Introibo
Il senso di ogni festa cristiana, si dispiega nell’evento pasquale, che racchiude in se la passione, morte e risurrezione di Cristo. La Pasqua cristiana si attua nella celebrazione del Giovedì Santo, del Venerdì Santo e della Veglia Pasquale, ove il credente vive e si riconosce nel dramma del tradimento, della sofferenza e della morte, in attesa del risorgere a vita nuova.
Che cosa si intende per logos?
Logos è un sostantivo greco, che tradotto significa parola, ma anche discorso, ragione. Ha assunto un particolare livello nello stoicismo, nella letteratura giudaica e in fine nella teologia cristiana. Il concetto di logos fu coniato da Eraclito, che definì il logos in questa modalità: “legge universale che regola secondo ragione e necessità tutte le cose.” Il logos è stato donato a tutti gli uomini, ma esso lo ignorano, vivendo una personale phronesis, quindi saggezza. Il reale saggio è però colui che riconosce il logos e vive ispirandosi ad esso.
Il logos nella teologia ebraica
Nella teologia ebraica, il logos corrisponde a Dabar(parola) o Hokma(sapienza) intesa come potenza creativa. Il logos non è un’entità separata, ma è l’azione di Dio nel mondo, in modo preesistente e personificato, che crea il cielo e la terra. Si comprende così che nella teologia ebraica il logos è correlato alla creazione. Dio crea in virtù della parola, che è performativa; in quanto l’Essere non comunica delle teorie, ma se stesso, soprattutto in relazione all’incarnazione del logos. Dio quindi opera in noi e ci trasforma come bene afferma il profeta Isaia(55, 10 – 11):
« Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
La teologia ebraica definisce infatti la parola con il sostantivo Dabar, che indica la salvezza per l’uomo. Tale salvezza si era già dispiegata in Genesi 1, 3: In principio Dio disse(amar): sia la luce! E la luce fu. Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram in visione questa parola(dabar):
Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande”. Rispose Abram: “Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco”. Soggiunse Abram: “Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. 6Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.
Si comprende così che la Parola di Dio è feconda come la pioggia scesa dal Monte Sinai, per il popolo stanco ed affaticato.
Dabar e le dieci parole
Gli ebrei il Decalogo non lo definiscono con Dieci Comandamenti, ma dieci parole(aseret ha – dvarim). Le dieci parole non sono dei divieti, ma dei fatti che strutturano l’alleanza tra Dio e l’uomo, nella sola misura in cui l’uomo accetta l’alleanza con Dio, allora la parola(dabar) diviene miswotaj, ossia relazione responsabile e concreta. Cosa si intende per alleanza nell’Antico Testamento? Geremia al capitolo 31, 32 – 34 annuncia un futuro definitivo, basato non più sulla legge esterna, ma sull’avvento messianico, sull’accettazione di Cristo.
Logos nella teologia cristiana
In principio era il Logos
e il Logos era presso Dio
e Dio era il Logos
Questi era in principio presso Dio.
Tutto è venuto ad essere
per mezzo di Lui,
e senza di Lui
nulla è venuto ad essere
di ciò che esiste.
In Lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini
e questa luce splende ancora nelle tenebre
poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla
Nella fede cristiana il logos compare unicamente nel Vangelo di Giovanni e coincide con il Dio creatore, che si è incarnato nell’ipostasi gesuana.
Principio: ha un significato profondo, che va oltre la semplice cronologia. Essi è la causa prima, l’origine fondante dell’esistenza. Il principio indica quindi l’Arché, ossia la forza da cui tutto viene creato, per un fine: Cristo. Gesù è il fine per cui il cosmo e gli enti vengono creati e redenti. La Pasqua cristiana è l’evento ultimo a cui l’uomo anela, affinché via qui e ora il Regno di Dio, in attesa della Parusia. Già nell’evento creativo con l’imperativo “in principio” Dio annuncia l’approssimarsi dell’evento pasquale, perché tutti possano essere raggiunti dalla grazia. Dio crea per un atto d’amore, affinché le creature collaborino con Lui. A causa del peccato, questa alleanza si è alterata e Dio mediante la Pasqua ha instaurato il periodo di fecondità.
Il nodo della libertà
Se mediante Kerygma Pasquale tutti sono raggiunti dalla grazia, va così considerato il tema della libertà. La libertà si attua nella verità e non nell’ottica relativista, ove l’affermazione dell’io prevale sulla legge naturale. La libertà è uno dei beni maggiori, che assume consistenza nell’accettazione della suprema alterità, che in Cristo si dispiega come verità. La libertà è così il riflesso di Dio, in quanto riflette la natura stessa del creatore, che pone nell’uomo una sorta di apatheia, ossia una libertà non condizionata dalle passioni, ma dal saper amare secondo la legge divina. La libertà, va certamente liberata, ma da cosa? Dall’egocentrismo della superbia, madre di tutti i peccati, dall’assolutismo personalista che si sostituisce all’essenza della giustizia ed anche dall’autoreferenzialismo antropologico, che riduce l’uomo a merce di scambio.
