Ringrazio il coordinatore del blog Libertà e Persona, Marcello Giuliano, per il commento tanto ricco di osservazioni quanto profondo sul valore del libro cartaceo e della scrittura di cui avevo parlato nel mio precedente articolo. Faccio seguito ai tanti spunti offerti dal suo video con un terzo contributo che
affronta il tema della scrittura, poco frequentata soprattutto dai giovani e, a mio avviso, fortemente ostacolata da un contesto comunicativo (social media, digitalizzazione e, ora, AI) nel quale sono pressocché scomparse le condizioni di base che la rendono possibile.
Nella mia lunga carriera di docente di Lettere della scuola secondaria di secondo grado la domanda che i genitori mi rivolgevano di frequente era proprio relativa a come i figli avrebbero potuto imparare a scrivere. Essi stessi sottolineavano la difficoltà nella lettura e, quindi, – pensavano non senza ragioni – anche nell’elaborazione scritta. Regolarmente rispondevo loro che leggere aiuta certamente a formarsi delle idee, ma che imparare a scrivere si fa in un unico modo: scrivendo.
E non si può scrivere se non si pensa e non si pensa se non si vive immersi nella realtà lasciandoci interrogare da essa. La parola e il pensiero sono le due facce della stessa medaglia ed entrambe derivano dall’ascolto e dall’attenzione per il mondo che ci circonda e dall’eco che esso suscita in noi. Purtroppo, un’operazione di questo genere, l’apertura alla realtà e la sua espressione nella parola, richiedono pacatezza, tempo ‘vuoto’ e silenzio, elementi molto rari ai giorni nostri.
Ci allarmiamo giustamente se mancano le materie prime che rendono possibile il livello di progresso materiale a cui siamo giunti, ma non ci preoccupiamo quasi per nulla se i nostri scolari e studenti stanno ore a fissare il foglio bianco senza sapere come iniziare. E poi, nel fortunato caso in cui essi scrivano, il loro elaborato risulti così asfittico e riempito di cliché alla moda, senza sostanza personale.
Occorre che, fin da piccoli, i bambini siano indirizzati verso la riflessione, la stasi, la pazienza; invece accade l’esatto opposto. Sembra che per loro non ci sia domani così le loro giornate sono un correre continuo da un’attività a un’altra; vengono ‘animati’ da figure specifiche ed esperti (attorno a cui si è creato un consistente giro d’affari) che li aiutano a trascorrere il tempo in un vortice di proposte e stimoli di tutti i generi, spesso senza capacità di discriminazione da parte degli adulti. Se nessuno accorre a sostenerli nello stipare cose nell’arco di una giornata, sempre più corta, i bambini si rivolgono all’adulto con la classica affermazione: mi annoio. Sono dunque abituati a consumare il tempo, non a vivere in esso. Il più delle volte, per esempio, non sono capaci di starsene per conto loro a pensare, a leggere e, appunto, a scrivere: magari un diario, una lettera, una storia di fantasia iniziata come un gioco e terminata come un lavoro molto molto serio.
Ovviamente essi sono lo specchio esatto dei genitori che li crescono così, a loro volta cresciuti probabilmente alla stessa maniera. Versi come quelli del poeta Francesco Petrarca: Solo e pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti (Canzoniere, XXXV) appaiono estranei a molti, non nel significato ma per l’esperienza a cui rimandano cioè il fatto di camminare solitari, immersi nei propri pensieri, senza fretta, quasi ponderando ogni passo. E che dire di quel giovane, nativo di Recanati, che, a ventun anni, scrive un capolavoro come L’infinito? Egli ritrae se stesso in un atteggiamento che gli doveva essere abituale: stare fermo (sedendo e mirando) a guardare davanti a sé l’ostacolo della siepe, oltrepassandola con la forza del pensiero e dell’immaginazione. Pensare non è però cosa facile; è un habitus da acquisire in un esercizio costante facendosi aiutare da chi sia in grado di adeguare costantemente l’intelletto alla realtà e, quindi, di cercare lealmente la verità della cosa che si ha davanti. Richiede la capacità di dialogare e di riflettere, di sospendere il rumore attorno e di iniziare, appunto, a scrivere. L’atto della scrittura trascina con sé il pensiero e viceversa, in un arricchimento reciproco.
Direi dunque ai ragazzi di prendere carta e penna, un taccuino, per esempio, piccolo quanto si voglia, che stia ovunque. Che incomincino ad arare quel campo bianco con parole e frasi da ricercare in se stessi o nelle cose che li circondano. Esse inizieranno a parlare quando tutto intorno sarà silenzio.