie con un bambino malato di tumore o con un handicappato grave.
Per questo è bene lasciare al Signore decidere a chi tocca, soprattutto perché quando è Lui a caricarci di una croce sulle spalle mai la fa pesare più di quanto possiamo sopportare.
Soffrire può essere una grazia, dicevamo, perché ci fa scontare gli eventuali peccati e accorcia il tempo di attesa nell’anticamera per la felicità eterna, ma se uno non è un peccatore incallito da meritarsi una lunga, penosa e dolorosa malattia? Ebbene, siccome il modo più sicuro per guadagnarsi il paradiso è l’amore probabilmente il Signore vuole che le pene patite siano un dono per qualche sconosciuto che da questa sofferenza trarrà un qualche grande vantaggio, magari la conversione; e quale più grande dimostrazione d’amore per il prossimo che questa? È un biglietto in prima classe sul treno ad alta velocità e senza fermate intermedie per la salvezza eterna!
Talvolta il Signore è esigente – del resto non ci ha forse già messo in guardia sul fatto che la vita non è affatto rose e fiori? – e mette la croce sulle spalle non soltanto del singolo ma di tutti quelli che gli stanno accanto e gli vogliono bene. C’è da tremare al pensiero di quel che devono passare quelle famiglie in cui magari è un bambino ad ammalarsi gravemente, affrontando cure che sono un vero calvario per poi neppure riuscire a guarire. Anche per loro vale quanto sopra: più esercitano la virtù della carità, assistendo, amando e curando, più ne avranno un immenso bene in vista dell’eternità.
Talvolta si bestemmia Dio perché, si dice, fa soffrire i bambini. Ma in quale ulteriore abisso di cattiveria precipiterebbe il mondo senza la pioggia di grazia che certe anime innocenti spargono su di esso con la loro sofferenza?