Pasqua: vittoria della giustizia
La Pasqua è il trionfo della speranza, che ridona all’uomo l’innocenza perduta. Essa è forma di giustizia, ma non nell’ottica marxista, ma redentiva. La giustizia è il dispiegarsi dell’amore di Dio, congiunto quindi alla misericordia. La giustizia fondata sull’amore è forma escatologica, perché l’uomo in toto viene redento. La Pasqua ha così in se anche una dimensione etica, perché instaura un tempo nuovo e indeterminato, ove l’uomo in relazione al grande dilemma della libertà, decide se essere parte di questo tempo nuovo, oppure se vivere un’esistenza parallela a Dio. La Pasqua non chiede all’uomo il “perfettismo” come affermerebbe Antonio Rosmini, ma la costante volontà di conversione da parte degli enti. La Pasqua ha quindi una forma morale, perché l’incontro con il Risorto conduce fuori dal buio del peccato che ancora avvolge il Sabato Santo. La Pasqua ha anche una dimensione storica ontologica, perché la verità fatta carne e inchiodata per la redenzione dei molti, instaura non solo il tempo nuovo come già redatto, ma anche il segno visibile e storico, in cui la salvezza agisce che è la Chiesa.
La dimensione agapica della Pasqua
L’istanza che tutti gli uomini si pongono dagli albori è la seguente: chi è Dio? Il Catechismo di San Pio X fornisce una definizione dogmatica corretta: “è l’Essere perfettissmo, Creatore e Signore del cielo e della terra.” Papa Sarto offre quindi una descrizione metafisica, di cui si offre l’analisi:
- Essere perfettissimo: al Sommo Bene nulla manca e nulla si può aggiungere. La sua natura è completa. Il libro del Deuteronomio al capitolo 4, 2 ricorda: ”Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla, ma osserverete i comandamenti del SIGNORE vostro Dio, che io vi prescrivo.”
- Creatore e Signore: tutto il cosmo e gli enti da Lui voluti, sono a Lui subordinati
Per comprendere chi sia Dio, dal punto di vista esegetico si può affermare che Dio è amore. Amore è un sostantivo, che ha molteplici significati: nella Grecia Classica, l’amore è la propensione alla ricerca della verità, come anche della donazione reciproca(agape). Nella visione moderna, l’amore assume una dimensione personalista, si costituiscono infatti relazioni liquide, come ben afferma Zygmut Bauman ove il soggetto se non è più soddisfatto nei suoi interessi familiari o di altro genere, può scindersi dall’amato. L’amore di Dio è invece donazione incondizionata, che accade nell’ipostasi gesuana, quindi nell’incontro con il Figlio di Dio. In un intervista rilasciata all’Osservatore Romano nel 2016, papa Benedetto XVI mise in evidenza che la fede non è una teoria, ma l’incontro con la persona di Cristo. Si comprende che il Salvatore non è un complemento di un discorso e nemmeno un’idea astratta, ma il fulcro della storia, che assume un volto nuovo, grazie al Kerygma Pasquale. L’amore come lo definì papa Benedetto XVI nell’enciclica Deus Caritas Est(prima parte) è una forma caritatevole, perché Dio si china sulle miserie umane. In relazione si chiosa che l’amore scaturito dalla Pasqua tiene conto anche delle ulteriori forme di alterità, che sono gli altri. Riprendendo così l’enciclica Deus Caritas Est, non si può non menzionare la più sublime forma di amore che è il matrimonio(Ratzinger ne fa trapelare il riferimento nella prima parte, Eros e Agape ove mette in risalto che il cristianesimo ha purificato l’eros). Nel matrimonio l’eros si congiunge con l’agape, perché si dona generando, sull’esempio di Dio creatore, che ha dato vita al cosmo e a quanto esso contiene. Da un punto di vista teologico liturgico, l’amore per il credente diviene divino, tangibile nella celebrazione Eucaristica. Nell’Eucaristia l’io, per mezzo di Cristo Gesù si rivolge a Dio, il logos diviene cibo ed instaura un periodo nuovo, quello della Chiesa. La Chiesa è il dispiegamento dell’amore di Dio, ove l’uomo comprende il suo fine, che è la gloria.
