Gli italiani non conoscono la loro vera storia patria. Per loro Garibaldi è ancora un eroe, il Risorgimento fu glorioso e i meridionali che osarono ribellarsi erano “briganti”. Ma la verità è un’altra e così rimaniamo un popolo diviso, incapace di ricucire le proprie ferite.
Anche se a scuola ancora si insegna che Garibaldi fu un eroe, l’Unità d’Italia non fu che una proditoria conquista, in spregio ad ogni regola di diritto internazionale, del Regno delle Due Sicilie, completata da “plebisciti” vinti con l’imbroglio. In pratica non di unificazione si dovrebbe parlare ma di colonizzazione dell’intera Penisola compiuta da un insignificante regno di serie C, il Piemonte, grazie agli intrighi e intrallazzi di un Cavour che poté avvalersi delle trame massoniche e dell’appoggio dello straniero: la Francia di Napoleone III e la Gran Bretagna, che voleva mettere le mani sullo zolfo della Sicilia e temeva la crescente influenza del regno napoletano nel Mediterraneo.
Su questo ormai molti storici, i più onesti almeno, sono concordi e se anche una unificazione in Italia era comunque necessaria, per come si andava evolvendo la politica europea, la strada scelta fu la peggiore.
Forse la via federalista, come inizialmente immaginato dal Vincenzo Gioberti e da Carlo Cattaneo, sarebbe stata la più idonea, considerata la millenaria storia dei regni italiani e la presenza del papato. O più probabilmente, proprio a causa della difficoltà a comporre in un tempo ragionevole sì tante storie e interessi, una riunificazione manu militari – un po’ come nel caso della Germania, unificata dalle armi prussiane – sarebbe stata inevitabile.
Di certo a fare l’Italia unita non doveva essere un regno arretrato, di mentalità ottusa e compromesso con lo straniero come il Piemonte e men che meno da una classe politica che non si fece scrupolo di usare degli avventurieri, come il discusso e assai discutibile Garibaldi. Ancor più grave il fatto che nel regno sabaudo e all’interno della stessa monarchia aveva attecchito e si era radicato l’odio giacobino e rivoluzionario per la Chesa e la religione; ovvero per ciò che veramente univa e accomunava popolazioni così eterogenee come quelle italiane.
Quel che ne seguì fu perciò inevitabile: non l’unificazione di una nazione sotto una unica corona ma la colonizzazione dell’intera Penisola, brutalizzando e massacrando – specialmente al Sud – chi cercò di difendersi dall’invasione in nome del Re legittimo e dai profittatori calati come cavallette dal Nord.
Questa malfatta Italia, costruita in gran parte sul sangue dei meridionali, non poteva quindi che avere quell’ insignificante destino che Fëdor Dostoevskij subito intuì: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un ‘idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, … un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!»
Purtroppo in Italia mai si è avuto il coraggio di raccontare la storia patria con onestà e verità, al fine di riconoscere il torto e le virtù di vincitori e vinti e così ricucire le ferite. Lo hanno fatto gli americani dopo la loro guerra civile ma non noi, che la storia preferiamo dimenticarla o riscriverla a seconda di come fa più comodo. Così è avvenuto, appunto, per il cosiddetto Risorgimento, per il fascismo e la resistenza, e si continua oggi quando ancora si parla del “mitico” Sessantotto o degli Anni di piombo, dal quale spesso e volentieri se ne ignorano le vittime.
E dunque gli odi e i rancori rimangono e gli italiani continuano a rimanere divisi in fazioni, l’una contro l’altra, incapaci di far si che questo Paese benedetto da Dio e dalla natura torni alla sua «vocazione universale capace di unire il mondo».
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