Il progetto
MIND, un acronimo che, pronunciato all’inglese suona maind. MAIND, Milano Innovation District, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015 e oggi punto di riferimento per lo sviluppo delle scienze della vita e per la ricerca. Un quartiere modello che sarà popoloso e multietnico, multiculturale.
La Città
Il Comune e la società costruttrice, Ad di Principia, vedono MIND Milano, come dirà De Biasio in rappresentanza della Società
stessa:«Una scelta che conferma la vocazione inclusiva di questo distretto».
Ampia la presentazione del grande progetto sul sito della Diocesi: La Diocesi in Mind: presentato il “Monastero Ambrosiano” (QUI).
Il Pastore
L’Arcivescovo, che non poteva trascurare per la Diocesi e la città l’opportunità di stabile incontro tra più cuori pulsanti, chiamato ad erigervi la nuova parrocchia, ha detto, alla sua relazione per la presentazione del progetto:
“Il Monastero Ambrosiano si può raccontare anche così: La responsabilità di essere presenti, là dove la ricerca si avventura su strade da esplorare. Non è la nostalgia di una vita bucolica (vedi il citato Seneca: Ogni volta che sono stato tra gli uomini mi sono ritrovato meno uomo) che sfugge alla vita complicata della città, ma è presenza.
Monastero Ambrosiano è l’esperienza dell’incanto, di fronte ad ogni opera dell’uomo compiuta con onestà e rispetto. Il Monastero è forse quella voce del bambino che dice: -Perché non imparate a volare? … (Dalla conferenza presentazione nel primo video)
La Diocesi Ambrosiana non si trova in difficoltà di fronte al futuro, sente la responsabilità di annunciare il vangelo a tutte le genti, quindi a quelle di oggi e di domani; a tutte le persone, che siano di origine italiana, o di qualunque altra origine; a tutte le domande che le persone si pongono, che si tratti di scienziati, che si tratti di filosofi, di tecnologi, di finanzieri, di chimici, di qualunque altra disciplina … Così l’Arcivescovo nell’intervista (Secondo video).
Mons. Delpini è specialista nel parlare alla città, a coloro che la abitano, a farli riflettere sui limiti e le possibilità del vivere cittadino, della contemporaneità. Che parli di morte o di vita, di Natale o di Pasqua, sempre la sua omilia è un discorso sull’uomo, sui suoi limiti e illusioni, sulle sue possibilità e possibili speranze … sulle domande che interpellano l’uomo.
Proprio uomo del suo tempo, Egli vuole parlare all’uomo, ma da quale cattedra?
Ascoltarlo è dolce, soave. Cura le ferite accarezzandole … e se si infettassero, anziché guarire? Non sembra il suo discorso possibile sulle labbra e dal cuore di ogni buon uomo, sincero, senza secondi fini, o che si pone a riflettere sulla condizione umana? Non è questa una riflessione antropologica, sociologica, talvota filosofica? Perché se leggo la presentazione che del Monastero fa la Diocesi di Milano, di tutto si parla; si cita una volta anche Dio. Nel video intervista, l’Arcivescovo dice che …
“occorre un luogo di spiritualità, di preghiera, che alimenta la vita spiritule e che sa essere delicata, come la brezza che sa essere rispettosa, come la luce, incoraggiante, come la preghiera”
L’Architetto
E Boeri, l’architetto:
“Tutto quello che noi abbiamo fatto è stato tradurre questo pensiero, così alto, in una forma architettonica molto semplice. Il monastero è fatto di un chiostro, che è esattamente all’incrocio tra il cardo e il decumano; incrocio di flussi che arrivano dalla città, da Cascina Merlata, dalla Fiera. Il chiostro si apre, accoglie questi flussi. Subito dentro al chiostro, c’è una grande biblioteca trasparente con i testi e i luoghi dell’incontro tra le religioni monoteiste e, in fine, verso Nord, il chiostro si alza e ospita la chiesa parrocchiale. Ma, in un certo senso, potrebbe essere letto in un senso opposto, cioè, la Chiesa parrocchiale che, alzandosi, scende per abbracciare la biblioteca delle religioni e il chiostro … che forse è la lettura più corretta. … La chiesa è una grande vela, molto mistica e allusiva , che prende il vento del dialogo e della spiritualità e porta in un luogo così importante come Milano”.