Pasqua: attuazione della misericordia
Misericordia in ebraico si designa con il termine Rahamim e significa amore viscerale, materno. Rahamim deriva da rehem ed indica le viscere, il grembo materno. La misericordia è la compassione e protezione che Dio ha per le sue creature, proprio come una madre per il proprio figlio. La misericordia, oltre ad essere un attributo divino è l’amore di Dio, che è lento all’ira, pietoso e riedificante, tale da essere paragonato alla forza generatrice e protettiva del grembo di Dio. Il CCC al canone 1847 asserisce:
«Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi». L’accoglienza della sua misericordia esige da parte nostra il riconoscimento delle nostre colpe. «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa»
Dimensione Cristologica della Pasqua
Per non ridurre la Pasqua ad esclusivo rito o festa, va tenuto conto del polo Cristologico. La Pasqua è il memoriale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo, quale significanza? Ancora una volta entra in “azione” la celebrazione Eucaristica, ove l’atto pneumatico rende presente l’assente, che si sacrifica e consente ai fedeli di partecipare alla salvezza. La presenza di Cristo è reale e le specie eucaristiche all’epiclesi, divengono soprannaturali. L’Eucaristia è guardare costantemente a colui che hanno trafitto(Gv. 19,37) ed il memoriale di essa è l’esperienza viva dell’amore di Dio, che trasforma la fine della vita in un nuovo inizio. L’elemento principale della Pasqua è quindi l’Agnello, simbolo dell’innocenza, della mitezza, ma anche del sacrificio. Nei racconti veterotestamentari, l’agnello ricorda la liberazione d’Israele dalla schiavitù dell’ Egitto, ove il suo sangue lavò i primogeniti ebrei. Nel libro dell’Esodo, l’autore narra che ogni famiglia doveva sacrificare un agnello senza difetto, per poi consumarlo con azzimi e erbe amare. In Genesi al capitolo 22 si narra del sacrificio di Isacco, ove poi Dio mediante il suo angelo ferma Abramo, sostituendo Isacco con un ariete(agnello adulto). Questo prototipo rappresenta la salvezza e la fedeltà di Dio all’uomo in ogni circostanza. Dio sempre rimane leale e non viene meno alle promesse, rinnovando l’alleanza, anche nel momento in cui Israele si costituisce il vitello d’oro, oppure nella non accettazione dell’Unigenito. La teologia ebraica quindi ricorda che l’agnello non è un oggetto di venerazione, ma uno strumento rituale, detto Korban, che consente all’uomo di avvicinarsi a Dio, distinguendosi così dai culti degli animali in voga nell’antico Egitto.
Agnus Dei, qui tollis peccati mundi
Il sacrificio Cristico diventa l’unico modo per salvare l’umanità dalla dannazione eterna. Nel racconto dell’Apocalisse(14, 1 – 5) l’ agnello è descritto così:
“Poi guardai e vidi l’Agnello che stava in piedi sul monte Sion e con lui erano centoquarantaquattromila persone che avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte. Udii una voce dal cielo simile a un fragore di grandi acque e al rumore di un forte tuono; e la voce che udii era come il suono prodotto da arpisti che suonano le loro arpe.
Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono, davanti alle quattro creature viventi e agli anziani. Nessuno poteva imparare il cantico se non i centoquarantaquattromila, che sono stati riscattati dalla terra.
Essi sono quelli che non si sono contaminati con donne, poiché sono vergini.
Essi sono quelli che seguono l’Agnello dovunque vada.
Essi sono stati riscattati tra gli uomini per esser primizie a Dio e all’Agnello.
Nella bocca loro non è stata trovata menzogna: sono irreprensibili.”
L’agnello viene descritto come in piedi ed immolato. È il rimando a Cristo risorto, che siede sul trono, vincendo il male e divenendo pastore del suo gregge. L’agnello è così sempre in correlazione all’Eucaristia, istituita da Cristo il Giovedì Santo. L’agnello assume così una dimensione cristologica ecclesiologica. Cristologica: è la fede nella divinità di Cristo. Ecclesiologica: la fede in Gesù Salvatore è dottrina, ma anche vita liturgica cultuale. Nell’agnello pasquale c’è una dimensione trittico sacramentale: Battesimo, Riconciliazione ed Eucaristia.
Polo redentivo dell’agnello
Nella celebrazione eucaristica sia celebrante che assemblea proferiscono:
“Agnello di Dio che togli i peccati del mondo.”
Il celebrante a volte conclude così:
“Ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo.”
Il peccato fa riferimento alla ribellione dei progenitori, che non vollero partecipare alla vita divina, mantenendo la propria condizione creaturale. I peccati del mondo sono le singole azione, che scindono da Dio. I peccati del mondo posseggono un carattere personale, ma anche sociale. Ogni trasgressione, soprattutto mortale, incide sui singoli e sulla Chiesa. Se ogni anima che si eleva; eleva il mondo; ogni anima che pecca, conduce il mondo nel baratro della perdizione. Sorge lecita l’istanza: è il mondo che pecca o l’uomo? La responsabilità del peccato ricade sull’uomo, che è un essere razionale. Il mondo non può essere l’artefice del peccato. Il mondo nella pericope giovannea, indica l’intimità del singolo, lo spazio spirituale in cui si ritrova con il suo Dio. Il peccato del mondo è la somma di tutti i peccati che l’umanità compie. Le scelte etico morali, compiute anche dai rappresentanti dei singoli, se contrastano la legge naturale peccano e influiscono sul regolare progredire dell’esistenza umana. Il peccato se giustificato, crea un’apoteosi antropologica, che uccide l’uomo stesso. Chi reputa un malum un bene, non è in relazione con il divino, ma piuttosto sta deificando se stesso, ponendosi sull’altura di Dio, tale da farsi venerare.