Curare è un’opera buona per tutti. Un libro di Alessandro Pirola.

Da pochi giorni è nelle librerie un piccolo ma denso volume che è il racconto di un’esperienza maturata in quarant’anni di lavoro nella direzione di opere di cura ed accoglienza.

Alessandro Pirola, milanese, è un manager della sanità, molto

diverso da come ci si immagina di solito le figure dei dirigenti aziendali.

Da sempre si occupa di salute, e ha fondato enti, Fondazioni, associazioni che si occupano di malati, di fragili, di disabili. In questo libro racconta fatti, circostanze, incontri.

L’autore invita a riconoscere la centralità della relazione, della compagnia e del senso della vita nella cura, senza ridurre la sofferenza a un mero problema tecnico ma affrontandola come un mistero che interpella la ragione, la fede e la responsabilità personale e sociale. Una riflessione esistenziale e operativa, radicata nella realtà e aperta a tutti, credenti e non credenti, che si interrogano sul significato della cura e del prendersi cura degli altri. Un libro toccante, che fa pensare e sul quale lo abbiamo intervistato.

1) Dottor Pirola, lei scrive nel suo libro che la vita di ogni persona è arricchita dalla possibilità di   curare qualcuno. “Se non hai nessuno di cui prenderti cura sei più solo e triste”.Cosa significa esattamente alla luce anche della sua lunga esperienza

Direi che è costitutivo della vita umana l’impeto quasi istintivo a prendersi cura di chi è nel bisogno; se vedi uno che inciampa ed è alla tua portata cerchi di afferrarlo, se un tuo familiare è malato cerchi di curarlo, se vedi uno che sta male ti dispiace. Questo impeto può essere ridotto o sopraffatto, ma occorre uno sforzo, una paura o una cattiva educazione per contenerlo. Certo occorre molto equilibrio anche nell’assecondare questa naturale tendenza: ho visto gente disfarsi per curare un congiunto, ma ho visto più gente stare peggio per essersene disinteressata. Sono contento di essermi occupato per professione della cura di molti e sono ancor più grato nell’aver visto gente contenta e realizzata nell’aver curato altre persone magari con grandi sacrifici.

2) Lei non è un medico, né un infermiere, né uno psicologo o un assistente sociale , ma un manager della Sanità, una figura che abitualmente è vista come quella di qualcuno che bada all’efficienza e che magari fa tagli. Lei come ha interpretato invece il suo ruolo?

Sono sempre partito da quel che c’è, cercando di far fruttare tutte le risorse disponibili: persone, spazzi, soldi e circostanze, anche quelle avverse. Curare è spesso attività complessa e per fare cose complesse, prima che grandi organizzazioni, occorre una grande ragione: è un fatto storico.

3) Lei nel corso della sua storia ha avuto a che fare con tanti tipi di fragilità. Quali pensa che oggi siano i settori più critici?

Le sofferenze più insistenti le incontro in chi considera la fragilità una fregatura, un fatto che se c’è è perché ti manca qualcosa; mentre la fragilità è naturale ed ha qualcosa da insegnare a tutti, compreso quelli che credono di non averla. La fragilità vissuta come mancanza aumenta la sofferenza.

4) Le statistiche, impietose, ci dicono che rispetto a 30 anni fa i posti letto e gli ospedali stessi sono drasticamente diminuiti. Come rispondere al bisogno di salute?

La riduzione dei posti letto ospedalieri non è di per sé negativa: molte malattie sono diventate curabili senza ricovero o con una degenza ridotta; si pensi all’oculistica, alla dermatologia, alla stessa chirurgia.  Oggi la sfida è la cronicità, la disabilità grave, la malattia degenerativa per curare le quali sono richieste molte energie e risorse diverse; la necessità urgente, più che un posto letto ospedaliero, è una casa da abitare, un luogo in cui poter vivere la cura. Occorre liberare la creatività di chi ce l’ha guardando a quello che già esiste, sostenendolo e replicandolo. Serve poi un governo della domanda dando realistiche priorità in relazione alle risorse effettive.

5) Dalle sue pagine emerge un dato evidente: oggi c’è tanta solitudine, direi quasi abbandono. Dalla sua esperienza mi pare di capire che bisogna imparare a chiedere…

Certo, chiedere è importante; ma è ancora più efficace reimparare a godere nel dare. Prendersi cura di qualcuno e vederlo star meglio, almeno per un periodo, rende più contenti ed ha un effetto educativo e moltiplicatore e per dare non è necessario essere perfetti o sani.

6) Mi ha personalmente molto colpito il paragrafo in cui spiega la sofferenza e il dolore…

Mi sembra che a volte si riconduca a problema clinico una situazione di sofferenza diversa dal sintomo patologico; ho incontrato sofferenze, inquietudini, disagi di ben altra natura che normalmente documentano l’insufficienza delle cose della vita alla vita stessa. Queste sofferenze non sono guaribili con un farmaco, hanno bisogno di una risposta, di un senso, di un’esperienza che le abbracci e le riempia: ciò è possibile, ho visto gente che questa risposta l’ha incontrata.

7) La Medicina può essere ancora oggi un’arte, quella di prendersi cura, e non solo l’applicazione di rigidi protocolli? 

Fortunatamente, l’arte medica è più grande delle formule in cui va pur tentativamente descritta per essere trasmessa. L’arte medica, come ogni arte, richiede un’educazione all’infinito che evoca.

Questo libro, annota Giorgio Vittadini, «non elude temi scottanti quali l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, le cure proporzionate, ma lo fa sempre a partire da situazioni vissute come problemi che nascono nelle relazioni tra paziente, familiari e curanti».

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Author: Paolo Gulisano, Epidemiologo

Paolo Gulisano è medico specialista in Igiene, Epidemiologia e Medicina Preventiva, nonché cultore di Storia della Medicina. e scrittore per passione. È autore di oltre 40 saggi dedicati a temi apologetici, storici e letterari e di tre romanzi del genere fantastico. È considerato uno dei maggiori esperti di Letteratura Fantasy: ha scritto libri su Tolkien, su Lewis, Chesterton, sui miti celtici, su Re Artù, su Stevenson, Conan Doyle e tanti altri autori soprattutto britannici.  Ha scritto saggi su pagine poco note della storia del Cristianesimo, a partire dal suo libro di esordio sui Cristeros, i martiri messicani. Ha scritto biografie di santi irlandesi come Patrizio, Colombano, Malachia. Come cultore di storia della Medicina, ha pubblicato nel 2006 (in tempi non sospetti) un libro sulle Pandemie, una storia della Medicina attraverso i santi e una monografia su san Giuseppe Moscati. Pratica l'arte medica in scienza e coscienza e durante la pandemia Covid è stato medico volontario delle cure domiciliari.

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