Ma sedendo e mirando (L’infinito, Giacomo Leopardi)

Ringrazio il coordinatore del blog Libertà e Persona, Marcello Giuliano, per il commento tanto ricco di osservazioni quanto profondo sul valore del libro cartaceo e della scrittura di cui avevo parlato nel mio precedente articolo. Faccio seguito ai tanti spunti offerti dal suo video con un terzo contributo che

affronta il tema della scrittura, poco frequentata soprattutto dai giovani e, a mio avviso, fortemente ostacolata da un contesto comunicativo (social media, digitalizzazione e, ora, AI) nel quale sono pressocché scomparse le condizioni di base che la rendono possibile.

Nella mia lunga carriera di docente di Lettere della scuola secondaria di secondo grado la domanda che i genitori mi rivolgevano di frequente era proprio relativa a come i figli avrebbero potuto imparare a scrivere. Essi stessi sottolineavano la difficoltà nella lettura e, quindi, – pensavano non senza ragioni – anche nell’elaborazione scritta. Regolarmente rispondevo loro che leggere aiuta certamente a formarsi delle idee, ma che imparare a scrivere si fa in un unico modo: scrivendo.   

E non si può scrivere se non si pensa e non si pensa se non si vive immersi nella realtà lasciandoci interrogare da essa. La parola e il pensiero sono le due facce della stessa medaglia ed entrambe derivano dall’ascolto e dall’attenzione per il mondo che ci circonda e dall’eco che esso suscita in noi. Purtroppo, un’operazione di questo genere, l’apertura alla realtà e la sua espressione nella parola, richiedono pacatezza, tempo ‘vuoto’ e silenzio, elementi molto rari ai giorni nostri.

Ci allarmiamo giustamente se mancano le materie prime che rendono possibile il livello di progresso materiale a cui siamo giunti, ma non ci preoccupiamo quasi per nulla se i nostri scolari e studenti stanno ore a fissare il foglio bianco senza sapere come iniziare. E poi, nel fortunato caso in cui essi scrivano, il loro elaborato risulti così asfittico e riempito di cliché alla moda, senza sostanza personale.

Occorre che, fin da piccoli, i bambini siano indirizzati verso la riflessione, la stasi, la pazienza; invece accade l’esatto opposto. Sembra che per loro non ci sia domani così le loro giornate sono un correre continuo da un’attività a un’altra; vengono ‘animati’ da figure specifiche ed esperti (attorno a cui si è creato un consistente giro d’affari) che li aiutano a trascorrere il tempo in un vortice di proposte e stimoli di tutti i generi, spesso senza capacità di discriminazione da parte degli adulti. Se nessuno accorre a sostenerli nello stipare cose nell’arco di una giornata, sempre più corta, i bambini si rivolgono all’adulto con la classica affermazione: mi annoio. Sono dunque abituati a consumare il tempo, non a vivere in esso. Il più delle volte, per esempio, non sono capaci di starsene per conto loro a pensare, a leggere e, appunto, a scrivere: magari un diario, una lettera, una storia di fantasia iniziata come un gioco e terminata come un lavoro molto molto serio.

Ovviamente essi sono lo specchio esatto dei genitori che li crescono così, a loro volta cresciuti probabilmente alla stessa maniera. Versi come quelli del poeta Francesco Petrarca: Solo e pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti (Canzoniere, XXXV) appaiono estranei a molti, non nel significato ma per l’esperienza a cui rimandano cioè il fatto di camminare solitari, immersi nei propri pensieri, senza fretta, quasi ponderando ogni passo. E che dire di quel giovane, nativo di Recanati, che, a ventun anni, scrive un capolavoro come L’infinito? Egli ritrae se stesso in un atteggiamento che gli doveva essere abituale: stare fermo (sedendo e mirando) a guardare davanti a sé l’ostacolo della siepe, oltrepassandola con la forza del pensiero e dell’immaginazione. Pensare non è però cosa facile; è un habitus da acquisire in un esercizio costante facendosi aiutare da chi sia in grado di adeguare costantemente l’intelletto alla realtà e, quindi, di cercare lealmente la verità della cosa che si ha davanti. Richiede la capacità di dialogare e di riflettere, di sospendere il rumore attorno e di iniziare, appunto, a scrivere. L’atto della scrittura trascina con sé il pensiero e viceversa, in un arricchimento reciproco.

Direi dunque ai ragazzi di prendere carta e penna, un taccuino, per esempio, piccolo quanto si voglia, che stia ovunque. Che incomincino ad arare quel campo bianco con parole e frasi da ricercare in se stessi o nelle cose che li circondano. Esse inizieranno a parlare quando tutto intorno sarà silenzio.

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Author: Maria Giovanna Fantoli

Fantoli Maria Giovanna è nata l’8 maggio 1959, a Novara, dove vive attualmente. Laureata in Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e in Lettere moderne presso l’Università Statale della medesima città, ha conseguito il dottorato in Scienze Pedagogiche presso l’Università di Bergamo. Ha insegnato dal 1982 fino al 2021 nella scuola secondaria di secondo grado, dai Professionali ai Licei, facendo dell’insegnamento la propria vocazione. La sua storia professionale le ha permesso di approfondire la Didattica della Lingua e della Letteratura italiana e temi legati all’educazione e alla pedagogia. Ha collaborato con le riviste «Nuova Secondaria» e «Scuola e Didattica» e con il CQIA (Centro Qualità Insegnamento e Apprendimento) dell’Ateneo di Bergamo. È coautrice, insieme all’amica e collega professoressa Gelmi, di un’opera in dieci fascicoli (corredata di due guide per l’insegnante), intitolata La letteratura e la sua bellezza, pubblicata da Bonomo – Diesse e Le botteghe dell’insegnare, nel 2024. È autrice del romanzo, Stringi la mia vita. Storia di una crocerossina, edito da Bookabook, Milano 2022 e della biografia Il Nostromo. La traversata di Giorgio Ferro, edita da Ares, Milano 2024. Ha autopubblicato in Amazon la sua terza silloge di poesia, In bilico su un filo a un passo dal cielo, il romanzo Voci dalla memoria e, con la sorella Laura, una riflessione sulla vicenda della madre affetta da Alzheimer, Come sono belle le stelle. Storia di Adele e del suo Alzheimer. L’interesse più importante, oltre all’insegnamento, è la scrittura a cui si è da sempre dedicata nei suoi vari generi: filastrocche, poesie, racconti, romanzi, saggi, relazioni, recensioni, sceneggiature.

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