Il Monaco
E l’Abate:
“Il monastero è quasi un cartello stradale, fragile, ma che segna la via, segna la via della convivenza umana e dello sguardo rivolto a Dio”.
Il Sacerdote Diocesano
Mons. Luca Bressan, che è l’anima di questo progetto, ha delineato il significato delle convivialità delle fedi, delle culture, che si vorranno portare anche attraverso il Monastero Ambrosiano, in un’area che ha la vocazione della grande innovazione del domani con il grande Centro di ricerca, l’ospedale, l’Università Statale … la fede, promossa, naturalmente, dalla Chiesa Ambrosiana, promossa per le religioni in dialogo. Vi sarà, infatti, uno spazio dedicato anche alla spiritualità, un grande giardino di meditazione, una casa parrocchiale, tutto all’incrocio tra il cardo e il decumano.
I Media
La presentatrice dell’evento ha sottolineato come, in collegamento con ciò che il monachesimo rappresentò nel Medioevo per la società del tempo, il Monastero Ambrosiano vuole egualmente essere presenza, che accompagna.
Ognuno porta un segno che lo distingue, meglio, che lo accomuna. Mi chiedo. Il mondo ha bisogno che la Chiesa porti ciò che accomuna o, nel riconoscere alcune o molte istanze, la Chiesa deve portare ciò che distingue, ovvero il Dio sì, ma rivalto in Gesù Cristo? Se la Chiesa questo non porta, fin dai primi passi, allora è simile al sale scipito. Gli uomini non hanno b isogno di noi, come se fossimo noi a salvarli, ma di Cristo.
Una proposta culturale cristiana legge i segni nella Fede anche di fronte al mondo
Come mai, pur restando nei termini e nei limiti anche solo culturali e non catechetici, certo non di primo annuncio, restando pur nei limiti dell’iniziativa, perché il Pastore della Diocesi ed i suoi collaboratori non han saputo o, meglio, non han voluto, proprio in chiave culturale, aiutare i presenti a leggere quei segni che, nella stoffa della società comune, la societas terrena medioevale, la Chiesa ha portato e da lì proporre alcune analogie con l’oggi, ricordando che tutto ciò che di bello la Chiesa ha costruito, e loro stessi laici ammirano e stimano, è frutto di una presenza che prima di essere presenza della Chiesa (magari protagonismo) è invece, secondo la convinzione della Chiesa, presenza di Cristo Creatore. Egli ha associato degli uomini, fragili, fallibili, che hanno sollecitato, anticipato, talvolta forse anche frenato i diversi compagni di viaggio, ma che hanno anche consolato e curato; ad altri uomini come loro fragili hanno portato e portano una parola nuova, non immaginabile e che si può cercare di scoprire insieme! Non può, forse, la Chiesa aiutare persone, e popoli di altre fedi, a ritrovare, anche nei loro testi, ritenuti da quei popoli sacri, e in certi loro riti, la nostalgia di un Paradiso (giardino, visto che lì vi sarà un giardino con coloriti fiori e piante) che oggi potrebbe sembrare così lontano?
Ma no. Si dimentica come quel monachesimo antico, e ancora vivo, ebbe il coraggio sì di sostenere ed accompagnare la società, ma anche di indirizzarla perché aveva ben presente il compito affidatogli da Cristo.
