APPRESSANDO SÉ AL SUO DISIRE. INTELLETTO, MEMORIA, DESIDERIO. Avvicinarsi al Meeting di Rimini con Dante (2^ parte)

Dante, Duomo di Orvieto, Cappella di San Brizio (foto dell’autrice)

Nel precedente articolo dedicato a Dante abbiamo iniziato con i primi tre versi del Paradiso sottolineando la parola gloria e il verbo move. A tal proposito, una mia amica ha commentato che l’Amor che move il sole e l’altre stelle ha l’effetto di smuovere continuamente il cuore dell’uomo; è l’unico amore che smuove le montagne ma soprattutto smuove, come un terremoto, ciò che è rigido e raggelato nel male o nell’indifferenza. Alla condizione che si permetta a Dio di agire e ci si arrenda alla commozione.

Riporto ora i sei versi successivi (vv. 4-10)che costituiscono un unico periodo:

Nel ciel che più de la sua luce prende/fu’ io, e vidi cose che ridire/né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,/nostro intelletto si profonda tanto,/che dietro la memoria non può ire.

Come si legge, la seconda terzina si apre con un’affermazione certa e sconvolgente, vale a dire, Dante afferma di essere stato nell’Empireo, nel cielo più alto che è sede di Dio. Di tale esperienza riporta quel poco di cui si rammenta poiché il suo intelletto, avvicinandosi alla meta del suo desiderio, non è stato poi capace di conservarne se non un pallido ricordo. In queste due terzine vi sono alcune parole che amo particolarmente: intelletto, desiderio, memoria. Esse sono precedute da quell’espressione molto forte: fui io.

Ho provato a sostituire il verbo fui con altri verbi che avrebbero potuto soddisfare la regola dell’endecasillabo in modo che il ritmo funzionasse anche grazie a qualche accorgimento retorico. E in effetti si trovano. Dante però non li ha usati. Ha proprio scelto il verbo più semplice, il verbo che indica la presenza tutta intera di una persona, corpo e anima. Quindi fui io significa esattamente quello che è scritto: egli ha avuto l’esperienza straordinaria di avvicinarsi a Dio a tal punto da spingere lo sguardo verso la natura profonda della Trinità. Avrebbe potuto presentare il suo viaggio come un sogno, una metafora, una grande allegoria invece esso è esperienza visiva reale. Dante vede Dio e non muore, anzi ritorna a raccontare, se pur con parole inadeguate, ciò che gli è accaduto per una preferenza che l’Onnipotente gli ha accordato. Quel ‘poco’ che il poeta riferisce – che poi poco non è – è abbastanza per capire che il Paradiso incomincia in terra a condizione che si viva all’altezza della propria umanità così come Dio l’ha plasmata, protesa verso la propria realizzazione e felicità.

Nei versi che stiamo esaminando, nel ciel che più de la sua luce prende/fui io, in evidenza è anche il soggetto io, restituito a se stesso sulla sommità del Purgatorio allorché Dante non ha più bisogno di Virgilio, e sta per incontrare Beatrice. Questo io, rifatto nuovo e ricondotto a una condizione di purità, è lo stesso che afferma i suoi dubbi e la sua paura nel canto II dell’Inferno, vero inizio della Commedia. Nelle prime due terzine si legge:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno/toglieva li animai che sono in terra/da le fatiche loro; e io sol uno


m’apparecchiava a sostener la guerra
/sì del cammino e sì de la pietate,/che ritrarrà la mente che non erra.

Mi colpisce sempre la successione dei tre monosillabi (io sol uno) a indicare la solitudine di Dante e la consapevolezza del suo limite, eppure il poeta è chiamato a vivere un’impresa ardua che lo metterà alla prova oltre ogni immaginazione. Lo stesso io è ora in grado di spiccare il volo verso il Paradiso, una volta purificato e riportato alla sua vera natura. E quali siano le dimensioni dell’io di Dante – e quindi di ogni uomo – lo dicono bene le tre parole che ho menzionato poco sopra: intelletto, desiderio e memoria.

Secondo l’etimologia del vocabolo, l’intelletto è la capacità di leggere dentro (intus legere) nella profondità delle cose e delle situazioni cioè di cogliere la verità di ciò che esiste. Come afferma san Tommaso, all’intelletto interessa stare al passo con la realtà, secondo la celebre definizione, adaequatio intellectus et rei, cioè appunto tendere alla corrispondenza di intelletto e realtà. L’indagine, sempre illimitata, condotta entro l’orizzonte del mondo, porta l’intelletto a capire che esso rimanda ad altro, a Colui che ne è sorgente e significato in ogni momento. Ecco perché, avvicinandosi all’oggetto del suo desiderio, l’intelletto si immerge a tal punto da rendere poi impossibile alla memoria riferire di tale esperienza.

Sul significato che la parola memoria ha per Dante si potrebbero scrivere – e in effetti sono state scritte – pagine e pagine di commento. Non voglio aggiungerne altre a quelle di illustri commentatori. Indico solo l’importanza di questa facoltà che coincide di fatto con il principio identitario della persona. La memoria collega il passato al presente e rilancia l’azione e lo sguardo di speranza sul futuro. Pensiamo solo a come Dante inizia quel suo primo capolavoro intitolato Vita nova. L’incipit si riferisce al libro della memoria dove sono custodite le esperienze più vere della persona e, soprattutto, il loro significato. La consistenza, la solidità e la forza dell’io non possono prescindere da questo prezioso tesoro.

Infine, l’altro termine è desiderio. Anche in questo caso sorvolo sull’etimologia: si è scritto molto a tal proposito. Rilevo solo l’innegabile riferimento alla parola stelle (sidera). Qualunque discorso sui fondamentali dell’esistenza umana non può e non deve prescindere dal rapporto con le stelle. Esse attirano il nostro sguardo: sono meravigliose, lontane, eppure bellissime. Sono il segno dell’infinito che ci attrae. Sono evidenza affascinante di una bontà a cui tendiamo attraverso le scelte che compiamo, sempre insoddisfatti, se le situazioni a cui aspiriamo rimangono lontane dalle stelle. Quando esse sono oscurate dal male e invisibili agli occhi, si verifica il disastro – come afferma Roberto Filippetti. Dante lo ha attraversato questo disastro dell’umano e, ormai giunto in Paradiso, può a pieno titolo indicarci la strada per uscire dai nostri baratri infernali e tornare anche noi a riveder le stelle.

Maria Giovanna Fantoli

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.

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