Quella società, come la nostra di oggi, permeata da molte religioni, non certo solo da quella romana o greca, e che vantavano gran seguito, venne fatta oggetto dell’ annuncio esplicito e inconfondibile. E questo, in tutta pace, può essere raccontato ai laici della città senza pretendere che si convertano, ma additando questa possibilità. Essi non sono da noi visti come avversari, ma come peccatori bisognosi di conbversiione, di salvezza. Gesù l’aveva ben presente, noi no. Noi diciamo che non è il momento e ci fermiamo al livello antropologico e sempre lì restiamo, come mi confessò un sacerdote molto progressista, dopo tanti anni di progressismo suo personale.
La voce di Gesù, Figlio di Dio, uguale al Padre, morto e risorto
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28,16-20)
In questa pericope, il comandamento di Gesù è chiaro: Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Certo, lo stesso Paolo aveva forse frainteso, in tempi non sospetti, il modo in cui attuare questo comandamento. Proprio all’inizio di quella Chiesa delle origini che viveva il contesto multiculturale della κοινή, koinè, ellenistica, della città di allora, per importanti aspetti simile al nostro tempo.
L’Areòpago tra città dei morti, otium e negotium
Paolo tentò all’Areòpago, posto tra l’Acropoli, cuore religioso e difensivo, e l’Agorà, centro commerciale e politico della polis, cerniera tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, giacché ospitava alle sue pendici antiche necropoli, di annunciare il dio ignoto, inteso come quel dio in cui credevano, per principio, e rispettosamente, anche gli ateniesi. Ma gli ateniesi non ne vollero sapere: su questo ti ascolteremo un’altra volta. Finché Paolo parlò loro di quanto essi si aspettavano, essi lo ascoltarono, ma poi no. Così, certo deluso, ma dalla provvidenza di Cristo corretto, andò alle pecore di Israele della koinè ellenistica e ricominciò proprio da loro ad evangelizzare ed infiammò le genti. Con la potenza della Parola e dello Spirito. Egli dovette decidere se barcamenarsi tra discorsi umani, agli uomini già noti, e parole divine, a loro ignote. Alla fine capì e agì di conseguenza.
Gesù ed i discepoli di Emmaus
Come Gesù, accostandosi ai tristi discepoli di Emmaus, cominciò a spiegare loro, a leggere i segni, i significati, illustrando come quei segni parlassero di Lui, noi, accostandoci a questi, che discepoli di Gesù non sono ma da Gesù sono chiamati, o parliamo dei segni svelando il significato vero, oppure, come in Atti 17, 16–34, ci diranno Su questo ti sentiremo un’altra volta.
Ma alcuni di quegli ateniesi seguirono Paolo. Chi furono? Quelli che credettero alla resurrezione. Il punto è qui. Ma noi vogliamo annucniare la resurrezione, crediamo alla Resurrezione, come cosa vera e vitale per noi, o vogliamo essere presenza, accolta dal mondo, perché non sappiamo cosa dire loro? Siamo consapevoli che portiamo, indegnamente, La Salvezza, o ci crediamo presuntuosi, non credibili perché raccontiamo favole, cose strane (At 17, 20) nelle quali noi per primi non crediamo e che, noi per primi, mal sopportiamo?
Scandalizzati
La Nuova Bussola Quotidiana, sorpresa dall’impostazione di questo progetto, non ha mancato di pubblicarde un appprfondito articolo che mette il dito sulla piaga senza accarezzarla:
Il rischio reale e pressoché certo è quello che ancora una volta i cattolici abbiano offerto su un piatto d’argento un posto affinchè atei ed esponenti di altre religioni vengano a catechizzare il cattolico della Domenica al loro credo. E se ciò accadrà sarà un successo per le gerarchie meneghine perché ormai l’ecumenismo è cosa morta e al suo posto c’è il tentativo di costruire una religione universale – voluta solo da gente come Soros e da alcuni cattolici, non certo da ebrei e musulmani – dove si eliminano le differenze e ci si intruppa sotto la parola “Dio”, una parola che ormai si propone spogliata di ogni identità e che deve essere vaga ed omnicomprensiva, appetibile per ogni palato. (Da Nel Monastero Ambrosiano di Boeri Dio c’è ma non è cattolico del 15v Maggio 2026 QUI)